giovedì 10 luglio 2008

ELUANA E' LIBERA DI MORIRE, MA PER LA CHIESA E' EUTANASIA

Dopo 16 anni di non vita attaccata ad un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione e idratazione, Eluana sarà libera di morire.
Oggi la Corte d'appello civile di Milano ha autorizzato il padre della ragazza, in stato vegetativo permanente dal 18 gennaio 1992, ad interrompere, in qualità di tutore, il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato che da 16 anni tiene in vita la figlia. Beppino Englaro da quasi dieci anni, precisamente dal 1999, chiede la sospensione del trattamento. Un paio di settimane fa il signor Englaro è stato ascoltato dai giudici della Corte d'Appello di Milano nell'ennesimo tentativo di far comprendere il suo stato d'animo e le volontà di sua figlia Eluana, che mai avrebbe voluto continuare a vivere in condizioni così disperate, senza più capacità percettive e avere contatti con il mondo esterno.
Questa, per il signor Beppino, era la nona tappa di un processo lungo e difficile, troppe volte lasciato in sospeso per l'assenza di una disciplina legislativa specifica e completa in materia di eutanasia. Anche se, come più volte ha specificato il papà di Eluana, nel caso di sua figlia “non è formalmente corretto parlare di una richiesta di eutanasia quanto, piuttosto, di una richiesta di sospensione delle cure che possono equipararsi ad una sorta di accanimento terapeutico”. Eluana può respirare autonomamente ma non è più in grado di avere coscienza di sè, sentimenti, vita di relazione. Da 16 anni.
Il decreto in cui si autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione a Eluana è stato redatto dal giudice della prima sezione civile della Corte d'appello di Milano Filippo La Manna, che si è rifatto alle indicazioni fornite dalla Cassazione, con sentenza di rinvio, lo scorso 16 ottobre. La Cassazione, infatti, aveva accolto la richiesta del papà di Eluana stabilendo che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare l'interruzione delle cure in presenza di due circostanze concorrenti:
1)che sia provata come irreversibile la condizione di stato vegetativo del paziente;
2) che sia accertata la sua volontà prima dell'inizio di tale stato (in base al suo vissuto e ai suoi convincimenti etici) a non essere sottoposto a tempo indeterminato a sistemi di mantenimento in vita di tipo puramente meccanico.
La Corte d'appello ha ritenuto che fosse già stata provata e accertata l'irreversibilità dello stato vegetativo permanente della giovane donna e che sia stato dimostrato il convincimento di Eluana, quando era in piena coscienza, di preferire la morte piuttosto che una vita di questo tipo.
Il provvedimento dei giudici di appello teoricamente può essere ancora soggetto a ricorso davanti alla Cassazione.

“Grave sentenza”: così la Radio Vaticana giudica la decisione dei magistrati della Corte d'Appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro a sospendere il trattamento di alimentazione ed idratazione forzato della figlia. “Nessun tribunale aveva mai accolto la richiesta”, rimarca l'emittente pontificia, che ricorda come già i bioetici della Cattolica abbiano rimarcato che la decisione dei magistrati “disconosce il principio della non disponibilità della vita e il dovere di ogni società civile, di assistere i propri cittadini più deboli”. Il Vaticano, attraverso le parole di Mons. Rino Fisichella, neopresidente della Pontificia accademia per la vita, parla, senza mezzi termini di "eutanasia". La sentenza però, ha aggiunto mons. Fisichella, “può essere impugnata presso una corte superiore” e c'è la possibilità di “ragionare con maggiore serenità e meno emotività”.
Di fronte alla decisione presa oggi dai magistrati mons. Fischella esprime “un duplice sentimento”: da una parte “tristezza e amarezza” e dall'altra “profondo stupore”. “Profonda amarezza per come si risolverà purtroppo una vicenda di dolore, perchè Eluana è ancora una ragazza in vita, il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale”. E “profondo stupore, per come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta, al legislatore perché”, ha concluso il vescovo, “ non mi risulta che in Italia ancora ci sia una legislazione in proposito, e anche soprattutto ai medici che hanno competenza specifica del caso”.
Intanto la casa di cura “Beato Luigi Telamoni”, dove Eluana è ricoverata dal giorno stesso dell'incidente stradale avvenuto nel gennaio di 16 anni fa, è gestita dalle suore Misericordie che, come facilmente comprensibile, appoggiano in pieno il punto di vista del Vaticano.
Riferendosi alla decisione di staccare l'alimentatore di Eluana i dipendenti rispondono: “Qua in questa casa di cura non avverà di sicuro: le suore le sono affezionate, non acconsentiranno mai”. È l'affermazione che ripetono un pò tutti nella casa di cura Beato Luigi Talamoni. “Se il padre vuole farla morire”, ha detto un dipendente, “dovrà solo portarla via da qui”.

