domenica 3 maggio 2009

Quando la coppia scoppia

E' di questa mattina la notizia, apparsa nuovamente da Repubblica, che Veronica Lario sarebbe in procinto di divorziare da Berlusconi.
La lettera riportata sul quotidiano di sinistra ribadisce la volontà di Lady Berlusconi di concretizzare un divorzio che avrebbe voluto chiedere da dieci anni, di non sopportare più gli atteggiamenti del marito e di sentirsi lesa nella sua dignità. Sembra che l'episodio scatenante sia quello delle candidature delle veline per le Europee... insomma una miscuglio squallido tra problemi di coppia e politica che non si sa quale reale scopo abbia. 
Qualche considerazione va fatta e non certo sulla vita privata della coppia ma su quello che è diventato pubblico, perchè Veronica così ha deciso nel momento in cui, ripetutamente, ha preso carta e penna e ha criticato il marito tramite le pagine di un quotidiano...

Veronica scrive di aver  avviato le pratiche per la separazione e desidera che tutto avvenga senza clamore : avrebbe già dovuto farlo da tempo, ma si smentisce nei fatti se usa Repubblica anche per questo annuncio.

Le beghe tra coniugi non dovrebbero essere portate in pubblico, se lo si fa si vogliono raggiungere alcuni scopi: screditare l'immagine pubblica del coniuge, passare per vittima, esercitare una sorta di pressione...per ottenere  magari qualche vantaggio  economico nell'annunciato prossimo divorzio

Lo spunto per questo ulteriore sfogo della signora è banalissimo, volutamente ingenuo. Perchè Veronica mischia la vita di coppia con la politica? Lei non può non sapere che in TUTTI i partiti ci sono candidature di dubbio gusto e di dubbia opportunità. Tutto ciò è riprovevole ma una candidatura non è una elezione automatica, gli italiani voteranno ed eleggeranno le persone che desiderano. La stessa Veronica proviene dal mondo dello spettacolo, e ora rinnega il suo passato assumendo un ruolo moralizzatore  che poco le si addice, se consideriamo anche  i vantaggi che ne ha tratto.

Non mi sembra che in tutto questo squallore sia importante chi dei due coniugi abbia richiesto per primo il divorzio... la cosa dolorosa è che il divorzio si faccia e non per un eventuale danno all'immagine pubblica di Berlusconi ma per la famiglia, d'altra parte se lei aveva in mente di divorziare da 10 anni, è proprio ora che lo faccia.

Veronica rinfaccia al premier di non essere mai intervenuto al diciottesimo compleanno dei figli, non possiamo saperlo, ma sarà certamente vero. Quello che però noi abbiamo visto con i nostri occhi  è un Berlusconi sofferente negli USA a farsi applicare il pacemaker accompagnato dalla figlia, un Berlusconi addolorato per la morte della madre accanto ai fratelli e senza la moglie.... senza contare poi le mancanze di Veronica nella vita pubblica.

In ogni modo  Berlusconi non avrà alcun danno di immagine perchè la gente è con lui e perchè sono stati in molti a non gradire le uscite poco di classe della moglie, ricordate Clinton? C'è una sola differenza tra i due, Clinton era stato colto sul fatto nella Sala Ovale ma aveva con se una gran donna, Silvio non è mai stato colto sul fatto, ha solo parlato molto e magari a sproposito, ma al suo fianco una gran donna non ce l'ha!

mercoledì 29 aprile 2009

Silvio ritira la legge su Salò, Pd in festa ma....

Silvio ritira la legge su Salò, Pd in festa
Il Parlamento è sovrano a intermittenza


Ma non era sovrano, questo Parlamento? Ma non era "Silvio dittatore" che cuce e disfa come gli pare? Non c'erano vesti strappate ogni volta che la maggioranza faceva quel che le pareva senza chiedere all'Aula? Eppure questa volta proprio Franceschini ha chiesto a Berlusconi: prego, tolga la legge su Salò. Ma le leggi non le facevano mica i parlamentari? Misteri del Pd. Il premier, da parte sua, non se l'è fatto ripetere due volte: non dev'essergli parso vero, questo invito all'autoritarismo servito dalla sinistra sul piatto d'argento. Detto fatto, la proposta di legge che il Parlamento avrebbe dovuto perlomeno discutere -dare o non dare un vitalizio a tutti quelli che hanno combattuto la Guerra, anche ai repubblichini- non c'è più. Il dibattito in Aula è saltato, e franceschini e il Pd apprlaudono beoti come a una loro vittoria. Non hanno capito. Il Cavaliere è stato al gioco, ultimamente fa così: spegne il cerino prima che prenda fuoco. Politicamente e strategicamente fine: chi può più dirgli niente? Franceschini provoca, lo invita in Abruzzo per il 25 aprile? E lui ci va, perché no. Franceschini chiede parole di pacificazione? Eccolgiele. Franceschini dice: e vabbè, troppo facile: ritiri una proposta di legge. Pronto. Che vuole di più, il Pd? Che senso ha di esistere, visto che il Cavaliere è così conciliante e non è più il Babau contro cui combattere? Resta il fatto che il Pd ha chiesto, e Silvio ha concesso, che il Parlamento stesse zitto. La legge nemmeno si discute: si ritira prima. Se questa è la democrazia che il Pd vuole...

