martedì 4 novembre 2008
IL PACISFISTA DI GUERRA
Molti americani e gran parte del mondo attendono la probabile elezione di Obama come quella di un messia, in grado di ribaltare in senso pacifista la politica estera degli Usa. Quasi un moderno Adriano che con fare dialogante, e il supporto di George Clooney, depurerà l'impero dalle smanie militaresche del predecessore. Ma a demolire il mito, ci pensa il candidato democratico ”in his own words”. Basta scorrere interventi pubblici e frasi del programma, per scoprire un Obama più falco di McCain e a volte persino di Bush. Ecco le prove.
Iraq. Il ritiro delle truppe in 16 mesi è il marchio di fabbrica del senatore nero. In realtà nel suo programma si legge: «Finchè i leader locali non pongano fine al settarismo, una forza ridotta rimarrà in Iraq per condurre missioni anti terrorismo, proteggere civili americani e addestrare le forze di sicurezza irachene». Il capo del team obamiano sull'Iraq, Colin Kahl, l'ha quantificata in 80.000 uomini. Fino all'11 luglio il paragrafo sull'Iraq si intitolava “Riportare a casa le truppe”, ora è “Ritiro responsabile e graduale”. Ciò che Bush ripete da anni. Anzi, il ministro degli esteri iracheno Zebari ha svelato al NY Post che, durante la visita estiva a Baghdad, Obama gli chiese «perché non intendessero posticipare l'accordo sul ritiro a dopo le elezioni Usa»: nel qual caso, la promessa sui 16 mesi sarebbe saltata.
Pakistan e Afghanistan. «La priorità è combattere i terroristi in Pakistan. Se avremo informazioni credibili e il presidente pakistano non agirà, lo faremo noi». Parola di Obama l'1/8/‘07 al Wilson Center di Washington. Apriti cielo: un candidato americano preannuncia l'invasione, con o senza consenso, dell'unico stato atomico islamico. Un suicidio geopolitico. Perfino McCain glielo rinfaccia nel primo dibattito tv: «Non affermerei mai pubblicamente che li attaccherò». Ma in due faccia a faccia Obama rincara: «Possiamo lasciare le truppe sulla difensiva e incassare all'infinito, se il Pakistan non coopera, oppure prendere decisioni (..) , non possiamo regalare miliardi a chi tratta coi Taliban». Ergo, «nella regione servono più truppe, elicotteri, droni» (15/7/'08). Quanto all'Afghanistan, «teatro centrale della guerra», Barack ci spedirà «altre 2 brigate da combattimento», chiedendo «meno restrizioni» agli alleati.
Iran. Trattare con Ahmadinejad? Una boutade mediatica. Il vero Obama pensiero emerge dal primo uno contro uno con lo sfidante repubblicano: «Non possiamo permettere all'Iran di ottenere l'arma nucleare. Rischierebbe di cadere in mano a terroristi. Farò tutto il necessario per impedirlo. Non toglieremo mai dal tappeto l'opzione militare, né consentiremo all'Onu di porci un veto».
Palestina. Mai accaduto che un candidato democratico alla Casa Bianca visitasse Israele. Barack lo ha fatto il 24 luglio, per ribadire una choccante promessa del 4 giugno alla lobby ebraica dell'Aipac: «Gerusalemme capitale indivisa dello stato israeliano». Ovvero niente Gerusalemme est al futuro stato palestinese, uguale intifada garantita per l'eternità. Neanche Bush aveva osato tanto. Ma già durante la visita a Sderot, città sotto tiro di Hamas, Obama era stato esplicito: «Se qualcuno spedisse razzi contro casa mia farei qualunque cosa per fermarlo. Dagli israeliani mi aspetto lo stesso». Da qui l'idea di «un aumento degli aiuti militari a Israele». E dire che McCain si è detto favorevole al dialogo con Hamas.
Russia. Il cognome del principale consulente di esteri del ticket di Obama dice tutto: Brzezinski. Il più anti - russo degli ex consiglieri per la sicurezza nazionale. Colui che chiede di boicottare le olimpiadi di Sochi. Per Obama (citiamo dal dibattito presidenziale n.1) «la risorgente Russia è una minaccia per la pace». E Georgia e Ukraina «sono libere di entrare nella Nato»... terza guerra mondiale permettendo.
Leva. Altro che tagli. In un forum del 13/9 alla Columbia University, Obama afferma: «È essenziale ampliare il nostro esercito e i marines. E che un presidente parli del servizio militare come di un obbligo non solo di alcuni: se andiamo in guerra ci andiamo tutti». Trattasi della reintroduzione di una forma di leva obbligatoria defunta dal Vietnam. Obiettivo «65.000 soldati e 27.000 marines» aggiuntivi, l'integrazione coi militari di agenzie civili e più fondi alla Guardia nazionale. McCain applaude e assicura al rivale, ove sconfitto, la direzione della naja.
Armi e missili. Dal sito ufficiale barackobama.com: «Per estendere il nostro potere globale, più investimenti in ricerca e sviluppo per droni, aerei KC-X, Cargo C-17 (..) e rimpiazzo delle navi obsolete». «Ci occorre una difesa missilistica a causa della minaccia iraniana e nord coreana (..) i test devono essere più rigorosi».
