sabato 9 aprile 2011

Onore e gloria : una bellissima manifestazione dedicata alle razze canine utilizzate a livello militare

Ho ricevuto la richiesta di pubblicizzare questa bellissima iniziativa che è dedicata ai nostri amici più cari, i cani... ma non ai cani comuni, quelli che per razza e addestramento hanno affiancato l'uomo in battaglia dall' antica Roma ad oggi. La notizia è stata data anche sul mio giornale di settore CYBERDOGS MAGAZINE, ma la riporto anche qui, invierò un cronista che segua e poi riferisca.
Manuela Valletti

150° Unità d’Italia Onore e Gloria
Cani e soldati dall’antichità a oggi
Il 24 e 25 aprile 2011 (Pasqua e Pasquetta, nonché Festa della Liberazione), dalle 10 alle 19, nella sede espositiva di 30.000 metri quadrati del Centro Ombrianello di Crema si terrà la manifestazione Onore e Gloria: cani e soldati dall’antichità a oggi.  Il Centro Ombrianello di Crema – a 3 km. da Crema e 25 da Milano, posto a fianco della scorrevole Strada Paullese – è confinante con l’omonimo golf club ed è sede di grandi eventi.
Alla manifestazione saranno presentati esemplari di razze canine, anche molto rare, utilizzate a livello militare dall’impero romano fino alle odierne missioni di pace italiane in Iraq e Afghanistan. Parteciperanno le unità cinofile delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate. Durante le due giornate, negli appositi ring, si svolgeranno decine di prove per cani da lavoro, nelle specializzazioni di attacco, difesa, anti sommossa, anti esplosivi, scorta, ricerca, soccorso, obbedienza e altro. Alla manifestazione parteciperanno gruppi di rievocazione storica in un excursus attinente l’utilizzo di cani, dall’antichità a oggi. Sono incluse presentazioni di libri di cinofilia e storia con la partecipazione, come relatori, degli autori e di esperti di livello nazionale e internazionale.
Alla manifestazione parteciperanno solo esemplari delle seguenti razze (o tipi, se in attesa di riconoscimento):mastino del Tibet, mastino mongolo, mastino spagnolo, fila brasileiro, pastore fonnese, dogo sardesco, rottweiler, pastore tedesco, pastore della Beauce, dobermann, riesenschnauzer, mastiff, labrador, dogo argentino, terrier russo nero, mastino napoletano, dogue de Bordeaux, collie, pastori belgi malinois, groenendael, tervuren e laekenois, pastore olandese, pastore australiano, perro pampas, cimarron uruguayo, sharpei, chow chow, cane corso, pastori dell’Anatolia, guardiano moscovita, alano, boerboel, akita, shikoku, airedale, terranova, bullmastiff, pitbull, amstaff, hovawart, boxer, maremmano-abruzzese, briard, cane da montagna dei Pirenei, bovaro delle Fiandre, sanbernardo, bulldog, bovaro del Bernese, gran bovaro svizzero, pastore dell’Asia Centrale, pastore del Caucaso, pastore della Russia Meridionale, cane lupo cecoslovacco, cane lupo italiano, husky, malamute, samoiedo, golden retriever, barbet, barbone gigante, bloodhound, border collie, bull terrier, irish wolfhound, deerhound, kuvasz, komondor, laika, landseer, lurcher, olde english bulldogge, ciarplanina, flat-coated retriever, rhodesian ridgeback.
La manifestazione, unica nel suo genere, accomuna due mondi solo apparentemente distanti fra loro: quello militare e quello cinofilo, entrambi caratterizzati da un vastissimo seguito di appassionati. In effetti, il cane militare – utilizzato già 4000 anni fa ma ancora in auge – sta esattamente in mezzo a questi due settori. Visto che molte delle razze canine utilizzate in ambito militare sono le stesse in uso per la guardia delle proprietà private, l’idea trainante della manifestazione è quella di rappresentare tutto ciò che è legato alla sicurezza. Per esempio, chi vuole proteggere la propria casa può affidarsi a un buon cane (addestrato) o a un buon impianto antifurto (valido). Oppure ad ambedue, ognuno complementare all’altro. Il pubblico potrà rendersi direttamente conto di ciò che gli serve e di ciò che gli si offre, cane o antifurto che sia. Una scelta che può fare la differenza.
Onore e Gloria: cani e soldati dall’antichità a oggi (il riferimento è anche a una famosa frase detta nel film “Il gladiatore” di Ridley Scott, in cui compare per l’appunto un cane da guerra) il visitatore entrerà in contatto con tutto ciò che ruota intorno al tema “cani e sicurezza”: allevamenti cinofili, istruttori, veterinari, alimenti e articoli per cani, autovetture fuoristrada e station wagon, assicurazioni contro i furti o per cani, serramenti e recinzioni, istituti di vigilanza, case editrici specializzate e così via. In Italia finora non esisteva una manifestazione così particolare e nel contempo così necessaria a tanti quanto a esigenze della vita quotidiana. La manifestazione si svolgerà su un’area di 30.000 metri quadrati, di cui 3000 di padiglioni espositivi coperti. L’ingresso giornaliero è di 8 euro a persona. Per i bambini fino a 10 anni, purché accompagnati da un adulto, l’ingresso è gratuito. Divieti particolari: vietato l’ingresso agli animali e in particolare ai cani, esclusi quelli degli espositori allevatori e degli altri inseriti nella manifestazione. Detto divieto, che potrà apparire anacronistico, è motivato dal fatto che i cani da lavoro e degli allevamenti sono addestrati e abituati a ignorarsi, mentre non lo sono affatto i cani dei privati. In un tale contesto, pertanto, è prudente evitare potenziali momenti di provocazione, anche in considerazione del genere di cani al centro della manifestazione.
Onore e Gloria
Cani e soldati dall’antichità a oggi
24 e 25 aprile 2011, dalle 10 alle 19
Centro Ombrianello di Crema
Biglietto d’ingresso giornaliero, 8 euro a persona
Info: Media free time, tel. 0373 278314 – 3489000276 mediaro@libero.it

