giovedì 21 maggio 2009

Le società multietniche non esistono


Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura». Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini. La diversità delle culture costituisce la maggiore ricchezza della storia umana.
Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano.

martedì 19 maggio 2009

LA SINDROME DEL SOLISTA

Gianfranco Fini dice no «a leggi orientate da precetti di tipo religioso». Siccome le leggi le fa la maggioranza di governo, finisce per essere una dichiarazione contro il governo. D’accordo, va bene, ha un ruolo istituzionale, può accadere. Pochi giorni prima, però, Fini aveva criticato la mancanza di leggi a favore degli omosessuali. D’accordo, va bene, ma chi è che non le fa? La sua stessa maggioranza. Gira ancora a ritroso le pagine del calendario, e trovi una dichiarazione del presidente della Camera sul rimpatrio, sulla necessità di fare meno propaganda sul tema immigrazione. E chi è che farebbe questa propaganda? Ma la sua stessa maggioranza, anche stavolta. Così come quando Fini diceva che si spendevano parole irresponsabili sul Capo dello Stato, ce l’aveva proprio con il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. E non va nemmeno trascurato il fatto che tutti i giornali - nessuno escluso - abbiano indicato Fini come ispiratore della carica dei 101 parlamentari contro i nuovi articoli di legge che avrebbero introdotto la cosiddetta norma dei «medici spia». E forse nel conto andrebbe anche aggiunto, per onor di cronaca, che la famosa polemica sulle veline, è stata innescata da un editoriale di fuoco di una esponente della Fondazione Fare Futuro, diretta emanazione del presidente della Camera. Giusto, legittimo, per carità. Ma una riflessione, alla luce di tutti questi elementi si impone.
E così sorge un dubbio: che il presidente della Camera sia super partes, non solo è un bene, è anche auspicabile. Ma che il presidente della Camera diventi una sorta di «anti-leader» pronto a puntare l’indice accusatorio contro ogni provvedimento del suo stesso partito, e dello stesso schieramento che lo ha espresso, questo è singolare. Non abbiamo mai visto Pietro Ingrao o Nilde Iotti andare contro il Pci, nessuno ha mai sentito Giorgio Napolitano accusare da presidente della Camera l’Ulivo di Prodi. Quando Irene Pivetti ha rotto con la Lega ha lasciato Montecitorio e Pier Ferdinando Casini, negli anni in cui occupava la terza carica dello Stato, aveva delegato tutti i suoi poteri di segretario politico a Marco Follini, al punto di entrare in rotta con lui, a fine mandato. Ma esiste anche una prova contraria. Nel bel libro di Rodolfo Brancoli sul suicidio del governo Prodi si indica un punto cronologico ben preciso, come momento di inizio del processo di degrado della maggioranza. Il giorno in cui Fausto Bertinotti definì il leader del suo stesso schieramento «il più grande poeta morente». 
Il paradosso è dunque questo: da quando Fini è entrato nel Pdl, l’alleato più leale di Silvio Berlusconi si è trasformato in un giocatore che appare smarcato da ogni spirito di appartenenza. È giusto questo, oppure è sbagliato? È un bene o un male? Come minimo è curioso. Il livello di polemica si è alzato proprio quando avrebbe dovuto sopirsi, la conflittualità è sorta, proprio nel momento in cui sceglieva una casa comune. E questo è sicuramente sbagliato. Allo stesso tempo, un fenomeno altrettanto singolare fa sì che sempre dopo la nascita del Pdl la Lega abbia inaugurato una sorta di diplomazia separata, che è nata con la legge sul federalismo, ma che poi si è accentuata subito dopo, su un doppio registro: mani libere nel dialogo con la sinistra per portare a casa le cose che interessano al Carroccio, e posizioni radicali sui temi che Bossi considera sensibili, ignorando le difficoltà create alla maggioranza. 
Insomma, questo Pdl, che doveva nascere per unire, per ora sembra che abbia subito molte divisioni. Come se il modello non fosse più quello indicato da Silvio Berlusconi alla Fiera di Roma. Così, in mezzo a tanti dubbi, una cosa è certa: il discorso del Predellino aveva illuminato un’altra prospettiva. E se alcune uscite possono essere giustificate dal prossimo voto, altre ricordano un po’ troppo la sindrome Follini. No, il Pdl non è nato per questo.
da il Giornale

mercoledì 13 maggio 2009

La "Lusiroeula"

Iniziativa bellissima per chi vive a Milano e dintorni
Suggestiva passeggiata notturna alla riscoperta delle lucciole nel loro ambiente naturale e nel periodoo di massima luminescenza

Trovarsi in un parco urbano di notte e riscoprire un'antica emozione campestre.

