mercoledì 1 luglio 2009

La sinistra si dimette

A furia di cercare sotto le coperte di Silvio esce fuori un’altra storia. Una storia che già avevamo nelle orecchie: il Cavaliere nelle inchieste di Bari non c’entra un fico secco e se qualcosa di strano sarà mai accaduto, coinvolge esponenti del centrosinistra. Forse proprio per mettersi al riparo da sconquassi giudiziari, ieri, si è dimessa in blocco l’intera giunta di Nichi Vendola. E lady Asl, cioè la responsabile della sanità pugliese, è stata congelata.

Questa è la fotografia che esce dopo (...)

(...) l’inchiesta della procura di Bari e dopo la decisione politica di auto-azzerarsi. E questa era la storia che avrebbero dovuto raccontare i giornalisti di Repubblica, i quali invece ieri hanno appallottolato l’appello del presidente Napolitano sulla tregua fino al G8, facendone carta straccia. Ci ha pensato il vicedirettore Massimo Giannini con un sillogismo. «...Questi sono i fatti. E dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua».

Dieci e lode. Ma... i fatti che coinvolgono Berlusconi quali sarebbero? Gli unici che stanno venendo a galla riguardano ben altri ambienti, tant’è che ieri si sono dimessi tutti e sottolineo tutti gli assessori pugliesi. Evidentemente qualcosa di grosso ci dev’essere. E non coinvolge il premier, il quale per Repubblica resta l’indiziato numero uno.

È diverso tempo che Repubblica ha allestito un grande show, con fuochi d’artificio, fumogeni, luci e triccheballacche, per pompare quel poco che aveva in mano. Per carità, lo show allestito è di grande fattura ma al di là dei colori e degli effetti speciali non c’è nulla. Non c’è un premier che va a letto con le minorenni, non c’è un premier che paga escort, non c’è un premier che si droga, non c’è un premier corrotto, non c’è niente di tutto questo. C’è un premier che apre la porta di casa a un tizio che se ne approfitta. Purtroppo sbagliare frequentazioni è errore assai comune ai mortali: è capitato persino ai moralisti. Finanche Di Pietro ha sbagliato amicizie ed è finito nei guai.

Ciarlatani per tutti

E siamo sicuri che pure nella redazione di Repubblica grandi penne si sono fidate di persone che alla fine si sono rivelate non tanto dei gran bauscia quanto dei ciarlatani. Repubblica prese un granchio con l’ex fidanzato di Noemi che non raccontò tutta la sua verità fino in fondo, per esempio. E sbagliarono pure D’Avanzo e Bolzoni nel dare retta a certe fonti sul delitto Rostagno. La recente sentenza sulla morte dell’ex Lotta Continua poi fondatore di una Comunità non ha nulla a che spartire con il racconto dei due scooppisti di Repubblica. Lo fece fuori la mafia: in Sicilia capita.

Sbagliare amicizie capita. E la gravità non cambia peso se a sbagliare è il presidente del consiglio o un cittadino qualunque. La responsabilità - insegnano - è sempre personale. Esempio, se io invito Tizio a casa mia e questo poi va in balcone e rovescia il vaso dei fiori in testa a un passante, io non ho colpe. Per Repubblica sì. Non solo, Repubblica trasforma tutto questo in fatto, senza distinguere le responsabilità di Tizio dalle mie che sono il padrone di casa.

Il presidente Napolitano ieri l’altro aveva offerto una sponda per uscire dal grande show virtuale, parlando di una tregua di qui al G8. Lo aveva chiesto espressamente ai giornalisti e ai politici, quasi ad indicare in loro i terminali di questa campagna che danneggia non solo il premier (come loro intenzione) ma tutta l’Italia. Napolitano, saggiamente, aveva chiesto un break forse confidando nella sua personale moral suasion.

