mercoledì 10 ottobre 2012
Una pubblicità con uno schnauzer gigante
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sabato 6 ottobre 2012
Ferdinando Valletti, “distributore di bucce di patate”
L’escursione emotiva, scorbutica e brutale, della guerra. Preleva chiunque dalla sua tranquillità e, scaraventandolo in un terribile altrove, gli fa fare conoscenza dell’ostilità. È successo a tanti, e l’insaputa è il foglio di via che li ha trasferiti nei luoghi indesiderati pure all’inferno.
È successo a Ferdinando Valletti, mediano del Milan che ha giocato pure al fianco di Meazza. All’inizio degli anni ‘40, Valletti, veronese di nascita, veste la casacca della Milano rossonera. Nel 1944, per aver partecipato a uno sciopero con gli operai dell’Alfa Romeo, viene tratto in arresto e condotto al carcere di San Vittore. I binari della sua amara destinazione compiono però un’inquietante deviazione. Mauthausen, uno dei più orribili luoghi della seconda guerra mondiale. Valletti finisce nel lager.
Aveva fatto già parte della Brigata Garibaldi, e, inviso ai fascisti, non gli era stato perdonato di aver distribuito volantini per conto del movimento operaio in agitazione per i fatti dell’Alfa Romeo. Nel campo di concentramento, Valletti si riduce a meno di quaranta chili. Eppure, nonostante gli stenti e i vili trattamenti subiti, riesce a sopravvivere, distinguendosi per generosità e forza di volontà. Di lui racconta pure Aldo Carpi, nel suo “Diario di Gusen”, descrivendo il giovane calciatore del Milan come un bravo ragazzo, che più volte lo aveva aiutato nel lavoro e in una particolare occasione gli aveva addirittura salvato la vita.
Invece, a salvare Ferdinando, provvede il pallone. Le milizie di vigilanza nazista nei campi di sterminio erano solite organizzare, per svago e passatempo, partite di calcio tra soldati e a volte anche con prigionieri. In occasione di una di queste manca un giocatore. Uno dei militari tedeschi si ricorda di Ferdinando calciatore e decide di farlo giocare per completare il numero utile all’incontro. Valletti, nonostante pesi 39 chili e si mantenga a stento in piedi, partecipa alla partita e si guadagna la possibilità di lavorare come sguattero addetto alla distribuzione di bucce di patate ai prigionieri del campo.
Il suo nuovo lavoro gli consente di aiutare molti suoi compagni di sventura, grazie anche al fatto di poter disporre degli avanzi dei pasti riservati ai soldati tedeschi. Nel maggio del 1944 viene liberato e al suo ritorno a casa si presenta in condizioni al limite della sopravvivenza. Nel frattempo, 10 mesi prima, era nata sua figlia, Manuela, che da giornalista racconterà di lui e della sua prigionia, attraverso il libro “Deportato I 57633 Voglia di non morire”, come faranno pure Mauro Vittorio Quattrina, con l’omonimo documentario, e lo stesso Aldo Carpi, suo compagno di persecuzione.
Soprattutto, Ferdinando lo hanno raccontato come lui stesso ha fatto molti anni dopo la fine della guerra, incontrando tanti studenti per consegnare loro la sua cruenta esperienza, dopo una vita separata da una gioventù trascorsa sul campo di calcio e un’altra vissuta nei campi di sterminio. Una seconda vita, più dignitosa e rasserenante,Valletti l’ha vissuta come dirigente dell’Alfa Romeo, il luogo che negli anni della guerra gli aveva procurato l’arresto e la prigionia nei lager di Mauthausen e Gusen.
Fernando Valletti, oltre che impegnarsi per raccontare agli studenti la sua storia, ha pure realizzato progetti di assistenza per gli operai più anziani dell’Alfa Romeo, ricevendo, a causa dei suoi servigi e dei meriti riconosciutigli durante la sua permanenza forzata nei lager, diverse onorificenze. Tra queste, la più importante, la “Stella al merito del lavoro”.
Fernando Valletti se ne va nel 2007, dopo che dal 2000, a causa del morbo di Alzheimer, era stato costretto a ritirarsi definitivamente a vita privata. Valletti, calciatore del Milan nei primi anni ‘Quaranta e attivista politico, distributore di bucce di patate ai prigionieri nei lager, poi dirigente dell’Alfa Romeo. La guerra fa così, uccide tante vite, oppure ne incastra più d’una in una sola. È il suo gioco preferito.
sebastiano di paolo, alias elio goka
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lunedì 17 settembre 2012
C A C C I A T O R I ......
