Eccola là. La Veronica imbuca un'altra lettera. Stavolta, post-elezioni, la signora in rosa è più soft, moderata, neo romantica, tre metri sopra il cielo. Forse è perché chiede spazio al più equilibrato Corriere della Sera, anziché alla centrale del Pd, la Repubblica. O forse è mera questione di alimenti ed eredità. Fatto sta che con la sua nuova posta del cuore la signora Lario, in sostanza, ci dice che non abbiamo capito un tubo. La collezione Harmony, a questo punto, le fa un baffo. Per settimane ci siamo ammazzati a interpretare le sue parole, sulle minorenni, sul marito quasi malato, su Noemi e compagnia cantante. Lei è rimasta lì a guardarci, silente e sofferente, e ora -ora- ci dice che siamo storditi: non abbiamo nemmeno vagamente intuito il tumulto della sua vita sentimentale. Non abbiamo capito un tubo. Dircelo prima del voto, ovviamente, non l'è sovvenuto. Ecco le parole dolci della Veronica: «In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale. Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui. Certo è che l’ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia». E tutto questo cancan per una donna innamorata che fa fatica a comunicare con il coniuge? I due punti in meno alle elezioni, lo scandalo morale per quella frase inquietante sulle minorenni, tutta la campagna elettorale trash di queste settimane, il ciarpame, le veline, tutto era solo un banale problema di linee del telefono interrotte? Un fax, un cellulare, un sms, una mail, una chat su fb, un piccione viaggiatore, niente. Veronica proprio, ci dice, non ha trovato altro mezzo per dire al marito Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio che la loro storia non andava, se non la cassetta della posta de La Repubblica. E oltretutto abbiamo frainteso. La verità del rapporto tra loro, noi non l'abbiamo neppure sfiorata. No: non abbiamo proprio capito un tubo. Ci spiegasse, la Veronica, una volta per tutte, questa verità. Siamo proprio curiosi, ora.
venerdì 12 giugno 2009
Veronica e questo suo bisogno di comunicare a mezzo stampa....
giovedì 11 giugno 2009
ELEZIONI
Indaffarata come ero, ho dimenticato di scrivere un piccolo commento al risultato elettorale, lo faccio ora in modo molto sintetico.
Per le elezioni Europee la coalizione di governo ha vinto ( il raffronto è con le precedenti europee) anche senza Storace e compagnia cantante, il Pd è crollato e le varie sinistre dai nomi fantasiosi ma dal simbolo univoco della falce e martello, sono state spazzate via dagli elettori. Idv cresce slassando il PD (contenti loro..).
Per le Provinciali la vittoria del Centro Destra è eclatante, le provincie conquistate a scapito del PD sono oltre 29 e occorre aspettare i ballottaggi per aggiornare questo numero.
Che volete che vi dica..... è andata alla grande! L'attacco dei giudici, Veronica, Noemi, il papi, le foto di Villa Certosa e Repubblica che ha inventato il quotidiano Beautiful non hanno prodotto nulla se non una dequalificazione della nostra immagine all'estero.
Gli italiani hanno capito e non hanno gradito.
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elezioni europee e provinciali 2009
Giusto adeguare gli stipendi al costo della vita nelle varie regioni
Bisogna sfuggire dal termine gabbie salariali. Ricorda un processo burocratico con il quale venivano centralisticamente definite le retribuzioni anche se in modo differenziato. Niente di più sbagliato in un mondo produttivo che è costretto a cambiare alla velocità della luce. Resta però il principio sacrosanto: allineare le retribuzioni all’effettivo costo della vita. Occorre rottamare per sempre quel nefasto principio per cui il salario è una variabile indipendente. Da tutto. Dagli utili della società come dal costo della vita. La Lega ha intuito per tempo questa discrasia e la cavalcherà. C’è da scommetterci. Così come ha fatto con il federalismo fiscale. Ma bisogna ricondurre il dibattito sui binari della razionalità economica. L’adeguamento degli stipendi al costo della vita, non ha la sua ragione d’essere principale nella penalizzazione di chi oggi è avvantaggiato da questo assurdo livellamento. Ecco alcune ragioni tutte economiche.
1. Rendere più territoriale il proprio stipendio porta con sé il vantaggio di depotenziare i contratti nazionali, ridicolizza la caratteristica tutta italiana di avere quasi cento diversi contratti di categoria. I contratti nazionali si potrebbero limitare a quattro-cinque macrocategorie (pubblico impiego, industria, servizi, commercio e artigiano, per esempio). In maniera tale da stabilire i fondamentali dettagli a livello territoriale e aziendale. Nel primo ambito valorizzando il diverso costo della vita. E nel secondo la diversa produttività tra azienda e azienda. Sì certo: più competizione e meno appiattimento.
