venerdì 11 luglio 2008

Tutti insieme per il Vigorelli - si cerchi una soluzione rispettosa di tutti

Lancio un appello a tutti i milanesi, in particolare a quelli che abitano in zona Fiera, chiedo a tutti di aderire alla manifestazione indetta dal comitato Fiera-Carlo Magno per il giorno 18 luglio, vi preciserò in seguito gli orari, per presidiare le entrate del Velodromo in occasione del paventato trasferimento del centro islamico e della moschea al Vigorelli.
Riporto l'articolo apparso oggi su Il Giornale e vi invito davvero a partecipare e questo non contro gli abitanti di via Jenner che hanno il sacrosanto diritto di essere "liberati" dalla ingombrante presenza di 4000 islamici che pregano sui marciapiedi, ma a favore di una soluzione definitiva che rispetti tutti, milanesi e islamici. Si cerchi un'area e una struttura servita dai mezzi e fuori Milano e si metta la parola fine a questa vicenda. Non si risolvono i problemi semplicemente trasferendoli in un'altra zona.

Per loro è una «pugnalata alle spalle». Improvvisa e «a tradimento». Per protestare contro la scelta del Vigorelli come «moschea a tempo» hanno messo in piedi un sit-in: un’ottantina di residenti, ma le firme raccolte in calce a una mozione contraria (della Destra) sono 3250, in tre giorni. E ora vogliono mandare una «valanga di telegrammi e fax al sindaco». Sono «paura» e «preoccupazione» le parole sulle loro bocche. Tutti citano il Ramadan al Vigorelli del 2006: «L’area fu lasciata in condizioni oscene. Sporcizia, degrado e cattivi odori». «E poi la zona non è adatta - dice Francesca, 40 anni, architetto - non è servita dai mezzi, non ci sono parcheggi? È congestionato, qui scoppia tutto». «Non siamo razzisti - spiega Claudio Pozzari, portavoce del comitato Fiera-Carlo Magno- ma non ci sono le condizioni». Lo scenario da incubo è quello di «una viale Jenner moltiplicata per cinque: «E se venissero in 7-8mila persone invece dei 5mila previsti? Ci stanno, sarà un’invasione». «Perché non metterli nella “torre storta“ - scherza qualcuno - per una soluzione storta è perfetta». Una coppia vive in via Gattamelata da 50 anni. Non sembra avvezza alle manifestazioni di piazza: «La libertà di culto è garantita, ma qui si passa il limite, e dobbiamo pagarla noi?», domanda lei. «Questa è solo la prima iniziativa, anzi è un’anteprima», promette lui. «Bloccheremo le strade», dice qualcuno. «Il 18 luglio saremo ai cancelli, non cederemo alla prepotenza», arringa la folla un oratore improvvisato. Vola qualche parola grossa, qualcuno fantastica di kamikaze e maiali. I consiglieri di zona sorridono imbarazzati e fanno cenno: «State calmi». Nicolò Mardegan, di An presenta una mozione per chiedere di spostare tutto alla fiera di Rho-Pero. Casalinghe, professionisti, commercianti: il cuore della Milano di centrodestra - che nella zona 8 ha percentuali «bulgare» - si sente tradita dal «suo» sindaco e dai suoi partiti: «Davvero la Lega è a favore? - chiede candida una signora - mi meraviglio di Maroni». «Ma Forza Italia l’ha presentata la mozione contraria in Consiglio comunale?». «Perché Boni parla di agosto e La Russa del 30 settembre?». Lo spettro è «un provvisorio che diventa definitivo». Lo confessano con un po’ di pudore: spaventa il possibile «indotto» di questa massa di persone destinata a riversarsi nel quartiere: «Ad agosto sarà disabitato, abbiamo paura che succeda qualcosa di poco piacevole alle nostre case in nostra assenza». «Questa zona è semicentrale - dice un altro - io non mi preoccupo del valore della mia casa, non voglio rivenderla. Io passo le serate con i bambini al parco, qui ora è tutto pulito, tranquillo, che accadrà?». Una quarantina di manifestanti si dirige verso Palazzo Marino. In Consiglio prova a esporre lo striscione «Vigorelli per lo sport». Viene ritirato dai commessi, ma una delegazione incontra il capogruppo di Forza Italia, Giulio Gallera.

