giovedì 25 giugno 2009

Moralisti a senso unico

Ora molti parlano di «emergenza morale» nel nostro Paese. Ebbene: se di emergenza morale si tratta (e sottolineo: se) se non altro, nel nostro Paese non è cominciata ora. È cominciata già da un pezzo, come dimostrano i documenti che pubblichiamo oggi. Sinceramente, avremmo voluto evitarlo: rovistare nei boudoir a destra o a sinistra non è proprio il sogno che abbiamo coltivato quando da bambini giocavamo al piccolo giornalista. Ma tant’è. Ci hanno costretto, da settimane, a parlare soltanto di veline e prostitute, lettoni grandi e autoscatti nelle toilette. E sostengono che sia obbligatorio farlo perché uno scandalo così (ma così come?) non si era mai visto. Ci danno a intendere che, prima che arrivasse Berlusconi, fossero tutti casti e puri, piccoli emuli di santa Maria Goretti prestati alla politica, candidi e immacolati come la neve. Ci vogliono far credere che nei palazzi della politica circolassero soltanto tomi di Schopenhauer e saggi sull’amore platonico o sul pensiero di Carlo Marx.
Non è così. E ve lo dimostriamo. Ciò che raccontiamo oggi, infatti, succedeva ai tempi del governo D’Alema. Fra i protagonisti ci sono alcuni amici del Baffino, proprio quello che oggi va in giro a sollevare il mustacchio scandalizzato. Erano tutti esperti di Carlo Marx, s’intende, e probabilmente anche di amore platonico: non solo di quello, però. E infatti in questa storia c’è una maîtresse, ci sono squillo, ci sono incontri che si consumano non in case private (come è e resta Palazzo Grazioli) ma addirittura dentro i palazzi dell’istituzione. C’è, insomma, un’emergenza morale a luci rosse, molto rosse, con fatti certi e assai più gravi delle accuse scagliate finora contro Berlusconi. Telefonate hard comprese.
Leggete bene gli articoli di Gian Marco Chiocci e, in parallelo, di Stefano Zurlo. Da una parte abbiamo alcuni episodi (di ieri) non lievi e indiscutibilmente documentati; dall’altra una serie di polveroni sollevati oggi senza che nessuno chiarisca in modo accettabile where is the beef, dov’è la ciccia, cioè dov’è il problema, dov’è lo scandalo (dopo aver scoperto che a Cortina si fanno le feste e che a casa, alla sera, qualche volta capita di giocare a poker: ma guarda un po’...). E allora perché oggi tutti, a cominciare proprio dagli ex libertini, dagli ex cantori dell’amore libero e del sesso estremo, di fronte a poco si scoprono bacchettoni e strillano all’emergenza morale, mentre dieci anni fa di fronte a molto stavano rigorosamente zitti?
Converrete con noi che, se tutte le domande sono legittime, anche questa si può fare. Ed è per fare questa domanda, solo per questo, che pubblichiamo i documenti sulle escort del clan D’Alema. Vogliamo chiedere: come mai allora l’inchiesta fu rapidamente archiviata e nessuno volle sfruttare politicamente quei fatti che pure (lo ripetiamo) sono assai più clamorosi di quelli che da qualche settimana Repubblica sta brandendo come una clava contro Berlusconi? Perché quei documenti non finirono ai giornali? Perché, anche se molti sapevano, nessuno osò parlarne?
Qualche lettore dirà: perché le luci rosse, in quel caso, erano rosse prima di tutto politicamente. Può essere. Per rendersi conto della doppia morale della sinistra basta leggere l’incredibile intervista di Ezio Mauro all’Avvocato Agnelli ai tempi del sexygate di Clinton: com’era indignato l’attuale direttore di Repubblica dall’uso politico dello scandalo! Com’era nauseato dalle bassezze americane e sicuro che, da noi, tal punto di infamia non si sarebbe raggiunto mai! Invece è stato raggiunto. Anzi, di più: è stato proprio lui a raggiungerlo. Che cosa è successo nel frattempo? Semplice e drammatico insieme: come abbiamo scritto nei giorni scorsi è stato rotto un patto silenzioso e antico, quello per cui la lotta politica si fermava davanti alla camera da letto, rispettava la vita privata e non s’intrometteva nell’educazione dei figli altrui. La rottura di quel patto è la vera sciagura che stiamo vivendo, il vero scandalo che dobbiamo temere. Abbiamo l’impressione infatti (ma più che un’impressione è una certezza) che d’ora in avanti, immondizia dopo immondizia, sarà sempre più difficile liberarci da questo fetore. A noi non piace, al Paese fa male. E allora a chi giova tutto ciò? Chi l’ha voluto, risponda.
M.Giordano

