mercoledì 28 settembre 2011

Un progetto per la celebrazione della Giornata della Memoria

Ho presentato  ai Presidenti dei Distretti Scolastici della città e della Provincia il progetto promosso dalla Associazione Culturale Ferdinando Valletti per le celebrazioni della Giornata della Memoria  2012.
Il progetto prevede il coinvolgimento delle scuole superiori nell'interpretazione assolutamente libera e creativa delle emozioni e dei sentimenti suscitati  dalla lettura del libro "Deportato I57633 Voglia di non morire" (nuova edizione)  che racconta la deportazione in campo di sterminio di mio padre Ferdinando Valletti.
Il progetto che ha il supporto del Ministero della Pubblica Istruzione verrà illustrato alle scuole che si dimostreranno interessate ed aderiranno all'iniziativa a cura dell'Associazione e dei delegati dei distretti sul territorio.
Sempre a cura dei distretti scolastici e dell'Associazione verrà insediata una commissione che esaminerà i lavori prodotti e che stabilirà poi l'Istituto Superiore che si sarà aggiudicato il premio in denaro messo a disposizione dall'Associazione a dai diversi sponsor sensibili alle iniziative che promuovono il ricordo della Shoah.
L'iniziativa è stata accolta con molto entusiasmo e di questo sono veramente molto contenta.

La mancanza di regole non aiuta a crescere

Sono sul bus che porta alla Stazione Centrale ed è, come sempre, affollato. Alcune persone anziane sono in piedi, si reggono a malapena e stanno in equilibrio con in mano sacchetti traboccanti di spesa, in fondo all'autobus una bambina di sei o sette anni è seduta in modo scomposto e occupa da sola due posti. Anzi, tre, perché ha i piedi sul sedile di fronte. La madre, non solo non dice nulla, ma la guarda estasiata. Nessuno le fa notare il comportamento ineducato della figlia. Mi sto avvicinando per intervenire ed ecco che un uomo di mezza età finalmente osa protestare, due signore lo assalgono, dicendo che: «È solo una bambina». A quel punto intervengo anch'io e parlo alla bimba, le spiego che le persone anziane non ce la fanno a rimanere in piedi, lei capisce, si alza e cede il posto sotto lo sguardo allibito della mamma. Forse alla bimba bisognava solo spiegarglielo prima, anzi certamente è così, una volta i nostri nonni era una delle prime cose che ci insegnavano quella di cedere il posto a sedere alle persone anziane. L’episodio mette in luce almeno due cose che caratterizzano la nostra epoca: l'assoluta mancanza di attenzione verso il prossimo e di conseguenza una educazione sbagliata che viene trasmessa ai più giovani. La permissività, il consenso sempre e comunque verso le loro richieste fanno dei piccoli cittadini dei pessimi cittadini e delle persone con grossi limiti umani. In una società in cui la convivenza è necessaria occorre sottostare a delle regole. NON PORRE REGOLE impedisce al piccolo di interiorizzare i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, alimentando la maleducazione e un illusorio senso di onnipotenza. E allora a che età cominciare? Dai Primi anni di vita, tenendo conto dei limiti dell'età certamente, ma non sottraendosi mai alla fermezza.

lunedì 26 settembre 2011

Le interviste raccolte dalla Shoah Foundation ON LINE

Da Martedì 27 settembre, le copie delle 433 interviste audiovisive in italiano raccolte dalla Shoah Foundation, fra i sopravvissuti o gli scampati ai Lager nazisti, sono consultabili on line sul sito dell'Archivio centrale dello Stato. Fanno parte dell’enorme corpus di circa 52 mila videoregistrazioni effettuate in 70 Paesi e 37 lingue fra testimoni - ebrei, sinti e rom. politici, sacerdoti, omosessuali - della Shoah, che la fondazione creata nel 1994 da Steven Spielberg, sull'onda del successo, anche economica di Schlinder's List, ha realizzato per non disperdere la memoria del genocidio. Digitando www.archiviocentraledellostato.beniculturali.it si potrà accedere a un archivio audiovisivo di circa 1600 ore, indicizzato: vuol dire che ogni intervista, lunga mediamente trenta minuti. è scomposta in segmenti di un minuto. Scegliendo, per esempio, nell'infinito elenco di parole chiave (a partire dai nomi di persone e di luoghi) il termine fame, tristemente frequente nei ricordi dei testimoni, si otterrà la lista di tutte le interviste in cui se ne parla, ma verrà anche segnalato ogni minuto dell'intervista prescelta in cui la fame viene nominata.

