venerdì 5 novembre 2010
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lunedì 1 novembre 2010
Anche la morte è degna di essere vissuta
Domani si ricordano i defunti, vorrei farlo anch'io e in modo diverso dal solito. Riprendo il bellissimo articolo di Marcello Veneziani apparso oggi su Il Giornale perchè parla di una certezza, quella di ritrovare le persone che ci hanno lasciato.
So che è così, l'ho sempre saputo. Ho la certezza di ritrovare il mio papà al quale voglio un mondo di bene, le mie care nonne e anche la mia Rhoda, la cagnolona che ho perso cinque anni fa. Mio padre mi diceva sempre che quando aveva perso la sua mamma aveva provato un senso di grande solitudine e si era sentito il prossimo della lista... anch'io ho provato la stessa cosa quando lui se ne è andato. So che la sua mamma lo è venuto a prendere quando è stato il suo momento e sono certa che quando sarà il mio momento lui mi tenderà la mano per fare il grande passo. E' una questione d' amore, un amore grande che ci lega oltre la vita.
La morte non mi fa paura, ha la stessa valenza della vita, è una porta verso un mondo migliore.
Manuela Valletti Ghezzi
"Vengono a prenderci i nostri cari quando è l’ora di morire.
Scusate l’irruzione violenta di un tabù, anzi del Tabù, in un luogo improprio. Ma vorrei parlarvi di un tema proibito e indecente che non si addice a un articolo di quotidiano, anche se in America Clint Eastwood ne ha fatto ora un film, Aldilà (Hereafter). Quel tema è il massimo dell’attualità, anche perché oggi è la vigilia del giorno dei morti, ed è il massimo dell’inattualità, perché non narra di bunga bunga o Pm, ma di qualcosa che ci tocca in modo essenziale.
Dunque, dicevo, vengono a prenderci i nostri cari quando è l’ora di morire. La solitudine del morente è solo apparente e riguarda il mondo dei viventi. Quando la vita sta per abbandonarci, il più caro tra i nostri cari scomparsi viene a prelevarci per il passaggio all’altra riva, come succedeva da bambini quando uscivamo da scuola. Ci aspetta sulla soglia, nella luce, invitante nello sguardo, a volte tende la mano e il morente lo chiama stupito ad alta voce, ha desiderio di combaciare all’invito, qualcosa lo trattiene al di qua della soglia, fino a che si libera e procede verso il suo accompagnatore definitivo. Tanti lo sanno, attraverso l’esperienza indiretta dei loro cari, ma raramente questa strana incursione finale si affaccia nei pubblici discorsi. Il pudore che avevamo sul sesso si è trasferito sulla morte, abbiamo vergogna a denudare queste conoscenze e le esperienze del dolore; abbiamo vergogna della morte. E temiamo di passare per superstiziosi primitivi, in cerca di consolazioni puerili; piccole stregonerie kitsch che non si addicono alla ragione civile e moderna. Eppure è un pensiero dolce e assai confortante che promette un ritorno, una ricongiunzione nella luce. Le rare esperienze di passaggio a cui ho assistito e le altre che mi sono state riferite confermano tutte questo percorso: quando il morente è alla fine, la persona più amata che ha perso in vita - solitamente il padre, la madre, la moglie - gli riappare e lo conduce oltre. Anche persone che ignoravano la ricorrenza di questa visione finale la riferiscono con disarmante puntualità ma spesso con disattenzione, come un marginale dettaglio. E invece quella testimonianza è importante per noi perché ci dice una cosa straordinaria. Non si muore soli, al buio, nella cecità estrema della vita, ma mediante una visione, una fonte di luce e si va via in compagnia.
Quell’esperienza elementare, così diffusa e così vera perché non si ha voglia di fingere in punto di morte, racconta il destino della nostra vita più di teorie scientifiche, mediche o psicofisiche. La spiegazione scientifica di quella visione è che il pathos delirante dell’agonia porta all’allucinazione; la concentrazione sulla vita che se ne va, evoca il trauma di quando morì la persona più cara e risveglia il suo ricordo onirico in uno stato di semilucidità che ha le sembianze della veggenza. Ma è una spiegazione che nulla spiega, o comunque spiega in modo insufficiente i moti dell’anima, le visioni della mente e la meticolosa ricorrenza di questi incontri finali.
