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lunedì 3 novembre 2014

BRITTANY MAYNARD E' MORTA, VIVA BRITTANY MAYNARD

E’ morta Brittany Maynard, la 29 enne americana colpita da un cancro in fase terminale che aveva annunciato di voler mettere fine alla sua vita, Toccanti le ultime parole della ragazza, consegnate al mondo attraverso il suo blog: 

«Le persone più felici sono quelle che si fermano ad apprezzare e a ringraziare la vita. Se cambiamo i nostri pensieri, cambiamo il nostro mondo! Amore e pace a tutti voi». 


Brittany era malata di cancro al cervello e ha scelto di togliersi la vita sabato scorso. La giovane ha voluto esprimere una nota di profondo ringraziamento a tutti i suoi «cari, intelligenti, meravigliosi amici». Persone che la ragazza ha definito necessari «come l’acqua» durante la sua vita e la sua malattia, per la comprensione, il sostegno e l’esperienza condivisa di vita. Brittany si era trasferita dalla baia di San Francisco all’Oregon appositamente per giovare delle leggi che in questo Stato consentono la “dolce morte”.

Questa la cronaca di ciò che è accaduto e che era stato minuziosamente programmato dalla ragazza,
Questa mattina apprendendo della sua morte, mi sono commossa, ho pensato alla grande consapevolezza di questa ragazza, al dolore composto di suo marito e dei suoi genitori e poi mi sono detta che Brittany era stata davvero coraggiosa e con lei i suoi cari.
Ha scelto (perchè lo ha potuto fare) di morire con dignità, di non essere travolta da una morte dolorosa, di essere presente attivamente al suo trapasso.

In Italia la scelta di questa coraggiosa ragazza non è permessa e me ne rammarico, le leggi di questo paese sono prive di compassione e di umanità, la sola eutanasia possibile è quella che si può scegliere per il proprio animale domestico, per evitargli di soffrire troppo, una scelta umana per un amico fedele che in famiglia abbiamo dovuto fare  per la nostra  adorata cagnolona Rhoda, eravamo tutti accanto a lei , il suo muso sul mio grembo e tante, tante carezze. E' stato straziante ma Rhoda non ha sofferto e questo è quello che conta. 

E allora, ciao BRITTANY, con il tuo coraggio ci hai insegnato che qualche volta si può scegliere anche di non soffrire, forse più di qualche volta!



mercoledì 30 novembre 2011

Filippo Facci sul fine vita

In questo bellissimo articolo Filippo Facci affronta i temi del fine vita con una "diagnosi" molto realistica sulle ipocrisie di una politica  molto condizionata dalla presenza del Vaticano e di una società che non prende posizione pur vivendo sulla propria pelle situazioni all'estremo della sopportabilità. Lo spunto è il suicidio assistito di Lucio Magri in Svizzera. Facci si domanda  se potersi suicidare con assistenza in un paese straniero  sia, come sempre, un privilegio dei benestanti. Ovviamente la risposta è SI!