giovedì 18 giugno 2009

I CORVI GELATI DA UN SORRISO

È la foto che li avvelena: Obama che sorride a Berlusconi, la mano che s’appoggia sulla spalla del premier. Poi la frase: «È bello vederti amico mio». L’amicizia destabilizza sempre chi è in malafede. Qui in Italia ce ne erano un sacco: tutti quelli che avevano previsto a priori il fallimento dell’incontro Obama-Berlusconi, tutti i portatori sani della convinzione di una nuova antipatia americana verso Roma, tutti i presunti conoscitori del presidente Usa, certi che ci avrebbe bastonati, criticati e allontanati.

Obama sorride, perché è più intelligente di loro. Obama saluta, parla e trova accordi. Berlusconi vince. Una pacca sulla spalla è il sole che distrugge i vampiri della diplomazia, livorosi al punto di augurare all’Italia una brutta figura, salvo poi fare marcia indietro a successo ottenuto. Sul carro, ancora. Sul carro come Paese e non come governo, perché non sia mai: il rispetto che ci ha riservato la Casa Bianca corrode le loro certezze. Chissà che cosa scriverà oggi l’Unità che ieri è stata in grado di relegare l’incontro a pagina 21: cronaca puntuale, dettagliata e informata, compreso il dettaglio della mezzora in più del colloquio. Poi questo titolo: «Caffè amaro per il premier». Perché mai? Così, per sport o per abitudine. Perché l’articolo non lo spiega. Ma i professionisti delle certezze a prescindere evidentemente avevano già titolato, perché per loro era ovvio e scontato che qualcosa sarebbe andato storto.

Loro comunque avevano anche sostenuto che l’incontro non ci sarebbe mai stato. Che abbiano raccontato il fatto, quindi, dev’essere stato già abbastanza duro. Chi non è riuscito a titolare a prescindere ha comunque trovato il modo per dire che ci siamo salvati. L’ha fatto Vittorio Zucconi su Repubblica: «È andata bene perché non è accaduto nulla che possa crearci imbarazzi». L’uomo e il giornale che hanno considerato epocale anche una pipì di Obama, adesso parlano di «non evento». Troppo duro ammettere, troppo difficile accettare. Così adesso tace Massimo D’Alema che poche ore prima dell’incontro aveva sostenuto che la visita di Berlusconi a Washington fosse arrivata tardi. Ma come? L’Italia è il secondo Paese europeo a essere ospitato alla Casa Bianca dalla nuova amministrazione. Prima c’è stata solo l’Inghilterra e non vorremo mica metterci in competizione con gli inglesi nei rapporti con gli Stati Uniti. Zitto anche Franceschini che, qualche mese fa, aveva previsto guai per l’Italia con Obama per colpa di alcune battute del premier. Muto Di Pietro che si è lamentato del fatto che Berlusconi abbia ospitato Gheddafi mentre gli altri avevano fatto gli onori di casa con Barack. L’Italia è andata a trovarlo, il che forse vale di più. Però non per tutti, non per chi non riesce a togliersi il pregiudizio e il preconcetto, non per chi non ce la fa ad accettare che il presidente che piace alla gente che piace, piace anche a Berlusconi e con il premier italiano va d’accordo. «Amico», dice. Amico fa salire l’ulcera a chi Obama ha cercato di vederlo alla Convention di Denver millantando affinità e comunanza di progetti e invece s’è ritrovato con un umiliante biglietto prestampato con la firma digitale di Barack.

Amico è più di alleato, ovvero l’altra parola usata dal presidente con Berlusconi. Questa Italia prende strette di mano, pacche, sorrisi, accordi e progetti e se li porta a Roma. Era già successo con Clinton, altro presidente amato in Europa: prima che la magistratura cambiasse le carte della partita, nel 1994 Berlusconi e Clinton si videro e si capirono. Poi è successo con George W. Bush. La verità è che l’Italia è amica degli Stati Uniti e lo è di più ogni volta che a tenere i rapporti è stato Berlusconi. A Washington l’hanno capito prima di quanto abbiamo fatto noi. Quando c’è stato l’unico momento di frizione tra noi e gli Usa dopo l’inizio della seconda Repubblica? Con Romano Prodi premier e Massimo D’Alema ministro degli Esteri entrato in rottura con Condoleezza Rice. Pregiudizio anche allora, pregiudizio sempre.

