sabato 30 maggio 2009

Domanda: chi difenderà Milano in Europa?

I milanesi sembrano avvicinarsi alle elezioni europee del 6-7 giugno con un distacco anche maggiore del solito. L'attenzione è più concentrata sulla corsa per la Provincia e per i numerosi municipi in palio nell'hinterland. Si continua a considerare il voto per Strasburgo più un sondaggio di opinione certificato, il cui esito influirà sulla politica nazionale in un momento di turbolenza, che non la scelta di coloro che ci dovranno rappresentare in un Parlamento sicuramente pletorico e sicuramente privo di molti attribuiti propri di un'assemblea elettiva, ma che è comunque destinato ad influire sempre più sulla nostra vita quotidiana. Un Parlamento, cioè, cui bisogna eleggere uomini e donne che garantiscano una presenza assidua, che abbiano le competenze necessarie per partecipare con autorità ad almeno una delle commissioni in cui si prendono le decisioni e che siano abbastanza battaglieri per difendere i nostri interessi di fronte ai rappresentanti degli altri 26 Paesi della Ue.
E quando dico «nostri interessi», non parlo solo di quelli dell'Italia, ma anche di quelli di Milano, che nel quinquennio che precede l'Expo saranno particolarmente rilevanti. Nelle «europee» ci sono ancora le preferenze; e poiché nel collegio di Nord-Ovest se ne possono esprimere tre, gli elettori intelligenti sono in condizione di usarle non solo per dare un voto «simbolico» ai loro leader preferiti (che serve esclusivamente per il citato effetto sondaggio), ma anche per scegliere le persone che ritengono più qualificate per rappresentare Milano e la Lombardia in Europa. Faranno perciò bene a dare il loro voto a candidati che abbiano solidi e provati legami con il territorio, che non abbiano altri interessi che li distolgano da un lavoro a tempo pieno, e che non considerino il seggio a Strasburgo come un ben remunerato premio alla carriera.
Non tutti gli elettori avranno il tempo e la pazienza per operare questa selezione, ma ne possono bastare poche migliaia per migliorare la qualità della nostra rappresentanza e far sì che Milano possa contare sulle rive del Reno su una voce autorevole.

giovedì 28 maggio 2009

TEMPO DI ELEZIONI: LE SOLITE CALUNNIE E OFFESE PER SILVIO

Riporto un pezzo da Libero, la crocana di una giornata, quella di ieri, nella quale gli attacchi a Berlusconi sono stati vergognosi per lo squallore che hanno raggiunto. Se è solo questo che sa fare il Pd, nonostante i gravi problemi del paese, mi auguro con tutto il cuore che le prossime elezioni politiche/amministrative lo annientino, non se ne può più! Riguardo al Finalcial Time che si permette di parlare del nostro Premier in modo offensivo, forse farebbe bene a dare un'occhiata in casa sua, famiglia reale compresa.
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Non c'è dubbio che Berlusconi sia un imprenditore e un politico di successo, ricco, furbo e potente. Ma alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest'uomo? Chi guida un Paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi», aveva dichiarato il segretario del Pd dario Franceschini. Ma
papà non si tocca. Parola di PierSilvio Berlusconi, Marina e Luigi, intervenuti in difesa del padre, dopo gli attacchi da lui ricevuti. «Ma Fraceschini come si permette? Forse sbaglio a prendere sul serio una battuta di così pessimo gusto. Ma anche alla campagna elettorale c'è un limite», controbatte PierSilvio, che aggiunge: «Io, proprio io, sono stato educato da Silvio Berlusconi. E i miei valori sono i suoi. Amore per il lavoro, generosità, tenacia e rispetto per gli altri. Quel rispetto che Franceschini dimostra di non conoscere». E orgogliosi dei valori della di papà e della loro famiglia si dichiarano anche Marina e il 'piccolo' Luigi. L'ultimogenito del Cavaliere difende così il premier: «Sono contento e orgoglioso dell'educazione che ho ricevuto e dei valori che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia. Non vedo perchè la politica si permetta di giudicare Silvio Berlusconi come padre. Si tratta di piani diversi che non dovrebbero essere mai sovrapposti». Poco prima aveva risposto anche Marina, presidente di Fininvest e Mondadori, che va al contrattacco e mette a tacere il segretario del Pd: «Franceschini dovrebbe vergognarsi. Chi gli dà il diritto di giudicare Silvio Berlusconi come padre? Con le sue parole offende anche me come figlia. Una figlia profondamente orgogliosa del padre che ha e dei valori che mi ha trasmesso. Sarei felice per i figli di Franceschini se avessero un padre come il mio».