A tutto furore

Macché, il furore in largo Fochetti è talmente denso che nemmeno l’intervento del Capo dello Stato fermerà l’operazione sputtanamento. Leggiamo alcuni commenti all’articolo di Giannini pubblicati sul sito Repubblica.it. «Le parole del Presidente Napolitano mi fanno tornare in mente... le collaboratrici domestiche che nascondono la sporcizia sotto i tappeti». «Il ferro si batte finché è caldo. Il prossimo G8 è l’occasione giusta per mettere davanti alle sue responsabilità questo personaggio e vedere con quale faccia si siederà accanto ai rappresentanti degli altri Paesi». «Bella questa, Berlusconi e i suoi portaborse vogliono tappare la bocca a tante persone, istituzioni, giornali nazionali e esteri. Ora ci si mette anche il presidente della Repubblica Napolitano... a me pare la strada giusta per la dittatura».

Ne abbiamo pescati a caso tra i tanti; sono sufficienti per capire lo spirito del giornalismo declinato nelle stanze di Repubblica. Un giornalismo che combina i buoni e i cattivi a seconda delle proprie convenienze. Ieri Napolitano è finito nella lista dei cattivi per il solo fatto che non ha tenuto bordone alla campagna di Repubblica.

Sia chiaro, ognuno è libero di interpretare il giornalismo come meglio crede, l’importante è che non abbia la spocchia di vendercelo come l’esempio più virtuoso. Qui di fatti non ce ne sono, c’è solo tanto antico livore.

da Libero

giovedì 25 giugno 2009

Moralisti a senso unico

Ora molti parlano di «emergenza morale» nel nostro Paese. Ebbene: se di emergenza morale si tratta (e sottolineo: se) se non altro, nel nostro Paese non è cominciata ora. È cominciata già da un pezzo, come dimostrano i documenti che pubblichiamo oggi. Sinceramente, avremmo voluto evitarlo: rovistare nei boudoir a destra o a sinistra non è proprio il sogno che abbiamo coltivato quando da bambini giocavamo al piccolo giornalista. Ma tant’è. Ci hanno costretto, da settimane, a parlare soltanto di veline e prostitute, lettoni grandi e autoscatti nelle toilette. E sostengono che sia obbligatorio farlo perché uno scandalo così (ma così come?) non si era mai visto. Ci danno a intendere che, prima che arrivasse Berlusconi, fossero tutti casti e puri, piccoli emuli di santa Maria Goretti prestati alla politica, candidi e immacolati come la neve. Ci vogliono far credere che nei palazzi della politica circolassero soltanto tomi di Schopenhauer e saggi sull’amore platonico o sul pensiero di Carlo Marx.
Non è così. E ve lo dimostriamo. Ciò che raccontiamo oggi, infatti, succedeva ai tempi del governo D’Alema. Fra i protagonisti ci sono alcuni amici del Baffino, proprio quello che oggi va in giro a sollevare il mustacchio scandalizzato. Erano tutti esperti di Carlo Marx, s’intende, e probabilmente anche di amore platonico: non solo di quello, però. E infatti in questa storia c’è una maîtresse, ci sono squillo, ci sono incontri che si consumano non in case private (come è e resta Palazzo Grazioli) ma addirittura dentro i palazzi dell’istituzione. C’è, insomma, un’emergenza morale a luci rosse, molto rosse, con fatti certi e assai più gravi delle accuse scagliate finora contro Berlusconi. Telefonate hard comprese.
Leggete bene gli articoli di Gian Marco Chiocci e, in parallelo, di Stefano Zurlo. Da una parte abbiamo alcuni episodi (di ieri) non lievi e indiscutibilmente documentati; dall’altra una serie di polveroni sollevati oggi senza che nessuno chiarisca in modo accettabile where is the beef, dov’è la ciccia, cioè dov’è il problema, dov’è lo scandalo (dopo aver scoperto che a Cortina si fanno le feste e che a casa, alla sera, qualche volta capita di giocare a poker: ma guarda un po’...). E allora perché oggi tutti, a cominciare proprio dagli ex libertini, dagli ex cantori dell’amore libero e del sesso estremo, di fronte a poco si scoprono bacchettoni e strillano all’emergenza morale, mentre dieci anni fa di fronte a molto stavano rigorosamente zitti?
Converrete con noi che, se tutte le domande sono legittime, anche questa si può fare. Ed è per fare questa domanda, solo per questo, che pubblichiamo i documenti sulle escort del clan D’Alema. Vogliamo chiedere: come mai allora l’inchiesta fu rapidamente archiviata e nessuno volle sfruttare politicamente quei fatti che pure (lo ripetiamo) sono assai più clamorosi di quelli che da qualche settimana Repubblica sta brandendo come una clava contro Berlusconi? Perché quei documenti non finirono ai giornali? Perché, anche se molti sapevano, nessuno osò parlarne?
Qualche lettore dirà: perché le luci rosse, in quel caso, erano rosse prima di tutto politicamente. Può essere. Per rendersi conto della doppia morale della sinistra basta leggere l’incredibile intervista di Ezio Mauro all’Avvocato Agnelli ai tempi del sexygate di Clinton: com’era indignato l’attuale direttore di Repubblica dall’uso politico dello scandalo! Com’era nauseato dalle bassezze americane e sicuro che, da noi, tal punto di infamia non si sarebbe raggiunto mai! Invece è stato raggiunto. Anzi, di più: è stato proprio lui a raggiungerlo. Che cosa è successo nel frattempo? Semplice e drammatico insieme: come abbiamo scritto nei giorni scorsi è stato rotto un patto silenzioso e antico, quello per cui la lotta politica si fermava davanti alla camera da letto, rispettava la vita privata e non s’intrometteva nell’educazione dei figli altrui. La rottura di quel patto è la vera sciagura che stiamo vivendo, il vero scandalo che dobbiamo temere. Abbiamo l’impressione infatti (ma più che un’impressione è una certezza) che d’ora in avanti, immondizia dopo immondizia, sarà sempre più difficile liberarci da questo fetore. A noi non piace, al Paese fa male. E allora a chi giova tutto ciò? Chi l’ha voluto, risponda.
M.Giordano