giovedì 7 aprile 2011

La montagnetta di San Siro.



Bella la canzone che Nanni Svampa dedica alla  mia Montagnetta e bello anche il video! 
Il Monte Stella, così chiamato per volere dell'Architetto Bottoni a cui si deve il progetto di tutto il QT8 (Quartiere Triennale Ottava), nasce proprio dalle macerie della II Guerra Mondiale. Ricordo ancora i la fila di  camion che portavano in quel luogo ciò che rimaneva delle case, delle chiese, delle fabbriche della Milano bombardata, ricordo anche che molte persone assistevano agli scarichi con grande commozione.
Ora il Monte Stella è un parco meraviglioso, molto curato e caratteristico, è veramente  una piccola montagna, con salite e discese, con molti alberi ma anche spazi verdi completamente fruibili. In primavera si diffonde nell'aria un profumo fruttato veramente particolare e in autunno le foglie che cadono creano meravigliosi tappeti nei viali. Durante tutto l'anno il parco è  molto visitato:studenti delle scuole del quartiere, sportivi, padroni di cani e  bimbi con i genitori si godono una boccata di ossigeno e ammirano dalla cima  la Madonnina del Duomo  e le Prealpi.
Da qualche anno il Parco Montestella ospita il Giardino dei Giusti, che ricorda con tanti alberi e sobrie pietre tutti quei "Giusti" che hanno contribuito a salvare vite umane. Il Giardino è collocato molto opportunamente direi, viste le origini storiche della montagnetta.

mercoledì 6 aprile 2011

Carpi, i foglietti che dipingono l' orrore

Riporto  un articolo del Corriere della Sera che ricorda Aldo Carpi, il grande pittore milanese e il rettore dell'Accademia di Brera. Nell'ultima parte dell'articolo Carpi cita mio padre, Ferdinando Valletti. Certo ero al corrente del fatto che mio padre gli aveva salvato la vita, ma vedere l'articolo di giornale mi ha molto commosso. Ho sempre sentito parlare del Prof. Carpi, mio padre gli telefonava spesso, un'amicizia grande che si era forgiata negli orrori del lagher di Mauthausen. Si salvarono entrambi.
Manuela Valletti

