domenica 26 aprile 2009

25 APRILE: una festa di partito e gli italiani sono stufi

Ma del 25 aprile, poi, agli italiani interessa ancora qualcosa? Di questo sfoggio una tantum di valori resistenti, non sono pieni come dopo un'abbuffata? Il giornalista Giampaolo Pansa risponde che sì, gli italiani non ne possono più. "E' una festa di partito, cavalcata in maniera arrogante da tutte le sinistre. Una manifestazione in vetrina, un'adunata delle sinistre regressiste", dice intervistato da Rossano Salini su www.ilsussidiario.net. Vi riporponiamo parte del suo pensiero. 


Pansa, intorno a questa festa tutti gli anni si fa un gran parlare sui giornali: ma alla gente interessa ancora festeggiare il 25 aprile?

No, è una festa che non viene più sentita dalla gente, per il semplice motivo che ormai da anni è diventata, di fatto, una festa di partito. Questo è avvenuto un po’ per l’assenza dell’opinione pubblica di centrodestra; ma soprattutto ciò si è verificato a causa della cavalcata arrogante di tutte le sinistre. Ricordo invece che c’è stato un tempo in cui la cosa era vissuta in modo diverso. Nel 1945 io avevo dieci anni, e abitavo in una piccola città del Piemonte, Casalmonferrato: lì, allora, negli anni successivi si assisteva a una festa di tutti. Poi è cambiata radicalmente.

Che cosa in particolare è cambiato?

È diventata – soprattutto la manifestazione più in vetrina di tutte, cioè quella di Milano – un’adunata di tutte le sinistre che io chiamo “regressiste”, quelle più scaldate, che coprono di insulti chiunque parli dal palco e non appartenga al loro clan. Questo è accaduto a Pezzotta qualche anno fa; e soprattutto è successo a Letizia Moratti, colpevole di essere stata ministro con Berlusconi, che fu letteralmente cacciata dal corteo, nonostante si trovasse lì con suo padre Paolo Brichetto, un bravo partigiano della Brigata Franchi di Edgardo Sogno, poi finito a Dachau. Di fronte a questi episodi risulta evidente che sia diventata una festa senza senso. Ecco perché l’opinione pubblica diserta questi appuntamenti: non la sente come festa nazionale, perché connotata da un antifascismo autoritario, che esclude, anziché includere.

Lei ha scritto molti libri su queste vicende, e andando in giro per l’Italia a presentarli ha incontrato tanta gente che ha vissuto sulla propria pelle certe esperienze. Che tipo di umanità emerge in questi incontri?

Sì, in effetti incontro tantissima gente, ancora oggi. Già quando è uscito nel 2002 “I figli dell’aquila”, la storia di un ragazzo che aveva combattuto con la Repubblica sociale, avevo cominciato a ricevere molte lettere, di gente che sostanzialmente diceva: «meno male che c’è qualcuno che racconta l’altra parte della storia». Ma quello che più mi ha colpito – lo ricordo anche nel libro che uscirà a fine maggio per Rizzoli, dal titolo “Il revisionista” – è che con l’uscita del “Sangue dei vinti”, a ottobre 2003, ricevetti già prima di Natale più di duemila lettere, ancora dello stesso tono.

Non è dunque una parte marginale dell’Italia quella che aveva bisogno che qualcuno raccontasse l’altra parte della storia.

C’è stata – e c’è ancora oggi – un’Italia divisa, cui ci riferiamo quando parliamo di guerra civile. In mezzo c’era quella che Renzo De Felice chiamava la “zona grigia”, di cui per altro faceva parte anche la mia famiglia, fatta di gente che aspettava che finisse la guerra, sia quella dei bombardamenti che quella dei rastrellamenti. Ma c’era anche l’Italia che aveva combattuto con la Repubblica di Mussolini, e che è stata messa a tacere. Io non faccio altro che incontrare tutti i giorni, per strada, al bar, in treno, al ristorante, gente che mi ferma e mi ringrazia per aver dato voce a un’Italia che è stata costretta a stare zitta per sessant’anni.

Verrebbe da dire che sono più gli esclusi che hanno voglia di fare una festa…

In effetti questa Italia sarebbe disposta sì a fare una festa, che fosse una festa vera. Sarebbe cioè disposta a celebrare il 25 aprile come la data che segna la fine della guerra per tutti, anche per chi ha perso. Ma quando poi vede che è diventata la festa dei vincitori, e soprattutto di quelli più autoritari, allora conclude che è meglio stare a casa.