La prima osservazione che si può fare riguarda la curvatura del tempo, ovvero la riemersione del passato insieme al futuro. Il tempo si curva e ciò che fu, ritorna; la sequenza lineare del tempo profano si sfalda nella pienezza assoluta di un istante apicale, ove tutto è presente. Al morente è data in extremis questa veggenza profetica della vita e questa visione sferica del tempo, preludio di uno stato ultraterreno o combustione finale del tempo al momento del congedo.La seconda, promettente osservazione è che chi è scomparso non è inghiottito nel nulla e nel buco senza fondo del tempo passato, ma vive come un’idea (l’eidos di Origene); è presente alla vita dei suoi cari ed è vicino nei loro passaggi cruciali. Qualcosa sopravvive alla vita, e chi ama porta dentro di sé la presenza dell'amato: l’amore è il suo respiro, amare è come dire tu vivi anche se non sei più qui, nel corpo e sulla terra.
La terza implicazione discende dalla precedente: la trasmissione di padre in figlio, il seme della tradizione, non è un’ideologia o un’illusione, ma è un evento reale e simbolico al tempo stesso, naturale e soprannaturale. C’è un passaggio di consegne, una catena che si rinnova, un procedere mano nella mano oltre la vita e tramite il corso delle generazioni. L’amore non è un modo di dire che accompagna alcuni momenti della vita, ma è il filo conduttore tenace e sommerso che guida la vita e non ne permette la dispersione. Dovremmo invertire i saluti, dirci addio quando ci allontaniamo provvisoriamente e arrivederci quando ci allontaniamo definitivamente. Di più non sappiamo dire; però davanti alla disperata euforia dei nostri giorni, dove l’essere sparisce nel nulla ma si gode la vita al consumo, una strana allegria ci prende nel sapere che la morte restituisce la vita attraverso l’amore. C’è qualcosa, c’è qualcuno che rende non solo la vita degna di essere vissuta ma perfino la morte. Come l’estate di san Martino, c’è pure l’estrema allegria del 2 novembre."
Marcello Veneziani, IL GIORNALE
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domenica 17 ottobre 2010
Sarah e le famiglie perfette di tutti noi
Torno a parlare di Sarah, una bambina di 15 anni vittima di quella che considerava una famiglia così perfetta da volerne addirittura farne a tutti gli effetti, quella dello zio Michele e della cugina Sabrina, i suoi carnefici.
L'orrore si aggiunge all'orrore, il dolore al dolore. Sarah non c'è più e la sua morte ha portato allo scoperto le ipocrisie e gli odi presenti nella sua famiglia, ma in quante famiglie che conosciamo ci si ammanta di un perbenismo di facciata e si nascondono tensioni così forti da tradursi poi in atti abberranti o in vera e propria violenza ? Tante, davvero tante. Di alcune conosceremo l'esistenza quando accadrà un altro fatto come quello di Avetrana, di altre forse continueremo a vedere solo la veste migliore fino a che un dolore, una malattia o una disgrazia non le metterà alla prova facendone saltare i precari equilibri.
Quante volte abbiamo sentito dire ai vicini di una di queste famiglie ..."sembrava una famiglia modello".. oppure .."non ci eravamo accorti di come fossero queste persone"...? Tante. Tantissime.
Ieri ho ascoltato con interesse uno psicologo, uno dei molti che in questi giorni ha analizzato i fatti di Avetrana e una sua frase mi ha particolarmente colpito ed è questa: "molte volte all'interno di un nucleo famigliare non si vogliono vedere alcuni comportamenti, e non li si vogliono vedere per autodifesa, perchè farebbe troppo male doverne prendere atto, perchè prendendone atto si sarebbe costretti a cambiare tutta la propria vita....."
E' una frase che ritengo profondamente vera perchè capita spesso anche ad ognuno di noi che per paura di perdere degli affetti reali o presunti, o per timore di cambiamenti drastici nelle proprie relazioni, si sia inclini ad essere accondiscendenti, a giustificare, ad andare avanti anche se si è profondamente infelici e se ci si rende conto che gli affetti a cui ci si aggrappa non sono sinceri o forse sinceri non lo sono stati mai.Ogni tipo di rapporto familiare può essere soggetto a questo stato di "coma indotto", quello tra figli e genitori, tra fratelli e sorelle, tra marito e moglie.
Forse ora, davanti all'ennesimo caso di violenza famigliare, potremmo trovare tutti il coraggio di guardare anche in casa nostra, di analizzare i nostri sentimenti e magari di cambiare la nostra vita, cominciamo a parlare con chi con il suo comportamento ci fa star male e poi se non troviamo vie d'uscita tagliamo drasticamente quei rami secchi che condizionano la nostra vita negativamente. Ricordiamoci che anche in famiglia possono esserci persone cattive, persone che noi abbiamo il dovere di allontanare per evitare che ci facciano ancora soffrire.
