
E uscito in questi giorni e lo presenterò ufficialmente in settembre, ma se volete potete già acquistarlo, è un libro da far leggere ai vostri bambini in vacanza, una lettura istruttiva e divertente ... anche per voi.

A furia di cercare sotto le coperte di Silvio esce fuori un’altra storia. Una storia che già avevamo nelle orecchie: il Cavaliere nelle inchieste di Bari non c’entra un fico secco e se qualcosa di strano sarà mai accaduto, coinvolge esponenti del centrosinistra. Forse proprio per mettersi al riparo da sconquassi giudiziari, ieri, si è dimessa in blocco l’intera giunta di Nichi Vendola. E lady Asl, cioè la responsabile della sanità pugliese, è stata congelata.
Questa è la fotografia che esce dopo (...)
(...) l’inchiesta della procura di Bari e dopo la decisione politica di auto-azzerarsi. E questa era la storia che avrebbero dovuto raccontare i giornalisti di Repubblica, i quali invece ieri hanno appallottolato l’appello del presidente Napolitano sulla tregua fino al G8, facendone carta straccia. Ci ha pensato il vicedirettore Massimo Giannini con un sillogismo. «...Questi sono i fatti. E dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua».
Dieci e lode. Ma... i fatti che coinvolgono Berlusconi quali sarebbero? Gli unici che stanno venendo a galla riguardano ben altri ambienti, tant’è che ieri si sono dimessi tutti e sottolineo tutti gli assessori pugliesi. Evidentemente qualcosa di grosso ci dev’essere. E non coinvolge il premier, il quale per Repubblica resta l’indiziato numero uno.
È diverso tempo che Repubblica ha allestito un grande show, con fuochi d’artificio, fumogeni, luci e triccheballacche, per pompare quel poco che aveva in mano. Per carità, lo show allestito è di grande fattura ma al di là dei colori e degli effetti speciali non c’è nulla. Non c’è un premier che va a letto con le minorenni, non c’è un premier che paga escort, non c’è un premier che si droga, non c’è un premier corrotto, non c’è niente di tutto questo. C’è un premier che apre la porta di casa a un tizio che se ne approfitta. Purtroppo sbagliare frequentazioni è errore assai comune ai mortali: è capitato persino ai moralisti. Finanche Di Pietro ha sbagliato amicizie ed è finito nei guai.
E siamo sicuri che pure nella redazione di Repubblica grandi penne si sono fidate di persone che alla fine si sono rivelate non tanto dei gran bauscia quanto dei ciarlatani. Repubblica prese un granchio con l’ex fidanzato di Noemi che non raccontò tutta la sua verità fino in fondo, per esempio. E sbagliarono pure D’Avanzo e Bolzoni nel dare retta a certe fonti sul delitto Rostagno. La recente sentenza sulla morte dell’ex Lotta Continua poi fondatore di una Comunità non ha nulla a che spartire con il racconto dei due scooppisti di Repubblica. Lo fece fuori la mafia: in Sicilia capita.
Sbagliare amicizie capita. E la gravità non cambia peso se a sbagliare è il presidente del consiglio o un cittadino qualunque. La responsabilità - insegnano - è sempre personale. Esempio, se io invito Tizio a casa mia e questo poi va in balcone e rovescia il vaso dei fiori in testa a un passante, io non ho colpe. Per Repubblica sì. Non solo, Repubblica trasforma tutto questo in fatto, senza distinguere le responsabilità di Tizio dalle mie che sono il padrone di casa.
Il presidente Napolitano ieri l’altro aveva offerto una sponda per uscire dal grande show virtuale, parlando di una tregua di qui al G8. Lo aveva chiesto espressamente ai giornalisti e ai politici, quasi ad indicare in loro i terminali di questa campagna che danneggia non solo il premier (come loro intenzione) ma tutta l’Italia. Napolitano, saggiamente, aveva chiesto un break forse confidando nella sua personale moral suasion.
Macché, il furore in largo Fochetti è talmente denso che nemmeno l’intervento del Capo dello Stato fermerà l’operazione sputtanamento. Leggiamo alcuni commenti all’articolo di Giannini pubblicati sul sito Repubblica.it. «Le parole del Presidente Napolitano mi fanno tornare in mente... le collaboratrici domestiche che nascondono la sporcizia sotto i tappeti». «Il ferro si batte finché è caldo. Il prossimo G8 è l’occasione giusta per mettere davanti alle sue responsabilità questo personaggio e vedere con quale faccia si siederà accanto ai rappresentanti degli altri Paesi». «Bella questa, Berlusconi e i suoi portaborse vogliono tappare la bocca a tante persone, istituzioni, giornali nazionali e esteri. Ora ci si mette anche il presidente della Repubblica Napolitano... a me pare la strada giusta per la dittatura».
Ne abbiamo pescati a caso tra i tanti; sono sufficienti per capire lo spirito del giornalismo declinato nelle stanze di Repubblica. Un giornalismo che combina i buoni e i cattivi a seconda delle proprie convenienze. Ieri Napolitano è finito nella lista dei cattivi per il solo fatto che non ha tenuto bordone alla campagna di Repubblica.
Sia chiaro, ognuno è libero di interpretare il giornalismo come meglio crede, l’importante è che non abbia la spocchia di vendercelo come l’esempio più virtuoso. Qui di fatti non ce ne sono, c’è solo tanto antico livore.
