domenica 19 aprile 2009
Quel campione di Travaglio
giovedì 16 aprile 2009
E ORA SANTORO FARÀ IL MARTIRE
Ribadiamo, perciò: se c’è un difetto, nella gestione della nuova Rai, è che ci sono voluti alcuni giorni e alcuni titoli di giornale (anzi, di Giornale) per ottenere quello che avrebbe dovuto essere automatico. Che, sicuramente, sarebbe stato automatico se nel mirino non ci fosse stato il totem Santoro, aspirante principe di tutti i martiri, ma un qualsiasi altro giornalista tv. Per dire: ancora martedì il presidente della commissione di vigilanza Rai, quel galantuomo di Sergio Zavoli, ha mandato alle agenzie una nota in cui dichiarava semplicemente: «La trasmissione non l’ho ancora vista» (dopo quattro giorni? Non l’ha ancora vista? E fa una nota? Per dire che?). Se c’è un difetto nel nuovo corso Rai, dunque, è che le prime prese di posizione da viale Mazzini sono arrivate domenica (riflessi lenti?) e che la vigilanza, per essere vigilante, ha vigilato assai poco. Ecco tutto. Ma per il resto, che cosa c’è da dire?
La sinistra ulula alla censura, Di Pietro straparla di Terzo Mondo (nostalgia per il suo habitat naturale?), la Fnsi si risveglia dal lungo letargo e leva le sue difese che, come al solito, sono un po’ strabiche: coprono solo il lato mancino. E qual è il motivo di cotanta indignazione? Che il direttore generale della Rai ha chiesto a una trasmissione della Rai di essere equilibrata? Che è stato riconosciuto che quell’Annozero era un’offesa, oltre che alla verità e al giornalismo, anche alle vittime del terremoto? O che è stato sospeso Vauro, il vignettista che si diverte con le cubature sulle casse da morto? E questo sarebbe un attacco alla libertà d’informazione? Questa sarebbe la censura? Questo sarebbe il regime dittatoriale?
Abbiate pazienza. Ci avete massacrato i torroni per anni con la par condicio, il bilancino eletto a vangelo, il contagiri parolaio trasformato in divinità. Ci avete costretto con il misurino del farmacista a calcolare se il partito dei pensionati aveva due secondi e mezzo più o meno del Sudtirol Volkspartei. E adesso vi scandalizzate perché viene chiesto un po’ di equilibrio in una vicenda che ha sconvolto la coscienza di tutti gli italiani, tranne evidentemente la vostra? Vi scandalizzate perché viene chiesto di sentire, dopo la raffica di insulti, anche qualcuno che difenda quei disgraziati che da dieci giorni si stanno facendo un mazzo così, rischiando la vita fra le macerie? È questo l’attacco alla libera informazione?
O l’attacco alla libera informazione è che Vauro per qualche settimana dovrà accettare (terribile sopruso) che le sue odiose vignette non siano pagate dai contribuenti? E dove sta scritto che Vauro dev’essere mantenuto dallo Stato? Ce l’ha ordinato il medico? Mica nessuno proibisce al grande artista di diffondere i suoi schizzi dove vuole e quando vuole. Ma perché pretende di diffonderli a spese nostre? C’è una bella differenza: un conto è pubblicare le vignette, un conto è pretendere che vengano pubblicate con i soldi del canone. La prima è una libertà che nessuno discute, la seconda è una legittima aspirazione (non un diritto) che chiunque può avere. Ma che inevitabilmente deve sottostare alle regole del gioco. In altre parole: visto che lo paghiamo, possiamo almeno pretendere che non offenda i morti? È troppo? È un attacco alla libertà di satira?
Suvvia, lasciate stare i fazzoletti intrisi di lacrime e vittimismo. In fondo quando un calciatore entra a gamba tesa per far male viene espulso, e tutti dicono: ben fatto. E quando in un reality show un concorrente bestemmia viene espulso, e tutti dicono: ben fatto. Perché allora quando un disegnatore, espone davanti a milioni di telespettatori delle vignette oscene e viene sospeso, tutti invece gridano allo scandalo? Perché? Dov’è lo scandalo? Ci sfrantumano gli zebedei da mattina a sera dicendo che ci vuole tv di qualità, decoro e compostezza. E quelle vignette non sono un insulto al buon gusto tanto quanto una bestemmia al reality show?