Il suicidio come privilegio

di Filippo Facci

In Italia puoi decidere di andare all’estero a ucciderti legalmente, basta avere i soldi e le conoscenze. In Italia puoi decidere di andare all’estero per la fecondazione assistita, basta avere i soldi e le conoscenze. In Italia puoi decidere di ricorrere all’eutanasia di una persona cara – se non vuoi andare all’estero – e qui forse bastano le conoscenze.
Esattamente come in Italia potevi abortire o divorziare alla Sacra Rota: bastavano i soldi e le conoscenze, e in parte è ancora così. Gli è che una società del genere, in cui i diritti o le facoltà sono regolati dai soldi e dalle conoscenze, è feudale e ingiusta prima ancora che classista. È anche stupida e ipocrita, considerando che ormai viviamo in un’Europa senza frontiere – è il periodo giusto per sottolinearlo – e ogni mancata regolamentazione, in Italia, sa quindi di polvere sotto il tappeto, di doppiezza bigotta o porporale o trinariciuta, quel che volete.
E voi magari pensate che tutto questo sia affare altrui, da manichei professionali, da folgorati ciellini contrapposti a laicisti senzadio, roba da Porta a Porta la sera tardi: perché voi siete personcine sensate e se dipendesse da voi, appunto, ci sarebbe molta più libertà di autoregolare la propria esistenza senza nuocere al prossimo, come no. Ma non è vero, cioè: non è possibile che questo scollamento tra il buonsenso comune e le leggi fatte dai politici – che mancano, o sono vergognose – non abbia una spiegazione che in qualche modo non ci veda anche complici.
In Italia discutiamo di principi ma non facciamo le leggi, all’estero guardano alla vita reale e fanno leggi che cercano di regolarsi alla meno peggio: senza pretendere di rispondere ai grandi quesiti della vita. La Svizzera resterà famosa per le banche e gli orologi a cucù, non per il suicidio assistito a cui Lucio Magri, cittadino italiano informato, ha deciso di ricorrere. E così per tutto il resto: la facoltà di andare all’estero per fare ciò che in Italia è formalmente proibito, da noi, non è vista come un problema, ma come una discreta soluzione. Una soluzione, al solito, cementata a un’ipocrisia profonda, storicamente e culturalmente radicata, inguaribile, ormai codificata: si fa ma non si dice.
Che cosa, si fa? Tutto, purché non ci si faccia beccare: sesso, adulterio, aborto, eutanasia, abusi edilizi, lo scontrino che non ti hanno dato ma che tu non hai chiesto, evasione fiscale, auto in doppia fila, nell’insieme un’immensa zona grigia in cui il lecito può essere moralmente illecito, e l’illecito confina, invece, con una cultura tutta italiana nel definire leggi che probabilmente, già si sa, non verranno rispettate. Ogni nuova regola contempla in partenza un venturo accomodamento, una mediazione a metà tra il suk latino e il rosso porporale. L’accomodamento e la mediazione, a proposito di certe imbarazzanti questioni, è che si deve andare all’estero. Che schifo.
Lagnarsi che la politica italiana tralasci certi questioni, oltretutto, può essere pericoloso: perché il Paese reale con le sue soluzioni sottaciute, tutto sommato, è ancora migliore di un Parlamento in ormai cronico ritardo culturale; meglio la discrezione dei medici piuttosto che certi folgorati che badano solo all’acquiescenza vaticana e non a quella della maggioranza degli italiani. Meglio un Paese che per risolvere dei problemi dolosamente vacanti debba ricorrere all’invasività della magistratura (vedi caso Welby o caso Englaro) piuttosto che quei pateracchi teologici sul testamento biologico o sulla fecondazione assistita, temi per i quali sarebbe bellissimo riportare gli italiani nelle piazze. Ed è qui che entriamo in ballo noi: noi che – di destra o sinistra non importa, come i sondaggi dimostrano – su temi come fine-vita, Legge 194, coppie di fatto, divorzio breve e laicità dello Stato la pensiamo in maniera diametralmente opposta a come (non) legiferano i nostri governi. Perché sappiamo che a dividere le coscienze, alla fine, è solo il nostro vissuto personale, sono le nostre laceranti esperienze private: non un caso Welby o un caso Englaro, non un monologo di Saviano o il suicidio di Mario Monicelli, tantomeno quello di Lucio Magri; non certe opinioni declarate, gli slogan disinformati, i princìpi recitati a freddo, i soliti cretinismi bipolari di esponenti di destra o di sinistra che si consultano per sapere che opinione devono avere. Non quel poveretto dell’Udc che ieri, a proposito di Lucio Magri, ha parlato di «viltà».
Solo quello ci conforta: il nostro vissuto personale, qualcosa che soffriamo e serbiamo silenziosamente per noi. Incapaci, come siamo, di trasfigurarlo nella legittima battaglia di una legittima società civile – o borghesia, direbbe Giuseppe De Rita – che purtroppo non siamo ancora diventati. Dicono che certi temi non spostano voti. Può darsi. I benestanti e gli informati, intanto, sanno come fare. Se sono malati incurabili, e se soffrono come cani, sanno come fare. Persino se vogliono suicidarsi, sanno come fare, sanno dove andare. Mentre i poveri, cazzi loro.

mercoledì 4 febbraio 2009

E' solo una questione d'amore...

Ieri sera ho seguito Porta a Porta sul caso Eluana Englaro e le mie convinzioni si sono rafforzate.
Mi preme solo dire che se Eluana avesse scelto di morire non l'avrebbe certo fatto chiedendo di essere privata di cibo e di acqua, altri prima di lei hanno scelto una anestesia e una puntura, lo si fa anche quando si deve praticare l'eutanasia al proprio cane e anche questa è una esperienza che ti segna: si sta con lui (nel mio caso con lei), le si parla, la si accarezza e si sente il suo cuore generoso che rallenta i battiti e poi si ferma. A quel punto è tutto finito, ti dici che l'hai fatto per evitare al cane delle sofferenze, ed è vero, il cane non sa, non può scegliere e tu hai il dovere di aiutarlo con una morte dolce. Vi assicuro che se ne esce a pezzi, che trovarsi per strada con il solo guinzaglio in mano è straziante.
Ma ritornando ad Eluana io vorrei parlare da mamma e vi dico che io non chiederei mai la morte per uno dei miei figli,qualsiasi fosse la qualità della sua vita, mi metterei accanto a lui, le parlerei, lo imboccherei, le terrei la mano, le darei la mia vita anno dopo anno fino alla fine. Moltissimi genitori lo fanno, moltissimi figli lo fanno con i genitori, io con il mio papà malato di Alzheimer l'ho fatto e questa esperienza mi ha cambiato la vita. Molte volte ho invocato per lui, divenuto oramai una persona fragile, immobile e sofferente, la morte per porre fine alle sue sofferenze, poi lo guardavo, lui mi sorrideva e mi chiamava a se con la mano, probabilmente senza sapere che ero sua figlia, si lasciava accarezzare la testa e chiudeva gli occhi... bastava questo per farmi capire che lui voleva vivere e che l'egoista ero io, ero io che non volevo più soffrire, bastava questo per farmi capire che anche in quelle condizioni era in grado di darmi affetto e tenerezza. Quando se ne è andato mi è mancato tanto e mi manca anche ora, moltissimo.
Forse è solo una questione d'amore, è l'amore che fa la differenza. Volevo dirvi solo questo.