Carpi, i foglietti che dipingono l' orrore
un profilo del pittore Aldo Carpi, " l' ultimo grande scapigliato "
Per due giorni parlo' senza interruzione, poi tacque. Quando torno' a casa, dopo un anno e mezzo, il pittore Aldo Carpi, "l' ultimo grande scapigliato", non dimentico' nulla del lager, ma ne avrebbe parlato malvolentieri. Gli era rimasto nel naso l' odore del gas, diceva ogni tanto. Venne arrestato il 23 gennaio 1944 a Mondonico, in Brianza, dove era sfollato con la famiglia. Fu denunciato per attivita' antifascista da uno scultore, Dante Morozzi, un insegnante di Brera. Quella domenica mattina Carpi, dal suo studio, vide un gruppo di fascisti risalire la strada e dirigersi verso la sua casa, all' altra estremita' del paese. Avrebbe potuto fuggire, ma non fuggi' . Preferi' consegnarsi, per evitare che prendessero i suoi figli. Quel giorno Aldo Carpi stava ultimando L' arresto degli Arlecchini, un quadro a olio che raffigura quattro nerissimi poliziotti che inseguono sei arlecchini trasparenti. Sei come i suoi figli, che sperava "imprendibili come una nuvola". Ma furono catturati. Uno, Paolo, fu ammazzato a diciassette anni a Gross Rosen, alle nove del mattino del 25 febbraio 1945: con una iniezione di fenolo, perche' quel piccolo campo della Slesia meridionale non disponeva di camere a gas. Per Aldo prima Mauthausen, poi Gusen. Quando torna a casa, conta i figli: uno due, tre, quattro, cinque. Manca Paolo. Anche Pinin, che nel ' 45 aveva ventisei anni, aveva fatto la sua Resistenza: dura, durissima. Benche' ora riesca a parlare di arresti, del carcere a San Vittore, di interrogatori, di fughe e di appostamenti, della vicenda di suo padre, di Paolo come se raccontasse una delle tante storie per ragazzi che ha scritto in questi anni. Qui purtroppo non ci sono ne' leoni parlanti ne' gnomi ne' fate ne' maghi: qui e' tutto atrocemente vero. Ricorda suo padre, Aldo, tornare nella casa di via De Alessandri, che era stata sede delle prime riunioni del Cln: il corpo (un metro e ottanta) smagrito, i quaranta chili registrati il giorno della liberazione erano di poco aumentati, sente ancora nelle orecchie l' urlo di gioia di sua madre. Ricorda i foglietti minuscoli, riposti nella pellicola piegata di una radiografia che per un anno e mezzo suo padre tenne nascosta sul petto: "Se li avessero trovati lo avrebbero ammazzato". Quei foglietti contenevano il famoso Diario di Gusen, che Pinin Carpi avrebbe trascritto e pubblicato da Garzanti nel 1971. La seconda edizione, rivista e ampliata, e' da poco uscita nei Tascabili Einaudi con una introduzione di Corrado Stajano e con una nuova appendice, e verra' presentata oggi pomeriggio (alle ore 18) nella Sala Teatro della Accademia di Brera. Forse l' unico diario scritto in presa diretta, giorno dopo giorno nel lager. Aldo Carpi avrebbe poi testimoniato quella tragedia anche in molti disegni realizzati nei decenni seguenti. Ma quelle note, scritte sulle ricette di un medico, furono redatte tra il 1944 e il ' 45: "Un documento di religiosita' profonda . scrive Stajano ., una lezione di pudore, di dignita' e di coraggio che incute commosso rispetto". Pinin ricorda la religiosita' dei suoi genitori: "Una religiosita' molto sentita, ma tutt' altro che bigotta: mio padre, anche dopo il campo di concentramento, rimase un uomo dolcissimo con noi. Non sembrava cambiato per niente". Il vecchio partigiano Ferdinando Valletti, operaio dell' Alfa Romeo, anch' egli finito a Gusen per avere organizzato uno sciopero, vedendo Aldo sul letto di morte, ricordo' i giorni del lager, quando a uno a uno i deportati cercavano consolazione nella fede, nelle parole di Aldo Carpi. Il quale, precocemente invecchiato li' dentro, a 57 anni, continuava a dipingere ritratti per i suoi aguzzini, i loro figli, le loro donne. Valletti lo aveva salvato quando, appena arrivato a Gusen, Aldo fu messo a lavorare in una cava, dove le SS avrebbero voluto seppellire i cadaveri delle loro vittime. Doveva raccogliere e trasportare i massi che venivano fatti rotolare dall' alto. E lui non stava piu' in piedi. Fu Valletti a sostenerlo, a nasconderlo, a curarlo ormai moribondo. Poi, un medico polacco lo porto' nel suo studio e gli propose di fare quadri per gli ufficiali. Fu questo "dipingere con la testa nel sacco" a salvarlo. Non certo a fargli dimenticare i giovani russi che dalla sua finestra vedeva gettarsi contro i reticolati dell' alta tensione, disperati dopo le torture. Oppure il volto dell' Alfredo Borghi, un operaio, che dalla camera a gas, in attesa della fine, urlo' : "Carpi, damm de bev".