L'offesa di Franceschini - Il leader Pd, durante un tour elettorale in Liguria, sì era espresso in questo modo riferendosi al Cavaliere: «Non c'è dubbio che Berlusconi sia un imprenditore e un politico di successo, ricco, furbo e potente. Ma alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest'uomo? Chi guida un Paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi».

L'attacco del Financial Times - E parole deplorevoli nei confronti delpremier sono giunte questa mattina attraverso le colonne del quotidiano inglese Financial Times.
Forse non lo sapevamo. Ma in 'casa' abbiamo un mostro di proporzioni cosmiche. Un pericolo pubblico. Il degno compare del dittatore più spietato. Di chi stiamo parlando? Ma del premier Silvio Berlusconi che questa mattina è stato attaccato in un improponibile editoriale del Financial Times. Che non ci pensa due volte a lanciare offese ed accuse nei confronti del nostro presidente del Consiglio.
"Non è evidentemente Mussolini - scrive il quotidiano economico inglese - ha squadroni di veline al seguito, non di camicie nere; ma è un uomo molto ricco, molto potente e sempre più spietato". E il pericolo rappresentato dal Cavaliere è di "ordine diverso da quello di Mussolini", prosegue il Financial Times (bè, almeno questo ce lo concedono): "È quello del potere dei media, che mina i contenuti seri della politica e li sostituisce con lo spettacolo. È quello di una spietata demonizzazione dei nemici e del diniego di garantire basi autonome ai poteri concorrenti. È quello di mettere una fortuna economica al servizio della creazione di un'immagine forte, fatta di asserzioni di infinito successo e sostegno popolare". Ma il quotidiano inglese vede lungo. E almeno si accorge che in Italia non è solo Silvio Berlusconi la 'pecora nera'.
Il giornali britannico non ha tuttavia risparmiato critiche neppure la sinistra. Sotto accusa, per il giornale, è ij particolar modo "l'assenza della sinistra", di un'opposizione degno di 'cotanto regime dittatoriale', nonché la presenza di "istituzioni deboli e talvolta politicizzate" e soprattutto di "un giornalismo che ha accettato spesso un ruolo subalterno".

martedì 26 maggio 2009

Quella cieca ossessione di "Repubblica"