giovedì 10 luglio 2008

ELUANA E' LIBERA DI MORIRE, MA PER LA CHIESA E' EUTANASIA

Dopo 16 anni di non vita attaccata ad un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione e idratazione, Eluana sarà libera di morire.
Oggi la Corte d'appello civile di Milano ha autorizzato il padre della ragazza, in stato vegetativo permanente dal 18 gennaio 1992, ad interrompere, in qualità di tutore, il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato che da 16 anni tiene in vita la figlia. Beppino Englaro da quasi dieci anni, precisamente dal 1999, chiede la sospensione del trattamento. Un paio di settimane fa il signor Englaro è stato ascoltato dai giudici della Corte d'Appello di Milano nell'ennesimo tentativo di far comprendere il suo stato d'animo e le volontà di sua figlia Eluana, che mai avrebbe voluto continuare a vivere in condizioni così disperate, senza più capacità percettive e avere contatti con il mondo esterno.
Questa, per il signor Beppino, era la nona tappa di un processo lungo e difficile, troppe volte lasciato in sospeso per l'assenza di una disciplina legislativa specifica e completa in materia di eutanasia. Anche se, come più volte ha specificato il papà di Eluana, nel caso di sua figlia “non è formalmente corretto parlare di una richiesta di eutanasia quanto, piuttosto, di una richiesta di sospensione delle cure che possono equipararsi ad una sorta di accanimento terapeutico”. Eluana può respirare autonomamente ma non è più in grado di avere coscienza di sè, sentimenti, vita di relazione. Da 16 anni.
Il decreto in cui si autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione a Eluana è stato redatto dal giudice della prima sezione civile della Corte d'appello di Milano Filippo La Manna, che si è rifatto alle indicazioni fornite dalla Cassazione, con sentenza di rinvio, lo scorso 16 ottobre. La Cassazione, infatti, aveva accolto la richiesta del papà di Eluana stabilendo che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare l'interruzione delle cure in presenza di due circostanze concorrenti:
1)che sia provata come irreversibile la condizione di stato vegetativo del paziente;
2) che sia accertata la sua volontà prima dell'inizio di tale stato (in base al suo vissuto e ai suoi convincimenti etici) a non essere sottoposto a tempo indeterminato a sistemi di mantenimento in vita di tipo puramente meccanico.
La Corte d'appello ha ritenuto che fosse già stata provata e accertata l'irreversibilità dello stato vegetativo permanente della giovane donna e che sia stato dimostrato il convincimento di Eluana, quando era in piena coscienza, di preferire la morte piuttosto che una vita di questo tipo.
Il provvedimento dei giudici di appello teoricamente può essere ancora soggetto a ricorso davanti alla Cassazione.

“Grave sentenza”: così la Radio Vaticana giudica la decisione dei magistrati della Corte d'Appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro a sospendere il trattamento di alimentazione ed idratazione forzato della figlia. “Nessun tribunale aveva mai accolto la richiesta”, rimarca l'emittente pontificia, che ricorda come già i bioetici della Cattolica abbiano rimarcato che la decisione dei magistrati “disconosce il principio della non disponibilità della vita e il dovere di ogni società civile, di assistere i propri cittadini più deboli”. Il Vaticano, attraverso le parole di Mons. Rino Fisichella, neopresidente della Pontificia accademia per la vita, parla, senza mezzi termini di "eutanasia". La sentenza però, ha aggiunto mons. Fisichella, “può essere impugnata presso una corte superiore” e c'è la possibilità di “ragionare con maggiore serenità e meno emotività”.
Di fronte alla decisione presa oggi dai magistrati mons. Fischella esprime “un duplice sentimento”: da una parte “tristezza e amarezza” e dall'altra “profondo stupore”. “Profonda amarezza per come si risolverà purtroppo una vicenda di dolore, perchè Eluana è ancora una ragazza in vita, il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale”. E “profondo stupore, per come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta, al legislatore perché”, ha concluso il vescovo, “ non mi risulta che in Italia ancora ci sia una legislazione in proposito, e anche soprattutto ai medici che hanno competenza specifica del caso”.
Intanto la casa di cura “Beato Luigi Telamoni”, dove Eluana è ricoverata dal giorno stesso dell'incidente stradale avvenuto nel gennaio di 16 anni fa, è gestita dalle suore Misericordie che, come facilmente comprensibile, appoggiano in pieno il punto di vista del Vaticano.
Riferendosi alla decisione di staccare l'alimentatore di Eluana i dipendenti rispondono: “Qua in questa casa di cura non avverà di sicuro: le suore le sono affezionate, non acconsentiranno mai”. È l'affermazione che ripetono un pò tutti nella casa di cura Beato Luigi Talamoni. “Se il padre vuole farla morire”, ha detto un dipendente, “dovrà solo portarla via da qui”.