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CONTRO LA CACCIA
martedì 11 settembre 2012
Vittorio Colò si è tolto la vita a 101 anni
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| Vittorio Colò avvia all'atletica i ragazzi delle scuole medie |
Ha scelto di fermare il tempo Vittorio Colò e lo ha fatto senza esitazione nella chiesa del suo quartiere, un quartiere che è anche il mio. A novembre avrebbe compiuto 101 anni e per tutta la vita aveva praticato l'atletica, in particolare la corsa. Era stato allenatore per la mitica Atletica Riccardi sia di mio marito che di mio figlio. Come è strana la vita, due generazioni sui campi di atletica e sempre e solo lui a dare consigli a prendere i tempi, insomma un mito e non solo per la mia famiglia.
Una fila di record del mondo e venticinque primati nazionali nella categoria Master. Sette medaglie ai Mondiali per veterani del 1997 in Sudafrica. Vittorio Colò ha corso fino al 2006 quando aveva 95 anni. L'ultimo record è di due anni prima: tre metri nel salto in lungo nella categoria over 90.
Domenica scorsa, poco dopo mezzogiorno, è uscito dalla sua casa di via Pergine, davanti al Monte Stella al quartiere Qt8. Ha percorso poche centinaia di metri a piedi, è entrato nella chiesa dedicata a Santa Maria Nascente e s'è sparato un colpo di pistola alla testa.
Un unico, letale, proiettile dall'arma che per anni aveva regolarmente denunciato. Sul pavimento, appoggiati con ordine e cura: la carta d'identità, un foglietto con il nome e il numero del cellulare del figlio, una serie di lettere indirizzate alla famiglia. La grafia ferma, poche parole per chiedere scusa. Nessuna motivazione, solo la stanchezza - come ricorda il figlio arrivato in parrocchia assieme alla moglie - per una vita che stava presentando il conto: «Da quando aveva smesso con lo sport era iniziato un lungo malessere, non una depressione. Ma qualcosa gli mancava. Un anno fa, dopo la festa per i 100 anni, con l'Ambrogino d'Oro del Comune, sembrava essere tornato più solare. Poi il calo fisico s'era fatto sentire, non lo accettava». La sua gioventù era durata fino ai 95 anni, senza invecchiare mai, correndo a 89 anni i 100 metri in 16 secondi e mezzo. «Era la sua vita, adorava confrontare statistiche e record - spiega il figlio -. Viaggiava per il mondo e non smetteva di allenarsi». Non un eterno ragazzo, nessun patto con il diavolo. «Sapeva che il tempo non lo avrebbe risparmiato.
Colò, nato il 9 novembre 1911 a Riva del Garda (Trento), da studente del liceo venne arruolato per il Gran premio dei giovani. Era il 1929. Una gara, poi subito la finale nazionale del pentathlon. I record regionali e gli anni nelle fila della gloriosa scuola d'atletica Quercia di Rovereto. Infine il trasferimento forzato a Milano per gli studi universitari (Chimica) e il lavoro in una grande industria. Lo stop con l'atletica «a malincuore», come racconterà lui stesso in un'intervista ad una rivista dedicata al mondo della corsa: «Arrivavo quinto o sesto nazionale, non aveva senso proseguire». Un amore interrotto, ma mai sopito. Dopo la pensione il ritorno sulla pista grazie alla storica associazione sportiva milanese Atletica Riccardi. Prima come allenatore: conseguì il «patentino» e iniziò a lavorare con i ragazzi due giorni a settimana. Inventò i corsi di avviamento all'atletica. Suo allievo è stato Andrea Colombo, finalista nella 4 x100 ai Giochi di Sydney. Poi le gare Master, una sorta di grande campionato mondiale diviso per fasce d'età. Colò le ha scalate tutte fino, appunto, alla M95 dedicata agli ultranovantenni. Vittorie, podi e record tanto da farne diventare un personaggio internazionale. Interviste, servizi fotografici, perfino la Rete che impazzisce per quello che ribattezzano «il nonno sprint». Di lui si sono innamorati anche i giornalisti sportivi del Mundo , dopo una gara in terra di Spagna. Colò è un atleta forte e invincibile, con le dovute proporzioni, come Usain Bolt o Michael Phelps. Accanto, dopo il matrimonio celebrato quando aveva cinquant'anni, la moglie Enrica. Un unico figlio, che oggi lavora in Università, due nipoti.