martedì 3 febbraio 2009

Eutanasia per Eluana Englaro


"Bisogna avere il coraggio di dire con chiarezza che l'eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell'uomo.La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto "dolce", ma testimoniare l'amore che aiuta ad affrontare il dolore e l'agonia in modo umano. Siamone certi: nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio»

Benedetto XVI - Angelus 1 febbraio 2oo9 - In occasione della Giornata per la Vita.

giovedì 18 dicembre 2008

Ricordando Rhoda

Capita che un dolore che pensavi sopito irrompa con prepotenza nel tuo cuore, capita che i tanti ricordi legati a quel dolore riaffiorino alla mente una una nitidità impressionante e nei minimi particolari.
Il 17 dicembre di 3 anni fa, in una bellissima giornata di sole, la mia famiglia ha dovuto prendere la decisione pù terribile che si possa prendere, quella di far finire una vita, la vita della nostra Rhoda, la nostra grande schnauzerona. Solo quindici giorni prima avevamo scoperto del tutto casualmente che Rhoda aveva un linfoma, la terapia cortisonica che sembrava funzionare in realtà non era servita a nulla e in una settimana lei si era molto aggravata, si sforzava di uscire e lo faceva per noi in un ultimo gesto d'amore, ma era tanto affaticata.
La sera prima non aveva toccato cibo e durante la notte aveva dato di stomaco, ma quella mattina era riuscita a salire sul lettone... è stata l'ultima volta.
Ricordo di essere andata al supermercato e di non aver preso i suoi soliti snack, ricordo la telefonata di mia figlia che aveva parlato con il veterinario che la voleva vedere, ricordo la nostra corsa verso casa, il vento impetuoso che non mi faceva respirare e il tragitto in macchina verso il suo studio. Ricordo di aver pensato che quel vento me l'avrebbe portata via... ed è stato così.
Inizialmente il veterinario ci disse che i linfonodi si erano gonfiati nuovamente, ma che forse si poteva ancora aumentare le dosi di cortisone, fece però un prelievo a Rhoda e poi la fece uscire in strada con mio marito.
Io e mia figlia rimanenno in ambulatorio per sapere il risultato degli esami del sangue e furono un disastro, i valori completamente alterati, una leucemia fulminante, nessuna speranza.
Mia figlia dovette richiamare Rhoda e lei arrivò scodinzolando come sempre... una cagnona straordinaria, felice fino alla fine.. e poi tutti e tre insieme, accanto a lei per affrontare il suo lasciare questo mondo. Non pensavo di avere il coraggio di farlo e invece lo trovai, le tolsi una fascia che aveva sulla zampa, la accarezzai e le parlai fino alla fine, lo stessero fece mio marito e mia figlia.
Ci ritrovammo per strada senza di lei ma con in mano il suo guinzaglio e il foglietto della cremazione, le ultime cose che avevamo di lei... Il 24 dicembre Rhoda sarebbe tornata a casa in una piccola urna e sarebbe stata con noi per sempre.
Un dolore così grande lo può capire solo chi l'ha provato e infatti abbiamo avuto l'abbraccio generoso dei nostri amici più cari. Naturalmente ci siamo anche sorbiti lo scherno di chi ha continuato a dirci che in fondo era solo un cane e ci chiamava pazzi ed esagerati....
Rhoda era indubbiamente un cane, ma è stata una compagna di vita sincera, fedele, amorevole, ci ha dato tutto l'amore di cui era capace senza mai tradirci. Meglio lei cento volte di tanti umani aridi ed ignoranti.
E allora alla nostra Rhoda, che ora ha il compito importantissimo di stare accanto al mio papà, dico un grazie di cuore. Non la dimenticheremo mai!
Il nostro ricordo di Rhoda nel dicembre 2005