Albina Perri

martedì 28 aprile 2009

Un convegno al CIRCOLO DELLA STAMPA per parlare della professione

Sabato 9 maggio si terrà in tutt'Italia la Giornata dell'informazione. L'iniziativa è stata varata dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti d'intesa con i Consigli regionali.

Sarà una giornata di riflessione e proposte su tematiche fondamentali e attuali della professione giornalistica, a partire dal progetto di riforma dello nostro Ordine, approvato all'unanimità lo scorso ottobre 2008 dal Consiglio nazionale riunito a Positano. L'Ordine dei giornalisti della Lombardia, per l'occasione, organizza al Circolo della Stampa (h. 10) un dibattito dal titolo "Una professione tra riforme e censure". La giornata dell'informazione diventa tanto più importante nel momento in cui si sta vivacemente discutendo, in tutto il Paese, del problema delle intercettazioni, della privacy in relazione a quanto concerne il lavoro dei cronisti nonché della Carta di Roma che prevede un Codice etico contro la xenofobia nei media e per il rispetto della dignità dei migranti. Durante il convegno ne parleremo con i giornalisti Alessandro Galimberti (Il Sole 24 Ore) che interverrà sul Disegno di legge per le intercettazioni, Marco Volpati (Ordine nazionale) che illustrerà il progetto di riforma dell'Ordine, Stefano Trasatti, tra i fondatori di Redattore sociale e l'avvocato Caterina Malavenda che parlerà di privacy e diritto di cronaca. Coordina il dibattito Letizia Gonzales, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia.

domenica 26 aprile 2009

PREMIO SYMBELMINE


Questo Blog ha ricevuto il premio SYMBELMINE, un riconoscimento per lo sforzo e il lavoro nell'attività giornalistica, ne sono molto felice e ringrazio gli organizzatori dell'iniziativa.
Lo dedico a tutti gli amici  che quotidianamente mi dimostrano il loro apprezzamento su Face Book poichè il blog viene ripreso nel mio spazio di "Personaggio Pubblico".
Grazie!
La regola del premio prevede che io indichi altri 7 bloggers a chi il premio potrà essere assegnato, lo farò quanto prima.
Manuela Valletti Ghezzi

25 APRILE: una festa di partito e gli italiani sono stufi

Ma del 25 aprile, poi, agli italiani interessa ancora qualcosa? Di questo sfoggio una tantum di valori resistenti, non sono pieni come dopo un'abbuffata? Il giornalista Giampaolo Pansa risponde che sì, gli italiani non ne possono più. "E' una festa di partito, cavalcata in maniera arrogante da tutte le sinistre. Una manifestazione in vetrina, un'adunata delle sinistre regressiste", dice intervistato da Rossano Salini su www.ilsussidiario.net. Vi riporponiamo parte del suo pensiero. 


Pansa, intorno a questa festa tutti gli anni si fa un gran parlare sui giornali: ma alla gente interessa ancora festeggiare il 25 aprile?

No, è una festa che non viene più sentita dalla gente, per il semplice motivo che ormai da anni è diventata, di fatto, una festa di partito. Questo è avvenuto un po’ per l’assenza dell’opinione pubblica di centrodestra; ma soprattutto ciò si è verificato a causa della cavalcata arrogante di tutte le sinistre. Ricordo invece che c’è stato un tempo in cui la cosa era vissuta in modo diverso. Nel 1945 io avevo dieci anni, e abitavo in una piccola città del Piemonte, Casalmonferrato: lì, allora, negli anni successivi si assisteva a una festa di tutti. Poi è cambiata radicalmente.

Che cosa in particolare è cambiato?

È diventata – soprattutto la manifestazione più in vetrina di tutte, cioè quella di Milano – un’adunata di tutte le sinistre che io chiamo “regressiste”, quelle più scaldate, che coprono di insulti chiunque parli dal palco e non appartenga al loro clan. Questo è accaduto a Pezzotta qualche anno fa; e soprattutto è successo a Letizia Moratti, colpevole di essere stata ministro con Berlusconi, che fu letteralmente cacciata dal corteo, nonostante si trovasse lì con suo padre Paolo Brichetto, un bravo partigiano della Brigata Franchi di Edgardo Sogno, poi finito a Dachau. Di fronte a questi episodi risulta evidente che sia diventata una festa senza senso. Ecco perché l’opinione pubblica diserta questi appuntamenti: non la sente come festa nazionale, perché connotata da un antifascismo autoritario, che esclude, anziché includere.

Lei ha scritto molti libri su queste vicende, e andando in giro per l’Italia a presentarli ha incontrato tanta gente che ha vissuto sulla propria pelle certe esperienze. Che tipo di umanità emerge in questi incontri?