2. Le burocrazie sindacali, sia dei lavoratori sia degli imprenditori, perderebbero quel potere di veto nazionali. Chi conta è chi è sul territorio. Chi si sporca le mani. Chi conosce le aziende e il costo della vita angolo per angolo. Il peso della grande impresa sarebbe subordinato alla realtà dell’Italia: che invece è fatta di milioni di piccole e medie.
3. Infine le aree più svantaggiate, a minor costo della vita, avrebbero stipendi più bassi. Per questa via esse potrebbero iniziare un cammino di sviluppo. Perché investire all’estero quando in casa si possono avere condizioni di lavoro favorevoli? Il caso romeno è significativo. Molti imprenditori hanno là impiantato le proprie industrie per godere del minor costo del lavoro. Ma proprio grazie a questo intervento l’asticella delle retribuzioni, oltre che il Pil, di quel Paese si è alzato. Insomma un modo di mercato per lo sviluppo del Sud. Altro che penalizzazione.
1. Rendere più territoriale il proprio stipendio porta con sé il vantaggio di depotenziare i contratti nazionali, ridicolizza la caratteristica tutta italiana di avere quasi cento diversi contratti di categoria. I contratti nazionali si potrebbero limitare a quattro-cinque macrocategorie (pubblico impiego, industria, servizi, commercio e artigiano, per esempio). In maniera tale da stabilire i fondamentali dettagli a livello territoriale e aziendale. Nel primo ambito valorizzando il diverso costo della vita. E nel secondo la diversa produttività tra azienda e azienda. Sì certo: più competizione e meno appiattimento.
2. Le burocrazie sindacali, sia dei lavoratori sia degli imprenditori, perderebbero quel potere di veto nazionali. Chi conta è chi è sul territorio. Chi si sporca le mani. Chi conosce le aziende e il costo della vita angolo per angolo. Il peso della grande impresa sarebbe subordinato alla realtà dell’Italia: che invece è fatta di milioni di piccole e medie.
3. Infine le aree più svantaggiate, a minor costo della vita, avrebbero stipendi più bassi. Per questa via esse potrebbero iniziare un cammino di sviluppo. Perché investire all’estero quando in casa si possono avere condizioni di lavoro favorevoli? Il caso romeno è significativo. Molti imprenditori hanno là impiantato le proprie industrie per godere del minor costo del lavoro. Ma proprio grazie a questo intervento l’asticella delle retribuzioni, oltre che il Pil, di quel Paese si è alzato. Insomma un modo di mercato per lo sviluppo del Sud. Altro che penalizzazione.
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La Torre Galfa, un grattacielo finito in soffitta
a questione dei grattacieli nella nostra città è una vicenda sempre tormentata, criticata e discussa. Gli ultimi fatti, come lo stop delle diverse parti alla costruzione di via Botticelli e l’abbandono dopo tanto chiasso del cantiere della Torre delle Arti in via Principe Eugenio, si sommano alla inconsueta situazione del quarto edificio per altezza nella storia di Milano di oggi: il grattacielo Torre Galfa. Così chiamato dalle iniziali delle due vie che lo affiancano, Galvani e Fara, rappresenta oggi uno dei vecchi protagonisti di quella Milano che, al fuori di ogni esibizione figurativa, esprimeva concetti di modernità e di appartenenza della città a una cultura internazionale, in una stagione irripetibile e allo stesso tempo un vero simbolo dell'evoluzione tecnologica applicata all'architettura.
Parte integrante di quel centro direzionale della capitale finanziaria italiana mai terminato, il Galfa fu ideato nel 1956 dall'architetto Melchiorre Bega e abitato nel 1959. Nacque come sede della Sarom e della B.P Italiana, ma nella metà degli anni Settanta passò alla Banca Popolare di Milano, che lo usò per circa 30 anni. Nel 2006 fu venduto ad una società e da allora risulta vuoto in attesa di una ristrutturazione. Un'opera architettonica non certo di secondo piano, se il grande Giò Ponti, che praticamente in contemporanea lavorava al Pirelli, così si espresse: «La Torre Galfa che con la sua altezza arricchisce lo spettacolo dell'architettura di Milano, là dove essa, nel quartiere direzionale, si rappresenta nella sua vitalità, costituisce una parte eminente di quella creazione ambientale i cui aspetti milanesi suscitano tanto interesse non solo in Europa».