giovedì 9 ottobre 2008

Eluana Englaro, il padre si assuma le sue responsabilità

E' di ieri la notizia che la Consulta ha respinto i ricorsi di Camera e Senato contro le eccezioni sul consenso espresso dai giudici di Milano che hanno autorizzato a porre fine alla vita di Eluana Englaro, la ragazza in coma dal 1992.
E' ben triste che una vicenda umana come questa sia finita in un tribunale e poi nelle sedi istituzionali, è ben triste che un padre si rivolga ai giudici per chiedere la morte della figlia.
Come al solito dico quello che penso e non voglio fare giri di parole: il papà di Eluana, anche se tutore della figlia, non può disporre della sua vita, poichè di vita si tratta. Eluana è in coma ma respira autonomamente e tanto deve bastare per dichiararla viva. Quest'uomo probabilmente è stanco e provato, sarà certamente anche addolorato per la povera ragazza, ciò che è capitato ad Eluana ha condizionato e condiziona la sua vita da 16 anni, ma allora, se è così, il problema è suo e lo è due volte. Da un lato la morte della figlia che invoca da anni, rappresenta la sua liberazione (non sembra che Eluana sia in sofferenza, non sappiamo, nessuno lo sa, che cosa provi questa ragazza, quello che sappiamo è che non si lamenta e respira da sola) e dall'altro se proprio è intenzionato ad ucciderla, lo faccia da solo e non cerchi la protezione della legge. In Italia non esistono leggi che consentono l'eutanasia, perchè di questo si tratta. Quindi se il Signor Englaro desidera che sua figlia non venga più alimentata gli strappi il sondino gastrico, lo faccia con le sue mani e affronti le conseguenze morali e legali del suo gesto.
Forse finirà in carcere e questo sarà certo un modo per mitigare il rimorso che inevitabilmente proverà e che è giusto che provi, per aver ucciso una persona.

sabato 19 luglio 2008

Acqua per Eluana, eutanasia "non in nostro nome"

Dovremmo anche noi portare una bottiglia d’acqua alle porte del Duomo di Milano, come raccomanda Giuliano Ferrara. Se non altro per diluire i litri di alcol che in questi giorni e tv ci hanno fatto ingurgitare. Nello scopo dichiarato di anestetizzarci la coscienza, con una sbronza di cicchetti micidiali. Povera Eluana: cavia ideologica come Welby e Terry Schiavo, usata per gli esperimenti della tribù degli eutanasici. Acqua per ripulire il volto sfigurato di una medicina che non vuol più essere consolazione e cura delle ferite umane. La nuova barbarie, mascherata da pietoso umanitarismo, il diritto alla morte altrui ammantata di dolce compassione, ha qualcosa di diabolico nella sua bestemmia contro la vita. Bioeticisti à la carte, medici agnostici e ciarlatani dell’infomazione offrono consigli e assistenza anti-rimorso al padre di Eluana. Eppure, non esiste alcuna spina da staccare: Eluana è come un neonato incapace di nutrirsi da sé, non un vegetale tenuto in vita da una macchina. Ed ecco svelata la verità: si chiede di porre fine ad un accanimento che non c’è per praticare, invece, l’eutanasia a una ragazza già morta, dicono, 16 anni fa. Bugie in nome della nuova società senza limiti e dei perfetti: oggi tocca a Eluana, domani ai bimbi prematuri, agli handicappati, agli anziani senza futuro. C’è infine un giudice: come per papà Englaro, nessuno può giudicare la sua coscienza. Ma la sentenza no, questa non può sottrarsi al pubblico tribunale. Perché riguarda anche le nostre vite. Abbiamo tutto il diritto di gridare, come davanti a una dichiarazione guerra: «Non in nostro nome». E il dovere di resistere alle Corti di Giustizia quando decidono su vita e morte. Opponiamoci: una bottiglia d’acqua per Eluana e un’altra per spegnere la loro sbronza mortifera.

venerdì 18 luglio 2008

DIBATTITO SUL CASO DI ELUANA ENGLARO

Una legge per le mille Eluane

Son qui da mezz'ora che cincischio per trovare le parole giuste, e allora al diavolo le parole giuste, neanche la morte di una figlia in fondo è un pranzo di gala: e allora dico subito, sul caso di Eluana Englaro, che provo una forma di disprezzo per tanta classe politica e per tanti miei colleghi spesso ottusi, pavloviani, più semplicemente ignoranti su questo tema.

