venerdì 23 settembre 2011

Il drammatico quesito del Papa al Parlamento Tedesco


La riflessione è molto importante e scuote le coscienze, ricordiamo che si tratta di un Papa tedesco che sente su di se il peso dell'orrore del nazismo.


“Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? I combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto proclamato da quei regimi era ingiustizia. Eppure quel diritto godeva del consenso della quasi totalità della popolazione. In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta. Come riconosciamo dunque che cosa è giusto?” 
Questo il sunto della domanda papale al Bundestag tedesco. 

Di seguito il testo integrale del discorso del Papa:

Illustre Signor Presidente Federale!
Signor Presidente del Bundestag!Signora Cancelliere Federale!
Signor Presidente del Bundesrat!Signore e Signori Deputati!

E’ per me un onore e una gioia parlare davanti a questa Camera alta – davanti al Parlamento della mia Patria tedesca, che si riunisce qui come rappresentanza del popolo, eletta democraticamente, per lavorare per il bene della Repubblica Federale della Germania. Vorrei ringraziare il Signor Presidente del Bundestag per il suo invito a tenere questo discorso, così come per le gentili parole di benvenuto e di apprezzamento con cui mi ha accolto. In questa ora mi rivolgo a Voi, stimati Signori e Signore – certamente anche come connazionale che si sa legato per tutta la vita alle sue origini e segue con partecipazione le vicende della Patria tedesca. Ma l’invito a tenere questo discorso è rivolto a me in quanto Papa, in quanto Vescovo di Roma, che porta la suprema responsabilità per la cristianità cattolica. Con ciò Voi riconoscete il ruolo che spetta alla Santa Sede quale partner all’interno della Comunità dei Popoli e degli Stati. In base a questa mia responsabilità internazionale vorrei proporVi alcune considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto.

Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino.

1. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo.

Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.
In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel Terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: “Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro… questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…”.

2. In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.

Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. C. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano.

3. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.

Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi… sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la Seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. E’ fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico.
4. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.

Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, mentre tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura vengono ridotti allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.

Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. E’ chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.

Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Quindi ha aggiunto a braccio: “Mi consola di pensare che a 84 anni si possa ancora dire qualcosa di ragionevole” – risate e applausi dei parlamentari). Aveva detto che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza, la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte, presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. “Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana”, egli nota a proposito.
5 Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?

A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.

Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.


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giovedì 22 settembre 2011

Cattelan, un artista di poche parole!

Il suo primo lavoro pubblico a Milano risale al 1994 quando raccolse le macerie del PAC causate da una bomba mafiosa (con tanto di cadavere) e le esportò a Londra e a Parigi a testimonianza della tradizione italiana di quegli anni, creando non poco imbarazzo tra le istituzioni.
Poi ci sono stati i tre bambini/fantoccio impiccati a una quercia secolare di Piazza XXIV Maggio, sempre a Milano, nel 2004. Il lavoro fu distrutto da un fanatico dopo soltanto 24 ore dall'inaugurazione.




Da qualche tempo, L.O.V.E., un maestoso dito medio, è sistemato in Piazza Affari a Milano e di questi tempi sembra non portare bene averlo messo li, proprio davanti alla Borsa.
L'assessore alla Cultura, Stefano Boeri, raccoglie l'opinione dei cittadini proprio ai piedi della scultura e i pareri sull'opportunità di accettare l'opera offerta dall'artista a patto che rimanga in piazza Affari, sono contrastanti. «Il mio orientamento - spiega l'assessore - è stato fin dall'inizio quello di accettare la donazione, ma ho capito che questa opera pone molti problemi sull'utilizzo dello spazio pubblico».
Entro la fine del mese Boeri dovrà portare una delibera in giunta. «E i pareri dei milanesi - assicura - incideranno moltissimo». Ma se su Facebook «l'85 % dei cittadini si è espresso per lasciare il Dito dov'è», il sondaggio volante nella piazza è molto più variegato. Un centinaio i milanesi arrivati per dire la loro o per ascoltare. C'è chi lo definisce un insignificante dito medio, chi un'opera d'arte bella e perfettamente collocata. Chi lo vede volgare, chi provocatorio, chi ironico, chi offensivo. Per qualcuno è uno sberleffo della Borsa alla città. Per altri è il contrario. Alcuni segnalano il problema dei costi per spostarlo, nel frattempo il gigantesco dito medio sembra guardarci tutti negli occhi e apostrofarci con un "ma va a da via i ciap" in perfetto dialetto milanese.
Prossimo appuntamento davanti al monumento a Pertini di Aldo Rossi, un altro monumento da sempre contestato dai cittadini.

