mercoledì 9 febbraio 2011

LA PORCATA FINALE

Messaggini, tele­fonate, confi­denze: il gran­de fratello del­le procure, che ha punta­to il suo orecchio su chiunque avesse a che fa­re con Berlusconi, sforna nuovo materiale appeti­toso per guardoni. La cre­pa aperta dai pm di Mila­n­o sta diventando una vo­ragine e adesso si capisce perché la giustizia non funziona: buona parte dei magistrati italiani è da mesi impegnata a spia­re nella vita privata del premier e dei politici, spe­rando di trovare qualche cosa di piccante, se poi non è reato pazienza per­ché l’obiettivo è scredita­re, infangare. Ogni gior­no ha la sua novità, e le ul­time arrivano dalla Procu­ra di Napoli che non vuo­le rimanere indietro nel­l­a corsa all’ammazza Ber­lusconi. Migliaia di inter­cettazioni stanno per es­sere riversate nelle reda­zioni dei giornali, deliri di ragazze in alcuni casi anche probabilmente, o meglio evidentemente, in stato confusionale. Tutto questo è il segno che ormai siamo allo scontro finale. Tanto che la Procura di Milano ha deciso di forzare la mano al diritto e al buon senso chiedendo il processo im­mediato per Berlusconi non soltanto per l’ipotesi di concussione (la telefo­nata in questura sul caso Ruby) ma anche per lo sfruttamento della prosti­tuzione minorile (caso Ruby). Si dà il caso che il rito immediato si usi quando le prove sono schiaccianti, talmente evidenti da saltare la fase istruttoria del processo. Come si fa a ritenere «cer­ti » due reati nei quali le presunte vittime (il fun­zionario della questura e la ragazza) negano di es­sere tali? Non è questo sufficiente a dimostrare quanto meno un dubbio sulla fondatezza dell’ac­cusa? Lo sarebbe per qualsiasi caso, non lo è se di mezzo c’è Silvio Berlu­sconi. Per il premier la legge non si applica, si interpre­ta, e guarda caso sempre a favore dell’accusa. Co­sì, decaduto il legittimo impedimento, a marzo ri­prenderà anche il proces­so Mills (presunta corru­zione) nonostante la pras­si voglia che s­e il presiden­te della corte viene trasfe­rito ( come nel caso in que­stione) il dibattimento debba riprendere dall’ini­zio. Se la situazione non fos­se tragica, perché in gio­co ci sono le elementari li­bertà personali, il mo­mento si potrebbe defini­re comico. Ieri l’opposi­zione ha chiesto di poter ascoltare in Parlamento la giovane Ruby (forse vo­gliono sapere dettagli sui suoi gusti sessuali), e il sindacato delle prostitu­te ha annunciato che scenderà in piazza dome­nica c­ontro la strumenta­lizzazione che la politica sta facendo della profes­sione. Insomma è tutto un bordello, per di più ge­stito e orchestrato da una manica di moralisti pub­blici dalla dubbia morali­tà privata. Contro i quali Giuliano Ferrara, diretto­re del Foglio, ha chiama­to a raccolta per sabato a Milano il popolo degli uo­mini liberi. L’appunta­mento è al teatro Dal Ver­me al motto di: «In mutan­de ma vivi ». Noi non man­cheremo.
A. Sallusti - Il giornale

mercoledì 2 febbraio 2011

Dal ricordo alla triste realtà di oggi

Si vanno spegnendo gli echi della Giornata della Memoria e ognuno di noi ritorna alla realtà di tutti i giorni. E' stato commovente ricordare il sacrificio e la sofferenza di tante persone deportate nei lager nazisti, lo è stato tanto anche per me che ho ricordato mio padre in diversi Istituti superiori di Milano.
Tutta questa gente che cosa direbbe se vedesse ora il nostro Paese? Forse si domanderebbe per chi e per che cosa ha tanto sofferto. Non è certo questa la nazione per la quale si sono battuti, non è certo questa la classe politica che avrebbero voluto avere.
Mi sono posta questa domanda mentre guardavo negli occhi tanti ragazzi attenti e commossi, mentre rispondevo alle loro domande e quando con tanta emozione sono venuti a salutarmi. I giovani sono sani, hanno diritto di vivere in un Paese migliore di questo e la nostra Italia è una nazione da ricostruire dalle sue fondamenta.
Non voglio fare la predica a nessuno, probabilmente tutti noi adulti  abbiamo sbagliato, forse però tutti noi siamo ancora in tempo a rimediare, basterebbe imparare dai nostri vecchi e riscoprirne la fede, l'amore per la patria, i valori che li hanno animati per tutta la vita. Non è troppo tardi, non può essere troppo tardi!