Quale tema, poi? Ecco il punto: perché il tema che viene sviscerato in tante opinioni che ho letto, in realtà, non viene sviscerato per niente, la prosa resta generica, precotta, «i confini della vita» e dintorni, è il temino bioetico imparato a memoria da tanti politici da intervista telefonica e da tanti opinionisti polivalenti che mica si aggiornano, mica studiano, mica entrano più di tanto nel merito del singolo caso: alla fine scrivono sempre lo stesso articolo e ogni volta lo travestono: i politici non si muovono dai loro palazzi e gli opinionisti dalle loro scrivanie. I princìpi-cardine restano astrattamente sempre quelli, e chi se ne frega del famoso Paese reale, ossia il Paese che in stragrande maggioranza (lo dico alto e forte e ho le mie fonti, non so voi) è assolutamente favorevole al padre di Eluana Englaro e alla sua battaglia: non è spaccato, non è bipolarizzato, perlomeno su questo non lo è. Ma il disprezzo di cui parlavo non è per le opinioni meramente diverse dalle mie, bensì per la nutritissima brigata di chi alla fine del suo temino, del suo ragionamentino etico, in sostanza dice che occorre fare questo: niente.

Che cosa dice di fare, la Chiesa? Niente: ma è il suo lavoro, potremmo dire. E allora che cosa vuol fare il centrodestra? Niente. Che cosa propongono tanti corsivisti apparsi anche su questo giornale? Niente. Non c'è nessun problema, in Italia: solo pochi casi Welby o Englaro sui quali esercitarsi ogni tanto. Ma dico io: ma di che accidente ha ancora bisogno, questo Paese, per accorgersi che serve una legge per distinguere tra cura e accanimento terapeutico? Per distinguere tra eutanasia e testamento biologico? Tra consenso informato e suicidio assistito? Tra casino e civiltà? Ci vuole fegato, ci vuole il coraggio dell'ignavia per dire che una nuova legge non serva, ci vuole pelo sullo stomaco per sostenere che siano sufficienti gli articoli 13 e 32 della Costituzione laddove parlano della libertà personale e del diritto dei cittadini di non farsi somministrare trattamenti sanitari contro la loro volontà.

Ma che vi credete, che lo scontro sia tra i favorevoli e i contrari all'eutanasia? Lo scontro, impari, è tra chi vorrebbe far qualcosa e chi invece niente. Voi fate come volete: poi non dite però che la Magistratura occupa gli spazi della politica, dite semmai che la politica lascia dolosamente scoperti degli spazi di cui la Magistratura non può infine non occuparsi, dite che l'ormai fisiologico ritardo culturale del nostro Parlamento non fa che produrre contrapposizioni ideologiche che attizzano magari il nostro prezioso dibattere sui giornali, come no, ma affianco del quale il nostro Paese, il famoso Paese reale, deve intanto cavarsela da solo: deve lasciare al grigio degli ospedali la scandalosa clandestinità dove il decesso di centinaia di migliaia di pazienti (centinaia di migliaia di pazienti) è accompagnato da un intervento segreto e non dichiarato dei medici. Lo dico a certi cattolici: vi fidate almeno del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano? Ebbene, un suo studio facilmente reperibile ha spiegato che il 3,6 per cento dei medici ha praticato l'eutanasia di nascosto e il 42 per cento (ripeto: 42 per cento) la sospensione delle cure di nascosto: anche perché senza telecamere in giro non è poi così difficile. La rivista scientifica Lancet sostiene che il 23 per cento dei decessi, in Italia, è stato preceduto da una decisione medica, e che il 79,4 per cento dei medici è disposto a interrompere il sostentamento vitale. Di nascosto, ovvio: ma una nuova legge non serve, giusto? Come dite, non credete a Lancet ? Pensate che i dati siano altri? Perfetto: si fanno commissioni su qualsiasi idiozia, in Italia, ma un'indagine conoscitiva sul fenomeno non interessa a nessuno e l'ipotesi di farne una su questo è stata bocciata dal Parlamento nel dicembre 2006, e non so a voi: ma a me non sembra una questione di poco conto il sapere se il decesso di centinaia di migliaia di persone, nel mio Paese, sia accompagnato o no da un intervento non dichiarato dei medici. Invece si preferisce far finta di niente sinché non capita a noi, a una persona cara, ed è questo che disprezzo: che le nostre ignavie legislative generano sofferenza. La chiedono i medici, i magistrati, il Consiglio superiore di Sanità: macché, niente legge in Italia, unica in Occidente, anche perché intanto la parte più antilibertaria del Paese vede eutanasia dappertutto e usa menzionarla di continuo per confondere le acque: l'eutanasia c'è in mezza Europa, è vero, ma qui da noi non la vuole praticamente nessuno, non è di eutanasia che si parla, chi continua a nominarla non fa che pescare nel torbido. L'eutanasia è il dare la morte a una persona lucida e malata che espressamente la chieda, mentre il testamento biologico, quello che in Parlamento fingono di discutere da anni, è la dichiarazione dei trattamenti sanitari che vorremmo o non vorremmo ci fossero applicati nel giorno in cui, da malati, non fossimo più in grado di decidere. Sempre che non si preferisca, come oggi, che la sofferenza nostra e dei nostri cari sia risolta clandestinamente oppure discussa nelle nostre preziose opinioncine sui giornali.