Vogliamo provare a fare un sondaggio?  Mandatemi il datemi il vostro parere su :Volete che L.O.V.E. rimanga in Piazza Affari o no?

domenica 18 settembre 2011

Benjamin Fondane e il dovere della memoria

Il dovere della memoria è dolorosamente presente in Benjamin Fondane, intellettuale e poeta poco conosciuto del XX secolo, ebreo romeno-francese. I versi che riporto furono da lui composti sulla soglia della camera a gas.

"Verrà un giorno, senza dubbio, in cui il poema letto
si troverà davanti ai vostri occhi. Non chiede
nulla! Dimenticatelo, dimenticatelo! Non è
che un grido, che non si può inserire in un poema
perfetto, avevo il tempo di finirlo?
Ma quando voi calpesterete questo mazzo di ortiche
che sono stato io, in un altro secolo,
in una storia che per voi sarà superata,
ricordate solo che ero innocente
e che, come voi, mortali di quel giorno
ho avuto, anch’io, un volto segnato
dalla collera, dalla pietà e dalla gioia,
un volto d’uomo, semplicemente!"


Devo la conoscenza di Benjamin Fondane all'amica Michaela Colucci, incontrata nel mio nuovo gruppo su FB BINARIO 21 DEPORTATI NEI LAGER NAZISTI che in tre giorni ha avuto quasi 300 adesioni e si è arricchito di bellissimi contributi.

lunedì 12 settembre 2011

Una scultura, un uomo e una storia


La nuova scultura del Maestro Melaranci, dedicata a mio padre Ferdinando Valletti  deportato a Mauthausen  e Gusen per 18 mesi. Si tratta di un'opera bellissima e altamente simbolica che l' Associazione Ferdinando Valletti e la a mia famiglia hanno l'onore di ricevere.

A breve sarà disponibile il mio nuovo libro "DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE con la storia dettagliata della deportazione di mio padre. 
Ferdinando Valletti  tornò a casa nell'agosto del 1945 e ricominciò a vivere rinnovando la sua fiducia nel genere umano, nonostante tutto quello che gli era accaduto. 

sabato 10 settembre 2011

Ricordando l'11 settembre 2001


Sembrava un giorno come gli altri quell'11 settembre di dieci anni fa, invece per quello che accadde a New York il mondo non fu più lo stesso.
Ricordo perfettamente il filmato incredibile trasmesso da Rete 4 nel primo pomeriggio, il viso sconvolto di Emilio Fede e il telefono che squillava per confermare una notizia che a prima vista sembrava una scena da film. Davanti ai miei occhi le Torri Gemelle di New York venivano prima attraversate da un aereo impazzito, prendevano fuoco e crollavano  a pochi minuti l'una dall'altra. La seconda notizia incredibile era legata al dirottamente di un aereo di linea verso Washington... dove si sarebbe schiantanto?
A mia volta presi il telefono e chiamai mio marito, era attonito, anche lui incollato al televisore e poi via via chiamai tutte le persone che mi erano care per condividere la notizia di  una tragedia davvero troppo troppo grande.
Tra una pausa e l'altra dei collegamenti con New York, mia figlia ed io uscimmo per portare fuori il cane, ci ritrovammo nel parco come due automi con una grande paura, quella della reazione degli Stati Uniti. Che avrebbe fatto Bush? Potevamo essere prossimi ad un terza guerra mondiale? Non fu così.
Quello che accadde poi farà parte per sempre dei ricordi di tutti noi: la perdita di moltissime vite umane, i meravigliosi ed eroici pompieri, il grande Sindaco Giuliani, il Presidente Bush tra la folla e i civilissimi newyorkesi, distrutti ma solidali con i parenti delle vittime... e poi la lotta al terrorismo, la guerra in Iraq e in Afghanistan con molti altri morti, anche italiani, e finalmente l'uccisione di Osama Binladen.
Oggi a Ground Zero c'è una grande Memorial e altre torri stanno per essere terminate, ma noi  abbiamo visto quelle persone lanciarsi nel vuoto e sentiti i loro messaggi e non dimenticheremo. La libertà è un valore assoluto, nessuno può minacciare di togliercela con azioni di violenza e terrore, se terremo alta la guardia e  avremo ben chiari i valori che condividiamo con gli  altri popoli  il terrorismo alla fine sarà sconfitto.