Ma sulle sorti di Eluana ci sono opinioni assai diverse, anche all'interno del mondo politico.
La senatrice del Pdl, Laura Bianconi, ha definito “gravissima” la decisione dei giudici della Corte d'Appello civile di Milano.
“Non si può pensare che il diritto alla vita rientri tra quelli di cui possono disporre altri, tanto meno i giudici con una sentenza. Questo è un esempio palese di quello che accadrebbe con il testamento biologico dove ad un terzo verrebbe attribuito il diritto di decidere se dobbiamo smettere di vivere: ecco perchè sostengo da sempre che non si può aprire questa porta legislativa ma è necessario aumentare in tutti i modi possibili forme di assistenza e sostegno a questi malati e alle loro famiglie, anche attraverso le cure palliative, invece di legittimare forme di vero e proprio abbandono terapeutico come in questo caso”.
L'opposizione, invece, appoggia in pieno la sentenza dei giudici milanesi.“La decisione del Tribunale Civile di Milano è rilevante e giusta. Il padre di Eluana ha lottato per sedici anni contro tutto e contro tutti per rispettare le volontà della figlia, che finalmente saranno accolte”. È il commento di Ignazio Marino, medico e capogruppo Pd in commissione sanità al Senato, al caso Englaro. “È una sentenza rigorosa che pone fine ad un vero e proprio calvario ma testimonia ancora una volta la carenza di una legislazione che regoli la materia nel nostro paese”.

Personalmente ritengo che se, come sembra, Eluana respira autonomamente il dovere di chi la assiste sia quello di nutrirla e idratarla. Con tutto il rispetto per il dolore di questi genitori e anche per il loro stato emotivo molto provato, trovo raccappricciante che si apprestino a lasciare morire la figlia di fame e di sete, una fine orrenda di cui mi auguro che siano consapevoli.

mercoledì 9 luglio 2008

IL VIGORELLI sarà la nuova sede del centro islamico e della moschea



dal blog http://milanophotogallery.wordpress.com/category/historical-pics/ il VELODROMO VIGORELLI durante la 6 giorni del 1962

Si dice provvisoriamente... ma che c'è di provvisorio nelle scelte fatte dalla nostra amministrazione comunale? La realizzazione di una moschea dovrà avvenire entro il 2015 e quindi non mi pare che la provvisorietà sia limitata nel tempo e il Vigorelli è un pezzo di storia della nostra città, i milanesi ci sono affezionati e preferirebbero che venisse ricondotto agli antichi speldori piuttosto che trasformato in luogo di culto islamico.

Vale appena la pena di ricordare che l'ex velodromo sorge in una zona urbana densamente popolata a due passi da Corso Sempione e ad altri due passi dall'ingresso cittadino di Fiera Milano City dove si svolgono ancora e continueranno a svolgersi moltissime esposizioni, una tra tutte Milano Vende Moda.

Vale anche al pena di ricordare che gli abitanti della zona non sono stati nemmeno consultati. E' la solita tegola che cade sulla testa dei cittadini ignari, magari già in ferie e che al rientro in città si troveranno ogni venerdì sera (...sarà poi proprio solo il venerdì?) almeno 4000 islamici che invaderanno la loro zona per arrivare al Vigorelli.

