Steve Jobs, billionaire co-founder of Apple and the mastermind behind an empire of products that revolutionised computing, telephony and the music industry, has died in California at the age of 56.
Jobs stepped down in August as chief executive of the company he helped set up in 1976, citing illness. He had been battling an unusual form of pancreatic cancer, and had received a liver transplant in 2009.
Jobs wrote in his letter of resignation: "I have always said if there ever came a day when I could no longer meet my duties and expectations as Apple's CEO, I would be the first to let you know. Unfortunately, that day has come."
Apple released a statement paying tribute: "Steve's brilliance, passion and energy were the source of countless innovations that enrich and improve all of our lives … The world is immeasurably better because of Steve."
Bill Gates, the former chief executive of Microsoft, said in a statement that he was "truly saddened to learn of Steve Jobs's death". He added: "The world rarely sees someone who has had the profound impact Steve has had, the effects of which will be felt for many generations to come.
"For those of us lucky enough to get to work with him, it's been an insanely great honour. I will miss Steve immensely."
He is survived by his wife, Laurene, and four children. In a statement his family said Jobs "died peacefully today surrounded by his family … We know many of you will mourn with us, and we ask that you respect our privacy during our time of grief".
Jobs was one of the pioneers of Silicon Valley and helped establish the region's claim as the global centre of technology. He founded Apple with his childhood friend Steve Wozniak, and the two marketed what was considered the world's first personal computer, the Apple II.
He was ousted in a bitter boardroom battle in 1985, a move that he later claimed was the best thing that could have happened to him. Jobs went on to buy Pixar, the company behind some of the biggest animated hits in cinema history including Toy Story, Cars and Finding Nemo.
He returned to Apple 11 years later when it was being written off by rivals. What followed was one of the most remarkable comebacks in business history.
Apple was briefly the most valuable company in the world earlier this year, knocking oil giant Exxon Mobil off the top spot. The company produces $65.2bn a year in revenue compared with $7.1bn in its business year ending September 1997.
Starting with his brightly coloured iMacs, Jobs went on to launch hit after hit transformed personal computing.
Then came the success of the iPod, which revolutionised the music industry, leading to a collapse in CD sales and making Jobs one of the most powerful voices in an industry he loved.
His firm was named in homage to the Beatles' record label, Apple. But the borrowing was permitted on the basis that the computing firm would stay out of music. After the success of the iPod the two Apples became engaged in a lengthy legal battle which finally ended last year when the Beatles allowed iTunes to start selling their back catalogue.
Jobs's remarkable capacity to spot what people wanted next came without the aid of market research or focus groups.
"For something this complicated, it's really hard to design products by focus groups," he once said. "A lot of times, people don't know what they want until you show it to them."
Jobs initially hid his illness but his startling weight loss started to unnerve his investors. He took a six-month medical leave of absence in 2009, during which he received a liver transplant, and another medical leave of absence in mid-January before stepping down as chief executive in August.
Jobs leaves an estimated $8.3bn, but he often dismissed others' interest in his wealth. "Being the richest man in the cemetery doesn't matter to me … Going to bed at night saying we've done something wonderful … that's what matters to me."
giovedì 6 ottobre 2011
Steve Jobs dies at 56: a man of contradiction and genius
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Intercettazioni: è tutto sbagliato
Ho letto alcuni passaggi del DDL sulle intercettazioni che è approdato in Parlamento e francamente stento a capire e non condivido assolutamente che i soli penalizzati pesantemente (addirittura il carcere) debbano essere i giornalisti "che pubblicano" ciò che fuoriesce dalle Procure.
Penso che come in altri Paesi, ad esempio negli Stati Uniti, i PM dovrebbero essere assolutamente responsabili del materiale che si procurano per le loro indagini ( quindi anche le intercettazioni) e se questo materiale viene divulgato saranno loro e solo loro a doverne rispondere.
Che cosa c'entrano i giornalisti? E' noto che il giornalista che riceve una notizia la verifica e la pubblica e ha il diritto per legge di proteggere la sua fonte, allora non giochiamo a scarica barile e per una volta il Parlamento si dimostri serio e all'altezza e legiferi con cognizione di causa. Francamente mettere in carcere un giornalista perchè pubblica ciò che ha reperito o che gli è stato passato è una azione infame e veramente lesiva della libertà di stampa.