L’Italia flirtò troppo con Chavez all’Onu per cercare di smarcarsi dall’America. Non piaceva la politica militarista dell’amministrazione repubblicana e D’Alema ne andava orgoglioso: «C’è amicizia, ma abbiamo posizioni divergenti». Ci chiesero più militari in Afghanistan e la prima risposta fu un no. La stessa cosa che ci chiede Obama adesso ricevendo un sì, perché la differenza è che i democratici americani guardano al contenuto, quelli italiani alla convergenza preventiva e vagamente ideologica. Non c’è partita, non c’è neanche paragone. Ogni inquilino della Casa Bianca negli ultimi quindici anni ha voluto avere un buon rapporto con l’Italia di Berlusconi. Ci avevano raccontato di un Obama freddo e distaccato, l’abbiamo visto cordiale e interessato. Magari adesso funzionerà anche quello che per i profeti della sventura precotta era il punto debole del governo: l’ospitata di Gheddafi e l’amicizia con Putin. Obama è più intelligente di chi pensa di imitarlo in Italia: cerca mediatori. E trova amici.

lunedì 15 giugno 2009

BaLLOTTAGGIO A MILANO - un consiglio a Podestà

Il vantaggio di Guido Podestà è di 162.336 voti o, se preferite, di dieci punti percentuali. Niente male, davvero. Ma il 21 e 22 giugno (si vota di domenica e lunedì sino alle 15) occorre ritornare ai seggi, alle urne e riconfermare il sostegno al candidato della nuova Provincia. Occorre fare un nuovo piccolo sforzo per cambiare, per dare smalto all’amministrazione di via Vivaio. O, se lo ritenete, per ribadire il vostro voto a favore dell’inquilino uscente. Che, consiglia Riccardo Sarfatti, dovrebbe «imparare a parlare a tutte le classi» e, magari, darsela a gambe «dalle periferie che sono più conservatrice rispetto al mondo delle libere professioni». Suggerimenti da sinistra, da chi fu però sconfitto da Roberto Formigoni nel 2005. Sconfitta che nel 2006 toccò all’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante - pure lui sostenuto dalla sinistra - che dopo quella lezione non ha dubbi: «L’asso nella manica di Podestà sono i leader della coalizione che scendono in piazza con lui» e che disertano invece gli appuntamenti con Penati. Ma se Sarfatti non si sbilancia sul risultato, Ferrante scommette sulla vittoria di Podestà. E lo stesso fanno sia Sandro Antoniazzi che Ombretta Colli. Il primo - sfidò Gabriele Albertini nel 2001 - ammette che recuperare dieci punti è «un’impresa» e che Penati dovrebbe scendere tra la gente. La seconda, Ombretta Colli, non ha consigli da dare a Guido Podestà - «è uomo del fare e dell’agire, con esperienza in Europa - se non quello di «non tormentare gli elettori con l’appello al voto dell’ultimo minuto». Ma per cambiare Provincia bisogna spronare al voto.

venerdì 12 giugno 2009

Veronica e questo suo bisogno di comunicare a mezzo stampa....