Ma è una cosa che riguarda solo le generazioni passate, o vede questo stesso sentimento anche nelle generazioni successive a quelle della guerra?

Be’, visto che gli anni passano, mi capita di incontrare qualcuno molto anziano, che è stato nella Repubblica sociale; ma nella maggior parte dei casi incontro i loro figli e nipoti, e nella loro memoria la guerra civile è ancora presente. Il silenzio imposto, obbligato, visto come una costrizione ingiusta, crea una rabbia che poi si estende a giri famigliari sempre più vasti. Magari anche gente che vota a sinistra, ma che non digerisce questa Italia dalla lingua tagliata, e che si ribella, seppur pacificamente, a che ci sia una parte della vicenda della nostra storia che debba essere cancellata.

Quando ha iniziato a scrivere su questi argomenti prevedeva che avrebbero riscosso tanto successo, e che avrebbero generato anche tante polemiche?

Io ho iniziato a scriverli quasi senza rendermi conto di quello che facevo; poi è andata crescendo la sensazione di aver preso una strada molto importante. Una strada che racconto in questo ultimo libro, “Il revisionista”: mi era stato chiesto di raccontare il mio percorso autobiografico, ma m’è sembrata una richiesta eccessiva. Non sono un personaggio così importante, e quindi, come si dice dalle mie parti, mi sono tenuto basso. Ho voluto raccontare come sono arrivato a scrivere questi libri, per dare voce a un’Italia costretta al silenzio, che in questo mi ha seguito. Pensare di essere i soli a rappresentare l’Italia, come fa la sinistra “regressista”, è una vera stupidaggine, perché poi la gente non ti crede, e non ti segue. Anche se poi Piazza del Duomo viene riempita, non cambia nulla: non è comunque una festa sentita.

Cosa ne pensa infine della scelta di Berlusconi di partecipare alle manifestazioni ma di non andare a Milano?

Ne ho parlato nel pezzo uscito sul Riformista martedì: un articolo tutto sommato banale, in cui non ho fatto altro che dire al presidente del Consiglio: prima di decidere di andare a Milano, bisogna che qualcuno le ricordi quello che è successo negli ultimi anni. E non ho nemmeno ricordato tutto: solo dopo aver mandato il pezzo infatti mi sono ricordato che c’erano state anche le nuove brigate rosse, che avevano sfilato con giganteschi cartelloni riportanti i nomi dei loro compagni in cella. E nessuno li ha cacciati dal corteo. Ora giustamente Berlusconi non andrà a Milano, ma andrà a Onna, paese distrutto dal terremoto, che fu anche teatro di una strage operata dai tedeschi in ritirata. Ha fatto bene a prendere questa decisione, e a non dare ascolto all’invito scioccamente arrogante di Franceschini. È stato questo il motivo per cui ho deciso di scrivere l’articolo: m’ha dato fastidio quell’arroganza nel dire: “vieni a Milano, che ti copro io”. Detto poi da uno che non è nemmeno in grado di coprire sé stesso.

(Rossano Salini)

venerdì 24 aprile 2009

Avventuriero anticapitale Il “Che” piaceva a destra

Ernesto Guevara della Serna, presente! Sulle prime potrebbe sembrare una scena tratta dal film “Fascisti su Marte”, del ritocco di un file audio o semplicemente di uno scherzo.

Che infervorati no global portino, tatuati sul braccio, effigi di Ernesto Che Guevara non stupisce nessuno. Che alle manifestazioni della CGIL sfilino bandiere rosse con sopra riprodotto il volto del guerrigliero argentino sembra lapalissiano. Ma il mito del rivoluzionario argentino riecheggia su lidi inattesi. Molti risponderebbero che è ovvio, basta guardarsi in giro. Il Che è diventato uno strumento di marketing e di commercio: magliette, spille, collezionabili da edicola, libri, DVD...

Casi per nienteisolati

Insospettabile forse che nell’altra metà del cielo, quello nero, molti cuori abbiano palpitato e ancora palpitino per il guerrigliero argentino. Tra i neofascisti, i nazionalrivoluzionari e i fascisti rossi la figura di questo compagno tanto amato a sinistra, suscita entusiasmi inattesi. E non dell’ultima ora, adesso che il gusto per il postfascismo o per i ripensamenti diventano moneta corrente.

Nell’ammirazione neofascista del Che si canta il gusto dell’avventura, le scelte dettate dallo stile piuttosto che dall’ideologia, l’atto gratuito, insomma il “Me ne frego”. Di questo amore folle racconta l’ultima fatica di Mario La Ferla in L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante in libreria in questi giorni (Stampa alternativa, pp. 214, euro 14).