Ecco, ora la sua corsa è finita davvero e a noi manca già tanto, eravamo abituati ad incontrarlo per le vie del quartiere e a ricordare con lui i bei tempi, ciao Vittorio!
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lunedì 3 settembre 2012
Come nasce la Montagnetta di Milano, chiamata ufficialmente "Monte Stella"
Ho ricevuto una e-mail molto interessante, direi quasi commovente, per chi è nato e vive a Milano e a Milano ama ritrovare "pezzi di storia", in questo caso, della II Guerra Mondiale.
Scrive il Signor Giuseppe Della Valle a proposito della guerra, del suo papà e di lui:
" Mio padre è stato richiamato subito nel Giugno 1940 e fino all'8 Settembre abbandonato in una landa deserta di S.Maria Capua Vetere come telemetrista nella contraerea.
Quando è tornato aveva perso la cognizione della realtà del comune vivere. Sapeva guidare ed aveva fondamentali nozioni di meccanica pratica. Ha scelto come opportunità immediata di fare quel lavoro.
Io: nato nel 1929 aiutavo la famiglia lavorando come garzone (apprendista non esisteva ancora) in una officia elettromeccanica di Paderno Dugnano:Imparato il mestiere e cresciuto, sono andato nella raffineria di Rho(ora Fiera Campionaria) e poi all'ANIC di Ravenna.
Ora vivo a Forli. Il lavoro imparato mi ha permesso, sempre per lavoro, di girare un po' per il mondo.
Mi preme tramandare la Storia della Montagnetta perchè è molto particolare e perchè molte persone di buona volontà hanno contribuito a fare un regalo alla città, lo faccio perchè la memoria deve essere conservata....."
I STRAVACHIN
A Milano, città piatta, formata dall'alveo dei fiumi che confluivano nel Po, si erge una collinetta alta 110 metri, anomala per la morfologia del terreno: Monte Stella o “la muntagneta” . Occupa circa mezzo chilometro quadrato della zona dietro l'ippodromo/stadio di S.Siro. E' diventata una zona residenziale e da li si vede tutta Milano e l'arco alpino, nei giorni di bel tempo.
La “muntagneta” è stata fatta con le macerie di Milano prodotte dai Lancaster inglesi con i bombardamenti del 7, 12, 14,15 Agosto del '43.
La “muntagneta” è costituita da 25 milioni di metri cubi della Milano di allora. Ricordi di vita vissuta: il salotto buono, le posate del servizio, il quadro del nonno, ma anche rifiuti tossici nocivi, industriali, ospedalieri, (era stato colpito anche l'ospedale Maggiore): Il tutto senza causare inquinamento delle falde, intervento di ecologisti, proteste varie.
Il merito di aver sgombrato la città da questi milioni di metri di macerie, va dato ai “stravachin” che prendono il nome dal milanese “stravacà” che significa rovesciare.
Era un popolo di disperati, tornati dalla guerra senza più lavoro,con l'esigenza di sopravvivere e mantenere una famiglia.
Inizialmente si attrezzarono con carretti e pale, poi con autocarri ribaltabili (da cui l'etichetta di “stravachin”) rimediati all'ARAR di Livorno (un campo immenso, pieno di ogni ben di Dio), residuati bellici a basso prezzo in quanto svenduti dagli Alleati, cui non conveniva trasportarseli a casa. Era una corsa per prendersi i mezzi migliori :Dodge, Bedford, e i mitici GMC, 4 mc di cassone 3 assi e ben 10 ruote motrici
Il consumo di carburante era bestiale. Sorsero quindi attorno ai “stravachin” un'altra fauna di eclettici meccanici che sperimentavano le cose più assurde: carburatori che miscelavano acqua alla benzina, Motori del GMC (6 cilindri) munito di spruzzatori e pompa Bosh del 626
FIAT a gasolio
Ho visto l'ottimo motore Ford 8V funzionare egregiamente dopo che gli erano stati tolti 4 cilindri che consumavano benzina inutilmente.....