La Repubblica di Ezio Mauro ha rifiutato qualsiasi revisionismo, anche il più moderato, per timore di perdere una quota dei suoi lettori. Quella più vecchia intellettualmente. La più allineata ai miti della sinistra. La più ostinata nel difendere la favola storica che per anni le è stata presentata come l’unica verità. Non soltanto dai partiti di sinistra, ma da molti testi scolastici di storia. Ho lavorato per quasi cinquanta anni in tanti giornali. E so bene che tutti sono in qualche modo prigionieri dei propri lettori. Per entrare in crisi, non è necessario perderli per intero: è sufficiente vedersi abbandonare da una frazione non secondaria di chi ti compra ogni giorno.
È quel che sta accadendo a La Repubblica. Non ha perso lettori che militano a sinistra, tranne i più radicali e frustrati. Bensì quelli che da un giornale pretendono equilibrio nelle cronache, pluralismo di opinioni, analisi politiche non viziate dal partito preso. Non riesco a capire perché Mauro non abbia scelto questa seconda strada. E sia rimasto inchiodato sul perbenismo pedagogico, tutto inclinato a sinistra, in difesa del partito Democratico. Lo ha deciso lui, essendo un moderato intelligente? Lo ha deciso il suo editore? Lo hanno deciso, e glielo hanno imposto, i piccoli centurioni de La Repubblica, il blocco di redattori e degli opinionisti importanti? Penso sia stata una scelta di Mauro, un direttore troppo forte e autorevole per lasciarsi imporre qualunque cosa.
Sta di fatto che da un errore di strategia culturale sono nati altri errori. Il più evidente è l’aver fatto de La Repubblica la bandiera della battaglia continua, ossessiva e irrazionale contro il centrodestra e, soprattutto, contro Berlusconi. Il Cavaliere, o il Caimano, viene preso di mira ogni giorno in ogni pagina del giornale. Nelle cronache, negli editoriali, nelle rubriche, nelle vignette, persino nella scelta delle fotografie.
Il Cavaliere non è un padreterno. Ha molti difetti. E sbaglia spesso, come accade a tutti i leader di partito. È giusto che la stampa lo controlli, lo critichi, lo attacchi quando è necessario. Ma considerarlo il genio del male, un nuovo Mussolini o un Hitler redivivo, pronto a mettere l’Italia in catene, serve soltanto al suo vittimismo. E induce a commettere troppi passi falsi.
Nell’ultimo anno, l’acume politico de La Repubblica ha fatto cilecca non poche volte. L’abbaglio più vistoso è stato quello di convincersi che il centrosinistra di Veltroni avrebbe vinto le elezioni politiche del 2008. Molti indizi inducevano a pensare il contrario. Ma in largo Fochetti hanno preferito non vederli. Di questa cecità i lettori de La Repubblica hanno avuto un esempio difficile da dimenticare. È il pronostico di Scalfari, scolpito alla fine di un suo ennesimo editoriale contro le malefatte del Caimano. La domenica 30 marzo 2008, due settimane prima del voto, Eugenio concluse così la sua predica festiva: «Ho un presentimento: il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato. Fino a pochi giorni fa pensavo il contrario, che non ce l’avrebbe fatta. Ebbene, ho cambiato idea. Ce la fa. Con avversari di questo livello non si può perdere. Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci».
È anche per questa cecità che, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, La Repubblica è entrata in crisi. Il giornale di Ezio Mauro non è l’unico a soffrire. Tutti i grandi quotidiani, a parte La Stampa di Anselmi e Il Sole 24 ore di Ferruccio De Bortoli hanno il fiato grosso. Perdono copie per una crescente disaffezione dei lettori. E perdono pubblicità, a causa della depressione economica che fa sparire gli inserzionisti. I ricavi degli editori si riducono. Diventa obbligatorio tagliare tutti i costi, anche quello del personale di redazione. Pure i collaboratori di rango si vedono ridurre i compensi. Ma è la mia vecchia La Repubblica a soffrire di più. Nel dicembre 2008, secondo i dati della Federazione italiana degli editori dei giornali, aveva perso il 15.2% delle copie diffuse rispetto al dicembre 2007. E il suo distacco dal Corriere era cresciuto perché la flessione di via Solferino non aveva superato l’8%. È evidente che il pensiero unico non rende. Parlo del pensiero di largo Fochetti. Qui si forma un giornale obeso per numero di pagine, monolitico, sempre uguale a se stesso, prevedibile e noioso. L’esatto contrario del foglio libertino teorizzato da Scalfari. Tutti gli editorialisti la vedono allo stesso modo e scrivono il medesimo articolo. Di solito sparacchiando contro Berlusconi, il mostro da abbattere. L’effetto è quello del disco rotto che ripete di continuo una sola canzone. Le opinioni in contrasto con il coro non sono ammesse, come dimostra la mia piccola vicenda. Pure il lettore più distratto sa in partenza cosa leggerà l’indomani su La Repubblica. Del resto, molti lettori, soprattutto a sinistra, non vogliono avere sorprese, visto che hanno già tante disgrazie. Desiderano essere rassicurati nelle loro opinioni. Rifiutano di veder mettere in dubbio quello che pensano. E alle domande imbarazzanti preferiscono i luoghi comuni, le prediche abituali, il rosario immutabile delle invettive e degli elogi. In questo senso, cito Andrea Romano, «La Repubblica è l’unico vero giornale di partito che sopravviva in Italia». Però tanti altri lettori non ragionano così. E cambiano giornale o smettono di acquistarne uno.
(*tratto da «Il revisionista», Rizzoli)