Sì, in effetti incontro tantissima gente, ancora oggi. Già quando è uscito nel 2002 “I figli dell’aquila”, la storia di un ragazzo che aveva combattuto con la Repubblica sociale, avevo cominciato a ricevere molte lettere, di gente che sostanzialmente diceva: «meno male che c’è qualcuno che racconta l’altra parte della storia». Ma quello che più mi ha colpito – lo ricordo anche nel libro che uscirà a fine maggio per Rizzoli, dal titolo “Il revisionista” – è che con l’uscita del “Sangue dei vinti”, a ottobre 2003, ricevetti già prima di Natale più di duemila lettere, ancora dello stesso tono.

Non è dunque una parte marginale dell’Italia quella che aveva bisogno che qualcuno raccontasse l’altra parte della storia.

C’è stata – e c’è ancora oggi – un’Italia divisa, cui ci riferiamo quando parliamo di guerra civile. In mezzo c’era quella che Renzo De Felice chiamava la “zona grigia”, di cui per altro faceva parte anche la mia famiglia, fatta di gente che aspettava che finisse la guerra, sia quella dei bombardamenti che quella dei rastrellamenti. Ma c’era anche l’Italia che aveva combattuto con la Repubblica di Mussolini, e che è stata messa a tacere. Io non faccio altro che incontrare tutti i giorni, per strada, al bar, in treno, al ristorante, gente che mi ferma e mi ringrazia per aver dato voce a un’Italia che è stata costretta a stare zitta per sessant’anni.

Verrebbe da dire che sono più gli esclusi che hanno voglia di fare una festa…

In effetti questa Italia sarebbe disposta sì a fare una festa, che fosse una festa vera. Sarebbe cioè disposta a celebrare il 25 aprile come la data che segna la fine della guerra per tutti, anche per chi ha perso. Ma quando poi vede che è diventata la festa dei vincitori, e soprattutto di quelli più autoritari, allora conclude che è meglio stare a casa.

Ma è una cosa che riguarda solo le generazioni passate, o vede questo stesso sentimento anche nelle generazioni successive a quelle della guerra?

Be’, visto che gli anni passano, mi capita di incontrare qualcuno molto anziano, che è stato nella Repubblica sociale; ma nella maggior parte dei casi incontro i loro figli e nipoti, e nella loro memoria la guerra civile è ancora presente. Il silenzio imposto, obbligato, visto come una costrizione ingiusta, crea una rabbia che poi si estende a giri famigliari sempre più vasti. Magari anche gente che vota a sinistra, ma che non digerisce questa Italia dalla lingua tagliata, e che si ribella, seppur pacificamente, a che ci sia una parte della vicenda della nostra storia che debba essere cancellata.

Quando ha iniziato a scrivere su questi argomenti prevedeva che avrebbero riscosso tanto successo, e che avrebbero generato anche tante polemiche?

Io ho iniziato a scriverli quasi senza rendermi conto di quello che facevo; poi è andata crescendo la sensazione di aver preso una strada molto importante. Una strada che racconto in questo ultimo libro, “Il revisionista”: mi era stato chiesto di raccontare il mio percorso autobiografico, ma m’è sembrata una richiesta eccessiva. Non sono un personaggio così importante, e quindi, come si dice dalle mie parti, mi sono tenuto basso. Ho voluto raccontare come sono arrivato a scrivere questi libri, per dare voce a un’Italia costretta al silenzio, che in questo mi ha seguito. Pensare di essere i soli a rappresentare l’Italia, come fa la sinistra “regressista”, è una vera stupidaggine, perché poi la gente non ti crede, e non ti segue. Anche se poi Piazza del Duomo viene riempita, non cambia nulla: non è comunque una festa sentita.

Cosa ne pensa infine della scelta di Berlusconi di partecipare alle manifestazioni ma di non andare a Milano?

Ne ho parlato nel pezzo uscito sul Riformista martedì: un articolo tutto sommato banale, in cui non ho fatto altro che dire al presidente del Consiglio: prima di decidere di andare a Milano, bisogna che qualcuno le ricordi quello che è successo negli ultimi anni. E non ho nemmeno ricordato tutto: solo dopo aver mandato il pezzo infatti mi sono ricordato che c’erano state anche le nuove brigate rosse, che avevano sfilato con giganteschi cartelloni riportanti i nomi dei loro compagni in cella. E nessuno li ha cacciati dal corteo. Ora giustamente Berlusconi non andrà a Milano, ma andrà a Onna, paese distrutto dal terremoto, che fu anche teatro di una strage operata dai tedeschi in ritirata. Ha fatto bene a prendere questa decisione, e a non dare ascolto all’invito scioccamente arrogante di Franceschini. È stato questo il motivo per cui ho deciso di scrivere l’articolo: m’ha dato fastidio quell’arroganza nel dire: “vieni a Milano, che ti copro io”. Detto poi da uno che non è nemmeno in grado di coprire sé stesso.

(Rossano Salini)