giovedì 27 gennaio 2011

L'On. Walter Veltroni nella Giornata della Memoria ricorda Ferdinando Valletti e le vittime della Shoà

Nella "Giornata della Memoria" abbiamo chiesto all'On. Walter Veltroni di commemorare le tante vittime della barbarie nazifascista che vide perire milioni di innocenti durante il secondo conflitto mondiale. Fra i tanti che si distinsero per atti di eroismo ed umanità Walter Veltroni ricorda la figura di Ferdinando Valletti, ex calciatore del Milan e deportato nel campo di sterminio di Muthausen.
scritto per noi 
dall'On. Walter Veltroni

La vicenda umana di Ferdinando Valletti, così come affettuosamente ce la racconta la figlia Manuela, è quella di un eroe antieroe, prezioso per quello che ha fatto e per come lo ha fatto, per la semplicità dei suoi gesti di solidarietà e per l’impegno proseguito tutta la sua vita per non dimenticare. E’ bello che La Perfetta Letizia abbia deciso di ricordare il Giorno della Memoria e lo faccia con questa testimonianza semplice e toccante.
Perché ho definito Valletti un eroe-antieroe? Per mille motivi: è un ragazzo come tanti, un operaio e un calciatore (una cosa come questa oggi sembra impossibile, ma che sapore doveva avere quel calcio così lontano dai soldi e dai riflettori), un diciassettenne diplomato alle scuole tecniche, orgoglioso del suo posto in fabbrica come della maglia del Milan. 

Un giovane che gioca con Meazza ma che guida anche gli scioperi del marzo 1944 contro il fascismo, contro la fame e contro la guerra.Ecco, quello sciopero che costò il carcere e la deportazione a Ferdinando è ancora oggi ricordato dagli storici come il più grande moto di protesta e rivolta nell’Europa occupata dai nazisti: per giorni a Milano, come nelle altre grandi città industriali, fabbriche e servizi rimasero fermi, perfino il Corriere della Sera non arrivò nelle edicole. I tedeschi, che erano impegnati in una durissima campagna militare contro le formazioni partigiane, furono costretti a tornare nelle città. A chi parla della Resistenza italiana come un fatto di élite, sostanzialmente marginale e lontano dalle grandi masse, vorrei ricordare quegli scioperi, quegli operai come Valletti.
Così mi appare straordinario il racconto di Manuela Valletti di suo padre che gioca a pallone e che grazie a questo salva delle vite, lotta per sé e per gli altri. Che lezione in queste semplici e straordinarie azioni! I campi, quello di Mauthausen come il sottocampo di Gusen, sono i luoghi più tragici e più eroici del secolo che ci ha lasciato solo da 11 anni. Li ho visitati molte volte insieme ai ragazzi delle scuole romane.
Su un muro del campo di Bergen Belsen c’è un graffito, e ci sono delle parole, lasciate da un deportato. “Io sono qui – c’è scritto su quel muro – e nessuno racconterà la mia storia”. Ecco: la disperazione che questa frase reca con sé sintetizza, con una forza che ancora ferisce, la tragedia che fu la Shoah. La vergogna che furono i campi di sterminio. E dà ragione, questa frase, del motivo per cui noi, oggi, dobbiamo ricordare. E raccontare, trasmettere memoria e conoscenza, mettere in relazione il passato con il presente, l’esperienza degli anziani e degli adulti con quella dei giovani, con il futuro.
E’ per costruire il futuro che ha sentito il dovere della memoria anche chi avrebbe avuto, in realtà, mille motivi per dimenticare, per scordare il dolore, le sofferenze, l’orrore provato. Lo hanno fatto grandi scrittori come Primo Levi, che continuò a tormentarsi, a scavare nel proprio animo, per riuscire a raccontare. Hanno fatto così grandi scrittori, e premi Nobel, come Elie Wiesel ed Imre Kertesz. Hanno fatto così, e continuano a farlo nei nostri viaggi della memoria ad Auschwìtz, Piero Terracina, Shlomo Venezia, Enzo Camerino, Andra e Tatiana Bucci.
Ha fatto così anche Ferdinando Valletti.
E’ guardando indietro a tutto questo che diciamo “Noi ricordiamo”.
Perché osservare, riflettere, ascoltare, mantenere viva la memoria sono gli strumenti più efficaci per prevenire nuove sopraffazioni, per sconfiggere l’esclusione, l’intolleranza, ogni tipo di discriminazione che può presentarsi, oggi, sotto altri aspetti, facendo leva su suggestioni e argomenti differenti. E perché la memoria di ciò che è stato, della nostra storia, è parte fondamentale della nostra identità, della nostra unità nazionale.
Le nostre radici sono lì, in quel tempo. Dalla spinta verso la libertà e la democrazia che animò la scelta di tanti giovani, nacque la Repubblica. Grazie a un sentimento di comune appartenenza, a uno spirito di concordia e ad un senso delle istituzioni che riuscì ad essere più forte delle rispettive ragioni, fu scritta la nostra Costituzione, furono sanciti i principi e i valori grazie ai quali l’Italia è cresciuta e oggi è un grande Paese.
Ecco perché non dobbiamo dimenticare.

