lunedì 16 marzo 2009

L’odio contro il Papa e il «fumo di Satana»

Non c'è neanche la possibilità dell'errore di traduzione, perché Benedetto XVI ha scritto di suo pugno la lettera ai vescovi in due versioni: italiano e tedesco. E quindi la parola usata è proprio quella: «Odio». Papa Ratzinger sente che si è diffuso, tra i membri stessi della Chiesa, questo forte sentimento di rabbiosa avversione e di profondo risentimento proprio nei suoi confronti, nei confronti del vicario di Cristo e successore dell'apostolo Pietro. Venisse da fuori, da coloro che sono extra ecclesiam, quest'odio non desterebbe scandalo e il pontefice non si sentirebbe tenuto a rispondere con una inconsueta lettera ufficiale. No. L'odio - dice Benedetto - viene da dentro, dalle membra del corpo, che si ribellano alla volontà del capo e covano dentro di sé cupi disegni di rivalsa e di vendetta.

Tornano alla mente le parole dell'allora cardinal Ratzinger alla Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!». Oggi è lo stesso Ratzinger ad annunciare che la sporcizia ha mutato forma ed è degradata in odio. Per essere chiaro e non prestarsi ad equivoci interpretativi, il Papa ricorre a un'immagine usata da San Paolo nella lettera ai Galati: quella del «mordersi e divorarsi» a vicenda come belve feroci. Benedetto afferma che sono state proprio le presenti circostanze a fargli comprendere meglio questo passaggio del testo paolino, da lui finora ritenuto una delle «esagerazioni retoriche» dell'apostolo delle genti. Scrive il Papa: «Purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata».

E il risultato di questo mordersi e divorarsi - ammonisce San Paolo e ricorda Benedetto XVI - è la distruzione. Ergo: l'odio delle membra contro il capo può portare alla consunzione del corpo. E l'odio di vescovi, preti e teologi contro il Papa può portare alla disgregazione della Chiesa. Alla fine è questo ciò che è in ballo in questi mesi e in questi giorni, e forse potremmo dire in questi anni di pontificato ratzingeriano, in ciò paragonabile al drammatico papato di Paolo VI, anch'egli fortemente contestato (e, guarda caso, accusato come Benedetto XVI di «conservatorismo») da ampia parte degli episcopati e dalla casta teologica dominante dopo il Concilio Vaticano II.

E allora torniamo per un attimo proprio a Papa Montini e a quelle parole del novembre 1972 spesso citate, ma che oggi, alla luce della lettera di Papa Ratzinger ai vescovi e alla denuncia in essa contenuta di un odio nei confronti del pontefice radicato e diffuso nella Chiesa stessa, assumono ancor di più un profilo di profetica verità: «Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio... Nella Chiesa regna questo stato d'incertezza; si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio». Queste parole non furono pronunciate da qualche lefebvriano smanioso di gettare fango sul Vaticano II, ma da colui che del Concilio fu uno dei maggiori e più convinti sostenitori (anche qui, come l'allora teologo Ratzinger): per questo sono ancor più autorevoli. E la prova della consapevolezza interiore con cui furono dette è nel dolore, nella sofferenza, nel dramma che consumarono la persona di Papa Montini negli ultimi anni della sua permanenza sul soglio di Pietro, quando egli dovette assistere alla ribellione di vescovi e teologi agli atti papali, allo svuotamento dei seminari, all'indebolirsi della presenza cattolica nella società.

Il riferimento a Satana fatto da Paolo VI è ancora più significativo oggi, nel momento in cui Benedetto XVI subisce una diffusa e pesante contestazione da parte di molti episcopati ed esponenti dell'intellighenzia cattolica, avente ad oggetto ancora una volta, in sostanza, il Concilio Vaticano II, e vede dietro tale contestazione il seme e il movente dell'odio. E l'odio, nei Vangeli, è il sentimento proprio del Maligno. E' la caratteristica del Demonio, la cui opera nella storia punta a dividere il corpo di Cristo, e quindi a distruggerlo per frantumazione. Più nella Chiesa ci si «morde e divora», più il «fumo di Satana» ha campo libero per entrare nel tempio. Per questo la denuncia dell'odio fatta da Papa Ratzinger nella sua lettera ai vescovi, più che lo sfogo personale del pontefice romano, deve essere considerata come un richiamo del vicario di Cristo a non lasciare che le tenebre, la tempesta e il buio spengano la luce della Verità. Quella Verità affidata a colui al quale duemila anni fa venne detto: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».