La questione grattacieli non potrà che trovare un suo equilibrio e un suo volto definitivo non prima che tutte l'area di Porta Nuova sia terminata, anche se contraddizioni e polemiche tra città e architettura difficilmente si chiuderanno.
Parte integrante di quel centro direzionale della capitale finanziaria italiana mai terminato, il Galfa fu ideato nel 1956 dall'architetto Melchiorre Bega e abitato nel 1959. Nacque come sede della Sarom e della B.P Italiana, ma nella metà degli anni Settanta passò alla Banca Popolare di Milano, che lo usò per circa 30 anni. Nel 2006 fu venduto ad una società e da allora risulta vuoto in attesa di una ristrutturazione. Un'opera architettonica non certo di secondo piano, se il grande Giò Ponti, che praticamente in contemporanea lavorava al Pirelli, così si espresse: «La Torre Galfa che con la sua altezza arricchisce lo spettacolo dell'architettura di Milano, là dove essa, nel quartiere direzionale, si rappresenta nella sua vitalità, costituisce una parte eminente di quella creazione ambientale i cui aspetti milanesi suscitano tanto interesse non solo in Europa».
La questione grattacieli non potrà che trovare un suo equilibrio e un suo volto definitivo non prima che tutte l'area di Porta Nuova sia terminata, anche se contraddizioni e polemiche tra città e architettura difficilmente si chiuderanno.
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lunedì 8 giugno 2009
L' esultanza dei perdenti
Né può consolare il Pd il fatto che la sua caduta verticale si inserisca nella débâcle di tutta la sinistra europea. In molti Paesi, infatti, dalla Spagna all’Inghilterra, i partiti socialisti e laburisti erano al governo. E chi è al governo, si sa, durante le grandi crisi economiche paga un inevitabile scotto. Dovrebbe trarne vantaggio l’opposizione. Invece Franceschini, che sta all’opposizione, ha perso 7 punti percentuali. Che cosa ci sia da esultare, Dio solo lo sa. Comunque, contento lui.
D’altro canto, se saranno confermati i risultati delle proiezioni, è evidente che per il Pdl non si è trattato di un successo. Tutt’altro. Il voto andrà analizzato e bisognerà capire che cosa non ha funzionato. In prima battuta si è subito puntato l’indice sull’astensionismo al Sud. Può essere. Ma va anche detto che forse il partito non è stato così compatto come ci si sarebbe aspettati nel difendere il leader dall’aggressione che ha subito nell’ultimo mese. Soprattutto ha colpito il rumoroso silenzio con cui Fini, numero due del Pdl, ha assistito allo scempio della campagna elettorale. E forse è stato un errore anche porre l’asticella del successo oltre il 40 per cento, una percentuale possibile alle elezioni politiche, non alle europee, dove l’elettorato del centrodestra è tradizionalmente più tiepido.
Nonostante questo il risultato complessivo del centrodestra è tutt’altro che fallimentare. Il Pdl ottiene comunque più voti rispetto a quelli ottenuti da Forza Italia e An alle europee di cinque anni fa (erano al 32,5 per cento, ora sfiorerebbero il 36 per cento). Si tratta di un risultato significativo perché finora tutti i matrimoni fra i partiti, nel panorama politico italiano, non erano mai stati elettoralmente efficaci. I vari Asinelli e Tricicli hanno sempre preso meno voti rispetto alla somma delle singole formazioni che li componevano. Così sta succedendo anche al Pd. Il Pdl, invece, unisce Forza Italia e An e, rispetto al 2004, guadagna consensi.
Il Pdl, stando sempre alle proiezioni, perde qualcosa rispetto alle politiche del 2008. Neanche molto, se si pensa alle batoste che hanno subito negli altri Paesi europei i partiti di governo: sostanzialmente il giudizio degli italiani sulla gestione della crisi non è così funereo come certi gufi volevano far credere. Inoltre alla diminuzione di voti del Pdl fa riscontro la crescita della Lega: complessivamente la maggioranza tiene i suoi voti, e non è poco considerato tutto quello che è successo in questo anno.
Per il resto non c’è molto da dire: l’Udc veleggia intorno al 6 per cento; i radicali, nonostante il rush finale a suon di grida, lacrime e digiuni non sembrano in grado di fare il miracolo che li salverebbe dal malinconico addio a Bruxelles; la nostra sinistra in stile «addavenì baffone» scompare per sempre, oltre che dal Parlamento italiano, anche dal Parlamento europeo, a dimostrazione del fatto che moltiplicare i giornali finanziati dai contribuenti non serve a moltiplicare i voti. L’impressione è che, nonostante tutto, gli italiani confermino la scelta verso il bipolarismo.