Eccola là. La Veronica imbuca un'altra lettera. Stavolta, post-elezioni, la signora in rosa è più soft, moderata, neo romantica, tre metri sopra il cielo. Forse è perché chiede spazio al più equilibrato Corriere della Sera, anziché alla centrale del Pd, la Repubblica. O forse è mera questione di alimenti ed eredità. Fatto sta che con la sua nuova posta del cuore la signora Lario, in sostanza, ci dice che non abbiamo capito un tubo. La collezione Harmony, a questo punto, le fa un baffo. Per settimane ci siamo ammazzati a interpretare le sue parole, sulle minorenni, sul marito quasi malato, su Noemi e compagnia cantante. Lei è rimasta lì a guardarci, silente e sofferente, e ora -ora- ci dice che siamo storditi: non abbiamo nemmeno vagamente intuito il tumulto della sua vita sentimentale. Non abbiamo capito un tubo. Dircelo prima del voto, ovviamente, non l'è sovvenuto. Ecco le parole dolci della Veronica: «In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale. Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui. Certo è che l’ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia». E tutto questo cancan per una donna innamorata che fa fatica a comunicare con il coniuge? I due punti in meno alle elezioni, lo scandalo morale per quella frase inquietante sulle minorenni, tutta la campagna elettorale trash di queste settimane, il ciarpame, le veline, tutto era solo un banale problema di linee del telefono interrotte? Un fax, un cellulare, un sms, una mail, una chat su fb, un piccione viaggiatore, niente. Veronica proprio, ci dice, non ha trovato altro mezzo per dire al marito Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio che la loro storia non andava, se non la cassetta della posta de La Repubblica. E oltretutto abbiamo frainteso. La verità del rapporto tra loro, noi non l'abbiamo neppure sfiorata. No: non abbiamo proprio capito un tubo. Ci spiegasse, la Veronica, una volta per tutte, questa verità. Siamo proprio curiosi, ora.


giovedì 11 giugno 2009

ELEZIONI

Indaffarata come ero, ho dimenticato di scrivere un piccolo commento al risultato elettorale, lo faccio ora in modo molto sintetico.

Per le elezioni Europee la coalizione di governo ha vinto ( il raffronto è con le precedenti europee) anche senza Storace e compagnia cantante, il Pd è crollato e le varie sinistre dai nomi fantasiosi ma dal simbolo univoco della falce e martello, sono state spazzate via dagli elettori. Idv cresce slassando il PD (contenti loro..).

Per le Provinciali la vittoria del Centro Destra è eclatante, le provincie conquistate a scapito del PD sono oltre 29 e occorre aspettare i ballottaggi per aggiornare questo numero.

Che volete che vi dica..... è andata alla grande! L'attacco dei giudici, Veronica, Noemi, il papi, le foto di Villa Certosa e Repubblica che ha inventato il quotidiano Beautiful non hanno prodotto nulla se non una dequalificazione della nostra immagine all'estero.
Gli italiani hanno capito e non hanno gradito.

Giusto adeguare gli stipendi al costo della vita nelle varie regioni

Bisogna sfuggire dal termine gabbie salariali. Ricorda un processo burocratico con il quale venivano centralisticamente definite le retribuzioni anche se in modo differenziato. Niente di più sbagliato in un mondo produttivo che è costretto a cambiare alla velocità della luce. Resta però il principio sacrosanto: allineare le retribuzioni all’effettivo costo della vita. Occorre rottamare per sempre quel nefasto principio per cui il salario è una variabile indipendente. Da tutto. Dagli utili della società come dal costo della vita. La Lega ha intuito per tempo questa discrasia e la cavalcherà. C’è da scommetterci. Così come ha fatto con il federalismo fiscale. Ma bisogna ricondurre il dibattito sui binari della razionalità economica. L’adeguamento degli stipendi al costo della vita, non ha la sua ragione d’essere principale nella penalizzazione di chi oggi è avvantaggiato da questo assurdo livellamento. Ecco alcune ragioni tutte economiche.
1. Rendere più territoriale il proprio stipendio porta con sé il vantaggio di depotenziare i contratti nazionali, ridicolizza la caratteristica tutta italiana di avere quasi cento diversi contratti di categoria. I contratti nazionali si potrebbero limitare a quattro-cinque macrocategorie (pubblico impiego, industria, servizi, commercio e artigiano, per esempio). In maniera tale da stabilire i fondamentali dettagli a livello territoriale e aziendale. Nel primo ambito valorizzando il diverso costo della vita. E nel secondo la diversa produttività tra azienda e azienda. Sì certo: più competizione e meno appiattimento.
2. Le burocrazie sindacali, sia dei lavoratori sia degli imprenditori, perderebbero quel potere di veto nazionali. Chi conta è chi è sul territorio. Chi si sporca le mani. Chi conosce le aziende e il costo della vita angolo per angolo. Il peso della grande impresa sarebbe subordinato alla realtà dell’Italia: che invece è fatta di milioni di piccole e medie.
3. Infine le aree più svantaggiate, a minor costo della vita, avrebbero stipendi più bassi. Per questa via esse potrebbero iniziare un cammino di sviluppo. Perché investire all’estero quando in casa si possono avere condizioni di lavoro favorevoli? Il caso romeno è significativo. Molti imprenditori hanno là impiantato le proprie industrie per godere del minor costo del lavoro. Ma proprio grazie a questo intervento l’asticella delle retribuzioni, oltre che il Pil, di quel Paese si è alzato. Insomma un modo di mercato per lo sviluppo del Sud. Altro che penalizzazione.