Non accusate i milanesi di razzismo e di non rispetto della religione altrui, gli islamici hanno diritto alla loro moschea, che per altro si pagherebbero, ciò che non va giù ai cittadini è che i problemi si trascinino per anni e che poi nel tantativo di risolverli vengano solo spostati da un'altra parte. Sono almeno 20 anni che esiste il problema di Via Jenner, ora il problema trasloca in zona Fiera. Questo è saper governare? Questo è rispetto per i milanesi? Questo è rispetto per gli islamici?

Esprimo tutto il mio disappunto e quello della comunità virtuale che rappresento per questa scelta scellerata. L'amministrazione comunale non tiene conto delle oggettive difficoltà della zona Fiera e ancora una volta cancella pezzi di storia della nostra città con la più totale non curanza. E' accaduto anche lo scorso anno, proprio in questo periodo con la palazzina Liberty, ex sede della direzione dell'Alfa Romeo al Portello, uno stabilimento storico di cui non rimane traccia. La palazzina venne abbattuta dopo uno stop ottenuto dai cittadini, fu fatto tutto all'improvviso, una vergogna. Ora pare che la stessa fine toccherà alla palazzina del Tiro a Segno di Piazzale Accursio, sacrificata per non so quale nuova costruzione.
Così facendo si cancella la storia di Milano, ma a chi governa non sembra importare un fico secco.

lunedì 7 luglio 2008

Alzheimer: scoperto legame con Ngf

La notizia che riporto sotto apre il cuore alla speranza. Molti malati di alzheimer potranno probabilmente curarsi con successo e bloccare veramente il procedere della malattia, ho solo il rammarco che di questa scoperta non abbia potuto beneficiare il mio papà.

Il fattore scoperto da Rita Levi Montalcini legato alla malattia
(ANSA) - ROMA, 4 LUG - Esiste un legame tra il fattore di crescita delle cellule nervose, scoperto dal Nobel Rita Levi Montalcini, e la malattia di Alzheimer.Il fattore Ngf blocca infatti la produzione della proteina beta amiloide, principale responsabile della malattia di Alzheimer. La scoperta, pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas), si deve al gruppo dell' Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).

mercoledì 2 luglio 2008

Torna il grembiule a scuola

E adesso come al solito non ci si metterà d'accordo su niente, perché noi italiani siamo così, come un vecchio spot con la Ferilli al cellulare «quanto ce piace chiacchierare...». Piuttosto che risolvere un problema, un'equazione algebrica fratta, un cateto uguale all'ipotenusa moltiplicata per il seno, siamo disposti a tutto, basta non rinunciare al gratuito sperpero delle ore passate a chiacchierare.

Giusto nel giorno del suo compleanno il ministro all'Istruzione Gelmini Mariastella, cognome e nome come pretende l'appello, ha risposto, interrogata: «Gli scolari di nuovo con il grembiule? E perché no...». L'idea in verità non è sua, ma di Gabriella Giammanco, che ha trentun'anni, ma ancora l'aria della vicina di banco, quella brava e studiosa che non ti passa mai un compito e che non ti fila neanche di striscio. È una delle parlamentari più giovani, è in commissione Cultura della Camera a Montecitorio, e per lei il ministro, che ha solo quattro anni di più, ha solo belle parole: «Il grembiule è un fatto di ordine ma anche di uguaglianza sociale tra ragazzi, soprattutto ora che va tanto di moda l'abbigliamento firmato già in giovanissima età. Dare pari condizioni di partenza può essere una proposta interessante ed è curioso che venga proprio da una delle deputate più giovani».
E così è ripartito il dibattito. Con i soliti argomenti. A patto, ovvio, che non si risolva il problema. Grembiulino sì, perché è un mezzo democratico per annullare le differenze sociali, grembiulino no perché è uno strumento per omologare i ragazzi, grembiulino sì perché combatte i virus e i segni del pennarello, grembiulino no perché non basta una divisa per rendere tutti uguali. Presidi e psicologi sono d'accordo, l'associazione genitori no. Ogni tre anni la solita solfa, ma risultati sempre rimandati a settembre. Ora, diciamolo: il grembiulino fa tenerezza, è il colletto bianco che profuma di amido, le briciole della merenda che ti restano in fondo alla tasca, è il «grembiule nero e fiocco azzurro: per un bambino milanista il primo giorno di scuola è subito un trauma» come dice Diego Abatantuono. Il grembiule a scuola è un po' il film all'oratorio la domenica pomeriggio, le bustine per fare l'aranciata, le suore nella Prinz, le cartelle in pelo di cavallino, i quaderni a quadretti con i margini al fondo e la tavola pitagorica fino al dodici. Rimetterlo, anche se per ora solo alle elementari, ha qualcosa di antico ma, chissà, forse di inutile. Perché, se è solo per annullare le differenze, c'è sempre quello che mette il grembiule come il tuo ma capisci che non è come te dalla marca delle scarpe, ammesso che il tuo non costi cinque euro e il suo non sia un modellino di tendenza color tabacco spento e verde chartreuse con finiture in tessuto e laccetti coordinabili. E se è per il «dovere morale ad un abbigliamento consono alle aule», come pretende il Regio Decreto del 1925, si sa che già dalle medie, del 2008, vanno jeans a vita bassa, tanga e micro top. E qui tornare all'antico è rischioso. Perchè sotto il grembiule potrebbe non esserci niente.