Se vogliamo poi discutere nel merito, sulla riduzione delle intercettazioni, sulla loro necessità per arrivare a risolvere un caso, direi che c'è caso e caso e che occorre autorizzarle con molta prudenza e ove veramente indispensabili visto che le pagano sempre i cittadini.
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domenica 2 ottobre 2011
L'uomo che per primo scoprì l'Olocausto
Si chiamava Jan Karski Fu il primo a portare al mondo le prove dell´esistenza dei Lager Non lo ascoltarono E solo ora il suo “Rapporto” viene pubblicato in Germania.
Travestito da guardia nel Lager di Belzec. Fu così che nel 1942 il partigiano polacco Jan Karski riuscì a scoprire la Shoah E a documentarla per primo. Ma invano. “Le cose che ho visto resteranno per sempre dentro di me. Vorrei poterle cancellare dalla memoria Ma ancora di più vorrei che ciò che ho visto non fosse mai accaduto Questo peccato perseguiterà l´umanità fino alla fine dei suoi giorni”. Arrestato e torturato dalla Gestapo nel ´44 riuscì a fuggire negli Stati Uniti dove scrisse e pubblicò “Il mio rapporto al mondo” Supplicò Roosvelt: “Vi prego, fermate la barbarie”
L´infiltrato nell´orrore di ANDREA TARQUINI da La Repubblica del 10 luglio 2011
Fu il più importante e coraggioso agente segreto della Seconda guerra mondiale, ma nel dopoguerra visse da esule. Fu lui, infiltrandosi nel Lager di Belzec travestito da guardia ucraina collaborazionista, a scoprire l´Olocausto e a fornirne le prove: grazie alla sua missione impossibile e al suo Rapporto il mondo seppe, già verso la fine del 1942, che la “Soluzione finale”, il genocidio del popolo ebraico da parte della Germania nazista, era in atto. Con un´audacia incredibile, rischiando la vita, si infiltrò a Belzec. Insieme a Sobibor e Treblinka fu il primo campo di sterminio costruito dai nazisti nella Polonia da loro occupata, prima ancora che il più tristemente famoso Auschwitz-Birkenau diventasse operativo. Ma nessuno volle ascoltare il suo grido d´aiuto. Jan Karski era un ufficiale polacco e un cattolico praticante. Raccolse le prime voci sullo sterminio nel Ghetto di Varsavia, e poi trovò le prove nei Lager nazisti e le consegnò agli Alleati. Il suo terribile racconto di quegli anni – che uscì già nel 1944 negli Stati Uniti – è stato appena pubblicato per la prima volta in Germania. Una memoria diretta, una testimonianza unica, la smentita più cocente per i negazionisti e per chiunque voglia cancellare il ricordo della Shoah e riscrivere la Storia sotto il segno dell´oblio.
Mein Bericht an die Welt-Geschichte eines Staates im Untergrund, Il mio rapporto al mondo. Storia di uno Stato nella clandestinità, s´intitola, nell´edizione tedesca il volume che Karski scrisse a New York, dettando a braccio alla sua segretaria, Krystyna Sokolowska, i ricordi ancora freschissimi della sua missione segreta. Sono pagine che ancora oggi scuotono la coscienza, fanno rabbrividire.
Fu Elie Wiesel, nell´ottobre 1981, a far riemergere Karski dal dimenticatoio. Organizzò con l´Holocaust Memorial una conferenza sulla liberazione di Auschwitz, e invitò quell´anziano soldato e professore di Georgetown a parlare. «Alla fine della guerra – Karski scandì, calmo e implacabile – mi dissero che né i governi né i politici d´alto rango, né gli scienziati né gli scrittori avevano saputo del destino degli ebrei. Erano sorpresi. Lo sterminio di sei milioni d´innocenti era rimasto un segreto, “un orribile segreto”, come scrisse Walter Laqueur. Allora mi sentii ebreo. Un ebreo, come i parenti di mia moglie, qui presenti. Ma sono un ebreo cristiano, cattolico praticante. Non sono un eretico, ma credo profondamente che l´umanità abbia commesso un secondo peccato capitale: obbedendo a ordini o per assenza di sentimenti, per egoismo o ipocrisia o persino per freddo calcolo, questo peccato perseguiterà l´umanità fino alla fine del mondo, questo peccato mi perseguita, e io voglio che sia così».