Discussa da chi a margine del caso Englaro alza il ditino e declama, dalla sua scrivania, solo ciò che non va fatto. Ma io rovescio la domanda e gli chiedo: dimmi, che cosa andava fatto, che cosa va fatto? La so la risposta: niente. Niente: era una precisa corrente di pensiero, tempo fa, anche nelle caverne.
Filippo Facci

Ecco perché porto una bottiglia in piazza per Eluana
Caro Filippo,
oggi ho portato una bottiglia d'acqua sul sagrato del Duomo, come segno tangibile, nella società dell'immagine, ancorché risibile, all'epoca delle sentenze che decidono dalla misura delle carote al destino di una vita umana, che nessuno ha il diritto di far morire di sete e di fame Eluana. Non ho portato un segno per “le mille Eluana”, come dici tu, Filippo, ma per quell'Eluana lì, in carne e ossa, caso specifico dove non esiste nessun accanimento terapeutico, nessuna somministrazione inutile di medicinali o macchine. Ma esiste (e gli si vuol far venire a mancare) semplicemente un sondino, un'idratazione e una nutrizione, che non si dovrebbero far mancare a nessuno, malato o no, bambino o vecchio egli sia, che non è in grado di bere e mangiare da sé. Eluana non ci può dire niente di sé, se non che è lì, c'è, esiste, è presenza muta ma non priva di comunicativa – e sono interrogativi seri, direi. Ma tu, Filippo, sostieni che sono dalla parte di quelli del disprezzabile “far niente”, di quelli “delle caverne”, di quelli lontani dal famoso “paese reale”, di quelli che “non studiano, non si aggiornano”, di quelli che non hanno capito che oggi l'eutanasia c'è, silenziosa, nascosta, clandestina, praticata dal 3,6 per cento dei medici; di quelli che invece di battersi per leggi che regolino eutanasia e testamento biologico (due cose diverse, come ci ricordi tu, Filippo) scrivono sempre lo stesso articolo e ogni volta lo travestono di nuovi e inutili blablà. Posso dirtelo, in tutta franchezza e sincerità, caro Filippo? Sbagli bersaglio. Tu confondi le tue emozioni con la realtà. Confondi i tuoi sentimenti con quella presenza lì, che ti dice, “scusa, ma in tutto quel bel programma di leggi e di testamenti biologici che auspichi, io, adesso, che sono?”. La tua risposta implicita sembra essere: tu, Eluana, sei niente. O forse: sei qualcosa, sì, forse un bene, chissà, ma comunque qualcosa che deve essere immediatamente a disposizione della volontà di un padre e di un giudice. Vedi, Filippo, la risposta di quelli che sono andati sul sagrato è opposta. Dice: Eluana è una di noi, e né il padre, né tantomeno un giudice, possono decidere di ammazzarla, come invece poteva succedere al tempo delle caverne e come ancora succede nel regno animale, un individuo debole o malato viene ammazzato dal resto del branco. Che poi tu, Filippo, non veda l'ora di avere leggi che entrino a regolare gli aspetti più delicati della vita e della morte; che tu, Filippo, abbia questa appassionata convinzione che le leggi possano rendere giustizia della sofferenza e del marasma di dolore che c'è sotto il cielo, questo è tutt'altro affare da ciò che, nello specifico, stiamo raccontando in questi giorni che seguono a un problema che non è stato posto dalla chiesa, ma dal concreto agire di un giudice. Che debbano essere le leggi dello Stato e non quelle della coscienza a decidere quando la vita è degna o non degna di essere vissuta è un'opinione. Come è un'opinione la mia che, invece, ritiene che la legge debba solo affermare positivamente il principio che la vita umana è un bene indisponibile. Mentre poi, nel caso specifico di malato terminale, in coma e quant'altro, le leggi dello stato non ci devono proprio entrare, poiché nel caso specifico vale la legge millenaria della medicina di Ippocrate, vale la legge da sempre iscritta nelle coscienze umane, valgono i progressi della scienza per alleviare il dolore, vale la buona fede che nessuno (fino a prova fattuale contraria), sia esso medico, paziente o parente, vuole la sofferenza, l'accanimento, la tortura terapeutica. Insomma, sono due opinioni - la tua che spera nella legge, la mia che spera nell'uomo - che il lettore considererà e giudicherà, mi auguro, a partire da una riflessione sulla propria esperienza, non, come ringrazio il direttore di aver precisato in margine al tuo intervento, a partire da chi disprezza più forte.
Luigi Amicone