Non è un’infatuazione peregrina dei nazionalrivoluzionari nostrani. All’inizio fu Juan Domingo Perón, il presidente dell’Argentina, che certo non può dirsi progressista. Negli anni dell’esilio in Spagna dopo essere stato rovesciato da una giunta militare appoggiata da Washington, non ci pensò due volte ad accogliere, con il beneplacito di Francisco Franco, il Che al suo arrivo in terra iberica.

E fu lo stesso presidente argentino, sembra, a mettere in contatto il Che con Boumedienne, uno dei capi del Fronte di liberazione e poi presidente dell’Algeria. Non è un caso unico, isolato.

Anche Jean Thiriart, fondatore di Jeune Europe, uno dei primi movimenti europeisti catalogati a destra, non ha esitato negli anni Sessanta a innalzare la bandiera del guerrigliero argentino. Se il programma del politico belga ruotava attorno al motto «né con Washington né con Mosca», chi meglio di Guevara poteva rappresentarlo: detestato dai sovietici e odiato dagli americani perché voleva un’America Latina libera era l’icona perfetta.

E in Italia? I primi a cantare le vicende del Che non furono i contestatori di sinistra. Accade al Bagaglino, il celebre cabaret romano, fucina della satira nostrana di destra che coltivò parecchi talenti, da Oreste Lionello a Pippo Franco. Tra i suoi fondatori c’era anche Pierfrancesco Pingitore. Una sera, quando il gruppo si riunisce per discutere il programma dei giorni successivi, giunge all’improvviso una telefonata che lascia tutti di stucco. È arrivata tra gli artisti romani la notizia della morte del Che. Non passa qualche ora che alla mente di Pingitore s’affaccia un’idea: «Dobbiamo scrivere una ballata che ricordi il Che».

Nell’arco di qualche giorno parole e musica (questa composta da Dimitri Gribanowski) sono pronte e la voce non manca. Sarà Gabriella Ferri a incidere un 45 giri con “Addio Che”, che finisce con «a piangere per te / verremo di nascosto / le notti senza luna».

Il mercenariodi Gabriella Ferri

Un disco che sul lato B proporrà una canzone, composta questa volta da Pino Caruso, che diventerà poi una hit presso la musica underground della destra irregolare: “Il mercenario di Lucera”, la storia di un soldato di ventura morto in Congo.

Vite diverse certo, contenuti ideologici differenti ma entrambe esistenze votate all’avventura. È questa la ragione del fascino del Che. Nessuno si nascondeva la spietatezza, l’efferatezza di cui è stato capace, ma quella era una generazione che veniva dalla guerra e di uomini spietati ed efferati ne aveva conosciuti... Nel mondo ideologizzato della sinistra, dove è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi, questa passione non può che suscitare ribrezzo. Impensabile che un rivoluzionario dedito alle sorti progressive dell’umanità sia avvicinato a un mercenario partito per l’Africa.

Il fascinodella causa persa

Ma per i cuori neri, entrambi stanno dalla parte dell’avventura e rappresentano l’atto di irrisione nei confronti della fine, esaltato nel motto dei falangisti spagnoli “Viva la muerte!”: il Che lascia un comodo posto di ministro, in cui certo non brillava, per combattere di nuovo, allo stesso modo in cui il soldato cantato da Pino Caruso parte per l’Africa nera abbandonando la sua Puglia.

L’intraprendenza della destra italiana non si ferma. Il fascino dell’avventuriero non si estingue... In fondo non si tratta forse di un altro modo di dedicarsi alle cause perse? Adriano Bolzoni, reduce della Repubblica Sociale Italiana, autore di sceneggiature di numerosi film pensa di preparare un brogliaccio per poi girare un film dedicato a Ernesto Guevara. Non ci mette molto e una volta pronto contatta Pier Paolo Pasolini che gli consiglia di rivolgersi a Paolo Huesch, un regista di lungo corso. A lui si deve oltre alla riduzione per lo schermo di Una vita violenta di Pasolini, la regia di “Il comandante” con Totò oltre che ai primi tentativi di cinefantascienza e all’horror d’esordio del cinema italiano “Lycanthropus”.

Le riprese della pellicola sul Che avvengono in Sardegna e raccontano gli ultimi giorni della sua vita in Bolivia, quelli che precedono la cattura. Non sarà un successo al botteghino ma di certo è la testimonianza che ben prima della sinistra è stata la destra a interessarsi delle sorti del Che.