Sapeva di cosa stava parlando, il vecchio soldato. Patriota convinto, nato come Jan Kozielewski, sognava la carriera diplomatica ma si era arruolato volontario nell´artiglieria a cavallo. Quando nazisti e sovietici aggredirono la Polonia, fu catturato dall´Armata Rossa e dopo sei settimane consegnato ai tedeschi. Riuscì a fuggire, si unì alla Resistenza. Fu subito scoperto come talento temerario, e convocato dal governo in esilio prima in Francia, poi a Londra. Il premier, generale Sikorski, accettò la sua richiesta di diventare Kurier tajni, “corriere” (ovvero agente) segreto. Sotto il falso nome di “Tenente Witold”, Karski s´infiltrò nella Polonia occupata. Per conto del governo in esilio, coordinò e organizzò lo Stato clandestino. La Polonia resa ricca e vivace negli anni Venti e Trenta anche dalla numerosissima, colta e prospera comunità ebraica, fu sottoposta dai nazisti a un´occupazione di una brutalità senza precedenti e non espresse né un Petain né un Quisling: al contrario che in Francia o in Norvegia, a Varsavia il Terzo Reich non riuscì mai a reclutare marionette per un governo collaborazionista e i polacchi (tra soldati del generale Anders, piloti nella Royal Air Force, partigiani) schierarono con gli Alleati più soldati e mezzi di de Gaulle.
Venne la missione più pericolosa: «Witold» prima s´infiltrò nel Ghetto di Varsavia, e qui ascoltò i racconti delle deportazioni. Poi fu arrestato dalla Gestapo in Slovacchia. Torturato selvaggiamente, riuscì nuovamente a fuggire. Raggiunse di nuovo l´Armia Krajowa, l´esercito partigiano nazionale.
Il destino degli ebrei era ormai nel suo cuore, e col suo gruppo organizzò l´impossibile. Riuscirono a corrompere un trawniki, una guardia delle forze ucraine collaborazioniste che prestavano servizio nei Lager. Quello gli procurò un´uniforme ucraina, e lo aiutò a infiltrarsi nel Lager di Belzec. Karski fece violenza su se stesso per celare ogni emozione e non cadere in preda all´orrore, registrò nella memoria tutto quel che vide: la fame e le violenze, le malattie e le torture, donne, vecchi e bambini ammassati sui vagoni merci e spruzzati di calce. Il genocidio.
Ma l´avventura non era finita. Jan Karski raggiunse rocambolescamente Londra, fece rapporto al legittimo governo polacco in esilio. Prima il ministro degli Esteri britannico, Anthony Eden, poi a Washington Roosevelt in persona, vollero riceverlo e ascoltarlo, e studiare i suoi microfilm trafugati nel Ghetto. Che il mondo si muova, che fermi la barbarie, supplicò invano Karski. Non fu ascoltato: gli alleati abbandonarono subito l´idea di bombardare i campi per fermare lo sterminio.
Karski visse una vita nel rimorso, schiacciato dall´idea di non aver fatto abbastanza. Nel dopoguerra, il regime comunista lo considerò un traditore al servizio degli americani. Fino a quando la giunta Jaruzelski autorizzò l´indimenticabile Shoah, il film che Claude Lantzmann girò grazie anche ai ricordi di Karski. Nominato “Giusto tra i popoli” in Israele, come il tedesco Oskar Schindler, decorato poi da Walesa presidente dopo la rivoluzione democratica del 1989, l´agente speciale Jan Karski morì nel 2000, portandosi nell´animo, primo testimone, il peso della grande colpa dell´umanità.
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I sampietrini della memoria
L'Associazione culturale Ferdinando Valletti, grazie alla collaborazione di un amico del gruppo di FB "Binario 21 Deportati nei Lager Nazisti" ha potuto segnalare al sindaco di Milano questa bellissima iniziativa con l'auspicio che possa essere realizzata anche a Milano.