Di Stefano Paolo

martedì 5 aprile 2011

Oggi mio padre avrebbe novant'anni!

Che bella  giornata avrei trascorso oggi se il mio papà fosse stato ancora qui con noi. I novant'anni sono un grande traguardo e certo tutta la famiglia gli sarebbe stata in festa. Tante volte mi sono ritrovata a pensare mio padre  vecchio, me lo immaginavo scherzoso ed acuto come solo lui sapeva essere e  attorniato dall'affetto di tutti i familiari. Non è andata così, la vita ha deciso diversamente, ma oggi, accanto al rimpianto di averlo perduto 3 anni or sono, c'è la consapevolezza che la sua vita sia stata una vita piena e affrontata a viso aperto. Una vita certamente non facile ma vissuta in ogni momento con l' intensità e lo spirito di chi vuole vendere cara la pelle. Così un' infanzia trascorsa in un istituto e una giovinezza devastata dalla deportazione a Mauthausen,  sono stati episodi dolorosi che lui ha saputo bilanciare costruendo in positivo: un diploma, una appartenenza al Milan,  una bella famiglia, un grande successo professionale...insomma creando ciò che conta per  un uomo che si possa definire tale. Perfino alle gravi patologie che lo hanno colpito in vecchiaia non ha dato tregua, ha lottato fino alla fine per non soccombere e quando ha compreso che il tempo che era rimasto era poco, ha sfruttato questo tempo  per dispensare carezze, buffetti e sguardi pieni di affetto alle persone che amava. 
In questi giorni sto recuperando molti documenti che lo riguardano e che daranno una svolta molto interessante al libro che gli ho dedicato e che trovate su questo blog, è come se mi facesse sapere che c'è di più da scoprire e mi indirizza verso le persone giuste... anche questo è un modo di non mollare, lo fa attraverso me e io gli sono grata!!!!!

domenica 3 aprile 2011

Il Giardino dei giusti nel mondo e le storie di chi si è battuto per crearlo

Da dieci anni si  piantano alberi per ricordare gli eroi solitari che hanno salvato il mondo, ma la storia che sta dietro a questa bellissima iniziativa ha incontrato spesso attacchi violenti. Uno di questi giardini, semplici e maestosi allo stesso tempo, esiste anche a Milano (unico in Italia), nel parco del mio quartiere, su una spianata erbosa del Montestella.
Manuela Valletti