La Torre Galfa, un grattacielo finito in soffitta

a questione dei grattacieli nella nostra città è una vicenda sempre tormentata, criticata e discussa. Gli ultimi fatti, come lo stop delle diverse parti alla costruzione di via Botticelli e l’abbandono dopo tanto chiasso del cantiere della Torre delle Arti in via Principe Eugenio, si sommano alla inconsueta situazione del quarto edificio per altezza nella storia di Milano di oggi: il grattacielo Torre Galfa. Così chiamato dalle iniziali delle due vie che lo affiancano, Galvani e Fara, rappresenta oggi uno dei vecchi protagonisti di quella Milano che, al fuori di ogni esibizione figurativa, esprimeva concetti di modernità e di appartenenza della città a una cultura internazionale, in una stagione irripetibile e allo stesso tempo un vero simbolo dell'evoluzione tecnologica applicata all'architettura.
Parte integrante di quel centro direzionale della capitale finanziaria italiana mai terminato, il Galfa fu ideato nel 1956 dall'architetto Melchiorre Bega e abitato nel 1959. Nacque come sede della Sarom e della B.P Italiana, ma nella metà degli anni Settanta passò alla Banca Popolare di Milano, che lo usò per circa 30 anni. Nel 2006 fu venduto ad una società e da allora risulta vuoto in attesa di una ristrutturazione. Un'opera architettonica non certo di secondo piano, se il grande Giò Ponti, che praticamente in contemporanea lavorava al Pirelli, così si espresse: «La Torre Galfa che con la sua altezza arricchisce lo spettacolo dell'architettura di Milano, là dove essa, nel quartiere direzionale, si rappresenta nella sua vitalità, costituisce una parte eminente di quella creazione ambientale i cui aspetti milanesi suscitano tanto interesse non solo in Europa».
La questione grattacieli non potrà che trovare un suo equilibrio e un suo volto definitivo non prima che tutte l'area di Porta Nuova sia terminata, anche se contraddizioni e polemiche tra città e architettura difficilmente si chiuderanno.