Fonte il GIORNALE

giovedì 10 luglio 2008

ELUANA E' LIBERA DI MORIRE, MA PER LA CHIESA E' EUTANASIA

Dopo 16 anni di non vita attaccata ad un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione e idratazione, Eluana sarà libera di morire.
Oggi la Corte d'appello civile di Milano ha autorizzato il padre della ragazza, in stato vegetativo permanente dal 18 gennaio 1992, ad interrompere, in qualità di tutore, il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato che da 16 anni tiene in vita la figlia. Beppino Englaro da quasi dieci anni, precisamente dal 1999, chiede la sospensione del trattamento. Un paio di settimane fa il signor Englaro è stato ascoltato dai giudici della Corte d'Appello di Milano nell'ennesimo tentativo di far comprendere il suo stato d'animo e le volontà di sua figlia Eluana, che mai avrebbe voluto continuare a vivere in condizioni così disperate, senza più capacità percettive e avere contatti con il mondo esterno.
Questa, per il signor Beppino, era la nona tappa di un processo lungo e difficile, troppe volte lasciato in sospeso per l'assenza di una disciplina legislativa specifica e completa in materia di eutanasia. Anche se, come più volte ha specificato il papà di Eluana, nel caso di sua figlia “non è formalmente corretto parlare di una richiesta di eutanasia quanto, piuttosto, di una richiesta di sospensione delle cure che possono equipararsi ad una sorta di accanimento terapeutico”. Eluana può respirare autonomamente ma non è più in grado di avere coscienza di sè, sentimenti, vita di relazione. Da 16 anni.
Il decreto in cui si autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione a Eluana è stato redatto dal giudice della prima sezione civile della Corte d'appello di Milano Filippo La Manna, che si è rifatto alle indicazioni fornite dalla Cassazione, con sentenza di rinvio, lo scorso 16 ottobre. La Cassazione, infatti, aveva accolto la richiesta del papà di Eluana stabilendo che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare l'interruzione delle cure in presenza di due circostanze concorrenti:
1)che sia provata come irreversibile la condizione di stato vegetativo del paziente;
2) che sia accertata la sua volontà prima dell'inizio di tale stato (in base al suo vissuto e ai suoi convincimenti etici) a non essere sottoposto a tempo indeterminato a sistemi di mantenimento in vita di tipo puramente meccanico.
La Corte d'appello ha ritenuto che fosse già stata provata e accertata l'irreversibilità dello stato vegetativo permanente della giovane donna e che sia stato dimostrato il convincimento di Eluana, quando era in piena coscienza, di preferire la morte piuttosto che una vita di questo tipo.
Il provvedimento dei giudici di appello teoricamente può essere ancora soggetto a ricorso davanti alla Cassazione.

“Grave sentenza”: così la Radio Vaticana giudica la decisione dei magistrati della Corte d'Appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro a sospendere il trattamento di alimentazione ed idratazione forzato della figlia. “Nessun tribunale aveva mai accolto la richiesta”, rimarca l'emittente pontificia, che ricorda come già i bioetici della Cattolica abbiano rimarcato che la decisione dei magistrati “disconosce il principio della non disponibilità della vita e il dovere di ogni società civile, di assistere i propri cittadini più deboli”. Il Vaticano, attraverso le parole di Mons. Rino Fisichella, neopresidente della Pontificia accademia per la vita, parla, senza mezzi termini di "eutanasia". La sentenza però, ha aggiunto mons. Fisichella, “può essere impugnata presso una corte superiore” e c'è la possibilità di “ragionare con maggiore serenità e meno emotività”.
Di fronte alla decisione presa oggi dai magistrati mons. Fischella esprime “un duplice sentimento”: da una parte “tristezza e amarezza” e dall'altra “profondo stupore”. “Profonda amarezza per come si risolverà purtroppo una vicenda di dolore, perchè Eluana è ancora una ragazza in vita, il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale”. E “profondo stupore, per come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta, al legislatore perché”, ha concluso il vescovo, “ non mi risulta che in Italia ancora ci sia una legislazione in proposito, e anche soprattutto ai medici che hanno competenza specifica del caso”.
Intanto la casa di cura “Beato Luigi Telamoni”, dove Eluana è ricoverata dal giorno stesso dell'incidente stradale avvenuto nel gennaio di 16 anni fa, è gestita dalle suore Misericordie che, come facilmente comprensibile, appoggiano in pieno il punto di vista del Vaticano.
Riferendosi alla decisione di staccare l'alimentatore di Eluana i dipendenti rispondono: “Qua in questa casa di cura non avverà di sicuro: le suore le sono affezionate, non acconsentiranno mai”. È l'affermazione che ripetono un pò tutti nella casa di cura Beato Luigi Talamoni. “Se il padre vuole farla morire”, ha detto un dipendente, “dovrà solo portarla via da qui”.