"Inciampare sull’arte che diventa memoria di un evento catastrofico, con sbadataggine rendersi conto che il tessuto urbano nasconde e insieme restituisce la testimonianza di una vita: questo lo scopo e l’impresa dello scultore tedesco Gunter Demnig, che dal 1993 realizza piccole targhe d’ottone della dimensione di un sampietrino per ricordare tutti i deportati, razziali, politici e militari. L’artista decide di dedicare il suo tempo e il suo impegno alla memoria dei deportati di guerra con gli stolpersteine, le “pietre d’inciampo“, sulle quali sono incisi il nome, l’anno di nascita, la data e il luogo di deportazione, la data della morte della persona perseguitata. La pietra, piccola lapide di ottone collocata dall’artista nelle prossimità della casa in cui abitò il deportato, non è solo impronta di un’esistenza devastata, ma va a configurare con le altre una mappa, un tracciato che oggi conta più di 22.000 pietre in tutta Europa. L’operazione dell’artista è infatti un progetto globale e sovranazionale che attualmente coinvolge Germania, Austria, Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi e dal 28 gennaio 2010 anche l’Italia con l’apposizione a Roma di 30 targhe della memoria. A distanza di un anno l’artista tedesco torna a contestualizzare cinquantaquattro nuovi sampietrini lucenti in 5 municipi della Capitale: il I Municipio (Centro Storico); il II Municipio (Flaminio, Parioli, Pinciano, Salario, Trieste); il III Municipio (Castro Pretorio, Nomentano, Tiburtino), l’XI Municipio (Appio, Ostiense, Ardeatino); il XVII Municipio, (Borgo, Prati, Balduina). Così la seconda edizione di Memorie d’inciampo a Roma progetto artistico animato da ragioni etiche, storiche e politiche curato da Adachiara Zevi e dal Comitato scientifico composto dagli storici Anna Maria Casavola, Annabella Gioia, Antonio Parisella, Liliana Picciotto, Micaela Procaccia e Michele Sarfatti, intende sensibilizzare l’opinione pubblica in maniera discreta e non retorica, popolando i quartieri di micro architetture, non-monumenti funerari moderni, che intendono stabilire un contatto tra presente e passato, tra sfera privata e pubblica, tra individuo e collettività. Memorie d’inciampo a Roma coinvolge direttamente i cittadini dando loro la possibilità di acquistare le pietre, il cui costo è di 100 euro, presso la Casa della Memoria e della Storia. Accolti da Stefano Gambari, quanti lo volessero, potranno contribuire attivamente e ricordare familiari o amici deportati attraverso l’acquisto e la collocazione di uno stolpersteine davanti alla loro abitazione. Posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, e promossa da ANED (Associazione Nazionale ex Deportati), ANEI (Associazione Nazionale ex Internati), dal CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dalla Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane, dal Museo Storico della Liberazione, dalla FNISM (Federazione Nazionale Insegnanti) – Sezione Roma e Regione Lazio, dall’Irsifar (Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza) e organizzata da Incontri Internazionali d’Arte, l’iniziativa è inoltre supportata e affiancata da un progetto didattico che seleziona alcune scuole romane affidando loro il compito di una ricerca storica sui deportati del proprio Municipio. Gli stolpersteine, strumento artistico politico e sociale contro l’oblio e il revisionismo storico, ricordano le ceneri del muro di Berlino che si infiltrano tanto capillarmente nella città quanto casualmente sotto le suole o alle spalle degli abitanti. Per approfondire le motivazioni sottese a questa iniziativa abbiamo intervistato Adachiara Zevi, curatrice della seconda stagione di queste “pietre d’inciampo” a Roma.
Memorie d’inciampo a Roma è un progetto in cui l’arte contemporanea si pone in relazione con il territorio, si insedia nel tessuto urbano, interviene su questioni sociali e politiche di grande rilevanza come la deportazione, la privazione, la memoria. Quale è stato il percorso e quali le motivazioni che hanno condotto ad organizzare a Roma un evento così significativo?
Le ragioni sono le stesse che hanno portato a realizzare questo progetto nelle altre città d’Europa. L’Italia, al pari degli altri paesi europei, è stata colpita sia dal fascismo sia dal nazismo, al momento dell’occupazione tedesca. Proprio in questo momento sto camminando in Via dei Giubbonari, ho inciampato in due pietre che abbiamo messo l’altro giorno. L’importanza del progetto è proprio questa: camminando distrattamente, pensando ai fatti propri, ci s’imbatte in queste pietre, si vede il luccichio e ci si ferma a leggere. Si conosce una cosa che è successa e non si dimenticherà ciò che è stato letto. Anche l’Italia con il carico di deportati che ha avuto (pensi solamente a Roma, il giorno del 16 ottobre del 1943, con la deportazione di militari e politici) ha pagato un tributo altissimo durante la seconda guerra mondiale. E’ giusto come in altri paesi ricordare questi deportati con una pietra davanti la loro abitazione.