È la foto che li avvelena: Obama che sorride a Berlusconi, la mano che s’appoggia sulla spalla del premier. Poi la frase: «È bello vederti amico mio». L’amicizia destabilizza sempre chi è in malafede. Qui in Italia ce ne erano un sacco: tutti quelli che avevano previsto a priori il fallimento dell’incontro Obama-Berlusconi, tutti i portatori sani della convinzione di una nuova antipatia americana verso Roma, tutti i presunti conoscitori del presidente Usa, certi che ci avrebbe bastonati, criticati e allontanati.
Obama sorride, perché è più intelligente di loro. Obama saluta, parla e trova accordi. Berlusconi vince. Una pacca sulla spalla è il sole che distrugge i vampiri della diplomazia, livorosi al punto di augurare all’Italia una brutta figura, salvo poi fare marcia indietro a successo ottenuto. Sul carro, ancora. Sul carro come Paese e non come governo, perché non sia mai: il rispetto che ci ha riservato la Casa Bianca corrode le loro certezze. Chissà che cosa scriverà oggi l’Unità che ieri è stata in grado di relegare l’incontro a pagina 21: cronaca puntuale, dettagliata e informata, compreso il dettaglio della mezzora in più del colloquio. Poi questo titolo: «Caffè amaro per il premier». Perché mai? Così, per sport o per abitudine. Perché l’articolo non lo spiega. Ma i professionisti delle certezze a prescindere evidentemente avevano già titolato, perché per loro era ovvio e scontato che qualcosa sarebbe andato storto.
Loro comunque avevano anche sostenuto che l’incontro non ci sarebbe mai stato. Che abbiano raccontato il fatto, quindi, dev’essere stato già abbastanza duro. Chi non è riuscito a titolare a prescindere ha comunque trovato il modo per dire che ci siamo salvati. L’ha fatto Vittorio Zucconi su Repubblica: «È andata bene perché non è accaduto nulla che possa crearci imbarazzi». L’uomo e il giornale che hanno considerato epocale anche una pipì di Obama, adesso parlano di «non evento». Troppo duro ammettere, troppo difficile accettare. Così adesso tace Massimo D’Alema che poche ore prima dell’incontro aveva sostenuto che la visita di Berlusconi a Washington fosse arrivata tardi. Ma come? L’Italia è il secondo Paese europeo a essere ospitato alla Casa Bianca dalla nuova amministrazione. Prima c’è stata solo l’Inghilterra e non vorremo mica metterci in competizione con gli inglesi nei rapporti con gli Stati Uniti. Zitto anche Franceschini che, qualche mese fa, aveva previsto guai per l’Italia con Obama per colpa di alcune battute del premier. Muto Di Pietro che si è lamentato del fatto che Berlusconi abbia ospitato Gheddafi mentre gli altri avevano fatto gli onori di casa con Barack. L’Italia è andata a trovarlo, il che forse vale di più. Però non per tutti, non per chi non riesce a togliersi il pregiudizio e il preconcetto, non per chi non ce la fa ad accettare che il presidente che piace alla gente che piace, piace anche a Berlusconi e con il premier italiano va d’accordo. «Amico», dice. Amico fa salire l’ulcera a chi Obama ha cercato di vederlo alla Convention di Denver millantando affinità e comunanza di progetti e invece s’è ritrovato con un umiliante biglietto prestampato con la firma digitale di Barack.
Amico è più di alleato, ovvero l’altra parola usata dal presidente con Berlusconi. Questa Italia prende strette di mano, pacche, sorrisi, accordi e progetti e se li porta a Roma. Era già successo con Clinton, altro presidente amato in Europa: prima che la magistratura cambiasse le carte della partita, nel 1994 Berlusconi e Clinton si videro e si capirono. Poi è successo con George W. Bush. La verità è che l’Italia è amica degli Stati Uniti e lo è di più ogni volta che a tenere i rapporti è stato Berlusconi. A Washington l’hanno capito prima di quanto abbiamo fatto noi. Quando c’è stato l’unico momento di frizione tra noi e gli Usa dopo l’inizio della seconda Repubblica? Con Romano Prodi premier e Massimo D’Alema ministro degli Esteri entrato in rottura con Condoleezza Rice. Pregiudizio anche allora, pregiudizio sempre.
L’Italia flirtò troppo con Chavez all’Onu per cercare di smarcarsi dall’America. Non piaceva la politica militarista dell’amministrazione repubblicana e D’Alema ne andava orgoglioso: «C’è amicizia, ma abbiamo posizioni divergenti». Ci chiesero più militari in Afghanistan e la prima risposta fu un no. La stessa cosa che ci chiede Obama adesso ricevendo un sì, perché la differenza è che i democratici americani guardano al contenuto, quelli italiani alla convergenza preventiva e vagamente ideologica. Non c’è partita, non c’è neanche paragone. Ogni inquilino della Casa Bianca negli ultimi quindici anni ha voluto avere un buon rapporto con l’Italia di Berlusconi. Ci avevano raccontato di un Obama freddo e distaccato, l’abbiamo visto cordiale e interessato. Magari adesso funzionerà anche quello che per i profeti della sventura precotta era il punto debole del governo: l’ospitata di Gheddafi e l’amicizia con Putin. Obama è più intelligente di chi pensa di imitarlo in Italia: cerca mediatori. E trova amici.