Ma tant’è. Santoro già è pronto a rivestire i panni del San Sebastiano catodico. È il programma che gli viene meglio: il martirologio di se medesimo. Così martire, per dire, che stasera è in onda in prima serata con Sabina Guzzanti e una puntata che si annuncia di nuovo di fuoco. E di polemiche. Seguiranno grandi ascolti e titoli di giornali e strilli in tv. Non male no? Fare i martiri a 60mila euro al mese, con un programma in prima serata sulla Rai, grandi mezzi, tanti soldi, i capelli appena ritinti e il coro plaudente del politicamente corretto per cui Santoro non sbaglia mai, e se si dovesse mai fare la pipì addosso tutti sono pronti a giurare che si tratta di un maldicenza berlusconiana, lui in realtà soffre solo di eccesso di sudorazione. Sono miracoli che riescono solo a sinistra: si candidano, vanno all’europarlamento, si schierano, organizzano trasmissioni che più faziose non si può. E poi vengono eletti a paladini dell’informazione indipendente. Mah. A noi l’indipendenza pareva un’altra cosa. «Michele ha molti vantaggi», ha detto Bruno Vespa. E ha ragione. Lui da anni fa trasmissioni equilibrate (possono piacere o no, ma sono equilibrate) e lo chiamano servo e lacché. Santoro da anni fa trasmissioni squilibrate (possono piacere o no, ma sono squilibrate) e lo chiamano martire ed eroe. C’è qualcosa che non torna. A parte Santoro, che torna sempre. Noi, per carità, l’abbiamo detto e lo ripetiamo: siamo contro gli editti bulgari e abruzzesi, vogliamo Annozero in onda. Sempre e comunque. Non c’è niente che faccia altrettanto male alla sinistra. Ma nel frattempo consiglieremmo ai vertici Rai e al vigilante Zavoli di vigilare, almeno stasera: rinuncino alle cenette romantiche e accendano la tv senza farsi intimidire dal coro dei lamenti. La libertà è sacra, ma la decenza pure. E chi sbaglia deve pagare. O, almeno, riequilibrare.
mercoledì 15 aprile 2009
SANTORO: la TV dell'odio
E ma c'è chi riesce a difendere Santoro, gridando all'editto bulgaro bis. La radicale Emma Bonino, il leader Idv Antonio Di Pietro («Berlusconi e i suoi sodali possono permettersi di infangare Annozero solo perché dall'altra parte c'è un'opposizione molle», un colpo al cerchio e uno alla botte), Usigrai («Difenderemo la libertà di fare domande e avere risposte», dice il segretario Carlo Verna) e Federazione nazionale della stampa. «Indecente non è un programma giornalistico che fa domande», arringa il presidente Roberto Natale, bensì pretendere che l'informazione Rai non si interroghi «su eventuali responsabilità». Dimentica, Natale, che compito del giornalista è farsi le domande, ma non avere già in testa le risposte. Le domande retoriche, quelle, non valgono.
giovedì 9 aprile 2009
La Pasqua e le sue tradizioni
Nell'augurare a tutti e particolarmente alla gente d'Abruzzo, una Pasqua colma di speranzza, di serenità e di amore, ricordo il suo significato, le sue origini e alcune tradizioni che l'accompagnano.
Origini e significati della Pasqua
Il termine Pasqua, in greco e in latino “pascha”, proviene dall'aramaico: pasha, che corrisponde all'ebraico pesah, il cui senso generico è “passare oltre”. Il significato effettivo della parola non è del tutto certo. Un gruppo di Padri della Chiesa d'origine asiatica (tra i quali Tertulliano, Ippolito, Ireneo) collegano la parola pascha al termine greco pàschein, che significa soffrire. Sebbene l'etimologia del termine non sia corretta, in quest'ipotesi vengono colti i significati intrinseci della Pasqua: il sacrificio e la salvezza. Per un'etimologia più esatta della parola bisogna ricorrere ad Origene ed agli alessandrini, che intendono il senso come “passaggio”. In questo caso il passaggio è attraverso il Mar Rosso, dalla schiavitù alla Terra Promessa, dunque dal vizio del peccato alla libertà della salvezza, attraverso la purificazione del battesimo. Applicata a Cristo, detta etimologia suggerisce il Suo passaggio dal mondo terreno al Padre. Un terzo gruppo di scrittori (Procopio di Gaza, Teodoreto di Ciro, Apollinare di Laodicca) suppone che l'espressione “passa oltre” si riferisca all'Angelo sterminatore, che, vedendo il sangue sulla casa degli ebrei “passa oltre”, salvando coloro che risiedono all'interno: ma, anche, al “passare oltre” alla morte da parte di Cristo.