Arrivò il metano. Le bombole erano contingentate, l'averle creava non pochi problemi. Il rifornimento era vicino al Tirasegno, via Papa o Somalia, una fila dalle 6 di mattina.
l problema nasceva per il trasferimento dei mezzi “ARAR” da Livorno a Milano, in quanto il consumo di carburante era elevatissimo. Se si schiacciava il pedale dell'acceleratore un po' velocemente, nel carburatore veniva spruzzato un getto di benzina. Si vedevano allora
piccole vecchie automobili a metano o anche a gasogeno che trainavano enormi autocarri per portarseli a casa.
Anche mio padre, tornato a casa dopo tre anni di militare, non trovando di meglio, acquistò un vecchio camioncino Ford anni 30, lo portò da un fabbro fantasioso che lo rese ribaltabile bilanciando il cassone in modo tale che,una volta sbloccato, riusciva a ribaltarsi con una
brusca freata indietro, rovesciando il contenuto.
La manovra era abbastanza azzardata in quanto bisognava farla sul ciglio di una scarpata del terrapieno creato dagli scarichi precedenti. Aveva però i suoi vantaggi: lo scarico era immediato a differenza degli altri a pistone oliodinamici che richiedevano più tempo, cosi si poteva fare qualche viaggio in più e avere un maggior introito.
Al carico sopraintendeva”el geometra”, capocantiere improvvisato ex UMPA o dipendente
del genio civile che staccava un bigliettino, ad ogni viaggio con la cubatura ad occhio del carico Per aumentare la cubatura, venivano messe lateralmente al cassone “i spundin”: tavole di legno legate con fil di ferro che convincevano il geometra a mettere un mezzo metro cubo in più sul bigliettino. Alla sera o al fine settimana,alla consegna dei bigliettini i stravachin ricevevano “breve manu” il compenso pattuito.
La muntagneta pian piano si innalzava,raggiungere la cima era faticoso,la strada piena di buche metteva a dura prova i mezzi. I radiatori si rompevano, e per proseguire si inventò uno stratagemma: mettere qualche pugno di “farina gialda” (farina di granoturco) nel radiatore che bloccava subito la perdita per quel giorno.
Anche il metano dava problemi. I tubi in acciaio che collegavano le bombole erano saldati con ottone e borace, le sollecitazioni rompevano le saldature, l'autista, con incosciente coraggio, penetrava in una nube bianca esplosiva per chiudere subito le bombole.
I riduttori che sostituivano il carburatore, erano della Tartarini di Piacenza, a Milano non si trovavano, raggiungere Piacenza senza Autostrada del Sole e il ponte sul Po semidistrutto,era un'altra avventura.
Qualcuno riusciva ad arrangiarsi con riduttori per bombole ossiacetileniche e membrane di servofreni cannibalizzati .
Nei cortili attorno alla zona di via Imbonati -piazzale Maciacchini, sorsero le prime autofficine:elettrauto, “balestrat” ( gli automezzi militari erano fatti per portare una trentina di soldati o qualche cassa di munizioni,non macerie pagate un tot per tonnellata:le
balestre andavano rinforzate se vuoi guadagnare!) “gumat”:la qualità delle gomme era scadente. Erano rimaste al sole e al freddo per molto tempo. Se il battistrada era ancora buono,si riparavano inserendo delle toppe tenute assieme con particolari bulloni a testa arrotondata
fabbricati appositamente per quell'uso, poi radiatoristi,carrozzieri,meccanici tuttofare.
Il ritorno a casa non sempre era lieto.....,, < han sarà la discarica e devo andà alla muntagneta>.... erano notizie ferali come fosse morto qualcuno.
Non vi erano associazioni, autorità che sovraintendesse; nessuna manifestazione, sciopero per qualcosa, solo lavorare in silenzio e molte volte bestemmiare!
Solo qualcuno, non so chi, raggiunti i 110 metri, fece fermare l'innalzamento della muntagneta. Dicono che il suo peso, gravando sul terreno non sufficientemente compatto, tendesse a sollevare le case che contornavano la sua base.
Lo sgombero delle macerie non si fermò per questo. I stravachin si buttarono a riempire cave in disuso e avvallamenti attorno alla città. Molte volte pagando per poterlo fare.