Ma sulle sorti di Eluana ci sono opinioni assai diverse, anche all'interno del mondo politico.
La senatrice del Pdl, Laura Bianconi, ha definito “gravissima” la decisione dei giudici della Corte d'Appello civile di Milano.
“Non si può pensare che il diritto alla vita rientri tra quelli di cui possono disporre altri, tanto meno i giudici con una sentenza. Questo è un esempio palese di quello che accadrebbe con il testamento biologico dove ad un terzo verrebbe attribuito il diritto di decidere se dobbiamo smettere di vivere: ecco perchè sostengo da sempre che non si può aprire questa porta legislativa ma è necessario aumentare in tutti i modi possibili forme di assistenza e sostegno a questi malati e alle loro famiglie, anche attraverso le cure palliative, invece di legittimare forme di vero e proprio abbandono terapeutico come in questo caso”.
L'opposizione, invece, appoggia in pieno la sentenza dei giudici milanesi.“La decisione del Tribunale Civile di Milano è rilevante e giusta. Il padre di Eluana ha lottato per sedici anni contro tutto e contro tutti per rispettare le volontà della figlia, che finalmente saranno accolte”. È il commento di Ignazio Marino, medico e capogruppo Pd in commissione sanità al Senato, al caso Englaro. “È una sentenza rigorosa che pone fine ad un vero e proprio calvario ma testimonia ancora una volta la carenza di una legislazione che regoli la materia nel nostro paese”.

Personalmente ritengo che se, come sembra, Eluana respira autonomamente il dovere di chi la assiste sia quello di nutrirla e idratarla. Con tutto il rispetto per il dolore di questi genitori e anche per il loro stato emotivo molto provato, trovo raccappricciante che si apprestino a lasciare morire la figlia di fame e di sete, una fine orrenda di cui mi auguro che siano consapevoli.

domenica 20 aprile 2008

Battersi per affermare la dignità della vita

Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio” e ottimo giornalista, sta creando una sua lista per la tutela della vita umana. Il suo obiettivo non è la ricerca del potere per se stesso, ma quello di portare in Parlamento un certo numero di persone, molte delle quali donne, che sui temi dell’aborto, della fecondazione assistita, dell’eutanasia, siano in grado di scuotere le coscienze. Ieri sera l’ho ascoltato con molto interesse a Matrix, Ferrara non è un bigotto o un fanatico, la sua battaglia non è ideologia, è umana. Nei giorni scorsi mi ero fatta un’idea sbagliata del suo impegno, pensavo che sarebbe stata una impresa vana, una “perdita di voti” per i due partiti maggiori, perchè credo che sui temi etici ci sia attenzione in entrambi gli schieramenti, ieri sera ho capito che in un mondo dove tutti i valori sono andati a farsi benedire, è estremamente importante dare attenzione ad una persona che ci costringe a discuterne. E’ indubbio che l’aborto sia un errore, che lo sia anche la manipolazione genetica e infine anche l’eutanasia, e sono certa che nessun essere umano vorrebbe attuare queste soluzioni estreme nella sua vita. Allora il problema non sono le attuali leggi in vigore o non ancora in vigore - vedi legge 194 - ma impostare il problema in altri termini: per evitare che una mamma scelga di uccidere il proprio bimbo occorre mettere quella mamma nelle condizioni di non farlo, aiutandola in tutti i modi, economicamente e psicologicamente, creando per lei le condizioni per continuare serenamente la gravidanza e per ocuparsi poi del suo bambino dopo il parto. Lo stesso discorso vale per l’eutanasia, se i malati terminali e senza speranza saranno messi in condizioni di non sofferenza, saranno accuditi nelle loro case da personale idoneo, attenderanno serenamente di lasciare questo mondo con dignità. Per la manipolazione genetica occorre aprire un altro capitolo, dovremmo chiederci che diritto abbiamo noi di decidere della vita di un altro essere umano, anche se potenzialmente handicappato. Ci sono genitori di bimbi down che ringraziano il Signore di averli avuti per la ricchezza che hanno portato nella loro esistenza. Certo anche qui sarà necessario un supporto per le famiglie e una garanzia per il futuro di queste creature indifese.

Insomma la battaglia di Giuliano Ferrara vuole affermare la dignità dell’uomo in ogni momento della sua esistenza, lo vuole fare in modo concreto e c’è un gran bisogno che in questa società così superficiale, che mette ai margini i malati, gli anziani, gli handicappati solo perchè ”rovinano” il mondo di celluloide in cui i più vorrebbero vivere o che non esita ad uccidere un bimbo nel grembo materno per non avere problemi, benvenga una iniziativa come questa, una iniziativa che merita il rispetto di tutti e che non deve essere strumentalizzata, anche se capisco che scuota le coscienze e per questo possa far paura. Ognuno poi voti secondo coscienza.