lunedì 30 giugno 2008

L'APOCALISSE DI WALTER

I politici hanno l'apocalisse facile quando si riferiscono ai programmi e alle realizzazioni degli avversari. Ma nella sua intervista di ieri a Repubblica, Walter Veltroni è andato molto al di là d'ogni limite, se non di ragionevolezza, almeno di decenza. Lo ha fatto forse nel tentativo sciagurato di emulare Antonio Di Pietro.
Già l'incipit veltroniano evocava le miserie, le macerie, le tristizie, i lutti d'un Paese percorso dai lanzichenecchi, angosciato dalla fame, decimato dalla peste. Sentitelo: «L'Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali». E più avanti, nella stessa terrificante chiave, il leader - si fa per dire - del Partito democratico definiva l'attuale «il momento più drammatico della storia italiana».
Non vorrei essere frainteso. Stiamo vivendo una stagione di vacche magre pur tra esodi vacanzieri e squilli di telefonini. È un brutto periodo di un'Italia che tuttavia appartiene alla riserva «ricca» del pianeta. Ma il lamento veltroniano non voleva deplorare una stagnazione e un declino che tutti avvertiamo con disagio. No, era un lamento d'accusa. L'Italia soffre perché è agli ordini del Cavaliere, issato in sella da un'elezione trionfale.
Siamo uomini di mondo, disposti a concedere parecchio alla retorica di parte. Ma Veltroni, lo ripeto, esagera. Finge di ignorare che un'ondata straordinaria di favore popolare ha portato Berlusconi a Palazzo Chigi e ne ha sloggiato Romano Prodi: dalla gente comune e con il buon senso comune considerato il colpevole primo della situazione di sfascio, di indecisionismo cronico, di velleitarismo sterile in cui l'Italia si divincolava. Per quanti difetti possa avere, il governo Berlusconi non riuscirà mai - essendo l'impresa impossibile - a far rimpiangere quell'accozzaglia arrogante e impotente che era il governo precedente. Prodi sostenne, insediandosi, di voler dare serietà al potere. Sentitela la serietà, nelle parole almeno su questo punto sincere di Veltroni: «Prodi, dopo la vittoria del 2006, fu assediato dai partiti che lo costrinsero a fare un governo di cento persone». Tra i ministri che egli nominò c'era l'ex pm Antonio Di Pietro del quale ora Walter Veltroni dice che le questioni sociali «non sa nemmeno dove stiano».
Se vuole annunciare cataclismi, e imputarli al Cavaliere, Veltroni si diverta pure. Ma gli crederanno in pochi. Si sostiene che gli italiani hanno la memoria corta, ma non corta al punto d'aver dimenticato una dirigenza del Paese al cui confronto la prova d'orchestra di Fellini aveva una perfezione toscaniniana.

da IL GIORNALE