lunedì 25 maggio 2009

CONTRO LA GIORNATA MONDIALE DELL'ORGOGLIO PEDOFILO

Il 23 giugno si terrà la giornata Mondiale dell'orgoglio Pedofilo; tutti i pedofili del mondo accenderanno una candela azzurra. Un gesto simbolico per ricordare i pedofili incarcerati perché - come dicono loro - "vittime delle discriminazioni, delle leggi ingiustamente restrittive per ribadire l'amore che proviamo per i bambini" (boyloveday international). Queste persone (se è giusto indicarle così) hanno pure un loro sito e non è un sito illegale, non contiene pornografia, anzi questi signori si impegnano a convincere i loro lettori di agire nel bene, di volersi differenziare dai criminali, da chi commette atti violenti, da chi costringe i bambini, i ragazzi, dicendo che loro li amano. Interessante la galleria di immagini, dove anche Babbo Natale viene mostrato al pari di un pedofilo, dove addirittura viene mostrato un fin troppo amorevole prete in compagnia di un ragazzino: si evince un chiaro desiderio di far apparire assolutamente normale e non come perversione sessuale, ad esempio, partecipare ad un'orgia, portare avanti un rapporto tra un adulto e un minorenne. Non è una novità: sono 8 anni che questa giornata esiste, che questo sito è on line, nell'indifferenza di tutti gli organismi internazionali.
E' stato richiesto anche l'intervento dell'ONU, ma tutto è rimasto così com'è.
Tra le molte iniziative CONTRO questa giornata e contro questo sconcio è stato creato un gruppo su Facebook che ha già raggiunto le 100.000 adesioni, se volete aderire
cliccate qui:

giovedì 21 maggio 2009

Le società multietniche non esistono


Non esistono «società» multietniche. Quale che sia la buona fede o l’ingenuità di coloro che si affannano in questi giorni ad affermare il contrario, una società multietnica non può esistere perché una «società» non è data dalla somma di singoli individui, ma dal loro appartenere e vivere in una «cultura». Ogni cultura possiede una sua «forma», creata dalle particolari caratteristiche che distinguono un popolo dall’altro e che si manifestano nella diversa visione del mondo, nella diversa sensibilità nei confronti della natura, nella diversità delle lingue, delle religioni, delle arti, dei costumi, dei sentimenti. Ciò che mantiene in vita una cultura è la «personalità di base» del popolo che l’ha creata, quel particolare insieme di comportamenti che ci fa dire con molta semplicità: gli inglesi sono fatti così, gli americani sono fatti così, gli spagnoli sono fatti così, e che ci permette di riconoscere immediatamente come «tedesca» una sinfonia di Wagner e come «italiana» una sinfonia di Rossini. La diversità delle culture costituisce la maggiore ricchezza della storia umana.
Ma le culture muoiono. La storia ci dimostra che anche le più forti, le più ricche, le più potenti, a un certo punto spariscono e non sempre perché distrutte da conquistatori di guerra. È sparita quella straordinaria dell’antico Egitto di cui ci rimane, oltre all’immensa ammirazione per le piramidi, anche la consapevolezza di essere talmente diversi da non sapere come abbiano fatto a costruirle; è sparita quella di Omero, di Fidia, della cui morte non riuscivano a darsi pace prima di tutto i romani che hanno fatto l’impossibile per conservarla in vita, ma in seguito innumerevoli pensatori, poeti, artisti d’Occidente così che a un certo punto Hegel ha perso la pazienza e gli ha gridato in faccia brutalmente l’unica risposta: «Laddove un tempo il sole splendeva sui greci, oggi splende sui turchi, dunque smettetela di affannarvi e non ci pensate più!». È così, infatti: sono gli uomini i creatori e portatori di una cultura; non appena sopraggiungono altri uomini, portatori di un’altra personalità di base, di un’altra cultura, quella invasa deperisce e muore. Non è necessario neanche che gli invasori siano numericamente in maggioranza: l’invasore è sempre il più forte per il fatto stesso che si è impadronito del territorio di un altro e che si aggrappa, molto più che a casa propria, ai costumi, ai cibi, ai riti, alla religione della sua cultura nel timore di perdere la propria identità.
Chiunque neghi questo, nega agli esseri umani, invasori o invasi che siano, ciò che li contraddistingue come «uomini», riducendone i bisogni e gli scopi alla sopravvivenza biologica. «Non di solo pane vive l’uomo». La Conferenza episcopale italiana sembra essersene dimenticata e tocca a noi, italiani e convinti che la nostra «cultura» debba essere salvaguardata, come e più delle altre, anche per tutto quello che contiene della bellezza del messaggio evangelico, domandare ai vescovi se non sia il caso che essi si interroghino, prima di tutto su che cosa significhi per loro definirsi «italiani», e poi su quale sarà il prossimo (vicinissimo) futuro del cristianesimo in Italia. Riteniamo anche che tocchi a noi, proprio perché laici e convinti che la libertà del pensiero sia il patrimonio irrinunciabile dell’Occidente, difendere il messaggio di Gesù dal tentativo sempre più pressante, e tragicamente traditore, di ridurlo a una variante dell’Antico Testamento e, di conseguenza, anche dell’islamismo. Senza la ribellione di Gesù alla mentalità normativa e tabuistica dell’ebraismo, senza la forza del suo comando: «La vostra parola sia: sì sì, no no», così simile all’assoluto valore riposto dai romani nella propria parola, i suoi seguaci non avrebbero capito che il destino del cristianesimo era Roma.
E la sinistra? Strano a dirsi, si comporta più o meno come la Chiesa. Cosa pensa di fare degli italiani, della cultura italiana, quella sinistra che per tanti anni è stata l’unica forza politica a interessarsi di antropologia, a pubblicare Lévi-Strauss, Malinowski, Foucault, Leroi-Gourhan? Perché adesso tace di fronte alla morte della cultura italiana, dopo aver tanto pianto sulla morte delle culture primitive? Perché ci odia? Perché non fa per gli immigrati l’unica cosa giusta e che sarebbe in grado di fare molto meglio degli altri partiti, ossia aiutarli a rimanere nel proprio Paese? Non è iscrivendoli all’anagrafe come italiani che gli stranieri creeranno le melodie di Monteverdi o di Puccini, dipingeranno le Madonne di Raffaello o di Mantegna, scriveranno i versi di Petrarca o di Leopardi. Né si dica che gli stranieri servono a combattere il decremento demografico. Gli italiani fanno pochi figli per tre motivi principali. Il primo: siamo troppi per l’estensione del nostro territorio (260 abitanti per chilometro quadrato contro, per esempio, i 22 abitanti per chilometro quadrato degli Stati Uniti), senza tener conto del fatto che la maggior parte del territorio italiano è formato da montagne. La natura segue le sue leggi di sopravvivenza e, a causa dell’eccessiva densità, fa diminuire la prolificità. Non può sapere che i politici lavorano contro le sue leggi, col risultato che più gente entra, più la natura cerca di far diminuire gli abitanti, ossia gli italiani dato che è nell’interesse degli immigrati fare più figli che possono diventare maggioranza. Il secondo motivo consiste proprio nel senso di condanna a morte che si respira nell’aria. Non c’è bisogno di spiegazioni antropologiche: la gente sente benissimo di essere assediata e che non le è permesso neanche il più piccolo gesto di difesa. A che pro fare figli se non servono a conservare ciò che è italiano? Infine, il terzo motivo: la difficoltà concreta di provvedere ai figli. Questo sarebbe superabile se tutte le forze, il denaro, gli interessi della nazione fossero concentrati sui bisogni della procreazione, delle madri, delle famiglie. Ma non è così. Quel poco che ha fatto il governo Berlusconi, è soltanto un segno di buona volontà, non ciò che sarebbe necessario: una nuova organizzazione impegnata psicologicamente ed economicamente a far nascere molti italiani. E soprattutto, al di là delle cose concrete: cominciare a far sentire agli italiani che qualcuno li ama e vuole che essi vivano.