Ma sulle sorti di Eluana ci sono opinioni assai diverse, anche all'interno del mondo politico.
La senatrice del Pdl, Laura Bianconi, ha definito “gravissima” la decisione dei giudici della Corte d'Appello civile di Milano.
“Non si può pensare che il diritto alla vita rientri tra quelli di cui possono disporre altri, tanto meno i giudici con una sentenza. Questo è un esempio palese di quello che accadrebbe con il testamento biologico dove ad un terzo verrebbe attribuito il diritto di decidere se dobbiamo smettere di vivere: ecco perchè sostengo da sempre che non si può aprire questa porta legislativa ma è necessario aumentare in tutti i modi possibili forme di assistenza e sostegno a questi malati e alle loro famiglie, anche attraverso le cure palliative, invece di legittimare forme di vero e proprio abbandono terapeutico come in questo caso”.
L'opposizione, invece, appoggia in pieno la sentenza dei giudici milanesi.“La decisione del Tribunale Civile di Milano è rilevante e giusta. Il padre di Eluana ha lottato per sedici anni contro tutto e contro tutti per rispettare le volontà della figlia, che finalmente saranno accolte”. È il commento di Ignazio Marino, medico e capogruppo Pd in commissione sanità al Senato, al caso Englaro. “È una sentenza rigorosa che pone fine ad un vero e proprio calvario ma testimonia ancora una volta la carenza di una legislazione che regoli la materia nel nostro paese”.

Personalmente ritengo che se, come sembra, Eluana respira autonomamente il dovere di chi la assiste sia quello di nutrirla e idratarla. Con tutto il rispetto per il dolore di questi genitori e anche per il loro stato emotivo molto provato, trovo raccappricciante che si apprestino a lasciare morire la figlia di fame e di sete, una fine orrenda di cui mi auguro che siano consapevoli.

mercoledì 9 luglio 2008

IL VIGORELLI sarà la nuova sede del centro islamico e della moschea



dal blog http://milanophotogallery.wordpress.com/category/historical-pics/ il VELODROMO VIGORELLI durante la 6 giorni del 1962

Si dice provvisoriamente... ma che c'è di provvisorio nelle scelte fatte dalla nostra amministrazione comunale? La realizzazione di una moschea dovrà avvenire entro il 2015 e quindi non mi pare che la provvisorietà sia limitata nel tempo e il Vigorelli è un pezzo di storia della nostra città, i milanesi ci sono affezionati e preferirebbero che venisse ricondotto agli antichi speldori piuttosto che trasformato in luogo di culto islamico.

Vale appena la pena di ricordare che l'ex velodromo sorge in una zona urbana densamente popolata a due passi da Corso Sempione e ad altri due passi dall'ingresso cittadino di Fiera Milano City dove si svolgono ancora e continueranno a svolgersi moltissime esposizioni, una tra tutte Milano Vende Moda.

Vale anche al pena di ricordare che gli abitanti della zona non sono stati nemmeno consultati. E' la solita tegola che cade sulla testa dei cittadini ignari, magari già in ferie e che al rientro in città si troveranno ogni venerdì sera (...sarà poi proprio solo il venerdì?) almeno 4000 islamici che invaderanno la loro zona per arrivare al Vigorelli.

Non accusate i milanesi di razzismo e di non rispetto della religione altrui, gli islamici hanno diritto alla loro moschea, che per altro si pagherebbero, ciò che non va giù ai cittadini è che i problemi si trascinino per anni e che poi nel tantativo di risolverli vengano solo spostati da un'altra parte. Sono almeno 20 anni che esiste il problema di Via Jenner, ora il problema trasloca in zona Fiera. Questo è saper governare? Questo è rispetto per i milanesi? Questo è rispetto per gli islamici?