Hasta la victoriasiempre

Più vicino a noi, nel 1995, Franco Cardini conclude un ricordo del Che, paragonato a Don Chisciotte, con il celebre “Hasta siempre, Comandante!”. Gli farà eco Gabriele Adinolfi, fondatore di Terza posizione, con il testo “Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro”, evocando il libro di Julius Evola “La dottrina aria di lotta e vittoria”. Anche Giano Accame su “Il Borghese” accostava Ernesto Guevara a Evola, Guénon e von Salomon.

E potremmo arrivare da ultimo, notizia del dicembre 2008, perfino a Diego Armando Maradona, che pur recando al braccio il tatuaggio del Che, non nasconde di portare in tasca la tessera del Partito giustizialista fondato da Perón. «Che problema c’è - ribadisce el pibe de oro - entrambi erano uniti dall’odio per l’America».

Una sbandata, quella di certa destra, per il Che dunque «che è stata occasionale - conclude La Ferla - ma non di certo casuale».

mercoledì 22 aprile 2009

Storia dell'Earth Day americano

Oggi si celebra la giornata della TERRA, eccone la storia

Erano gli anni del presidente Kennedy, gli anni dei Beatles in vetta alle classifiche e di Jimi Hendrix. Gli anni delle proteste contro la guerra in Vietnam. In quel periodo nasce l'idea del Giorno della Terra: l'inizio di quello che oggi è diventato il moderno movimento ambientalista.

Era il 1962 quando, al senatore Gaylord Nelson, venne in mente l'idea di dare risalto alle questioni ambientali e di farlo in maniera prepotente, in modo che prendesse piede sia attraverso l'opinione pubblica che, cosa più importante, nel mondo politico.

Per primo propose al presidente Kennedy un giro di conferenze dedicate ai temi ambientali. Nel 1963 il presidente attraversò 11 Stati, per cinque giorni dedicati alla tutela ambientale: quello fu il seme che germogliò poi nell'Earth Day.

Negli anni a venire, il senatore continuò a girare per il Paese, rendendosi presto conto, di come il degrado ambientale si stesse diffondendo ovunque e di come chiunque se ne rendesse conto, a parte la classe politica.

Fu proprio durante un giro di conferenze, nell'estate del '69, che Nelson vide un certo fermento, che coinvolgeva le varie università: erano studenti e ragazzi che si erano uniti nel movimento contro la guerra in Vietnam.

Ed ecco l'idea: perché non organizzare un movimento di protesta che partisse dalla gente comune e che mettese in piazza i temi della conservazione e della tutela ambientale?

Più tardi il senatore dichiarò: "fu una scommessa difficile, ma funzionò". Nel settembre del 1969 Gaylord Nelson annunciò che nella primavera del '70 (il 22 aprile), ci sarebbe stata una grande dimostrazione pubblica a favore della tutela ambientale.

Il responso fu elettrizzante: da costa a costa la voce si sparse velocemente, migliaia di lettere, telegrammi, telefonate, girarono attraverso il Paese, coinvolgendo sempre più persone, che finalmente avevano un chiaro punto di riferimento e di partenza.

Fu proprio grazie alla gente comune che l'Earth Day fu un successo, 20 milioni di dimostranti vi parteciparono, assieme a migliaia di scuole e di comunità locali. Oggi l'Earth Day coinvolge 175 Paesi in tutto il mondo.