giovedì 18 giugno 2009

I CORVI GELATI DA UN SORRISO

È la foto che li avvelena: Obama che sorride a Berlusconi, la mano che s’appoggia sulla spalla del premier. Poi la frase: «È bello vederti amico mio». L’amicizia destabilizza sempre chi è in malafede. Qui in Italia ce ne erano un sacco: tutti quelli che avevano previsto a priori il fallimento dell’incontro Obama-Berlusconi, tutti i portatori sani della convinzione di una nuova antipatia americana verso Roma, tutti i presunti conoscitori del presidente Usa, certi che ci avrebbe bastonati, criticati e allontanati.

Obama sorride, perché è più intelligente di loro. Obama saluta, parla e trova accordi. Berlusconi vince. Una pacca sulla spalla è il sole che distrugge i vampiri della diplomazia, livorosi al punto di augurare all’Italia una brutta figura, salvo poi fare marcia indietro a successo ottenuto. Sul carro, ancora. Sul carro come Paese e non come governo, perché non sia mai: il rispetto che ci ha riservato la Casa Bianca corrode le loro certezze. Chissà che cosa scriverà oggi l’Unità che ieri è stata in grado di relegare l’incontro a pagina 21: cronaca puntuale, dettagliata e informata, compreso il dettaglio della mezzora in più del colloquio. Poi questo titolo: «Caffè amaro per il premier». Perché mai? Così, per sport o per abitudine. Perché l’articolo non lo spiega. Ma i professionisti delle certezze a prescindere evidentemente avevano già titolato, perché per loro era ovvio e scontato che qualcosa sarebbe andato storto.