In questo modo si resero disponibili molte aree che col tempo divennero edificabili con vantaggio di Milano
Giuseppe DellaValle
Ringrazio il sig. Della Valle per la sua bellissima testimonianza e per le foto che ci ha inviato, aggiungo che alla " costruzione" della montagnetta partecipò anche mio padre, allora rientrato da Mauthausen, che diresse lo scarico degli autocarri dell'Alfa Romeo, la cui fabbrica era a pochissima distanza da quella che sarebbe poi diventata una vera piccola montagna.
Manuela Valletti
Scrive il Signor Giuseppe Della Valle a proposito della guerra, del suo papà e di lui:
" Mio padre è stato richiamato subito nel Giugno 1940 e fino all'8 Settembre abbandonato in una landa deserta di S.Maria Capua Vetere come telemetrista nella contraerea.
Quando è tornato aveva perso la cognizione della realtà del comune vivere. Sapeva guidare ed aveva fondamentali nozioni di meccanica pratica. Ha scelto come opportunità immediata di fare quel lavoro.
Io: nato nel 1929 aiutavo la famiglia lavorando come garzone (apprendista non esisteva ancora) in una officia elettromeccanica di Paderno Dugnano:Imparato il mestiere e cresciuto, sono andato nella raffineria di Rho(ora Fiera Campionaria) e poi all'ANIC di Ravenna.
Ora vivo a Forli. Il lavoro imparato mi ha permesso, sempre per lavoro, di girare un po' per il mondo.
Mi preme tramandare la Storia della Montagnetta perchè è molto particolare e perchè molte persone di buona volontà hanno contribuito a fare un regalo alla città, lo faccio perchè la memoria deve essere conservata....."
I STRAVACHIN
A Milano, città piatta, formata dall'alveo dei fiumi che confluivano nel Po, si erge una collinetta alta 110 metri, anomala per la morfologia del terreno: Monte Stella o “la muntagneta” . Occupa circa mezzo chilometro quadrato della zona dietro l'ippodromo/stadio di S.Siro. E' diventata una zona residenziale e da li si vede tutta Milano e l'arco alpino, nei giorni di bel tempo.
La “muntagneta” è stata fatta con le macerie di Milano prodotte dai Lancaster inglesi con i bombardamenti del 7, 12, 14,15 Agosto del '43.
La “muntagneta” è costituita da 25 milioni di metri cubi della Milano di allora. Ricordi di vita vissuta: il salotto buono, le posate del servizio, il quadro del nonno, ma anche rifiuti tossici nocivi, industriali, ospedalieri, (era stato colpito anche l'ospedale Maggiore): Il tutto senza causare inquinamento delle falde, intervento di ecologisti, proteste varie.
Il merito di aver sgombrato la città da questi milioni di metri di macerie, va dato ai “stravachin” che prendono il nome dal milanese “stravacà” che significa rovesciare.
Era un popolo di disperati, tornati dalla guerra senza più lavoro,con l'esigenza di sopravvivere e mantenere una famiglia.
Inizialmente si attrezzarono con carretti e pale, poi con autocarri ribaltabili (da cui l'etichetta di “stravachin”) rimediati all'ARAR di Livorno (un campo immenso, pieno di ogni ben di Dio), residuati bellici a basso prezzo in quanto svenduti dagli Alleati, cui non conveniva trasportarseli a casa. Era una corsa per prendersi i mezzi migliori :Dodge, Bedford, e i mitici GMC, 4 mc di cassone 3 assi e ben 10 ruote motrici
Il consumo di carburante era bestiale. Sorsero quindi attorno ai “stravachin” un'altra fauna di eclettici meccanici che sperimentavano le cose più assurde: carburatori che miscelavano acqua alla benzina, Motori del GMC (6 cilindri) munito di spruzzatori e pompa Bosh del 626
FIAT a gasolio
Ho visto l'ottimo motore Ford 8V funzionare egregiamente dopo che gli erano stati tolti 4 cilindri che consumavano benzina inutilmente.....
Arrivò il metano. Le bombole erano contingentate, l'averle creava non pochi problemi. Il rifornimento era vicino al Tirasegno, via Papa o Somalia, una fila dalle 6 di mattina.
l problema nasceva per il trasferimento dei mezzi “ARAR” da Livorno a Milano, in quanto il consumo di carburante era elevatissimo. Se si schiacciava il pedale dell'acceleratore un po' velocemente, nel carburatore veniva spruzzato un getto di benzina. Si vedevano allora
piccole vecchie automobili a metano o anche a gasogeno che trainavano enormi autocarri per portarseli a casa.