martedì 19 maggio 2009

LA SINDROME DEL SOLISTA

Gianfranco Fini dice no «a leggi orientate da precetti di tipo religioso». Siccome le leggi le fa la maggioranza di governo, finisce per essere una dichiarazione contro il governo. D’accordo, va bene, ha un ruolo istituzionale, può accadere. Pochi giorni prima, però, Fini aveva criticato la mancanza di leggi a favore degli omosessuali. D’accordo, va bene, ma chi è che non le fa? La sua stessa maggioranza. Gira ancora a ritroso le pagine del calendario, e trovi una dichiarazione del presidente della Camera sul rimpatrio, sulla necessità di fare meno propaganda sul tema immigrazione. E chi è che farebbe questa propaganda? Ma la sua stessa maggioranza, anche stavolta. Così come quando Fini diceva che si spendevano parole irresponsabili sul Capo dello Stato, ce l’aveva proprio con il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. E non va nemmeno trascurato il fatto che tutti i giornali - nessuno escluso - abbiano indicato Fini come ispiratore della carica dei 101 parlamentari contro i nuovi articoli di legge che avrebbero introdotto la cosiddetta norma dei «medici spia». E forse nel conto andrebbe anche aggiunto, per onor di cronaca, che la famosa polemica sulle veline, è stata innescata da un editoriale di fuoco di una esponente della Fondazione Fare Futuro, diretta emanazione del presidente della Camera. Giusto, legittimo, per carità. Ma una riflessione, alla luce di tutti questi elementi si impone.
E così sorge un dubbio: che il presidente della Camera sia super partes, non solo è un bene, è anche auspicabile. Ma che il presidente della Camera diventi una sorta di «anti-leader» pronto a puntare l’indice accusatorio contro ogni provvedimento del suo stesso partito, e dello stesso schieramento che lo ha espresso, questo è singolare. Non abbiamo mai visto Pietro Ingrao o Nilde Iotti andare contro il Pci, nessuno ha mai sentito Giorgio Napolitano accusare da presidente della Camera l’Ulivo di Prodi. Quando Irene Pivetti ha rotto con la Lega ha lasciato Montecitorio e Pier Ferdinando Casini, negli anni in cui occupava la terza carica dello Stato, aveva delegato tutti i suoi poteri di segretario politico a Marco Follini, al punto di entrare in rotta con lui, a fine mandato. Ma esiste anche una prova contraria. Nel bel libro di Rodolfo Brancoli sul suicidio del governo Prodi si indica un punto cronologico ben preciso, come momento di inizio del processo di degrado della maggioranza. Il giorno in cui Fausto Bertinotti definì il leader del suo stesso schieramento «il più grande poeta morente». 
Il paradosso è dunque questo: da quando Fini è entrato nel Pdl, l’alleato più leale di Silvio Berlusconi si è trasformato in un giocatore che appare smarcato da ogni spirito di appartenenza. È giusto questo, oppure è sbagliato? È un bene o un male? Come minimo è curioso. Il livello di polemica si è alzato proprio quando avrebbe dovuto sopirsi, la conflittualità è sorta, proprio nel momento in cui sceglieva una casa comune. E questo è sicuramente sbagliato. Allo stesso tempo, un fenomeno altrettanto singolare fa sì che sempre dopo la nascita del Pdl la Lega abbia inaugurato una sorta di diplomazia separata, che è nata con la legge sul federalismo, ma che poi si è accentuata subito dopo, su un doppio registro: mani libere nel dialogo con la sinistra per portare a casa le cose che interessano al Carroccio, e posizioni radicali sui temi che Bossi considera sensibili, ignorando le difficoltà create alla maggioranza. 
Insomma, questo Pdl, che doveva nascere per unire, per ora sembra che abbia subito molte divisioni. Come se il modello non fosse più quello indicato da Silvio Berlusconi alla Fiera di Roma. Così, in mezzo a tanti dubbi, una cosa è certa: il discorso del Predellino aveva illuminato un’altra prospettiva. E se alcune uscite possono essere giustificate dal prossimo voto, altre ricordano un po’ troppo la sindrome Follini. No, il Pdl non è nato per questo.
da il Giornale

mercoledì 13 maggio 2009

La "Lusiroeula"

Iniziativa bellissima per chi vive a Milano e dintorni
Suggestiva passeggiata notturna alla riscoperta delle lucciole nel loro ambiente naturale e nel periodoo di massima luminescenza

Trovarsi in un parco urbano di notte e riscoprire un'antica emozione campestre.

Sabato 23 maggio 2009, dalle 21 alle 23 circa, riproporremo la tradizionale passeggiata (13.a edizione) 
per l'osservazione delle lucciole nella splendida cornice notturna del Parco delle Cave.

All'iniziativa collaboreranno l'Entomologa Isabella Ragazzi, il CFU, la Croce Verde Baggio, 
i Rangers d'Italia, le Guardie Ecologiche Volontarie (Gruppo 7 e Sede Centrale) e l'Unione Pescatori Aurora. 