“La partita del cuore” di Ferdinando Valletti

“Vi voglio raccontare la storia di un uomo che fini deportato nei lager nazisti a 23 anni e che grazie al suo coraggio, al suo grande cuore e a un pizzico di fortuna riuscì a tornare a casa dal campo di sterminio di Mauthausen e a salvare molti suoi compagni di prigionia. Quell’uomo si chiamava Ferdinando Valletti ed era mio padre.”

di Manuela Valletti

Ferdinando Valletti, classe 1921, mediano del Milan a fianco di Meazza, giocò la sua ”partita del cuore” nel capo di calcio di Mauthausen e fu una partita che salvò la sua vita e quella di alcuni suoi compagni di prigionia.
Cominciamo dall’inizio: Ferdinando Valletti, veronese, classe 1921, va a Milano nel 1938 fresco di diploma di perito industriale dell’Itis Galileo Ferraris, con un lavoro certo all’Alfa Romeo, e proprio alla scuola della fabbrica milanese diventa Maestro d’Arte. Nando ha sempre avuto la passione per il calcio tanto che a Verona si era messo in evidenza giocando nell’Hellas. Appena giunto a Milano gioca nel Seregno e viene notato dal Milan: così nel campionato’42/’43 gioca con la maglia rossonera. La sua promettente carriera è però brutalmente interrotta quando viene catturato dalla milizia fascista e consegnato alle SS tedesche, tradito dai suoi stessi compagni di stabilimento che lo indicano come principale organizzatore dello sciopero del marzo del 44.
Valletti, con altri 22 operai dell’Alfa Romeo, viene incarcerato a San Vittore ed è tra i tanti milanesi che partono dal tristemente noto Binario 21 della Stazione Centrale: la sua destinazione è Mauthausen. Dopo qualche mese di lavoro alla cava di pietra del lager viene trasferito nel sottocampo di Gusen, dove condivide la prigionia con il pittore milanese Aldo Carpi, che salverà più volte da morte certa.

La vita a Gusen è durissima ma il milanista Valletti non sa ancora che a salvarlo da fine certa saranno proprio la sua incrollabile fede e la sua abilità di calciatore. Appena fuori dal lager di Mauthausen esiste un campo di calcio e le SS organizzano tornei tra di loro; un giorno si trovano senza un giocatore e affidano ad un Kapò il compito di trovare un sostituto. Il Kapò si affaccia alle baracche e chiede ai deportati se qualcuno di loro se la sente di giocare, Valletti non si tira indietro e diventa (ironia della sorte) la riserva ufficiale delle squadre naziste: è allo stremo delle forze, è denutrito, ma capisce subito che giocare in squadra con i suoi aguzzini è sì un rischio grandissimo, ma anche una straordinaria opportunità di salvezza. Nando gioca con la sua tenuta da deportato, a volte non ha nemmeno le scarpe ma non molla e finalmente grazie al suo bel gioco ottiene un “premio” importantissimo: diventa sguattero nelle cucine, lavoro ambito perché meno faticoso di tutti gli altri e perchè assicura il rancio. Il mediano Valletti sfrutta l’occasione e si adopera pertutti suoi compagni di prigionia – questo Carpi lo ricorda bene nel suo «Diario di Gusen» – nascondendo negli zoccoli del cibo che distribuisce ai deportati nella sua baracca.
Il 5 maggio del ’45 Ferdinando Valletti è di nuovo un uomo libero, ma per le condizioni di salute viene inviato in un centro medico americano e vi rimane due mesi, poi torna a Milano con altri 4 alfisti, gli unici che si sono salvati con lui. Negli anni seguenti, Nando riprende il suo lavoro in fabbrica e intraprende una brillante carriere lavorativa, diventa dirigente e colleziona numerose onorificenze, tra cui l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano e l’attestato di Maestro del lavoro dal Presidente della Repubblica.
Negli anni della vecchiaia Ferdinando Valletti si impegna a testimoniare nelle scuole le atrocità subite nei lager senza mai scordare di raccontare ai giovani che a volte anche una partita di pallone può salvare delle vite se si mettono in campo la fede, la tenacia e una disperata voglia di non morire.