«C’è un albero per ogni uomo che ha scelto il bene», dice lo scrittore Gabriele Nissim. Ma non ci sarebbe se non esistesse un uomo, lui, che da dieci anni dedica la propria vita a piantare questi alberi, a farli crescere, ad annaffiarli tutti i giorni. Nissim ha creato la Foresta mondiale dei giusti dopo aver conosciuto Moshe Bejski, l’artefice del Giardino dei giusti di Gerusalemme, uno dei 1.200 «ebrei di Schindler» finiti sulla famosa «lista» dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che li salvò dai campi di sterminio.
Ogni anno, nel Giardino dei giusti di Milano, Nissim pianta un pruno e interra un cippo per ricordare a se stesso e al mondo intero che La bontà insensata - s’intitola così il suo nuovo libro edito da Mondadori - esisteva, esiste, esisterà sempre e può prendere il volto di chiunque, «nazisti o antinazisti, comunisti o anticomunisti, fondamentalisti islamici o musulmani moderati, secondini di un carcere o prigionieri di un lager, ladri o galantuomini». Per il 2011 gli alberi saranno cinque, dedicati ad altrettanti «testimoni inascoltati»: Romeo Dallaire, Jan Karski, Sophie Scholl, Alexandr Solzenicyn e Armin Wegner. Verranno messi a dimora giovedì prossimo, alle 11, nel parco di Monte Stella. Poi, alle 17.30, al teatro Franco Parenti, le storie dei cinque giusti saranno raccontate con l’aiuto del direttore d’orchestra Ignat Solzenicyn, figlio del premio Nobel per la letteratura, di Franz Müller, unico sopravvissuto della Rosa Bianca, di Misha Wegner, figlio di Armin, e di altri testimoni. Numerosi Giardini dei giusti sono nel frattempo fioriti per merito di Nissim a Yerevan, Salonicco, Sofia, Varsavia, Sarajevo, Washington, Firenze, Padova, Catania, Palermo, Bellaria, Linguaglossa, Levico Terme. L’ultimo sta sorgendo sulla collina di Kigali, in Ruanda.
Giornalista, saggista e storico, nato a Milano nel 1950, Gabriele Nissim in passato ha lavorato come documentarista per la televisione della Svizzera italiana e per Canale 5 e ha scritto per Giornale, Panorama, Mondo e Corriere della Sera. Oggi dirige Forestadeigiusti.it, sito e quotidiano online del comitato di cui è fondatore e presidente. Alcuni dei suoi bestseller sulle persecuzioni antisemite, tradotti in varie lingue, lo riguardano da vicino: ad Auschwitz perse tre bisnonni e due zii con la loro figlioletta. Suo padre Joseph, che oggi ha 92 anni, è uno dei 56.000 ebrei della comunità israelitica di Salonicco, che per il 98 per cento venne deportata e sterminata dai nazisti. Fu la sua intelligenza a salvarlo: a differenza del rabbino capo Zvi Koretz, non si fidò delle promesse dei tedeschi e fuggì su una nave prima del loro arrivo, arruolandosi come ufficiale paracadutista nell’esercito britannico e finendo a combattere ad El Alamein. In un campo profughi gestito dagli inglesi ad Aleppo, in Siria, conobbe la futura moglie Jeane, tuttora vivente.
Lei ha capovolto le liturgie dell’Olocausto. Non dev’essere stato facile, per un ebreo.
«Mi sono posto il problema di come si potesse conservare, accanto alla memoria del male, anche quella del bene. Una rottura che mi è costata parecchia ostilità, anche perché l’ho estesa dal nazifascismo a tutti i totalitarismi. Ricordo la reazione di Giorgio Bocca quando nel libro L’uomo che fermò Hitler raccontai per la prima volta la vera storia di Dimitar Pesev: “Ma era un fascista!”. Sì, però da vicepresidente del Parlamento bulgaro compì un atto pressoché unico nella storia dell’Olocausto: costrinse re Boris III a ordinare che i treni per Auschwitz non partissero, salvando così dalla deportazione 48.000 ebrei».
Un fascista buono. Come Giorgio Perlasca.
«Non è piaciuto che in Ebrei invisibili abbia scoperchiato il tema dei gulag e delle persecuzioni antiebraiche nell’Urss. E che in Una bambina contro Stalin abbia raccontato la storia di Gino De Marchi, militante piemontese del Pci che per punizione era stato spedito dal partito in Russia nel 1921, dove poi fu arrestato con la falsa accusa d’essere una spia fascista. Ai parenti dissero che era morto di peritonite. Solo l’ostinazione della figlia Luciana portò nel 1996 alla scoperta della verità: era stato fucilato nel 1938 a Butovo, su denuncia di alcuni comunisti italiani. Nel 2007 feci incontrare Luciana De Marchi con Piero Fassino nel cimitero di Levashovo, a San Pietroburgo. La donna scoppiò in un pianto liberatorio davanti alla lapide che ricorda i mille italiani vittime del terrore staliniano: aveva vinto la sua solitaria battaglia cominciata ad appena 13 anni, quando a Mosca, davanti ai compagni di classe, si rifiutò di rinnegare il padre come nemico del popolo. Il segretario dei Ds pronunciò un discorso in cui attaccava Palmiro Togliatti, che però non ebbe alcun seguito, né culturale né politico, in Italia. Qualcuno mi spiegò che s’era messo di mezzo Massimo D’Alema. Alcuni mesi dopo portai Luciana De Marchi da Giorgio Napolitano, il quale nelle stanze del Quirinale dimostrò un’insolita ritrosia, manco fosse lui l’ospite. Avrei voluto che parlasse più chiaro anche il presidente della Repubblica».