Nota a margine
L'odio verso il Pontefice è preoccupante perchè l'odio distrugge, è fonte di disgregazione sia nella Chiesa che fuori e poi il Papa non si discute, il papà si ascolta e si segue, è la presenza di Cristo su questa terra e attaccando lui si mina il cattolicesimo alle sue radici!

mercoledì 11 marzo 2009

Quei grattacieli verdi della Milano "sostenibile"

La Triennale di Milano, in occasione dell'uscita del volume di Chiara Baglione, «Casabella 1928-2008». offre questa sera un incontro-dibattito sul tema «Casabella. Una rivista, molte storie» di particolare interesse per tutto il mondo che ruota attorno all'architettura, al costruire e al design. La famosa pubblicazione, dalla vita travagliata come si addice ad una vera protagonista dell'arte, venne fondata a Milano nel 1928 da Guido Marangoni con il curioso titolo «La casa bella, rivista per gli amatori della casa bella», aveva cinquanta pagine e costava otto lire. Nel '40 il nome diventa Costruzioni-Casabella, direttore era Giuseppe Pagano e la testata affronta i temi dell'architettura razionalista. Nel '43 Pagano è arrestato e deportato a Mathausen e il Ministero della cultura popolare sospende le pubblicazioni. Dal '55 si susseguono nomi famosi alla sua direzione: Nathan Rogers, Gian Antonio Bernasconi, Alessandro Mendini, Bruno Alfieri, Tòmas Maldonado, Vittorio Gregotti, fino all'attuale Francesco Dal Co. Considerata la maggiore e la più importante rivista italiana di architettura nei suoi ottanta anni di vita, «Casabella», edita oggi da Arnoldo Mondadori Editore, ha rappresentato davvero lo strumento fondamentale non solo di aggiornamento di una classe professionale, ma anche di divulgazione di un sapere scientifico e di una critica operativa, che di volta in volta ha dialogato con la cultura architettonica internazionale. Percorrendone l'affascinante storia, il volume della Baglione, che è redattrice della rivista stessa e che insegna Storia dell'architettura presso la facoltà di Architettura civile del Politecnico di Milano e presso l'università Kore di Enna, offre un omaggio alla pluriennale vicenda della pubblicazione, attraverso la riproposizione di un centinaio di articoli chiave presentati nella loro veste grafica originale. Ecco allora come l'appuntamento in Triennale si rivela un'occasione di confronto tra punti di vista culturali e critici differenti, confronto che apre interessanti e utili prospettive di dibattito sul presente, in un momento in cui la problematica definizione di un equilibrio tra funzione informativa e ruolo critico, che ha segnato in modi diversi l'intera storia della rivista, mai come ora, si pone come una questione essenziale. Si incontrano per mettere a confronto le proprie esperienze nella ideazione e nella produzione della rivista e discutere sul suo ruolo storico, Vittorio Gregotti, Tomás Maldonado e Alessandro Mendini.
fonte: il giornale

domenica 8 marzo 2009

Non festeggiamo la giornata della donna

Care amiche donne, oggi che cosa c'è da festeggiare? Le donne sono meno discriminate che in passato ma lo sono ancora, molte volte percepiscono stipendi inferiori degli uomini a parità di lavoro, subiscono violenze verbali e fisiche tutti i giorni in tutte le parti del mondo... e allora la festa della donna suona come una presa in giro, la vera scelta da fare è quella di farci apprezzare come persone e non di farci rabbonire da un rametto di mimosa. Essere donna è bellissimo ma non dobbiamo farci apprezzare per questo, ma perchè siamo persone in gamba diventa una scelta culturale che risulterà alla lunga vincente, perchè, care amiche lo sapete anche voi che noi siamo molto meglio degli uomini, rispetto a loro abbiamo più intuito, più cuore, più intransigenza, più spirito di abnegazione... non voglio parlare di intelligenza, ma dico che a parità di intelligenza siamo meglio noi.
Mi sento dire che per noi ci sono meno opportunità e io vi dico creiamole.. ad esempio, non aspettiamo le quote rosa per entrare nelle istituzioni, creiamo consenso intorno a noi e poi candidiamoci, vinceremo! Lo stesso discorso vale per tutte le professioni.
Una sola raccomandazione a quelle più giovani, finitela di fare del vostro corpo un biglietto da visita, non buttatevi via o rischierete di rimanere anonime quando la bellezza se ne andrà, e credetemi, accadrà prima che ve ne rendiate conto.
E allora, oggi 8 marzo, niente mimosa ma una stretta di mano e via .. verso nuovi successi.
Manuela Valletti

venerdì 6 marzo 2009

Englaro da Rotteredam

Solo per dire che Giuseppe Englaro io spero straparli sinché gli pare, perché ne abbiamo tutti un dannato bisogno. Piacerebbe a troppi che non fosse mai esistito, che questo Paese tornasse a quella cappa narcotica che ha sempre circondato le cose che si fanno ma non si dicono: se gli italiani ora hanno consapevolezza di un problema, ditemi, a chi lo dobbiamo? E se la vostra opinione fosse anche diametralmente opposta a quella di Englaro, suvvia, a chi dovete la vostra presa di coscienza? A Englaro o a una classe politica che pochi mesi fa non voleva neppure sentir parlare di una legge?