Rudi Bressa

domenica 19 aprile 2009

Quel campione di Travaglio

Il cabarettista del Travaglino è tornato ad allietarci con le sue battute che fanno taaaaanto ridere le brave persone. Ha scritto che i giornalisti italiani si dividono in due categorie: quelli che lavorano per Berlusconi e quelli che lo faranno. Che buontempone. Ha dimenticato una terza categoria: quelli che lavorano per Berlusconi e lo nascondono. Quelli, cioè, che lavorano per il Giornaledi Montanelli dal 1987 al 1994 e si adeguano alla linea craxiana-democristiana di un direttore che peraltro definisce Berlusconi come migliore editore possibile. Quelli, ancora, che prima di intraprendere un'intera carriera contro Berlusconi scrivono un paio di libri per la Mondadori di Berlusconi, e questo nel 1994, quando la celebre discesa in campo è già stata annunciata da tempo; il primo libro si chiamava Stupidario del calcio e altri sport, il secondo invece Palle mondiali, a dimostrazione che i veri letterati, a cominciare dal titolo, scrivono sempre lo stesso libro. Ci sono poi altre categorie di giornalisti. Quelli, per esempio, che nel periodo secessionista della Lega scrivono sulla Padania con lo pseudonimo di Calandrino, ché Travaglino pareva troppo smaccato. Quelli che fanno fuoco e fiamme contro il candidato sindaco di Torino Valentino Castellani, nel 1993, e poi, una volta eletto, ci scrivono assieme il libro agiografico Il mestiere di sindaco. Quelli che tuonano contro i parassiti e poi sono pagati dalla Rai e dall'Unità, cioè dal contribuente. Quelli che tuonano contro i giornalisti di partito e poi inneggiano pubblicamente a un partito dei valori cui sono organici. Quelli che scrivono libri antimafia e poi, nel 2003, portano la famiglia a trascorrere le vacanze in presenza di un favoreggiatore di mafiosi arrestato tre mesi dopo: certo Pippo Ciuro che se ne stava a bordo piscina col Travaglino e col pm Antonio Ingroia prima di essere giudicato «figura estremamente compromessa con il sistema criminale». Quelli che «io faccio solo il giornalista» ma poi fanno comizi alle manifestazioni politiche di Grillo e Di Pietro, lo spalleggiano, fanno spettacolini teatrali, invocano il diritto di satira anziché di opinione, vendono dvd di se stesso e libri di carte passate dai magistrati. Quelli che sbraitano perché hanno cacciato Padellaro e Colombo dall'Unità e poi alla fine son sempre all'Unità a prendere la mesata. Quelli che difendono la magistratura sinché la magistratura non punisce i magistrati amici suoi. Quelli che gli inquisiti devono andare a casa purché non siano figli di politici molisani. Quelli che Paolo Garimberti è bravo solo se in Rai respingerà certi direttori. Quelli che guadagnano scrivendo malissimo di Berlusconi. E quelli che, alla faccia loro, persino la domenica, guadagnano scrivendo malissimo dei Travaglini.

