lunedì 28 gennaio 2013

La storia di tre calciatori nei Lager


Nella Giornata della Memoria tre storie di calciatori italiani nei lager. Per non dimenticare.
Giornata della memoria
Giornata della memoria
Il calcio di oggi non ha memoria. Corre troppo veloce, non ha tempo per voltarsi indietro. Anche perché se ti giri perdi la palla e prendi il gol.
Il ritmo è asfissiante: corse, scatti, partite in tv, servizi sulle televisioni, polemiche di presidenti e calciomercato. E il tam tam delle radio, i taccuini dei giornalisti, le veline e le discoteche, e giù con un’altra partita. Tra uno scandalo, l’indignazione generale, le grida che chiedono forche e le amnistie basta il tempo di un caffè. E un’altra partita.

Non c’è tempo per pensare e per chiedersi che senso abbia tutto il circo. Per dare un’occhiata alla strada fatta: da dove si viene e dove si va. Memoria.
Ricordare per conoscersi, per trovare la propria identità e per non ripetere gli errori del passato.Carlo, Ferdinando e Rino: tre nomi comuni. Tre ragazzi italiani, che con il pallone tra i piedi o nella testa sono finiti nei lager nazisti.


Carlo Castellani ha 35 anni e possiede una segheria a Montelupo dopo essere stato il bomber dell’Empoli per nove stagioni capace di realizzare 62 reti con la maglia dei toscani. E’ la notte dell’8 marzo 1944: il rumore delle ruote dei camion dei fascisti rompe il silenzio e il sonno di un paese operaio; urla e stridori, lacrime e polvere alzata. Quattro giorni prima Montelupo aveva alzato la testa e aveva scioperato in massa contro il regime: un affronto insopportabile per i Camerati che decidono una punizione esemplare. Rastrellamenti, casa per casa. Carlo viene svegliato all’alba, bussano alla porta. “Stai tranquilla, resta con i bambini, vado giù io a sbrigare la faccenda: lo sanno che noi non c’entriamo niente”.
Davanti alla porta c’è Orazio. L’amico Orazio Nardini. “Cerchiamo tuo padre, dobbiamo portarlo in caserma”. “Ma mio padre è malato, non può venire! E poi cosa vorrà mai da lui il maresciallo?” Il padre di Carlo è David Castellani, conosciuto in tutta la zona per le sue posizioni antifasciste. “Va bene se vengo io al posto di mio padre in caserma a parlare con le autorità?”.
L’amico Orazio annuisce. Già, l’amico. Il camion si unisce a una schiera di altri camion e torpedoni, direzione Firenze. Il treno sbuffa, il vapore è nero come la pece. Nero come la morte che Carlo Castellani, fino al 2011 miglior cannoniere della storia empolese, troverà nel campo di concentramento di Mathausen. ”Racconta come sono morto!… Dì loro quanto ho sofferto…più di Gesù Cristo!” le ultime parole di Carlo raccolte dall’amico Aldo Rovai, compagno di campo.

Ferdinando Valletti, classe 1921, inizia a giocare nell’Hellas Verona. Con un diploma di perito industriale, nel 1938 si trasferisce a Milano con un contratto all’Alfa Romeo; oltre a lavorare continua a coltivare la sua passione calcistica con la maglia del Seregno, finché viene notato dal Milan che lo ingaggia per la stagione 1942-43. In maglia rossonera gioca mediano a fianco di un certo Giuseppe Meazza; dopo alcune amichevoli della stagione successiva si infortuna al menisco. Arrivano le milizie fasciste all’Alfa Romeo.
Alcuni compagni di fabbrica indicano Ferdinando come uno degli organizzatori dello sciopero nello stabilimento del marzo 1944. Delazione. Valletti viene arrestato e portato al carcere di San Vittore con altri ventidue operai; da lì al tristemente famoso binario 21 della Stazione Centrale il passo è breve. Lo stesso fumo di Castellani; la stessa direzione Mauthausen. Ferdinando lavora nella cava di pietre, finché viene trasferito nel sottocampo di Gusen dove viene impiegato nello scavo di gallerie sotterranee.
Finché un giorno un kapò non arriva alle baracche del campo e chiede se tra i deportati ci sia qualcuno che sa giocare a pallone, perché manca un giocatore per una partita tra sottufficiali. Il milanista Valletti non si tira indietro, anche se malconcio e denutrito e viene assoldato come riserva della squadra per un torneo. Gioca in condizioni pietose, con la divisa da detenuto, spesso scalzo come racconta la figlia Manuela, ma con le sue prestazioni si guadagna un premio: essere trasferito a lavorare nelle cucine. E’ la sua salvezza. Gli alleati lo liberano il 5 maggio 1945.