Perché s’è ispirato al giudice Moshe Bejski, che in Israele creò nel 1962 il primo Giardino dei giusti presso lo Yad Vashem, luogo della memoria della Shoah, e fece conoscere al mondo la storia raccontata da Steven Spielberg nel film Schindler’s list?
«Perché ne ho raccolto il testamento spirituale nel libro Il tribunale del bene. Avevamo dialogato per mesi a casa sua, ma soltanto negli ultimi incontri che ho avuto con lui nel 2006 in un ospedale di Tel Aviv, pochi mesi prima della morte, ho afferrato il senso profondo della sua esperienza. “Mi sono reso conto che non riusciremo mai a debellare dalla storia il male che gli uomini commettono”, mi disse. “I genocidi e i crimini contro l’umanità sono continuati nei gulag staliniani, in Biafra, in Ruanda, in Bosnia nonostante il trauma di Auschwitz”. Gli obiettai che mi sembrava troppo pessimista. “Non sono pessimista, sono realista”, rispose. “Ma possiamo sempre contare sull’opera degli uomini giusti che in ogni epoca hanno il coraggio di affrontare il male e che ogni volta salvano il mondo”. Bejski mi ha fatto capire che si può essere ragionevolmente ottimisti soltanto a partire da un ragionevole pessimismo».
La bontà insensata dello scrittore sovietico Vasilij Grossman.
«Grossman non si faceva nessuna illusione sulla possibilità degli uomini di resistere ai regimi totalitari perché l’umanità nasce imperfetta e nel totalitarismo persegue, almeno all’inizio, un sogno di perfezione, quindi ci cadrà sempre, come oggi dimostra l’avanzare del fanatismo islamico. Ma i regimi dittatoriali non riescono a piegare fino in fondo l’animo umano, perché è propria di ciascun individuo la capacità di comprendere, di cambiare, di commuoversi, di resistere, di provare vergogna, anche se pochi lo fanno. Indro Montanelli mi dava del pazzo quando gli mandavo al Giornale i miei pezzi sui dissidenti russi. Lui pensava, come il mio amico Jirí Pelikán, uno dei protagonisti della Primavera di Praga, che se mai il comunismo fosse caduto sarebbe stato solo per un intervento militare degli Stati Uniti. Le insurrezioni in corso dal Nord Africa alla Siria dimostrano invece che i regimi cadono quando si consorziano piccoli gruppi di persone amanti della libertà».
Bejski non ebbe vita facile in Israele per aver voluto parificare le due memorie, quella del male inflitto e quella del bene ricevuto.
«Sentiva il dovere di esprimere gratitudine ai tanti Schindler della storia, ma non veniva compreso. Da giudice della Corte costituzionale si scontrò con Moshe Landau, che aveva presieduto il processo contro Adolf Eichmann, scovato dal Mossad in Argentina nel 1960, rapito, portato in Israele, condannato a morte e impiccato. Io stesso nel corso di un incontro privato nel 1999 tentai di ricordare a Landau che la filosofa ebrea Hannah Arendt, assistendo al processo Eichmann, non aveva scorto nel carattere del criminale nazista nulla di demoniaco e di mostruoso, né tanto meno una sua propensione al sadismo, ma solo una preoccupante normalità».
La banalità del male, per rimanere al titolo del volume in cui la Arendt raccolse le sue corrispondenze sul processo pubblicate dal New Yorker.
«Esatto. Ma il giudice Landau, parecchio stizzito, mi stroncò con un verdetto inappellabile: “Non mi riconosco nella sua interpretazione. Eichmann ha fatto uccidere gli ebrei con profonda convinzione. Altro che banale! Amava con tutto il suo cuore il lavoro che faceva. Ha agito in questo modo perché pensava come un nazista, non perché si rifiutava di pensare”».
Chi è un giusto?
«La miglior definizione si trova nella Bibbia: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Il giusto non è un santo, non è un eroe, non è un individuo politicamente corretto. Agisce per rispetto di se stesso. Come ha ben spiegato la stessa Arendt, la risposta alla domanda “che cosa devo fare?” non dipende dagli usi e dai costumi, né da un comando di origine divina o umana: dipende solo da ciò che io decido di fare guardando me stesso. In altre parole, io non posso fare certe cose perché, se le facessi, poi non riuscirei più a vivere con me stesso».
La bontà insensata parte da Qohèlet, il testo biblico grondante di interrogativi sul bene e sul male, che esclude la possibilità di un lieto fine per l’umanità.
