mercoledì 10 febbraio 2010

dal Blog di Vitoschepisi per assoluta condivisione!

10 febbraio 2009 Il Giorno del Ricordo: la Storia fatta di silenzi

La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita.

Oltre 60 anni di silenzi e di omissioni. Ma nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!
Sono stato a Basovizza due anni fa. E’ una località appena fuori Trieste in cui è presente una cavità utilizzata tra l’aprile ed il maggio del 1945 dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione degli slavi a Trieste.
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “
la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: 
“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”.Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale?
“tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi
ed il silenzio dei morti”
Vito Schepisi

sabato 30 gennaio 2010

MILANO: BUONA ACCOGLIENZA AL DOCUMENTARIO SU MIO PADRE

Ieri mattina nell'Aula Magna dell'Istituto Superiore Virgilio, è iniziato Milano day del documentario DEPORTATO I57633 VOGLIA DI NON MORIRE di Quattrina, tratto dal mio libro omonino.
Oltre 300 ragazzi hanno assistito in religioso silenzio la proiezione e alla fine uno scrosciante battimani e tanta commozione ha sancito l'indiscusso successo del lavoro di Quattrina. Molte domande sono state rivolte anche a me, i ragazzi volevano approfondire, molti di loro hanno acquistato sia il DVD che il mio libro. 
La sera poi abbiamo ripetuto il nostro exploit nella sala consiliare della circoscrizione 3 alla presenza del Vice Presidente del Consiglio Comunale di Milano Andrea Fanzago, al capogruppo del PDL Giulio Gallera, al Presidente della Commissione Cultura della circoscrizione 3 Gianluca Boari e dello storico ufficiale del MILAN dott. Luigi La Rocca.
Il documentario è piaciuto , la storia di Ferdinando Valletti che si salva la vita per una partita di pallone, prima ha incuriosito e poi ha commosso moltissimo. La serata è stata molto bella e densa di emozioni.

Mentre scorrevano i titoli di coda del documentario pensavo a mio padre, alla gioia che certamente ha provato nel vedere realizzato un suo grande desiderio, quello di sensibilizzare i giovani sugli orrori dei lager. Credo che d'ora in avanti portare avanti questo impegno per me sarà più facile. 
NdR

GRANDE SUCCESSO per il documentario DEPORTATO 157633 VOGLIA DI NON MORIRE di Mauro V.Quattrina sulla deportazione di Ferdinando Valletti e la sua incredibile vicenda! Ecco una occasione per vederlo in TV: SABATO 30.01.2010 ore 17.45 TELEPACE Canale 802, questo canale trasmette in tutto il mondo"


Il libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE è disponibile anche in versione E-BOOK immediatamente scaricabile cliccando qui

giovedì 28 gennaio 2010

Una vita da mediano per salvarsi dal lager


Una vita da mediano per salvarsi dal lager

di Daniele Abbiati - IL GIORNALE  pagine nazionali
27 gennaio 2010 - Giorno della Memoria