Mario Pagotto detto Rino è il terzino del grande Bologna di Weisz che dà spettacolo in Italia e in Europa: vince tre scudetti e conquista il Torneo Internazionale dell’Expo Universale a Parigi nel 1940 umiliando il Chelsea per 4-1. Rino arriva anche in Nazionale, prima che incominci l’incubo: la guerra. L’allenatore Weisz, fugge verso l’Olanda per sfuggire alle persecuzione fasciste verso gli ebrei, ma viene catturato e deportato ad Auschwitz dove verrà ucciso con tutta la sua famiglia. Rino viene catturato dai nazisti dopo l’8 settembre del 1943, dopo aver combattuto tra le fila degli Alpini, e deportato. Prima Hohenstein, quindi Bialystok in Polonia: lavori forzati, fame, condizioni disumane.

L’Armata rossa avanza e, di conseguenza, anche i prigionieri vengono spostati: Rino finisce a Odessa e, da lì, a Cernauti. Con un gruppo di ex calciatori italiani mette su una squadra che affronta rappresentative equivalenti di prigionieri di altre nazioni. Rino e i suoi vincono sempre. Da Cernuti passano a Sluzk, ma il risultato non cambia: i ragazzi di Cernuti non hanno avversari che riescano a tenere loro testa. Fino alla grande sfida, alla vera e propria partita per la vita. Rino ha organizzato un torneo tra le varie rappresentative nazionali presenti nel lager che sta riscuotendo successo tra i kapò perché permette loro di divertirsi ad assistere alle partite; l’incontro decisivo è contro la rappresentativa dell’Armata Rossa. Gli aguzzini nazisti tengono così tanto a vedere i sovietici perdere che fanno capire a Pagotto e ai suoi che, in caso di vittoria, avranno la possibilità di anticipare il ritorno a casa.
Altro che Fuga per la vittoria. Si gioca per la vita, per riabbracciare moglie e figli: “Quelli di Cernuti” vincono umiliando gli avversari per 6-2 e il 18 ottobre 1945 ritornano a casa.


Raccontare senza stancarsi mai di farlo.
Ricordare.
La memoria del calcio italiano: per non perderla più.