lunedì 8 giugno 2009

L' esultanza dei perdenti

Né può consolare il Pd il fatto che la sua caduta verticale si inserisca nella débâcle di tutta la sinistra europea. In molti Paesi, infatti, dalla Spagna all’Inghilterra, i partiti socialisti e laburisti erano al governo. E chi è al governo, si sa, durante le grandi crisi economiche paga un inevitabile scotto. Dovrebbe trarne vantaggio l’opposizione. Invece Franceschini, che sta all’opposizione, ha perso 7 punti percentuali. Che cosa ci sia da esultare, Dio solo lo sa. Comunque, contento lui.
D’altro canto, se saranno confermati i risultati delle proiezioni, è evidente che per il Pdl non si è trattato di un successo. Tutt’altro. Il voto andrà analizzato e bisognerà capire che cosa non ha funzionato. In prima battuta si è subito puntato l’indice sull’astensionismo al Sud. Può essere. Ma va anche detto che forse il partito non è stato così compatto come ci si sarebbe aspettati nel difendere il leader dall’aggressione che ha subito nell’ultimo mese. Soprattutto ha colpito il rumoroso silenzio con cui Fini, numero due del Pdl, ha assistito allo scempio della campagna elettorale. E forse è stato un errore anche porre l’asticella del successo oltre il 40 per cento, una percentuale possibile alle elezioni politiche, non alle europee, dove l’elettorato del centrodestra è tradizionalmente più tiepido.
Nonostante questo il risultato complessivo del centrodestra è tutt’altro che fallimentare. Il Pdl ottiene comunque più voti rispetto a quelli ottenuti da Forza Italia e An alle europee di cinque anni fa (erano al 32,5 per cento, ora sfiorerebbero il 36 per cento). Si tratta di un risultato significativo perché finora tutti i matrimoni fra i partiti, nel panorama politico italiano, non erano mai stati elettoralmente efficaci. I vari Asinelli e Tricicli hanno sempre preso meno voti rispetto alla somma delle singole formazioni che li componevano. Così sta succedendo anche al Pd. Il Pdl, invece, unisce Forza Italia e An e, rispetto al 2004, guadagna consensi.
Il Pdl, stando sempre alle proiezioni, perde qualcosa rispetto alle politiche del 2008. Neanche molto, se si pensa alle batoste che hanno subito negli altri Paesi europei i partiti di governo: sostanzialmente il giudizio degli italiani sulla gestione della crisi non è così funereo come certi gufi volevano far credere. Inoltre alla diminuzione di voti del Pdl fa riscontro la crescita della Lega: complessivamente la maggioranza tiene i suoi voti, e non è poco considerato tutto quello che è successo in questo anno.
Per il resto non c’è molto da dire: l’Udc veleggia intorno al 6 per cento; i radicali, nonostante il rush finale a suon di grida, lacrime e digiuni non sembrano in grado di fare il miracolo che li salverebbe dal malinconico addio a Bruxelles; la nostra sinistra in stile «addavenì baffone» scompare per sempre, oltre che dal Parlamento italiano, anche dal Parlamento europeo, a dimostrazione del fatto che moltiplicare i giornali finanziati dai contribuenti non serve a moltiplicare i voti. L’impressione è che, nonostante tutto, gli italiani confermino la scelta verso il bipolarismo.
Oggi arriveranno i dati definitivi delle europee e li si potranno combinare con i risultati delle amministrative. Allora il quadro sarà più chiaro. Ma fin d’ora è possibile dire che l’attacco a Berlusconi non è riuscito. Hanno cercato di colpirlo sul piano personale, hanno puntato diritto al cuore dell’uomo ancor prima che del politico, hanno usato tutti i mezzi leciti e illeciti, sollevando un polverone mefitico, che ci ha ammorbato per un mese. Non hanno esitato a immergere le loro menti, un tempo schizzinose nei bassifondi del cicaleggio da coiffeur, con tutto il rispetto per i coiffeur. E alla fine rimangono con quello che hanno seminato: il nulla. Il Pd s’è fatto trascinare da Repubblica e ha cavalcato disperatamente il gossip. E gli italiani hanno risposto mandandolo a quel País.
Mario Giordano

lunedì 1 giugno 2009

...e brava Veronica

Milano - Ci sono favole che non hanno un lieto fine. Sempre che, prima o poi, si decidano ad avere, finalmente, una fine. E ci sono anche favole che, per uno di quegli strani incantesimi alla rovescia, propongono, a volte, un’altra verità così amara e sorprendente da surclassare la più fantasiosa delle favole. La favola che non può più considerarsi solo e semplicemente una favola è quella di Veronica Lario e Silvio Berlusconi. Perché l’ultimo update della vicenda che ha visto intrecciarsi le loro esistenze, tra scaramucce, sorrisi e qualche lettera di troppo, aggiunge altro sale a un pasticcio già fin troppo sapido. È un’altra versione dei fatti, un’altra verità, distillata senza troppi giri di parole da una signora come Daniela Santanchè, in un’intervista al quotidiano Libero. Una donna, prim’ancora che un’ex deputata, che di solito sta dalla parte delle donne: «Veronica Lario da molto tempo ha un altro compagno al suo fianco. E vi do anche nome, cognome e professione. Si chiama Alberto Orlandi, ha 47 anni (in realtà 37, ndr), è capo del servizio di sicurezza di Villa Macherio. Veronica Lario con lui passa le giornate, condividendo sogni e progetti. Proprio come fa una coppia in perfetta sintonia».

Ci sono bombe a grappolo che fanno meno effetto. Lo sa bene l’ex deputata che ha appena azionato il detonatore della «sua» verità tutta ancora da approfondire, come è d’obbligo nelle storie ingarbugliate. Ma si sente in dovere di suffragare la sua uscita ardimentosa con motivazioni ben precise: «Vede, ho deciso di parlare a costo di andare incontro alle critiche più feroci, a cominciare da quelle di Berlusconi, perché non sopportavo più di aprire ogni mattina i giornali e di provare rabbia davanti a uno scandalo, costruito sulle falsità e sulla menzogna. Uno scandalo che avrebbe mandato in frantumi l’immagine del nostro Paese. Così, in nome della mia libertà, delle battaglie che ho sempre condotto per difendere la verità, e restituire dignità alle persone, mi sono detta: il nostro presidente non parla? Preferisce continuare a farsi infangare e a soffrire in silenzio? Allora parlo io e lo dico chiaramente che le cose stanno in modo diverso».