domenica 25 settembre 2011

Right or wrong, my country

Fascisti non sempre, almeno non necessariamente, disposti a sanguinare, ad aver fame a rischiar di finir male invece sì, quasi in ogni circostanza. È questa la descrizione, sommaria, di quei soldati italiani che ci regala M. Sacchi e che durante la Seconda guerra mondiale, essendo prigionieri di inglesi e americani, si rifiutarono di collaborare con i vincitori. Una resistenza passiva, apertamente sancita e garantita dalla convenzione di Ginevra, che molti portarono avanti anche dopo l’otto settembre, quando divenne molto meno chiaro decidere da che parte stare, a quale brandello di Patria lontana aggrapparsi. E, nonostante il fatto che in tale situazione di dubbio disperante si trovarono quasi un milione e mezzo di soldati presi prigionieri durante le molte disfatte del Regio esercito (seicentomila quelli nelle mani di Gran Bretagna e Usa), la storiografia italiana sull’argomento è sempre stata un po’ latitante. Figurarsi poi su quelli che fecero la scelta sbagliata e, rinchiusi in campi speciali, tornarono a casa per ultimi. Essi subirono la damnatio memoriae: un Paese che aveva fatto di tutto per essere considerato cobelligerante e che viveva di piano Marshall non aveva alcuna voglia di ricordare coloro che a quella scelta si erano opposti sino all’ultimo. Ecco che allora la ricostruzione fatta da Arrigo Petacco in Quelli che dissero no. Otto settembre 1943 la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani (Mondadori, pagg. 170, euro 19, in uscita martedì prossimo) arriva a colmare un vuoto. Lo fa in maniera non accademica, il racconto di Petacco ha ovviamente piglio giornalistico, e senza pretese di esaustività: gli italiani vennero sparpagliati in territori lontanissimi e subirono trattamenti molto diversificati. Il quadro che ne esce evidenzia però delle caratteristiche comuni. Da un lato la sbrigatività degli alleati che classificarono tutti coloro che rifiutarono di cooperare come fascisti: toccò anche al socialista Gaetano Tumiati (poi giornalista di vaglia e vincitore di un Premio Campiello) rinchiuso nel campo di prigionia di Hereford in Texas. E questa sbrigatività si trasformava rapidamente in sospensione delle garanzie previste per i militari. A Hereford i renitenti alla collaborazione venivano affamati e picchiati a colpi di mazza da baseball, in India ci furono ufficiali falciati a colpi di mitra solo per aver intonato inni fascisti. Dall’altro la scarsissima attenzione dei comandi italiani per le proprie truppe imprigionate o in generale per le condizioni dei propri concittadini (ammettendo di non voler considerare i militi della Rsi come militari). Al momento dell’armistizio dell’otto settembre Badoglio e lo stato maggiore non negoziarono alcuna clausola relativa ai prigionieri. Non bastasse, anche in seguito, secondo Petacco, si guardarono bene dall’emanare ordini e disposizioni chiare. Schiacciati tra questi due diversi ingranaggi restarono moltissimi prigionieri italiani. Dovettero scegliere da soli, con le poche, frammentarie e spesso false informazioni che avevano. I più decisero di diventare «Coman» collaboratori, spesso creando situazioni al limite del ridicolo. Nel campo kenyota di Nanyuki il colonnello Lo Bello che stava invitando tutti i soldati a giurare fedeltà al Re e a rinnegare Mussolini gridò con entusiasmo «Viva il Re» ma nella foga del momento lo fece a braccio teso, con stentoreo saluto romano. 
La minoranza scelse la condizione di «no-coman». Tra questi vi furono fascisti indiavolati e vendicativi che redigevano liste nere per farla pagare a chi aveva accettato l’ineluttabilità della sconfitta; persone come lo scrittore Giuseppe Berto o lo scultore Alberto Burri, che non volevano barattare la libertà con l’incoerenza; militari che credevano nel detto molto anglosassone «Right or wrong, my country». Pagarono cara quella decisione, le atrocità peggiori le subirono a colpi di scudiscio - maneggiato da altri italiani - i prigionieri del campo kenyota di Burguret. Pagarono per la dimostrazione di carattere più che per l’ideologia. Perché in fondo tutto si può riassumere nel giudizio, sbagliato secondo gli storici ma personale e sentitissimo, di un sommergibilista che venne colto dall’otto settembre in pieno oceano Pacifico e decise poi di continuare a combattere con i giapponesi: «Combattevo da due anni a fianco dei tedeschi... Poi dopo 56 giorni per mare arrivo in Giappone e mi dicono: “È tutto cambiato, ora sono i tedeschi i nostri nemici e anche i giapponesi...”. No, no. Io non ho mai tradito nessuno! Sono loro che hanno tradito me!».