Oggi arriveranno i dati definitivi delle europee e li si potranno combinare con i risultati delle amministrative. Allora il quadro sarà più chiaro. Ma fin d’ora è possibile dire che l’attacco a Berlusconi non è riuscito. Hanno cercato di colpirlo sul piano personale, hanno puntato diritto al cuore dell’uomo ancor prima che del politico, hanno usato tutti i mezzi leciti e illeciti, sollevando un polverone mefitico, che ci ha ammorbato per un mese. Non hanno esitato a immergere le loro menti, un tempo schizzinose nei bassifondi del cicaleggio da coiffeur, con tutto il rispetto per i coiffeur. E alla fine rimangono con quello che hanno seminato: il nulla. Il Pd s’è fatto trascinare da Repubblica e ha cavalcato disperatamente il gossip. E gli italiani hanno risposto mandandolo a quel País.
Mario Giordano
D’altro canto, se saranno confermati i risultati delle proiezioni, è evidente che per il Pdl non si è trattato di un successo. Tutt’altro. Il voto andrà analizzato e bisognerà capire che cosa non ha funzionato. In prima battuta si è subito puntato l’indice sull’astensionismo al Sud. Può essere. Ma va anche detto che forse il partito non è stato così compatto come ci si sarebbe aspettati nel difendere il leader dall’aggressione che ha subito nell’ultimo mese. Soprattutto ha colpito il rumoroso silenzio con cui Fini, numero due del Pdl, ha assistito allo scempio della campagna elettorale. E forse è stato un errore anche porre l’asticella del successo oltre il 40 per cento, una percentuale possibile alle elezioni politiche, non alle europee, dove l’elettorato del centrodestra è tradizionalmente più tiepido.
Nonostante questo il risultato complessivo del centrodestra è tutt’altro che fallimentare. Il Pdl ottiene comunque più voti rispetto a quelli ottenuti da Forza Italia e An alle europee di cinque anni fa (erano al 32,5 per cento, ora sfiorerebbero il 36 per cento). Si tratta di un risultato significativo perché finora tutti i matrimoni fra i partiti, nel panorama politico italiano, non erano mai stati elettoralmente efficaci. I vari Asinelli e Tricicli hanno sempre preso meno voti rispetto alla somma delle singole formazioni che li componevano. Così sta succedendo anche al Pd. Il Pdl, invece, unisce Forza Italia e An e, rispetto al 2004, guadagna consensi.
Il Pdl, stando sempre alle proiezioni, perde qualcosa rispetto alle politiche del 2008. Neanche molto, se si pensa alle batoste che hanno subito negli altri Paesi europei i partiti di governo: sostanzialmente il giudizio degli italiani sulla gestione della crisi non è così funereo come certi gufi volevano far credere. Inoltre alla diminuzione di voti del Pdl fa riscontro la crescita della Lega: complessivamente la maggioranza tiene i suoi voti, e non è poco considerato tutto quello che è successo in questo anno.
Per il resto non c’è molto da dire: l’Udc veleggia intorno al 6 per cento; i radicali, nonostante il rush finale a suon di grida, lacrime e digiuni non sembrano in grado di fare il miracolo che li salverebbe dal malinconico addio a Bruxelles; la nostra sinistra in stile «addavenì baffone» scompare per sempre, oltre che dal Parlamento italiano, anche dal Parlamento europeo, a dimostrazione del fatto che moltiplicare i giornali finanziati dai contribuenti non serve a moltiplicare i voti. L’impressione è che, nonostante tutto, gli italiani confermino la scelta verso il bipolarismo.
Oggi arriveranno i dati definitivi delle europee e li si potranno combinare con i risultati delle amministrative. Allora il quadro sarà più chiaro. Ma fin d’ora è possibile dire che l’attacco a Berlusconi non è riuscito. Hanno cercato di colpirlo sul piano personale, hanno puntato diritto al cuore dell’uomo ancor prima che del politico, hanno usato tutti i mezzi leciti e illeciti, sollevando un polverone mefitico, che ci ha ammorbato per un mese. Non hanno esitato a immergere le loro menti, un tempo schizzinose nei bassifondi del cicaleggio da coiffeur, con tutto il rispetto per i coiffeur. E alla fine rimangono con quello che hanno seminato: il nulla. Il Pd s’è fatto trascinare da Repubblica e ha cavalcato disperatamente il gossip. E gli italiani hanno risposto mandandolo a quel País.
Mario Giordano
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