Sabato 23 maggio 2009, dalle 21 alle 23 circa, riproporremo la tradizionale passeggiata (13.a edizione) 
per l'osservazione delle lucciole nella splendida cornice notturna del Parco delle Cave.

All'iniziativa collaboreranno l'Entomologa Isabella Ragazzi, il CFU, la Croce Verde Baggio, 
i Rangers d'Italia, le Guardie Ecologiche Volontarie (Gruppo 7 e Sede Centrale) e l'Unione Pescatori Aurora. 

Nelle passate edizioni la partecipazione è sempre stato molto alta, 
con più di mille persone entusiaste, tra cui centinaia di bambini.

Il ritrovo è previsto per le 21 circa in Via Cancano, angolo Via delle Forze Armate
Partenza alle 21 e 30, breve sosta all'imbarcadero della Cava Cabassi per il saluto alla cittadinanza 
e permettere all'Entomologa Isabella Ragazzi di illustrare le caratteristiche di questi simpatici insetti. 

Ripresa della camminata fino in Via Broggini costeggiando il lato ovest della Cava Cabassi
tra stupendi paesaggi di natura alla fioca luce del tramonto.

In Cava Aurora i partecipanti verranno suddivisi in gruppi di 50-60 persone 
guidati du un responsabile, esperto del territorio e munito di lanterna per il riconoscimento.

La Croce Verde, le Guardie Ecologiche ed i Rangers d'Italia cureranno nei minimi particolari l'aspetto sicurezza presidiando l'intero percorso, sia all'andata che al ritorno.

Nulla verrà lasciato al caso; nelle passate edizioni tutto si è svolto senza inconvenienti di sorta.

Itinerario: Cava Aurora, Cabina Elettrica, Bosco Cava Casati, Sentiero delle Due Costine, Aree Agricole, Marcita, Cascina Linterno.

L'arrivo in cascina è previsto per le 22,45 circa.
I partecipanti verranno poi riaccompagnati in Via Cancano percorrendo, in tutta sicurezza, la strada illuminata del prolungamento di Via Barocco.


Partecipazione libera. 

Ritrovo ore 21 in Via Cancano - Angolo Via delle Forze Armate.

MM1 “Bande Nere” (Autobus 67) - MM1 “Bisceglie” (Autobus 63)

Associazione “Amici Cascina Linterno” - Via F.lli Zoia, 194 - 20152 – Milano

info: 334 7381384 - www.cascinalinterno.it – amicilinterno@libero.it

martedì 12 maggio 2009

Pillola del giorno dopo anche alle minorenni?

E' accaduto in Spagna, mi viene solo da dire che è più facile dare una pillola che educare al sesso sicuro, sempre che  una minorenne debba fare sesso!

Madrid - La notizia farà discutere e creerà nuove tensioni fra il governo e la Chiesa cattolica. In Spagna la "pillola del giorno dopo" si potrà vendere liberamente nelle farmacie: non occorrerà più la ricetta del medico e tutte le donne, anche se minorenni, potranno acquistarla. L'ha annunciato il ministro spagnolo della Sanità Trinidad Jimenez. La pillola sarà in vendita libera in tutte le farmacie fra tre mesi. E' il tempo che impiegherà l’Agenzia spagnola del farmaco per includerla nel catalogo dei medicinali senza prescrizione.

Il programma Zapatero La misura è stata decisa dal governo socialista di José Luis Zapatero nell’ambito del programma di "salute sessuale" per la riduzione delle gravidanze indesiderate e degli aborti. Nel 2007 vi sono stati oltre 6.000 aborti fra le minori di 18 anni, di cui 500 di ragazze con meno di 15 anni, su un totale che ormai supera i 100.000 casi.

Urgenza "Le cifre ci dicono che abbiamo un problema da affrontare con urgenza", ha detto Jimenez. La ministra ha ricordato che finora le minori dovevano cercare la pillola nei centri di salute o pianificazione familiare (consultori) delle otto regioni (su 17) che la distribuivano in modo gratuito.

Metodo di emergenza In ogni caso, nelle intenzioni dell’esecutivo di Madrid, questo sistema "non deve trasformarsi in un metodo anticoncezionale abituale". "È un metodo di emergenza", ha ricordato la ministra, che ha sottolineato che gli studi condotti nei paesi dove questo farmaco già si vende senza ricetta "non si è trasformato in un sistema anticoncezionale come un altro".