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martedì 12 ottobre 2010
La battaglia per l'informazione libera ora parte da Destra
Quella intrapresa da quotidiano Il Giornale e forse in ugual misura dal quotidiano Libero è una partita senza esclusione di colpi per la libertà di informazione. Il Giornale dopo la pubblicazione, contestata, di articoli ampiamente documentati sulle vicende monegasche del Presidente della Camera è stato preso di mira dalla stampa di Sinistra e da varie Procure, gli si imputa di aver messo in atto una vera e propria persecuzione nei confronti di Gianfranco Fini, ma se stiamo ai fatti, constatiamo che in altre circostanze che vedevano bersagliato il Premier Silvio Berlusconi da Repubblica e senza la stessa dovizia di particolari attendibili, era il Premier ad essere accusato di reticenza e dopo una sua denuncia a Repubblica le accuse contro di lui si erano fatte molto molto pesanti.
Naturalmente salta all'occhio il comportamento schizzoide di chi tutela sempre e solo i suoi diritti, ignorando completamente i diritti degli altri.
Ora in questo guazzabuglio ci si è infilata tutta intera la Presidente di Confindustria Marcegaglia. Non si è capito se sia stata lei a fare un esposto contro Il Giornale da cui, a suo dire, si sentirebbe minacciata o se sia un noto PM della cause perse ad aver imbastito tutta la questione con il fine ultimo di ostacolare proprio il quotidiano milanese.
Fatto sta che Il Giornale non si è lasciato intimidire ed è passato al contrattacco querelando a sua volta e menando fendenti a destra e a manca.
Posso immaginare che dietro tutto questo ci sia un tentativo di azzoppare l'informazione di destra in prossimità di probabili elezioni politiche anticipate, poichè l'altro giornale nel mirino è Libero e il suo direttore Belpietro, addirittura oggetto di un attentato.
Mi preme asserire con forza che da giornali come Libero e Il Giornale emerge finalmente nel nostro Paese un giornalismo di inchiesta che fa certamente bene ai cittadini, un giornalismo irriverente con i poteri forti di cui si sentiva la mancanza da tanti anni. Sappiamo tutti che i giornali hanno padri e padroni, ma a questi editori ci vuole anche il coraggio di ribellarsi e mi auguro quindi che altri giornali di sinistra lo facciano e con coraggio. Ne avranno un grande beneficio l'informazione e i cittadini.
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sabato 9 ottobre 2010
Sarah e il lupo cattivo che è nella società
La piccola Sarah se ne è andata quel 26 agosto e a nulla è valso il sacrificio della sua mamma che per tutto questo periodo si è sottoposta ad una esposizione mediatica senza precedenti per tenere desta l'attenzione su di lei, per cercare testimonianze che aiutassero a trovarla, per non farla dimenticare. Purtroppo la mamma di Sarah avrebbe dovuto guardare più vicino a lei o avrebbe dovuto dare più peso a quanto le raccontava Sarah , a quei 5 euro che il lupo cattivo le regalava ogni tanto e porsi qualche domanda.. Ma si sà, spesso le persone non vedono ciò che non vogliono vedere, accade in molte famiglie. Mogli che non vedono i mariti abusare dei figli, genitori che non vedono i figli fatti e strafatti di droga e alcool...è come se la famiglia, la bella famiglia all'italiana si fosse ripiegata su se stessa nel tentativo di autodistruggersi. Non è più un luogo di ascolto e di aiuto reciproco... non c'è tempo per ascoltare, non c'è tempo per dare consigli e per aprire le braccia e accogliersi vicendevolmente. E' questo egoismo intriso di indifferenza per tutto e tutti il male oscuro della nostra società quello che genera la solitudine dei ragazzi e degli anziani e che induce le giovani mamme a far morire i propri figli e i figli ad ammazzare i genitori in una tragica catena di violenza senza fine.
Sarah ha incontrato il suo lupo cattivo ed è volata via, ma il giorno prima era morto un bimbo strangolato dalla sua mamma e il giorno dopo un papà ha fatto strage della sua famiglia e in un ospedale una donna è morta per malasanità. Non si può liquidare tutto come si trattasse solo di cronaca nera, mi corre l'obbligo di tentare una analisi e, per gli anni che ho, tentare di ricordare almeno da dove è iniziato questo scempio.
Correva l'anno 1968, è una data ormai molto lontana nel tempo, ma quell'anno ha segnato in qualche modo la rivolta contro la società di allora, contro la scuola di allora, contro ogni e qualsivoglia simbolo che indicasse un ordine costituito... e da allora cadde ogni freno inibitore, gli studenti ottennero il 6 politico e il permissivismo regnò sovrano... se facciamo quattro calcoli possiamo facilmente constatare che la classe dirigente di oggi è figlia di quel 1968, lo sono i manager, lo sono gli insegnanti, lo sono i medici e lo sono i magistrati. Per recuperare valori e principi proviamo allora a mettere una bella marcia indietro e a riprendere da dove eravamo rimasti, insomma a tornare indietro per andare avanti. Forse riusciremo a farcela.
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