Manuela Valletti, giornalista e scrittrice, ha deciso di continuare l’impegno del padre e alla sua morte ha dato vita all’Associazione Culturale Ferdinando Valletti e ha dedicato alla sua vicenda un libro dal titolo: “DEPORATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE”, dal suo libro è stato tratto un documentario che porta lo stesso titolo realizzato dal regista veronese Mauro Vittorio Quattrina.
Sul sito http://milanometropoli.com/ferdinandovalletti troverete ulteriori informazioni sul libro e sulla vicenda di Ferdinando Valletti - Altre notizie su Ferdinando Valletti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Valletti
http://www.magliarossonera.it/protagonisti/Gioc-Valletti.html


Per approfondire:
L'On. Walter Veltroni nella Giornata della Memoria ricorda Ferdinando Valletti e le vittime della Shoà

domenica 23 gennaio 2011

Preparano la ghigliottina

Riporto un grande articolo di Mario Sechi (IL TEMPO)
Lascio a voi ogni commento....

Preparano la ghigliottina
Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali e foto sul Cavaliere. Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario.

Roma, basilica della Minerva, vicino al Pantheon. Un politico è seduto sui banchi della chiesa, prega di fronte alla Vergine Maria. Esce. Saluta i cronisti. Sale in macchina. Destinazione carcere di Rebibbia. Alle 16.35 di un pomeriggio grigio e piovoso Totò Cuffaro non è più un uomo libero. È una scena carica di dolore, intrisa di pietas.

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Stesso giorno, stesso pomeriggio piovoso, stesso penitenziario dove sono rinchiusi essere umani. Un’entità di uomini e donne che si fa chiamare «popolo viola» festeggia l’ingresso in carcere di Cuffaro offrendo cannoli. Niente dolore. Niente pietas.

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Stesso giorno, stesso pomeriggio, altra metropoli. Genova, università degli Studi. Roberto Saviano riceve una laurea honoris causa in giurisprudenza. Ringrazia. E nel momento solenne della celebrazione dedica il riconoscimento ai magistrati della procura di Milano che indagano contro Berlusconi. Nessun umanissimo dubbio su dove sia il torto e il diritto. Niente pietas.

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Altra città, le tenebre si sono fatte avanti, è sera, è l’ora degli sciacalli. Reggio Calabria, parla Gianfranco Fini: «Il giustizialismo è un male, ma non può esserci giustizialismo quando si ribadisce che la presunzione di innocenza non possa essere confusa con la presunzione di impunità». Immagino sia lo stesso Fini che quando l’ex moglie fu indagata disse: «Le gogne mediatiche non fanno onore a chi le mette in campo». Niente pietas.

Una serie di fatti distinti, storie in apparenza lontane l’una dall’altra, ma in realtà con un terribile tratto comune: il rumore sordo della cavalcata dei mozzaorecchi, il rullo dei tamburi degli squadroni che portano i ceppi, il digrignare di denti e la bava alla bocca di chi urla «nessuna pietà». Ha ragione la tostissima Marina Berlusconi quando dice che le parole di Saviano le fanno «orrore», ma vorrei ricordarle che quella cultura talebana, intollerante, giustizialista, illiberale, a senso unico, è ben veicolata proprio dalla Mondadori, la sua casa editrice che, en passant, pubblica Saviano e molti altri paladini della libertà. Faccia uno sforzo, lasci perdere i guru del marketing di Segrate e scorra con attenzione le collane di libri, saggi, romanzi e tutto il resto della paccottiglia da libreria da rive gauche che sfornano quelli del laghetto. Scoprirà che il pluralismo culturale è ben diverso dalla narrazione di una società a una dimensione costruita con i soldi del Cavaliere Nero. Voglio esser chiaro, a costo di scartavetrare le parole. A Berlusconi non è stato risparmiato nulla, ma anche lui non si è risparmiato nulla. Doveva essere un falco, è rimasto una colomba. La sua avventura politica resta incompiuta proprio perché non ha fatto le riforme più dure e coraggiose.