Importante per il progetto è la sensibilizzazione nei confronti dei cittadini. Alla sua seconda edizione come è stato accolto e supportato dai cittadini dei municipi coinvolti?
La manifestazione quest’anno ha avuto ancora più presa non solo sulla stampa e nelle televisioni, ma soprattutto sui cittadini. Abbiamo toccato 25 strade e 5 municipi per un totale di 54 sampietrini. Non sapevamo con precisione quale potesse essere il numero della strada e la casa in cui bisognava istallare il sampietrino. Ce ne accorgevamo dalla quantità di gente che si era assemblata: non solo i familiari, che hanno ricordato la storia che questo sampietrino vuole ricordare, ma intere famiglie si sono ritrovate dopo tantissimo tempo e poi i cittadini che si fermavano curiosi. In ognuno di questi posti c’è stato l’intervento dei responsabili del municipio, io stessa ho fatto un intervento per illustrare il progetto, che poi è un progetto artistico, ma anche un evento di grande partecipazione e commozione. Solamente se i progetti hanno una continuità nel tempo riescono a dimostrare la loro qualità.
Memorie d’inciampo non è un evento one shot, ma progetto in progress, di lunghissima durata. Quali saranno gli sviluppi futuri?
Memorie d’inciampo è un progetto di durata infinita. Ogni anno nuove famiglie chiederanno di posizionare i sampietrini a nome dei genitori e dei parenti. Questa mappa della memoria crescerà fino ad arrivare, secondo un limite irraggiungibile, al numero totale dei deportati in Italia e in Europa. L’opera di Gunter Demnig tende a quel limite, vuole riuscire a ridare memoria e dignità a tutti coloro che sono stati ridotti a numeri nei campi di sterminio, sepolti nelle fosse comuni; intende restituire loro una dignità di persona attraverso l’iscrizione sul sampietrino posto in un luogo dove i familiari e i cittadini possano ricordare questa persona. Quindi è un progetto straordinario che non si risolve in una giornata, in un anno, in 2 o 3 anni, ma potenzialmente ha una durata infinita.
Come certa arte concettuale gli stolperstein di Gunter Demnig sparsi nella mitteleuropa rappresentano una catalogazione, una registrazione documentaria dei deportati di guerra. L’idea dell’artista tedesco va a segnare un percorso della memoria all’insegna della discrezione, della non invasività. Perché questa componente anti-monumentale è così importante?
Questi sampietrini sono dedicati a tutti i deportati politici, razziali, militari, rom, omosessuali, a tutte le vittime della discriminazione e dell’intolleranza. La discrezione è molto importante e la
dimensione concettuale c’è perché l’ingombro è minimo, anzi praticamente non c’è. Questi sampietrini sono al livello della strada, visivamente discreti, ma allo stesso tempo radicati nel territorio. La storia di questi sampietrini è dunque parte integrante di questa città e come tale non può essere rimossa."
Ferrazzano Raffaella
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sabato 1 ottobre 2011
La protesta di Della Valle
L'imprenditore Diego della Valle ha acquistato una pagina su alcuni quotidiani nazionali per rivolgere la reprimenda che trovate qui sotto ai politici di ogni schieramento. Parole sacrosante, ma c'è un ma...
Lo scritto è tropp qualunquista, sono frasi che molti di noi hanno rivolto spesso dalle pagine dei giornali o dai blog alla classe politica, definiamolo uno sfogo, ma certo non è fine a se stesso. La verità vera è che gli Italiani hanno i politici che si meritano, che hanno eletto sia nella maggioranza, che nell'opposizione.
Forse Della Valle avrebbe fatto meglio a dire che ha deciso di occuparsi di politica direttamente o che caldeggia la candidatura di Montezemolo.
Mi permetto un appello: "Caro Della Valle, dopo questo appello/accusa ai politici, non faccia gli stessi errori, parta con il piede giusto e non meni il can per l'aia.. ma forse la faccenda si chiarirà nei prossimi giorni.
MVG
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