Che adesso spunti un’altra verità, quella dell’onorevole Santanchè, certo non può metterci di buon umore né può regalarci l’assoluta certezza di aver trovato finalmente «la verità». Basterebbe ripercorrere le pagine tormentate di giornali e diari intimi per naufragare nell’overdose di chiacchiere che si sono spese su Veronica e Silvio. Lei first lady, che preferisce starsene in disparte sempre e comunque, lui che, leader nato, e premier diventato, conduce, un po’ per temperamento e un po’ per obblighi istituzionali, la vita forzatamente sotto i riflettori. Una vita che viene puntualmente passata al lavaggio e al candeggio, che gli impedisce quasi di infilarsi in una toilette, per il più naturale di bisogni, così come di andare ad una innocua festa di compleanno o di stringere una mano in più, o di saltare sul predellino dell’auto, senza che tutto ciò venga maliziosamente registrato alla moviola.

Accade che un paio d’anni fa, stanca di starsene in disparte, first lady Veronica butta nell’oceano delle divagazioni, tanto care a certe stampa, una lettera in cui lamenta di sentirsi trascurata e accusa il marito di essere la quintessenza di uno zuzzurellone sciupafemmine. Il premier-marito si scusa pubblicamente, canta meglio di Gianni Morandi «Ritornerò in ginocchio da te» e, sotto una pioggia di rose, riconquista la moglie. Passa del tempo e Veronica Lario ha un altro sussulto. Anzi qualcosa di più di un sussulto. Riscrive ai soliti giornali, e parla del marito in termini non proprio elogiativi. Insinua che vada con le minorenni, che sia malato. Quella di Veronica è una sorta di entrata a gamba tesa, mentre si gioca la campagna elettorale, giusto per fargli pubblicamente male. «Con uno così - è la sintesi del pensiero della signora Lario - non si può più stare, quindi chiedo il Il marito-premier rimane come un pugile un po’ frastornato da un uppercut inatteso, poi, pian piano, reagisce. Ma reagisce prendendosela con certa parte politica e certi giornalisti da buco della serratura. Cercando di mettere al riparo moglie e figli da una faccenda rigorosamente dolorosa quanto privata. E i figli, tutti i suoi figli, invece di prendersela discretamente per quel trambusto in cui stona anche l’infelice frase di Franceschini sull’educazione impartita da Berlusconi ai suoi rampolli, fanno quadrato col padre. Forse la favola non è proprio una favola. E forse le vite dei protagonisti sono un po’ differenti da quanto sembra. Chissà, forse la lente di ingrandimento che ieri Daniela Santanchè ha messo sul tavolo può aiutare gli italiani, un po’ disorientati, a vedere da un’altra prospettiva questa surreale vicenda.

Perché Daniela Santanchè, che di battaglie per le donne ne ha condotte qualche centinaio, una che Silvio l’aveva bacchettato più e più volte, senza troppi giri di parole ha deciso di raccontare la sua verità? «Finiamola con questa pantomima. Siccome il premier aveva un segreto che non poteva svelare l’ho fatto io, perché la misura adesso è colma. Perché il gioco, e non solo il gioco politico, è truccato». L’Italia, anche quella più distratta dalle foto di Villa Certosa, rallenta il passo e tende l’orecchio per ascoltare l’onorevole. Sul fatto che il premier amareggiato abbia preferito tacere per tutto questo tempo, potremmo interrogarci e lanciarci nelle più ardite acrobazie della fantasia ma è ancora la Santanchè a proporci la sua interpretazione dei fatti: «Berlusconi ha accettato ciò che pochi uomini al giorno d’oggi se la sentirebbero di accettare e mandar giù. Pensi che cosa gli sarebbe costato divorziare, rifarsi una vita, trovarsi a sua volta un’altra compagna. Invece no. Ha preferito stringere i denti e andare avanti nella sua solitudine. Ha preferito pensare ai figli, ai nipoti. Ha messo davanti a tutto il bene della famiglia. Ha cercato di tenerla al riparo, la sua famiglia. Sempre. Con Veronica aveva fatto una sorta di patto per non mandare in frantumi il bene più prezioso. Ma Veronica...».
Gabriele Villa - iL GIORNALE