sabato 24 settembre 2011

Un ponte per la Brigata Ebraica

Con questa motivazione è stato intitolato all'inizio di settembre un ponte sul fiume Foglia  alla Brigata Ebraica in quel di Pesaro:


“Per Brigata Ebraica si intende la First Camouflage Coy Royal Engineers (una delle unità ebraiche aggregate all’VIII Armata Britannica) composta di artisti e genieri ebrei di Palestina che nell’autunno del 1944, subito dopo la Liberazione di Pesaro, ricostruì il ponte distrutto dalle truppe naziste in ritirata. A perenne ricordo collocarono sulla chiave di volta ai due lati del ponte lo stemma della Compagnia. A loro la città di Pesaro intitola il ponte in memoria e a riconoscenza del contributo ebraico alla Liberazione d’Italia dal giogo nazifascista.
A coloro che seppero resistere alla barbarie e ricostruire ponti e nazioni libere."

Dopo un’escursus storico di Romano Rossi, presidente dell’associazione nazionale reduci della Friuli, sulla situazione mediorientale dell’epoca, ha preso la parola Renzo Gattegna che con un discorso breve ma estremamete puntuale e significativo, ha ricordato il sacrificio dei giovani della Brigata e il loro contributo alla lotta per la realizzazione di un mondo migliore. A Rav Luciano Caro il compito di chiudere, in un’atmosfera via via sempre più densa di emozione, l’incontro: dopo aver sottolineato che l’impegno della Brigata Ebraica non si è esaurito con la fine della guerra, ma che anzi ha moltiplicato i suoi sforzi per la ricostruzione e il sostegno delle Comunità ebraiche in Italia e in Europa, ha letto una benedizione per quei ragazzi e per tutte le vittime dei conflitti.

Il consigliere comunale Dario Andreoli, che il 1° dicembre 2010 aveva presentato la mozione, poi votata all’unanimità, del recupero e intitolazione del ponte, sottolinea che “questa parentesi di storia ci dà l’opportunità di guardare il passato da un’angolazione diversa: il popolo ebraico, a cui abbiamo sempre comprensibilmente associato il solo ruolo di vittima della Shoah e delle infami leggi razziali, è stato in realtà protagonista attivo nella lotta di liberazione, contribuendo a riconquistare gran parte del territorio dell’Emilia Romagna a seguito di sanguinosi combattimenti”.

Alla cerimonia, presentata da Aldo Amati, capo gabinetto del sindaco, hanno preso parte Ilaro Barbanti, presidente del Consiglio comunale e il vicesindaco Giuseppina Catalano. Tra gli invitati l’addetto alla Difesa dell’ambasciata di Israele Col Yehu e la segretaria, Silvia Ajò; il presidente delle comunità ebraiche in Italia, Renzo Gattegna; i vicepresidente delle comunità ebraiche di Roma, Giacomo Moscati e di Ferrara, Cartoon Elien; la delegata della sezione di Urbino della comunità ebraica di Ancona, Maria Luisa Moscati; il rabbino di Ferrara, Luciano Caro. Presenti inoltre l’Arcivescovo di Pesaro Mons. Piero Coccia, la cittadina onoraria Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e Ivo Andreucci, che appena diciassettenne prestò la sua opera in qualità di muratore. Toccante il suo ricordo.

Riporto la notizia che ho ricevuto dal Centro Documentazione Ebraica di Milano, è per me un piacere ricordare la storica Brigata!