Ferdinando Valletti giocava nel Milan e fu deportato a Mauthausen. Fu risparmiato perché ai nazisti mancava un difensore: scelsero lui
Sarebbe bello prendere in prestito il titolo del film di John Huston e chiamarla Fuga per la vittoria. Purtroppo, non fu né una fuga, né, tantomeno, una vittoria. Al massimo, possiamo dire che qualcuno si salvò momentaneamente in calcio d’angolo. Anche se il campo di concentramento di Mauthausen era, fra il 1943 e il ’44, il peggiore angolo del mondo dove si potesse finire.
Fra gli altri, vi era finito Ferdinando Valletti (nella foto è l'ultimo a destra). La carriera da mediano, prima all’Hellas Verona, poi al Seregno, quindi nelle retrovie del Milan, durò poco, e non per colpa di un menisco capriccioso. Per colpa di uno sciopero, invece, quello dell’1 marzo 1943. Lo avevano indetto gli operai dell’Alfa Romeo di Milano e il ventiduenne Ferdinando vi aveva svolto, da buon gregario, un ruolo marginale: volantinaggio. Tutt’altro che un fuoriclasse con il pallone fra i piedi, con i libri se la cavava piuttosto bene, tanto che alla scuola interna della fabbrica aveva raggiunto il diploma di perito industriale. Fieno in cascina per il futuro. I fascisti, però, non gradirono quell’azione «sovversiva». Pochi giorni dopo, bussarono alla porta di casa sua, in via Cesare Ajraghi 44, dove viveva con la moglie, da poco in un’attesa che non sarà dolce, ma piena d’angoscia, quella della figlia Manuela. «Vieni giù un momento, dobbiamo fare quattro chiacchiere». Lui scende, in ciabatte. È l’inizio della fine. Prima il carcere di San Vittore, poi il famigerato binario 21, destinazione Mauthausen, la trasferta più lunga.
Dai sogni di scudetto e di libertà alle pietre della cava, dove il cuore batte forte al ritmo delle martellate. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, la fabbrica dell’orrore e dell’umiliazione produce a ciclo continuo, mentre i forni crematori bruciano, con i corpi dei compagni, ogni speranza di salvezza.
Ma accade l’imponderabile. Alle belve non basta prendere a calci le vite altrui, si dilettano anche a tormentare la sfera di cuoio. Partitelle in famiglia, amichevoli, cameratesche. Una volta, però, manca all’appello un elemento. Che si fa? Non si gioca? Nein, vediamo se fra i relitti della cava s’annida una potenziale riserva. Proviamo con quello targato I (come Italia) 57633. Sotto il numero pesantissimo della casacca ci sono i 39 chilogrammi di pelle e ossa appartenenti proprio a Valletti. Coraggio, si torna in campo. Ferdinando, raccogliendo chissà dove le energie, fa conto di essere all’Arena Civica di viale Gadio, e ci dà dentro. I rudimenti dell’arte pedatoria sono sopravvissuti all’inferno, così il provino viene superato a pieni voti. Da panchinaro rossonero a panchinaro al servizio dei nazisti, un bel salto all’indietro, nelle gerarchie dell’umanità.
«Promosso» per conseguenza a sguattero, il Nostro s’impegna a «trafugare» gli scarti delle cucine e a passarli, con tutte le cautele del caso, a chi è più sfortunato di lui. I mesi trascorrono così, fra un passaggio destinato agli attaccanti in camicia bruna e una buccia di patata allungata a un compagno moribondo. E quando, il 5 maggio del ’44, arriva l’ormai insperata liberazione, non c’è tempo né voglia di festeggiare il gol più bello. Bisogna rimettere insieme i cocci di un’esistenza presa per i capelli a un passo dal baratro.
«Quando tornò a casa - ricorda oggi la figlia Manuela, che all’odissea di papà ha dedicato il libro Deportato I 57633. Voglia di non morire (ed. Boopen, Napoli, 2008) - era in condizioni pessime. Io avevo 10 mesi. Per molti anni non volle parlarci della sua esperienza. Riprese il lavoro, tenendosi in contatto con alcuni amici che si erano salvati. Gli diedero anche l’“Ambrogino d’Oro”. Soltanto ultimamente (Valletti è morto nel luglio del 2007, ndr) aveva accettato di raccontarsi ai ragazzi delle scuole, togliendo il velo dietro cui nascondeva il tormento dei ricordi. Nel ’50 era tornato, con alcuni colleghi dell’Alfa Romeo, a Mauthausen».

Anche Mauro Vittorio Quattrina è stato da quelle parti. Per realizzare un documentario sulla prigionia di Valletti. Presentato in anteprima a Verona il 21 gennaio scorso, verrà proiettato oggi alle 10 al Polo universitario di Imperia (via Nizza, 8), domani alle 20.30 a Verona (Aula Magna delle scuole Fincato/Rosani in Via Badile, Borgo Venezia), venerdì alle 21 a Milano (Sala Consiliare del Consiglio di Zona 3, Via Sansovino, 9), sabato a Peschiera del Garda (Sala Conferenze della Biblioteca di Peschiera). «A ogni proiezione abbiamo avuto centinaia di presenze - spiega Quattrina -. E molti mi dicono “perché non ne fate un film?”. Io sarei pronto a farlo, visto che la sceneggiatura l’ho già scritta. Ma le televisioni che ho interpellato, di Stato e non, sembrano poco interessate alla cosa. Io sono qui, se nel frattempo qualcuno avesse cambiato idea».
Questa è una partita troppo importante, merita di finire ai tempi supplementari.

mercoledì 27 gennaio 2010

RICORDIAMO, RICORDIAMOLI!

Oggi si celebra in tutto il mondo la GIORNATA DELLA MEMORIA, io lo farò a RAI NEWS 24 alle ore 11.30 parlando di mio padre Ferdinando Valletti e del documentario che racconta della sua deportazione e della sua voglia di non morire. Mio padre è tornato a casa e ora che non c'è più continua a vivere nel mio ricordo e nel ricordo dei molti che hanno letto e leggeranno il mio libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE e che vedranno il documentario di Mauro Vittorio Quattrina.che porta lo stesso titolo.


martedì 24 novembre 2009

La seconda edizione del libro "Deportato I57633 Voglia di non morire

E' uscita la seconda edizione del mio libro "Deportato I57633 Voglia di non morire". Il libro è stato arricchito con nuova documentazione, con altre foto e con le mie riflessioni su che cosa ha significato per me essere figlia di una deportato, una esperienza che mi appartiene  dalla nascita e di cui solo ora che mio padre se ne è andato, riesco a comprendere il profondo significato.
.



"Deportato I57633 Voglia di non morire" lo potete acquistare on line