Anche mio padre, tornato a casa dopo tre anni di militare, non trovando di meglio, acquistò un vecchio camioncino Ford anni 30, lo portò da un fabbro fantasioso che lo rese ribaltabile bilanciando il cassone in modo tale che,una volta sbloccato, riusciva a ribaltarsi con una
brusca freata indietro, rovesciando il contenuto.
La manovra era abbastanza azzardata in quanto bisognava farla sul ciglio di una scarpata del terrapieno creato dagli scarichi precedenti. Aveva però i suoi vantaggi: lo scarico era immediato a differenza degli altri a pistone oliodinamici che richiedevano più tempo, cosi si poteva fare qualche viaggio in più e avere un maggior introito.
Al carico sopraintendeva”el geometra”, capocantiere improvvisato ex UMPA o dipendente
del genio civile che staccava un bigliettino, ad ogni viaggio con la cubatura ad occhio del carico Per aumentare la cubatura, venivano messe lateralmente al cassone “i spundin”: tavole di legno legate con fil di ferro che convincevano il geometra a mettere un mezzo metro cubo in più sul bigliettino. Alla sera o al fine settimana,alla consegna dei bigliettini i stravachin ricevevano “breve manu” il compenso pattuito.
La muntagneta pian piano si innalzava,raggiungere la cima era faticoso,la strada piena di buche metteva a dura prova i mezzi. I radiatori si rompevano, e per proseguire si inventò uno stratagemma: mettere qualche pugno di “farina gialda” (farina di granoturco) nel radiatore che bloccava subito la perdita per quel giorno.
Anche il metano dava problemi. I tubi in acciaio che collegavano le bombole erano saldati con ottone e borace, le sollecitazioni rompevano le saldature, l'autista, con incosciente coraggio, penetrava in una nube bianca esplosiva per chiudere subito le bombole.
I riduttori che sostituivano il carburatore, erano della Tartarini di Piacenza, a Milano non si trovavano, raggiungere Piacenza senza Autostrada del Sole e il ponte sul Po semidistrutto,era un'altra avventura.
Qualcuno riusciva ad arrangiarsi con riduttori per bombole ossiacetileniche e membrane di servofreni cannibalizzati .
Nei cortili attorno alla zona di via Imbonati -piazzale Maciacchini, sorsero le prime autofficine:elettrauto, “balestrat” ( gli automezzi militari erano fatti per portare una trentina di soldati o qualche cassa di munizioni,non macerie pagate un tot per tonnellata:le
balestre andavano rinforzate se vuoi guadagnare!) “gumat”:la qualità delle gomme era scadente. Erano rimaste al sole e al freddo per molto tempo. Se il battistrada era ancora buono,si riparavano inserendo delle toppe tenute assieme con particolari bulloni a testa arrotondata
fabbricati appositamente per quell'uso, poi radiatoristi,carrozzieri,meccanici tuttofare.
Il ritorno a casa non sempre era lieto.....
Non vi erano associazioni, autorità che sovraintendesse; nessuna manifestazione, sciopero per qualcosa, solo lavorare in silenzio e molte volte bestemmiare!
Solo qualcuno, non so chi, raggiunti i 110 metri, fece fermare l'innalzamento della muntagneta. Dicono che il suo peso, gravando sul terreno non sufficientemente compatto, tendesse a sollevare le case che contornavano la sua base.
Lo sgombero delle macerie non si fermò per questo. I stravachin si buttarono a riempire cave in disuso e avvallamenti attorno alla città. Molte volte pagando per poterlo fare.
In questo modo si resero disponibili molte aree che col tempo divennero edificabili con vantaggio di Milano
Giuseppe DellaValle
Ringrazio il sig. Della Valle per la sua bellissima testimonianza e per le foto che ci ha inviato, aggiungo che alla " costruzione" della montagnetta partecipò anche mio padre, allora rientrato da Mauthausen, che diresse lo scarico degli autocarri dell'Alfa Romeo, la cui fabbrica era a pochissima distanza da quella che sarebbe poi diventata una vera piccola montagna.
Manuela Valletti
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