Sempre avanti, loro: nel Natale 2006 la Commissione affari sociali respinse la proposta d’istituire un’indagine conoscitiva sui decessi preceduti da una decisione medica, ipotesi balenata solo perché intanto c’era stato quell’altro pazzo di un Giorgio Welby: niente, non se ne doveva parlare, si trattava solo di aspettare che morisse. Di pazzi, abbiamo bisogno: di un Pannella per togliere il divorzio e l’aborto dalla clandestinità, di un Tortora per accorgerci che la giustizia fa schifo, di un Berlusconi per portare la tv privata in Italia, di un Craxi per modernizzare il Paese, uno sbirro molisano per fermare un finanziamento illecito che rasentava il racket. Pazzi: per compensare il perenne ritardo della politica nei confronti di quella società che siamo noi.

da IL GIORNALE - Filippo Facci

lunedì 2 marzo 2009

LA SCUOLA TORNA SEVERA. E NOI?

Pare che finalmente la scuola italiana, conosciuta come la più permissiva del globo terracqueo, si sia decisa a dare un giro di vite. Gli ultimi scrutini hanno fatto registrare un aumento delle insufficienze e una pioggia di 5 in condotta, sembra incredibile ma tirare un righello in testa a un professore non è più consentito.
La scuola dunque ha deciso di fare la sua parte. Bene. Ma ora tocca a noi.
Per «noi» intendo noi genitori della sciagurata generazione cresciuta con lo slogan sessantottino «vietato vietare» e con l'incubo del giudizio del dottor Spock: il piccolo andava nutrito non quando aveva fame ma rispettando gli orari di una tabella prestabilita, una sculacciata ci faceva precipitare in angosciosi sensi di colpa, alla prima insubordinazione dovevamo abbozzare senza reagire perché il pargolo stava semplicemente separando il proprio sé dal nostro noi.
Siamo una generazione traumatizzata dalla paura di traumatizzare i figli. Qualunque cambiamento era percepito come un attentato all'integrità psicologica dell'erede: la nascita del fratellino, l'inizio dell'asilo, la scoperta dell'inesistenza di Babbo Natale.
Naturalmente anche il brutto voto a scuola richiedeva uno psychiatric help di quelli appresi leggendo Charlie Brown. Dimentichi dei ceffoni e dei sequestri di bicicletta subiti nella nostra infanzia ad ogni cinque e mezzo, non appena i nostri figli prendevano un quattro andavamo un po' seccati a chiedere spiegazioni al prof: ma come si permette. Una pagella così-così comporta ormai, di routine, il cambio di scuola; una bocciatura un ricorso al Tar.
Ma è nei giorni di pioggia che noi genitori diamo il peggio. Non appena cadono due gocce, il traffico cittadino si blocca improvvisamente per la concentrazione di migliaia di automobili che convergono verso asili, scuole, licei, istituti tecnici per trarre in salvo i nostri figli. I più previdenti partono a metà mattina per trovare posto sul marciapiedi subito accanto al portone, chissà mai che il ragazzo sia costretto a camminare qualche metro sotto l'acqua. È in quei giorni che ci si accorge che il drammatico problema strutturale delle nostre scuole non è la mancanza di aule ma la mancanza di parcheggi.
Questa ossessione di non traumatizzare i figli, dicevo, i traumi li ha provocati a noi. Ad esempio al maledetto giorno del quattordicesimo compleanno. Si è cominciato negli anni Settanta, quelli delle grandi rivendicazioni sindacali: compiuti i 14 anni, si apriva la vertenza per il 50 cc. Cominciava una trattativa, la promozione era una conditio sine qua non, intanto incombeva l'incubo dell'incidente, molti genitori arrivavano ad augurarsi la bocciatura per rinviare l'acquisto. Oggi il trauma per noi non è più solo la paura dell'incidente, ma anche quella della situazione di emarginazione che il ragazzo potrebbe patire se fosse l'unico, nel branco, a non essere motorizzato.
Il nostro lassismo non ha condizionato solo il mondo della scuola, ma quello dell'intera società, pure del mondo del lavoro. Licenziare un fannullone o anche un ladro è diventato un attentato alla Costituzione, tenere in galera un rapinatore o uno stupratore è un intollerabile ritorno al Codice Rocco (del resto anche noi giornalisti siamo rimasti condizionati, non appena qualcuno viene ammazzato, mettiamo il microfono sotto il naso dei familiari della vittima e chiediamo: vero che ha perdonato?). Il buonismo e il perdonismo, ecco i pilastri sui quali abbiamo costruito la nostra società. Così abbiamo allevato una generazione con gli attributi che abbiamo mostrato noi: inconsistenti. Uno dei pochi primati che l'Italia detiene attualmente è quello dei bamboccioni: da noi i ragazzi di età compresa fra i diciotto e i trentaquattro anni che stanno ancora in famiglia sono il 59 per cento, nel resto d'Europa il 29. Si dice che uno dei motivi sia la difficoltà a trovare un posto di lavoro: ma ieri il Sole 24 Ore - come riporta oggi in questo giornale anche Claudio Borghi - ha spiegato che metà delle offerte di lavoro ai giovani rimangono inevase perché si tratta di contratti a tempo determinato, oppure perché c'è da spostarsi da casa anche di pochi chilometri.
Ben venga l'inversione di tendenza nella scuola, dunque. Per una volta, si dimostra più avanti del resto del Paese.