giovedì 16 aprile 2009

E ORA SANTORO FARÀ IL MARTIRE

Se c’è un difetto nell’intervento della Rai su Annozero è che è arrivato solo oggi. Ci voleva una settimana per rendersi conto che quella trasmissione era squilibrata? Ci voleva una settimana per accorgersi che le vignette di Vauro erano indecenti? Per quel che ci riguarda, l’abbiamo denunciato a voce alta sin da subito. E sin da subito ci siamo resi conto che la stessa sensazione di disgusto l’aveva avuta la maggioranza degli italiani, lettori e non lettori, di destra e di sinistra, perché per provare schifo di fronte agli sciacalli non è necessario appartenere a uno schieramento. Basta appartenere al genere umano.
Ribadiamo, perciò: se c’è un difetto, nella gestione della nuova Rai, è che ci sono voluti alcuni giorni e alcuni titoli di giornale (anzi, di Giornale) per ottenere quello che avrebbe dovuto essere automatico. Che, sicuramente, sarebbe stato automatico se nel mirino non ci fosse stato il totem Santoro, aspirante principe di tutti i martiri, ma un qualsiasi altro giornalista tv. Per dire: ancora martedì il presidente della commissione di vigilanza Rai, quel galantuomo di Sergio Zavoli, ha mandato alle agenzie una nota in cui dichiarava semplicemente: «La trasmissione non l’ho ancora vista» (dopo quattro giorni? Non l’ha ancora vista? E fa una nota? Per dire che?). Se c’è un difetto nel nuovo corso Rai, dunque, è che le prime prese di posizione da viale Mazzini sono arrivate domenica (riflessi lenti?) e che la vigilanza, per essere vigilante, ha vigilato assai poco. Ecco tutto. Ma per il resto, che cosa c’è da dire?
La sinistra ulula alla censura, Di Pietro straparla di Terzo Mondo (nostalgia per il suo habitat naturale?), la Fnsi si risveglia dal lungo letargo e leva le sue difese che, come al solito, sono un po’ strabiche: coprono solo il lato mancino. E qual è il motivo di cotanta indignazione? Che il direttore generale della Rai ha chiesto a una trasmissione della Rai di essere equilibrata? Che è stato riconosciuto che quell’Annozero era un’offesa, oltre che alla verità e al giornalismo, anche alle vittime del terremoto? O che è stato sospeso Vauro, il vignettista che si diverte con le cubature sulle casse da morto? E questo sarebbe un attacco alla libertà d’informazione? Questa sarebbe la censura? Questo sarebbe il regime dittatoriale?
Abbiate pazienza. Ci avete massacrato i torroni per anni con la par condicio, il bilancino eletto a vangelo, il contagiri parolaio trasformato in divinità. Ci avete costretto con il misurino del farmacista a calcolare se il partito dei pensionati aveva due secondi e mezzo più o meno del Sudtirol Volkspartei. E adesso vi scandalizzate perché viene chiesto un po’ di equilibrio in una vicenda che ha sconvolto la coscienza di tutti gli italiani, tranne evidentemente la vostra? Vi scandalizzate perché viene chiesto di sentire, dopo la raffica di insulti, anche qualcuno che difenda quei disgraziati che da dieci giorni si stanno facendo un mazzo così, rischiando la vita fra le macerie? È questo l’attacco alla libera informazione?
O l’attacco alla libera informazione è che Vauro per qualche settimana dovrà accettare (terribile sopruso) che le sue odiose vignette non siano pagate dai contribuenti? E dove sta scritto che Vauro dev’essere mantenuto dallo Stato? Ce l’ha ordinato il medico? Mica nessuno proibisce al grande artista di diffondere i suoi schizzi dove vuole e quando vuole. Ma perché pretende di diffonderli a spese nostre? C’è una bella differenza: un conto è pubblicare le vignette, un conto è pretendere che vengano pubblicate con i soldi del canone. La prima è una libertà che nessuno discute, la seconda è una legittima aspirazione (non un diritto) che chiunque può avere. Ma che inevitabilmente deve sottostare alle regole del gioco. In altre parole: visto che lo paghiamo, possiamo almeno pretendere che non offenda i morti? È troppo? È un attacco alla libertà di satira?
Suvvia, lasciate stare i fazzoletti intrisi di lacrime e vittimismo. In fondo quando un calciatore entra a gamba tesa per far male viene espulso, e tutti dicono: ben fatto. E quando in un reality show un concorrente bestemmia viene espulso, e tutti dicono: ben fatto. Perché allora quando un disegnatore, espone davanti a milioni di telespettatori delle vignette oscene e viene sospeso, tutti invece gridano allo scandalo? Perché? Dov’è lo scandalo? Ci sfrantumano gli zebedei da mattina a sera dicendo che ci vuole tv di qualità, decoro e compostezza. E quelle vignette non sono un insulto al buon gusto tanto quanto una bestemmia al reality show?
Ma tant’è. Santoro già è pronto a rivestire i panni del San Sebastiano catodico. È il programma che gli viene meglio: il martirologio di se medesimo. Così martire, per dire, che stasera è in onda in prima serata con Sabina Guzzanti e una puntata che si annuncia di nuovo di fuoco. E di polemiche. Seguiranno grandi ascolti e titoli di giornali e strilli in tv. Non male no? Fare i martiri a 60mila euro al mese, con un programma in prima serata sulla Rai, grandi mezzi, tanti soldi, i capelli appena ritinti e il coro plaudente del politicamente corretto per cui Santoro non sbaglia mai, e se si dovesse mai fare la pipì addosso tutti sono pronti a giurare che si tratta di un maldicenza berlusconiana, lui in realtà soffre solo di eccesso di sudorazione. Sono miracoli che riescono solo a sinistra: si candidano, vanno all’europarlamento, si schierano, organizzano trasmissioni che più faziose non si può. E poi vengono eletti a paladini dell’informazione indipendente. Mah. A noi l’indipendenza pareva un’altra cosa. «Michele ha molti vantaggi», ha detto Bruno Vespa. E ha ragione. Lui da anni fa trasmissioni equilibrate (possono piacere o no, ma sono equilibrate) e lo chiamano servo e lacché. Santoro da anni fa trasmissioni squilibrate (possono piacere o no, ma sono squilibrate) e lo chiamano martire ed eroe. C’è qualcosa che non torna. A parte Santoro, che torna sempre. Noi, per carità, l’abbiamo detto e lo ripetiamo: siamo contro gli editti bulgari e abruzzesi, vogliamo Annozero in onda. Sempre e comunque. Non c’è niente che faccia altrettanto male alla sinistra. Ma nel frattempo consiglieremmo ai vertici Rai e al vigilante Zavoli di vigilare, almeno stasera: rinuncino alle cenette romantiche e accendano la tv senza farsi intimidire dal coro dei lamenti. La libertà è sacra, ma la decenza pure. E chi sbaglia deve pagare. O, almeno, riequilibrare.