Esprimo tutto il mio disappunto e quello della comunità virtuale che rappresento per questa scelta scellerata. L'amministrazione comunale non tiene conto delle oggettive difficoltà della zona Fiera e ancora una volta cancella pezzi di storia della nostra città con la più totale non curanza. E' accaduto anche lo scorso anno, proprio in questo periodo con la palazzina Liberty, ex sede della direzione dell'Alfa Romeo al Portello, uno stabilimento storico di cui non rimane traccia. La palazzina venne abbattuta dopo uno stop ottenuto dai cittadini, fu fatto tutto all'improvviso, una vergogna. Ora pare che la stessa fine toccherà alla palazzina del Tiro a Segno di Piazzale Accursio, sacrificata per non so quale nuova costruzione.
Così facendo si cancella la storia di Milano, ma a chi governa non sembra importare un fico secco.

lunedì 7 luglio 2008

Alzheimer: scoperto legame con Ngf

La notizia che riporto sotto apre il cuore alla speranza. Molti malati di alzheimer potranno probabilmente curarsi con successo e bloccare veramente il procedere della malattia, ho solo il rammarco che di questa scoperta non abbia potuto beneficiare il mio papà.

Il fattore scoperto da Rita Levi Montalcini legato alla malattia
(ANSA) - ROMA, 4 LUG - Esiste un legame tra il fattore di crescita delle cellule nervose, scoperto dal Nobel Rita Levi Montalcini, e la malattia di Alzheimer.Il fattore Ngf blocca infatti la produzione della proteina beta amiloide, principale responsabile della malattia di Alzheimer. La scoperta, pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas), si deve al gruppo dell' Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).

mercoledì 2 luglio 2008

Torna il grembiule a scuola

E adesso come al solito non ci si metterà d'accordo su niente, perché noi italiani siamo così, come un vecchio spot con la Ferilli al cellulare «quanto ce piace chiacchierare...». Piuttosto che risolvere un problema, un'equazione algebrica fratta, un cateto uguale all'ipotenusa moltiplicata per il seno, siamo disposti a tutto, basta non rinunciare al gratuito sperpero delle ore passate a chiacchierare.

Giusto nel giorno del suo compleanno il ministro all'Istruzione Gelmini Mariastella, cognome e nome come pretende l'appello, ha risposto, interrogata: «Gli scolari di nuovo con il grembiule? E perché no...». L'idea in verità non è sua, ma di Gabriella Giammanco, che ha trentun'anni, ma ancora l'aria della vicina di banco, quella brava e studiosa che non ti passa mai un compito e che non ti fila neanche di striscio. È una delle parlamentari più giovani, è in commissione Cultura della Camera a Montecitorio, e per lei il ministro, che ha solo quattro anni di più, ha solo belle parole: «Il grembiule è un fatto di ordine ma anche di uguaglianza sociale tra ragazzi, soprattutto ora che va tanto di moda l'abbigliamento firmato già in giovanissima età. Dare pari condizioni di partenza può essere una proposta interessante ed è curioso che venga proprio da una delle deputate più giovani».
E così è ripartito il dibattito. Con i soliti argomenti. A patto, ovvio, che non si risolva il problema. Grembiulino sì, perché è un mezzo democratico per annullare le differenze sociali, grembiulino no perché è uno strumento per omologare i ragazzi, grembiulino sì perché combatte i virus e i segni del pennarello, grembiulino no perché non basta una divisa per rendere tutti uguali. Presidi e psicologi sono d'accordo, l'associazione genitori no. Ogni tre anni la solita solfa, ma risultati sempre rimandati a settembre. Ora, diciamolo: il grembiulino fa tenerezza, è il colletto bianco che profuma di amido, le briciole della merenda che ti restano in fondo alla tasca, è il «grembiule nero e fiocco azzurro: per un bambino milanista il primo giorno di scuola è subito un trauma» come dice Diego Abatantuono. Il grembiule a scuola è un po' il film all'oratorio la domenica pomeriggio, le bustine per fare l'aranciata, le suore nella Prinz, le cartelle in pelo di cavallino, i quaderni a quadretti con i margini al fondo e la tavola pitagorica fino al dodici. Rimetterlo, anche se per ora solo alle elementari, ha qualcosa di antico ma, chissà, forse di inutile. Perché, se è solo per annullare le differenze, c'è sempre quello che mette il grembiule come il tuo ma capisci che non è come te dalla marca delle scarpe, ammesso che il tuo non costi cinque euro e il suo non sia un modellino di tendenza color tabacco spento e verde chartreuse con finiture in tessuto e laccetti coordinabili. E se è per il «dovere morale ad un abbigliamento consono alle aule», come pretende il Regio Decreto del 1925, si sa che già dalle medie, del 2008, vanno jeans a vita bassa, tanga e micro top. E qui tornare all'antico è rischioso. Perchè sotto il grembiule potrebbe non esserci niente.