«Perché fare il bene? Perché conviene preservare ciò che di buono abbiamo. Marco Aurelio non consigliava alcunché di diverso: “Non sperare nella repubblica di Platone, ma accontentati che una cosa piccolissima progredisca, e pensa che questo risultato non è poi così piccolo”. La speranza realistica di Bejski è stata esattamente questa».
«Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto», esorta Qohèlet. Ma se io non credo in Dio, perché mai dovrei seguire i suoi comandamenti?
«Marek Edelman, il grande protagonista della rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia, era un laico socialista. Scrisse al suo amico Konstanty Gebert: “La fede mi è estranea, non mi piace quando la si ostenta. Io non so ancora se credere in Dio, ma la cosa più importante è che Dio possa credere in te, che possa credere che tu non sarai vile, che non fuggirai dalle tue responsabilità, che non tradirai il bene, indipendentemente dal fatto che tu creda o non creda”».
Lei è ebreo osservante?
«No».
Che atti di coraggio ha compiuto nella sua vita?
«Io non sono coraggioso. Anzi! Negli anni Settanta, alla Statale di Milano, ero vicino alle posizioni del Movimento studentesco. Un giorno, mentre stringevo la mano a un amico dai capelli rossi che non vedevo da una decina d’anni, sopraggiunsero tre studenti del servizio d’ordine che lo gettarono per terra e lo presero a calci in bocca. Io rimasi in silenzio. Feci finta di non conoscerlo perché era considerato un simpatizzante dell’estrema destra. Ma poi, tornato a casa, cominciai a provare disgusto per il mio silenzio. Cercai affannosamente sull’elenco telefonico il nome di quel ragazzo, senza trovarlo. Non lo rividi più. È un rimorso che mi porterò dietro per sempre».
Mi parli dei giusti per i quali pianterà un albero la prossima settimana.
«Aleksandr Solzenicyn credo che non abbia bisogno di presentazioni. Sophie Scholl era una studentessa di filosofia che a Monaco di Baviera cercò col gruppo universitario della Weiße Rose, la Rosa Bianca, di risvegliare le coscienze dei giovani tedeschi contro il Terzo Reich. Fu torturata dalla Gestapo per quattro giorni e infine ghigliottinata. Aveva 21 anni. Jan Karski fu il grande testimone inascoltato della Shoah: per due volte penetrò nel ghetto di Varsavia e portò al presidente americano Franklin Roosevelt e al ministro degli Esteri britannico Anthony Eden informazioni precise sullo sterminio degli ebrei in atto nella Germania nazista, ma nessuno gli diede retta. Romeo Dallaire, comandante canadese del contingente Onu in Ruanda, provò la medesima frustrazione nel 1994: si rivolse al presidente delle Nazioni Unite, Boutros Ghali, e a quello degli Stati Uniti, Bill Clinton, per denunciare l’imminente genocidio, ma non ottenne mai i caschi blu di rinforzo e un milione di tutsi finirono massacrati dagli hutu».
Infine Armin Wegner.
«Intellettuale volontario del servizio sanitario tedesco in Medio Oriente, fu il primo a documentare, anche fotograficamente, il genocidio degli armeni. Il 23 febbraio 1919 scrisse invano al presidente americano Woodrow Wilson per chiedere che il suo Paese venisse in soccorso della minoranza annientata dai turchi. Ma la sua lettera più famosa resta quella che spedì ad Adolf Hitler nel 1933, quando il Partito nazionalsocialista, da poco salito al potere, varò le prime misure antisemite: “Signor Cancelliere del Reich, non si tratta solo del destino degli ebrei, si tratta del destino della Germania! Fermate queste azioni senza senso!”. Fu arrestato, frustato a sangue e rinchiuso nei campi di concentramento. Riuscì a fuggire in Italia, dove visse fino alla morte, avvenuta nel 1978. Sul soffitto della casa che si era costruito sull’isola di Stromboli incise una scritta: “Ci è stato affidato il compito di lavorare a un’opera, ma non ci è dato di completarla”».
Teme un ritorno della follia antisemita che portò alle camere a gas?
«La storia non si ripete mai in modo uguale: ha troppa fantasia».
Perché nell’Italia di oggi c’è tutto questo odio?
«Abbiamo chiuso i conti col fascismo e col nazismo: oggi è normale indignarsi per questi mali assoluti. Ma non abbiamo ancora fatto i conti col comunismo, che ha introdotto la categoria del nemico. A me non piace un Paese dove c’è una guerra civile permanente, dove il dibattito politico è teso solo all’individuazione del nemico. Il valore più bello è la pluralità di pensiero, la possibilità di cambiare opinione. Io non voglio avere nemici. Quando incontro una persona che prima la pensava in un modo e ora ragiona diversamente, mi dico sempre: meno male».
(continua)