Emanuele Giulianelli

domenica 27 gennaio 2013

AFFRONTARE LA GIORNATA DELLA MEMORIA 2013

Affronto questo periodo con stati d'animo diversi, sono lieta che si parli di mio padre e ci si ricordi di lui e di ciò che fece con coraggio nel campo di sterminio di Mauthausen-Gusen, ma sono anche molto triste al pensiero di quello che in quel campo ha passato.
Sono trascorsi cinque anni dalla sua morte ed è come se solo ora io riuscissi a comprendere fino in fondo  tutto ciò che il mio papà ha passato, dirò di più, ora riesco a collegare alcuni suoi comportamenti con la deportazione e mi rammarico moltissimo per non averli capiti prima.
E' come se io lo avessi lasciato solo nel suo mare di ricordi e certo il campo di sterminio di Mauthausen fu centrale nel suo sentire, anche se con noi non fece mai cenno a nulla.
Solo una volta, arrivando in Val Pusteria, e prendendo possesso della sua camera d'albergo sbiancò di colpo  , chiamò me e mio marito e ci chiese di andare alla reception per fargli cambiare la stanza, ci disse con un filo di voce che la tettoia che si vedeva dalla finestra gli ricordava la prigionia....
Come ho potuto non capire che il suo cuore era sempre pesante nonostante la sua vita si fosse poi incamminata nella normalità e i suoi successi lavorativi fossero tanti e ampiamente riconosciuti?
Probabilmente non si smette mai di essere stati deportati, come non si smette mai di essere figli di deportati. Forse è così ed è inutile cercare risposte che nessuno può dare.
Il mio dovere ora è quello di far conoscere la sua storia, la sua sofferenza. Fortunatamente ho scritto un libro e fortunatamente il regista Mauro Vittorio Quattrina da quel libro ha realizzato un documentario con lo stesso identico titolo (Deportato I 57633 Voglia di non morire) entrambi resteranno a futura memoria e costruiranno un pezzetto di storia della deportazione politica italiana.
La scorsa settimana ho incontrato molti ragazzi delle scuole superiori che domani partiranno per Mauthausen con 14 pullman della provincia,  abbiamo fatto una bella  chiacchierata  e poi l'insegnate che li accompagnava raccontò che aveva conosciuto lei stessa mio padre e parlò della sua grande disponibilità verso gli altri e della sua grande comunicativa; raccontò che una volta, ricordando i suoi compagni morti,  si era commosso ed era stato circondato dai ragazzi che volevano consolarlo,  lui li aveva abbracciati con infinita tenerezza. Alla fine della conferenza aveva estratto dalla tasca un sacchetto e aveva cominciato a girare tra i banchi, ogni ragazzo poteva "pescare" un pensiero che lui stesso aveva preparato. Il gesto fu molto apprezzato.
La mia giornata della memoria volge al termine, devo ringraziare la giornalista Alessandra de Stefani che ha realizzato un bellissimo servizio su DRIBBLING SPORT, il MILAN che ha pubblicato sulla sua homepage un ricordo per mio padre e tutti gli amici che mi sono stati accanto.
Altri siti che hanno ricordato papà Valletti
TIFO MILAN
http://www.tifomilan.it/per_non_dimenticare_ferdinando_valletti-itemap-19-1621-1.htm
IL VERO MILANISTA
http://www.ilveromilanista.it/milan/27-01-2013/per-non-dimenticare-nel-giorno-della-memoria-il-milan-ricorda-ferdinando-valletti.html
STORIE DI SPORT
http://www.storiedisport.it/?p=4433




domenica 20 gennaio 2013

A DRIBBLING LA STORIA DI FERDINANDO VALLETTI



DRIBBLING - RAI 2 - SABATO 26 GENNAIO ORE 13,20 

SPECIALE  "GIORNATA DELLA MEMORIA NELLO SPORT"

si parla di 

 "DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE
la storia incredibile del deportato calciatore

In occasione della Giornata della Memoria andrà in onda uno special sullo sport e l'olocausto con una mia intervista relativamente al  mio libro  "Deportato I 57633  voglia di non morire" dal quale è stato tratto  l'omonimo documentario di Mauro Vittorio Quattrina. Oltre all'intervista, andranno in onda parti del documentario. Il documentario e il libro parlano della storia di Ferdinando Valletti, mio padre, giocatore del Milan e dirigente dell'ALFA ROMEO  che fu deportato a Mauthausen nel 1944 e che si salvò da una tragica fine anche per il fatto di essere stato costretto a giocare alcune partite di calcio  come riserva della squadra delle SS

giovedì 17 gennaio 2013

Oggi si ricorda S, Antonio Abate protettore degli animali domestici


Sant'Antonio Abate è considerato  il protettore degli animali domestici, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale che reca al collo una campanella. Il 17 gennaio tradizionalmente la Chiesa benedice gli animali e le stalle ponendoli sotto la protezione del santo.
La tradizione deriva dal fatto che l'ordine degli Antoniani aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all'interno dei centri abitati, poiché il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant'Antonio. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella.
Secondo una leggenda del Veneto (dove viene chiamato San Bovo o San Bò, da non confondere con l'omonimo santo), la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

martedì 15 gennaio 2013

LA DEPORTAZIONE NELLO SPORT

Sarà questo il tema della puntata di DRIBBLING in onda su RAI 2 alle ore 13,30 del 26 gennaio prossimo.
Tra i protagonisti della puntata (3) ci sarà anche mio papà, Ferdinando Valletti, mediano del Milan nel lontano 1943.
La storia di mio padre, raccontata nel mio libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE e da Mauro Vittorio Quattrina nel suo splendido documentario, sarà ripresa nella trasmissione con brani di una intervista che mi è stata fatta sabato scorso e spezzoni del documentario.
Manuela Valletti