Serviva una dose massiccia di reaganismo e thatcherismo per smantellare il sistema che impedisce all’Italia di crescere come potrebbe. Abbiamo atteso invano. È dovuto arrivare sedici anni dopo un signore che si chiama Sergio Marchionne per far saltare il sistema corporativo. Silvio invece ha perso tempo a mediare, a occuparsi di cose che non servivano a niente, a vedere improbabili amici e aspiranti cortigiani che gli hanno procurato solo guai e rotture di scatole. Doveva usare il napalm per defoliare la giungla dello Stato parassita ed entrare nel pantheon dei riformatori al titanio, rischiamo di vederlo ricordato solo per le evoluzioni arcoriane con quella sventolona della Nicole Minetti. Eppure, se si lasciano perdere i cani rabbiosi che abbaiano e mostrano le zanne, la vista dei suoi accusatori fa riflettere. I tifosi dei tribunali del popolo sono antropologicamente contrari all’idea di democrazia. Sono una massa informe che se ti vede per strada ti sputa addosso perché la pensi diversamente, perché sostieni che le ipotesi di reato restano ipotesi finché non c’è una sentenza definitiva; perché ricordi loro che tutti sono presunti innocenti fino al terzo grado di giudizio; perché fai presente che la presunzione di colpevolezza non si è mai trasformata in voti vincenti; perché en passant fai notare che tutte le accuse vanno provate; perché in punta di diritto il pm è una parte, quella dell’accusa, e non il giudice terzo; perché spieghi sommessamente che i governi cadono per mano degli elettori non delle procure che selezionano i bersagli politici; perché dici che è una barbarie pubblicare online il numero di telefonino del presidente del Consiglio o di qualsiasi altro cittadino per poi procedere a un insultificio elettronico; perché fino a prova contraria in casa propria ognuno di noi fa quel che crede finché non limita la libertà di un altro. Il problema è che sta saltando tutto e forse è davvero troppo tardi. Nei Paesi decenti sono abituati a mettere a posto anche l’indecenza con una soluzione a presa rapida che si chiama «ragion di Stato».

Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali, altre intercettazioni e foto sul Cavaliere a luci rosse. Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario, è solo una questione di tempo. Ho già visto montare questo clima durante Mani Pulite. Ne ho un ricordo vivissimo. Arresti in massa. Manette. Suicidi. Fughe. Esili. Vigliaccate. E un’opinione pubblica che chiedeva la testa dei segretari politici del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in nome di una rivoluzione che in poco tempo si rivelò falsa e strumentale. La differenza tra ieri e oggi è che ieri la caccia al «Cinghialone» (Craxi) avveniva in presenza di uno scollamento fortissimo tra l’opinione pubblica e i leader di partito, mentre oggi la caccia al Cavaliere e alla politica tout court (non si illudano le altre sagome del Palazzo, la stessa furia colpirà anche loro) si svolge in uno scenario in cui gli elettori sostengono le proprie fazioni e i consensi di Berlusconi per ora sono solidi. Per questo una caduta rovinosa del Cavaliere oggi sarebbe un evento traumatico come pochi, un problema istituzionale che non si risolverebbe voltando pagina e facendo finta di niente.

Avanti così, senza una soluzione e un soft landing per il premier, sarà un disastro assicurato. Mi viene in mente uno straordinario testo teatrale di Georg Buchner, «La morte di Danton». Qui si racconta come Robespierre decida di decapitare Georges Jacques Danton, uno dei protagonisti della Rivoluzione francese. Viene fatto tutto in fretta e furia, non c’è bisogno di prova e processo, perché «la rivoluzione sociale non è ancora finita, chi fa una rivoluzione a metà si scava da sé la propria fossa. La buona società non è ancora morta, la sana forza popolare si deve mettere al posto di questa classe rovinata in ogni senso. Il vizio dev’essere punito, la virtù deve dominare per mezzo del terrore». Buona fortuna, Italia.


Mario Sechi