Terrorismo, Cina, Sud America. «Creare con 5 miliardi un apparato di polizia, o Shared security program, per abbattere network terroristici nel mondo». «Vigilare sul riarmo cinese rafforzando la nostra presenza in Asia». «Diplomazia aggressiva in Venezuela, Bolivia, Nicaragua» ed estensione al Messico della “Merida Initiative”(raid colombiani antiterrore). No alla fine dell'embargo su Cuba: mero «allentamento previa liberazione dei dissidenti». (Dal discorso del 23/5 ai cubani di Miami).
Gun control e diritti civili. Adesione totale al 2° emendamento (diritto a portare armi), pubblicizzata da un radio spot a 4 mani con McCain. E no alla cancellazione del Patriot act.
Il Wall Street journal ha così sintetizzato la metamorfosi di Obama: “Un terzo mandato per Bush”.
www.laltrogiornale.com
IO STO CON McCAIN PERCHE' CREDO NEI VALORI USA
Oggi oltre cento milioni di cittadini americani decideranno non solo il destino del loro Paese ma in un certo senso anche quello del mondo. Queste non sono elezioni normali: i due candidati sono molto diversi fra loro ed offrono programmi drasticamente differenti. Questo spiega l’enorme affluenza alle urne che si è già manifestata nel caso delle elezioni anticipate e che si prevede verrà confermata domani: si prevede addirittura un 60% di votanti. In passato, l’affluenza era quasi sempre molto bassa, il che forniva ai critici dell’America il pretesto per criticarne la democrazia. Si trattava invece, come ripetutamente sottolineato, di un segno della solidità delle istituzioni democratiche americane.
In un sistema maggioritario uninominale e bipartitico è normale che entrambi i candidati cerchino di catturare il voto dell’elettore mediano, che è quello che decide l’esito delle elezioni. Così facendo, i loro programmi finiscono per convergere, le differenze si riducono e gli elettori pervengono alla conclusione che il risultato elettorale non cambierà molto le cose, sia che vinca l’uno o l’altro candidato. Decidono quindi che non valga la pena andare a votare. Stavolta è diverso, stavolta i due programmi sono radicalmente contrastanti ed i due candidati non potrebbero essere più dissimili.
Quasi nessuno ha sottolineato che la svolta storica di un candidato di colore alla Casa Bianca è stata in un certo senso agevolata dalle scelte di un Presidente per molti versi rivoluzionario: George W. Bush. Bush ha nominato per la prima volta nella storia degli Stati Uniti d’America un nero Segretario di Stato. In passato sarebbe stato considerato impensabile. Non contento di questo, Bush ha anche nominato per la prima volta nella storia americana una donna, per di più di colore, Segretario di Stato. La scelta di Colin Powell prima e Condoleeza Rice dopo dimostra quanto rivoluzionaria sia stata la presidenza Bush nella storia americana. Le sinistre, sempre propense a predicare un femminismo di maniera ed a proclamarsi appassionatamente anti-razziste, non hanno colto la rivoluzionaria novità di queste scelte ed invece di elogiarle e tessere le lodi di un uomo ed una donna di grande valore li hanno aggrediti. Colin Powell e Condoleeza Rice hanno preceduto Obama nella storia dell’emancipazione degli afro-americani grazie alla lungimiranza di un Presidente repubblicano. Come i lettori di questo giornale sanno, io tifo per John McCain, un uomo che ha dato prova di grandissimo coraggio in Vietnam, in guerra, e nel Senato degli Stati Uniti in tempo di pace. La stampa che in passato aveva sempre lodato McCain per indipendenza e coraggio, ora ha cambiato musica. Ricordo ancora quando Roberta McCain mi disse: «I giornali parlano bene di John e la cosa mi preoccupa: non sarà diventato di sinistra?».
Ora la grande stampa della sinistra americana tifa per Obama, ha dimenticato la sua simpatia per McCain e non trova di meglio da fare che criticarlo. Il premio Nobel per le scienze economiche del 2004 Edward Prescott si è rifiutato di entrare nel panel di economisti di Obama affermando: «Sapete perché l’Europa è così depressa rispetto agli Stati Uniti? Perché segue le politiche che Obama propone».
Come europeo conosco bene il significato di quel giudizio; per questo mi auguro che vinca McCain, di tutto abbiamo bisogno tranne che di un’America in perenne ristagno.
lunedì 3 novembre 2008
La maschera
Mons. Ravasi- I mattutini
Un ricordo per chi mi ha lasciato
"Sono risorto e ora sono sempre con te": con queste parole del Vangelo, "il Signore ci dice che 'ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce". Nel breve discorso, il Pontefice ha poi evocato la verità cristiana della comunione con i nostri defunti. "La speranza cristiana - ha detto - non è mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente legate le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri".
Così, ha spiegato, "la preghiera di un'anima pellegrina nel mondo può aiutare un'altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché oggi la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti e a sostare presso le loro tombe nei cimiteri". "Maria, stella della speranza - ha invocato - renda più forte e autentica la nostra fede nella vita eterna e sostenga la nostra preghiera di suffragio per i fratelli defunti".