“Ci fu un'epoca nella vita della chiesa in cui la Pasqua era, per così dire, tutto” (R. Cantalamessa). La Pasqua è, infatti, la festa liturgica più importante per il cristianesimo. Commercialmente soppiantata dal Natale e da alcune tradizioni pagane più allettanti per la società moderna, la Pasqua rappresenta e celebra i tre momenti fondamentali del cristianesimo: la Passione, la Morte e la Resurrezione di Cristo. Essa si pone come nucleo del patrimonio liturgico e teologico del cristianesimo. A ciò si aggiunga che la Pasqua rappresenta il raccordo con la matrice giudaica del cristianesimo e al tempo stesso, il momento di affrancamento da tale matrice. La festa cristiana viene assunta dalla celebrazione della liberazione del popolo di Mosè dalla schiavitù in Egitto, festeggiata in occasione del primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera. Originariamente festa pastorale delle popolazioni nomadi del Vicino Oriente, la Pasqua ebraica si trasforma in una festa agricola, quando le tribù iniziano attività più sedentarie. E' Mosè a far coincidere le celebrazioni agresti con la fuga. In Esodo, capitolo 12, si narra che Mosè ordinasse ad ogni famiglia, prima di abbandonare l'Egitto, di immolare un capo di bestiame piccolo e di bagnare col suo sangue gli stipiti delle porte delle case. Dopo aver consumato il pasto in piedi, con il bastone in mano, le famiglie sono pronte per la partenza: essa avviene nella notte, dopo il passaggio dell'angelo di Dio, che uccide tutti i primogeniti egiziani, risparmiando solo le abitazioni ebraiche, segnate col sangue. Nel corso dei secoli, il rituale della Pasqua è sottoposto a modifiche, ma alcuni elementi rimangono simili a quelli giudaici.Secondo i Vangeli, Gesù Cristo istituisce il sacramento dell'eucarestia proprio durante le celebrazioni della Pasqua. Il Nuovo Testamento narra che Gesù fosse crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica. In un primo momento i cristiani di origine ebraica, infatti, celebrano la Resurrezione di Cristo subito dopo la Pasqua ebraica, mentre quelli di origine pagana celebrano la Pasqua ogni domenica. Per sanare le controversie in merito alla datazione, nel 325 il concilio di Nicea stabilisce definitivamente che la Pasqua debba essere celebrata la prima domenica dopo la luna piena seguente l'equinozio di primavera. Più tardi, nel 525 si definisce un periodo entro il quale essa debba “cadere”: fra il 22 marzo e il 25 aprile.Al di là delle origini prettamente liturgiche delle celebrazioni pasquali, sembra sempre più importante sottolineare il vero significato della Pasqua cristiana.La Pasqua si celebra nell'equinozio, dunque in un giorno di luce continua senza tramonto (la luna piena subentra al sole). Essa è legata al simbolismo della rinascita, cadendo nel periodo della primavera, dopo l'inverno (e cioè dopo il peccato e la morte), quando la natura si rigenera e tutto l'universo è coinvolto da questa rinascita. La Resurrezione di Cristo porta con sé la salvezza per tutto il mondo cristiano ed è un momento di gioia, che succede al dolore della morte. Agostino definisce la Pasqua “transitus per passionem”, vale a dire “passaggio attraverso la passione”, prima di Cristo e poi dell'uomo. Nella stessa festa sono unite Passione e Resurrezione, concetto sottolineato da Ambrogio con il passo “Celebriamo in tal modo un giorno di tristezza ed uno di gioia. Nel primo digiuneremo, nel secondo saremo saziati”.
Le tradizioni di Pasqua
Il nome Pasqua è di derivazione ebraica: Pèsach (passaggio). Per la tradizione cristiana rappresenta la festività più importante, perché richiama la risurrezione di Cristo.
Perché la data di Pasqua è "mobile".
Originariamente, la risurrezione era ricordata ogni domenica, ma successivamente, la Chiesa cristiana decise di celebrarla solo una volta l'anno. Da qui le diverse correnti di pensiero per decidere la data in cui festeggiare la risurrezione di Gesù. Le controversie terminarono con il concilio di Nicea dei 325 d.C., che affidò alla Chiesa di Alessandria d'Egitto il compito di decidere ogni anno la data.
L'uovo: tradizione ed arte.
La tradizione dell'uovo pasquale ha origini antichissime: gli antichi contadini romani sotterravano nei campi un uovo colorato di rosso, come simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto. È proprio con il significato di vita che l'uovo entrò a far parte della tradizione cristiana, richiamando alla risurrezione di Cristo ed alla vita eterna.
Le campane mute.
E' tradizione che dal venerdì santo fino alla domenica di Pasqua, in Italia le campane delle chiese non suonano, in segno di dolore per il Cristo crocifisso. Anche in Francia esiste questa usanza e ai bambini si dice che le campane sono votate a Roma.
martedì 7 aprile 2009
Un abbraccio e un ringraziamento
Il mio grazie va invece a tutti quegli uomini e donne di buona volontà che in diverse forme e sotto diverse sigle prestano la loro incessante opera in Abruzzo per aiutare chi soffre, per consolare chi piange, per dare un tetto a chi non sa dove trovare riparo. Sono delle persone straodinarie!
Una carezza va anche a tutti i cani impegnati nel soccorso, tanto preziosi per il ritrovamento delle persone disperse, vorrei che si ricordasse tutto ciò che stanno facendo quando accadrà il prossimo episodio negativo che li riguarda. I cani bene educati sono amici dell'uomo, veri amici!
Chi passa da questo blog copi il banner e lo inserisca nel suo blog in modo da creare una catena. Tutti questi angeli, una volta tornati a casa, troveranno l'affetto di tutti noi.
Grazie!