Loro comunque avevano anche sostenuto che l’incontro non ci sarebbe mai stato. Che abbiano raccontato il fatto, quindi, dev’essere stato già abbastanza duro. Chi non è riuscito a titolare a prescindere ha comunque trovato il modo per dire che ci siamo salvati. L’ha fatto Vittorio Zucconi su Repubblica: «È andata bene perché non è accaduto nulla che possa crearci imbarazzi». L’uomo e il giornale che hanno considerato epocale anche una pipì di Obama, adesso parlano di «non evento». Troppo duro ammettere, troppo difficile accettare. Così adesso tace Massimo D’Alema che poche ore prima dell’incontro aveva sostenuto che la visita di Berlusconi a Washington fosse arrivata tardi. Ma come? L’Italia è il secondo Paese europeo a essere ospitato alla Casa Bianca dalla nuova amministrazione. Prima c’è stata solo l’Inghilterra e non vorremo mica metterci in competizione con gli inglesi nei rapporti con gli Stati Uniti. Zitto anche Franceschini che, qualche mese fa, aveva previsto guai per l’Italia con Obama per colpa di alcune battute del premier. Muto Di Pietro che si è lamentato del fatto che Berlusconi abbia ospitato Gheddafi mentre gli altri avevano fatto gli onori di casa con Barack. L’Italia è andata a trovarlo, il che forse vale di più. Però non per tutti, non per chi non riesce a togliersi il pregiudizio e il preconcetto, non per chi non ce la fa ad accettare che il presidente che piace alla gente che piace, piace anche a Berlusconi e con il premier italiano va d’accordo. «Amico», dice. Amico fa salire l’ulcera a chi Obama ha cercato di vederlo alla Convention di Denver millantando affinità e comunanza di progetti e invece s’è ritrovato con un umiliante biglietto prestampato con la firma digitale di Barack.

Amico è più di alleato, ovvero l’altra parola usata dal presidente con Berlusconi. Questa Italia prende strette di mano, pacche, sorrisi, accordi e progetti e se li porta a Roma. Era già successo con Clinton, altro presidente amato in Europa: prima che la magistratura cambiasse le carte della partita, nel 1994 Berlusconi e Clinton si videro e si capirono. Poi è successo con George W. Bush. La verità è che l’Italia è amica degli Stati Uniti e lo è di più ogni volta che a tenere i rapporti è stato Berlusconi. A Washington l’hanno capito prima di quanto abbiamo fatto noi. Quando c’è stato l’unico momento di frizione tra noi e gli Usa dopo l’inizio della seconda Repubblica? Con Romano Prodi premier e Massimo D’Alema ministro degli Esteri entrato in rottura con Condoleezza Rice. Pregiudizio anche allora, pregiudizio sempre.

L’Italia flirtò troppo con Chavez all’Onu per cercare di smarcarsi dall’America. Non piaceva la politica militarista dell’amministrazione repubblicana e D’Alema ne andava orgoglioso: «C’è amicizia, ma abbiamo posizioni divergenti». Ci chiesero più militari in Afghanistan e la prima risposta fu un no. La stessa cosa che ci chiede Obama adesso ricevendo un sì, perché la differenza è che i democratici americani guardano al contenuto, quelli italiani alla convergenza preventiva e vagamente ideologica. Non c’è partita, non c’è neanche paragone. Ogni inquilino della Casa Bianca negli ultimi quindici anni ha voluto avere un buon rapporto con l’Italia di Berlusconi. Ci avevano raccontato di un Obama freddo e distaccato, l’abbiamo visto cordiale e interessato. Magari adesso funzionerà anche quello che per i profeti della sventura precotta era il punto debole del governo: l’ospitata di Gheddafi e l’amicizia con Putin. Obama è più intelligente di chi pensa di imitarlo in Italia: cerca mediatori. E trova amici.