Venti euro a confezione Anche per questo, la "pillola del giorno dopo" sarà fornita a 20 euro a confezione, hanno precisato le ministre. Quanto a eventuali problemi con i farmacisti, la ministra ha detto che "una volta autorizzata la vendita libera" del farmaco, "c’è un obbligo delle farmacie a renderlo disponibile: non crediamo che esista un problema di obiezione di coscienza perché è un metodo anticoncezionale e non abortivo". Una volta che lo zigote si è impiantato nell’utero infatti, la pillola non ha più effetto. 

lunedì 11 maggio 2009

QUELLE LEZIONI DEI MORALISTI (SENZA MORALE)

L’altro giorno, di buon mattino, mi è arrivato un sms di Giovanni Floris. Non gli era piaciuto un nostro articolo che metteva in fila le trasmissioni Tv dedicate, in una settimana, al divorzio di Berlusconi (l’Infedele di Lerner, Annozero di Santoro e, appunto, il suo Ballarò). Legittimamente rivendicava di aver avuto un atteggiamento diverso dagli altri. E per dirmelo, cominciava così: «Se aveste avuto un approccio serio...». Capito? Il solito sistema della sinistra che si sente moralmente e culturalmente superiore: non accettano una discussione alla pari. Se sei in disaccordo con loro, evidentemente, usi un approccio non serio. Sei un superficiale. Un venduto. Un mentecatto. Non si accontentano di difendere le loro ragioni: si sentono, ogni volta, in dovere di darti una lezione di etica. Magari intimandoti pure di fare l’esame di coscienza, come mi ha ordinato Gad Lerner nella lettera di qualche giorno fa. Proprio così: l’esame di coscienza. Manco fosse il mio confessore.
L’sms di Floris e la lettera di Lerner mi sono tornati in mente ieri leggendo l’editoriale domenical-liturgico di Eugenio Scalfari su Repubblica e ascoltando in Tv il nuovo leggenDario exploit di Franceschini. E ho pensato: possibile che siamo sempre allo stesso punto? La sinistra non riesce a togliersi di dosso quel vestito mentale che la porta a ritenersi migliore, sempre e comunque, di tutti gli altri. È quell’atteggiamento per cui se il Paese non li vota, evidentemente sbaglia il Paese. È quell’atteggiamento per cui non può esistere un avversario politico, perché chi sta contro di loro diventa immediatamente o un servo o un pericolo per la democrazia. È quel senso di superiorità che li ha trasformati nel simbolo dell’antipatia, come raccontava Luca Ricolfi in un fortunato saggio. Lo sanno che è un errore, lo sanno che è pericoloso. Eppure, niente da fare: non riescono a liberarsene. E così, mentre il mondo cambia, noi ci troviamo davanti sempre la stessa sinistra: quella del «senti chi parla», pronta ogni volta a salire sul pulpito per predicare bene, dimenticando che in sagrestia ha appena finito di razzolare assai male. 
È la sinistra di Marco Travaglio, che fa il giustiziere delle frequentazioni altrui e poi passa le vacanze con i favoreggiatori dei mafiosi. È la sinistra di Concita De Gregorio, che s’indigna per l’uso del corpo femminile dopo aver usato un fondoschiena per far pubblicità alla sua Unità (il fondoschiena non è corpo? O con la minigonna si gode di un lasciapassare speciale?). È la sinistra di Monica Guerritore, che interpreta tragicamente la donna tradita e anti-gossip dimenticando, da Gianni Agnelli a Roberto Zaccaria, una vita passata a sguazzare nei tradimenti e nei gossip. È la sinistra di Emma Bonino, che scordando di aver trascorso la sua esistenza a difendere sesso, droga e ogni eccesso, s’improvvisa sacerdotessa del Grande Ordine Bacchettone. La Bonino Bacchettona: ma vi pare? È come dire che Lucio Dalla si mettesse a scrivere un libro intitolato: «Noi, glabri...».
Ma li avete sentiti? Tutti così moralisti, eppure tutti così giù di morale. Hanno un coraggio da leoni. La faccia come il cucù. Capaci di accusare Berlusconi di portare le veline in Parlamento, senza ricordare che loro, in Parlamento, hanno portato Cicciolina. C’è una giovane e bella come la Madia candidata a sinistra? È il rinnovamento. E se la candida il centrodestra? È la mignottocrazia. Ma mi fate capire perché? Eppure è una settimana che ci danno lezioni di morale. Fanno i maestri di etica. E s’indignano, come Santoro, evidentemente preoccupato del fatto che le giovani donne candidate dal Pdl possano essere pessime europarlamentari. Si capisce, no? Una che è bella dev’essere per forza stupida. E sfaticata. E lui, allora? Sono andato a rivedere il bilancio della sua esperienza a Strasburgo: in diciotto mesi ha totalizzato due interventi in aula, due interrogazioni scritte, nessuna interrogazione orale, nessuna