lunedì 15 giugno 2009

BaLLOTTAGGIO A MILANO - un consiglio a Podestà

Il vantaggio di Guido Podestà è di 162.336 voti o, se preferite, di dieci punti percentuali. Niente male, davvero. Ma il 21 e 22 giugno (si vota di domenica e lunedì sino alle 15) occorre ritornare ai seggi, alle urne e riconfermare il sostegno al candidato della nuova Provincia. Occorre fare un nuovo piccolo sforzo per cambiare, per dare smalto all’amministrazione di via Vivaio. O, se lo ritenete, per ribadire il vostro voto a favore dell’inquilino uscente. Che, consiglia Riccardo Sarfatti, dovrebbe «imparare a parlare a tutte le classi» e, magari, darsela a gambe «dalle periferie che sono più conservatrice rispetto al mondo delle libere professioni». Suggerimenti da sinistra, da chi fu però sconfitto da Roberto Formigoni nel 2005. Sconfitta che nel 2006 toccò all’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante - pure lui sostenuto dalla sinistra - che dopo quella lezione non ha dubbi: «L’asso nella manica di Podestà sono i leader della coalizione che scendono in piazza con lui» e che disertano invece gli appuntamenti con Penati. Ma se Sarfatti non si sbilancia sul risultato, Ferrante scommette sulla vittoria di Podestà. E lo stesso fanno sia Sandro Antoniazzi che Ombretta Colli. Il primo - sfidò Gabriele Albertini nel 2001 - ammette che recuperare dieci punti è «un’impresa» e che Penati dovrebbe scendere tra la gente. La seconda, Ombretta Colli, non ha consigli da dare a Guido Podestà - «è uomo del fare e dell’agire, con esperienza in Europa - se non quello di «non tormentare gli elettori con l’appello al voto dell’ultimo minuto». Ma per cambiare Provincia bisogna spronare al voto.

venerdì 12 giugno 2009

Veronica e questo suo bisogno di comunicare a mezzo stampa....

Eccola là. La Veronica imbuca un'altra lettera. Stavolta, post-elezioni, la signora in rosa è più soft, moderata, neo romantica, tre metri sopra il cielo. Forse è perché chiede spazio al più equilibrato Corriere della Sera, anziché alla centrale del Pd, la Repubblica. O forse è mera questione di alimenti ed eredità. Fatto sta che con la sua nuova posta del cuore la signora Lario, in sostanza, ci dice che non abbiamo capito un tubo. La collezione Harmony, a questo punto, le fa un baffo. Per settimane ci siamo ammazzati a interpretare le sue parole, sulle minorenni, sul marito quasi malato, su Noemi e compagnia cantante. Lei è rimasta lì a guardarci, silente e sofferente, e ora -ora- ci dice che siamo storditi: non abbiamo nemmeno vagamente intuito il tumulto della sua vita sentimentale. Non abbiamo capito un tubo. Dircelo prima del voto, ovviamente, non l'è sovvenuto. Ecco le parole dolci della Veronica: «In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale. Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui. Certo è che l’ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia». E tutto questo cancan per una donna innamorata che fa fatica a comunicare con il coniuge? I due punti in meno alle elezioni, lo scandalo morale per quella frase inquietante sulle minorenni, tutta la campagna elettorale trash di queste settimane, il ciarpame, le veline, tutto era solo un banale problema di linee del telefono interrotte? Un fax, un cellulare, un sms, una mail, una chat su fb, un piccione viaggiatore, niente. Veronica proprio, ci dice, non ha trovato altro mezzo per dire al marito Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio che la loro storia non andava, se non la cassetta della posta de La Repubblica. E oltretutto abbiamo frainteso. La verità del rapporto tra loro, noi non l'abbiamo neppure sfiorata. No: non abbiamo proprio capito un tubo. Ci spiegasse, la Veronica, una volta per tutte, questa verità. Siamo proprio curiosi, ora.