relazione al Parlamento e solo una proposta di risoluzione. Non è un po’ poco? Barbara Matera, seppur assai più graziosa di lui, secondo me saprà fare meglio. Ci vuol così poco.Fra l’altro don Michele, quand’era europarlamentare, poteva disporre di tre assistenti personali: due interrogazioni scritte, tre assistenti personali. Non è un po’ troppo? Considerando i 144mila euro di stipendio, rimborsi e benefit, che avrebbe detto Santoro di Annozero di Santoro europarlamentare? Come l’avrebbe infilzato? Altro che casta. E casto. Quando finì il suo mandato, rientrò in Tv con una trasmissione sul degrado di Napoli. E il sindaco Iervolino mi riuscì per la prima volta simpatica perché lo stroncò in modo feroce: «Sono sinceramente sdegnata che un ex parlamentare europeo, eletto a Napoli ma che dopo la sua elezione non si è fatto più vedere e non ha fatto nulla per la nostra città, non sappia fare altro che denigrarla». Avete inteso? Prendi i voti e scappa: Santoro a Napoli non si è mai fatto vedere. Si capisce, gli elettori sono guappi. Non vestono Armani, non sono chic. Magari, non sia mai, organizzano pure delle feste dalle parti di Casoria...
Adesso il nuovo idolo della sinistra moralmente chic è la principessina Beatrice Borromeo. E così dobbiamo sorbirci le lezioncine di etica e di buon giornalismo persino da lei, la fidanzatina di Pierre Casiraghi, che come è noto è arrivata alla Tv soltanto grazie alla sua oscura gavetta e ai meriti conquistati sul campo... Ma ci faccia il piacere. Del resto, però, come stupirsi? La Borromeo che scende dalla copertina di Chi e sale in cattedra contro il gossip, s’inserisce perfettamente nella storia culturale della sinistra moralista: è Vincenzo Visco che diventa fustigatore dei costumi dopo essere stato condannato per abuso edilizio; è Padoa-Schioppa che predica il rigore economico incassando un vitalizio di 11mila euro al mese (per appena 24 mesi di contributi versati); è l’avvocato Guido Rossi che scrive saggi contro l’avidità di denaro («radice di tutti i mali») dopo aver incassato 23 miliardi di vecchie lire con una sola parcella; è Adriano Celentano che va in Tv a dire che i palazzi di ringhiera sono molto belli, tacendo sul fatto che lui vive in una megavilla sul lago. Ed è Eugenio Scalfari, naturalmente, che ieri nel suo fondo domenicale, dopo aver dato del «figurante» al direttore del Corriere De Bortoli, del «servitore» all’onorevole Ghedini e degli «yes men» al resto del mondo, sostiene che in fondo Berlusconi è assai peggio di Mussolini, dal momento che quest’ultimo «non ha mai fatto ministro la Petacci». Perfetto, no? Uno che nel 1942 esaltava su «Roma fascista» il nazionalismo di Mussolini e nel 1972 si schierava con l’Urss, celebrando la superiorità del collettivismo sulle società liberali, è quello che ci vuole, no, per dare a tutti noi una bella lezione di democrazia...
Vedete? Passano i tempi, tutto cambia, le vedove Calabresi e Pinelli s’abbracciano, le pagine di storia si chiudono. Ma c’è una cosa da cui la sinistra non riesce a liberarsi: il complesso dei migliori. Che poi diventa devastante, soprattutto per il fatto che migliori non sono. Ma questo loro sentimento è un problema: come si fa a discutere, se all’inizio della discussione loro stabiliscono che chi non è d’accordo è poco serio? O servo? O un pericolo per la democrazia? Come farà questo Paese a diventare un Paese normale se la sinistra non butta a mare questo fardello di presunzione intellettuale, questo vizio di salire sul pulpito e dividere a suo piacimento che cos’è il bene e che cos’è il male? Come si fa? Mentre m’interrogavo su questi temi, ieri, mi è capitato fra le mani un bell’articolo di Luca Josi sul Riformista , che mi ha ricordato che questa abitudine del predicare bene e razzolare male, forse, è davvero inestirpabile. In effetti essa è congenita con la sinistra. Sta nelle sue radici. Nella sua origine. In origine, infatti, c'era Marx. E voi sapete che Marx, simbolo dei lavoratori che non lavorò mai un giorno, difendeva le ragioni del proletariato ma si faceva mantenere dalla moglie aristocratica, godendone tutti i privilegi di tipo feudale. Un giorno gli recapitarono in omaggio una domestica. E lui, campione della lotta contro lo sfruttamento, lui che chiamava tutti a liberarsi dall'oppressione, che cosa fece? Si prese la domestica a servizio. La umiliò. E alla prima distrazione della moglie, la mise pure incinta. Poi chiese a Engels di mantenerla e di far finta, davanti a tutti, di essere lui il papà.

GIORDANO - IL GIORNALE