Nelle passate edizioni la partecipazione è sempre stato molto alta, 
con più di mille persone entusiaste, tra cui centinaia di bambini.

Il ritrovo è previsto per le 21 circa in Via Cancano, angolo Via delle Forze Armate
Partenza alle 21 e 30, breve sosta all'imbarcadero della Cava Cabassi per il saluto alla cittadinanza 
e permettere all'Entomologa Isabella Ragazzi di illustrare le caratteristiche di questi simpatici insetti. 

Ripresa della camminata fino in Via Broggini costeggiando il lato ovest della Cava Cabassi
tra stupendi paesaggi di natura alla fioca luce del tramonto.

In Cava Aurora i partecipanti verranno suddivisi in gruppi di 50-60 persone 
guidati du un responsabile, esperto del territorio e munito di lanterna per il riconoscimento.

La Croce Verde, le Guardie Ecologiche ed i Rangers d'Italia cureranno nei minimi particolari l'aspetto sicurezza presidiando l'intero percorso, sia all'andata che al ritorno.

Nulla verrà lasciato al caso; nelle passate edizioni tutto si è svolto senza inconvenienti di sorta.

Itinerario: Cava Aurora, Cabina Elettrica, Bosco Cava Casati, Sentiero delle Due Costine, Aree Agricole, Marcita, Cascina Linterno.

L'arrivo in cascina è previsto per le 22,45 circa.
I partecipanti verranno poi riaccompagnati in Via Cancano percorrendo, in tutta sicurezza, la strada illuminata del prolungamento di Via Barocco.


Partecipazione libera. 

Ritrovo ore 21 in Via Cancano - Angolo Via delle Forze Armate.

MM1 “Bande Nere” (Autobus 67) - MM1 “Bisceglie” (Autobus 63)

Associazione “Amici Cascina Linterno” - Via F.lli Zoia, 194 - 20152 – Milano

info: 334 7381384 - www.cascinalinterno.it – amicilinterno@libero.it

martedì 12 maggio 2009

Pillola del giorno dopo anche alle minorenni?

E' accaduto in Spagna, mi viene solo da dire che è più facile dare una pillola che educare al sesso sicuro, sempre che  una minorenne debba fare sesso!

Madrid - La notizia farà discutere e creerà nuove tensioni fra il governo e la Chiesa cattolica. In Spagna la "pillola del giorno dopo" si potrà vendere liberamente nelle farmacie: non occorrerà più la ricetta del medico e tutte le donne, anche se minorenni, potranno acquistarla. L'ha annunciato il ministro spagnolo della Sanità Trinidad Jimenez. La pillola sarà in vendita libera in tutte le farmacie fra tre mesi. E' il tempo che impiegherà l’Agenzia spagnola del farmaco per includerla nel catalogo dei medicinali senza prescrizione.

Il programma Zapatero La misura è stata decisa dal governo socialista di José Luis Zapatero nell’ambito del programma di "salute sessuale" per la riduzione delle gravidanze indesiderate e degli aborti. Nel 2007 vi sono stati oltre 6.000 aborti fra le minori di 18 anni, di cui 500 di ragazze con meno di 15 anni, su un totale che ormai supera i 100.000 casi.

Urgenza "Le cifre ci dicono che abbiamo un problema da affrontare con urgenza", ha detto Jimenez. La ministra ha ricordato che finora le minori dovevano cercare la pillola nei centri di salute o pianificazione familiare (consultori) delle otto regioni (su 17) che la distribuivano in modo gratuito.

Metodo di emergenza In ogni caso, nelle intenzioni dell’esecutivo di Madrid, questo sistema "non deve trasformarsi in un metodo anticoncezionale abituale". "È un metodo di emergenza", ha ricordato la ministra, che ha sottolineato che gli studi condotti nei paesi dove questo farmaco già si vende senza ricetta "non si è trasformato in un sistema anticoncezionale come un altro".

Venti euro a confezione Anche per questo, la "pillola del giorno dopo" sarà fornita a 20 euro a confezione, hanno precisato le ministre. Quanto a eventuali problemi con i farmacisti, la ministra ha detto che "una volta autorizzata la vendita libera" del farmaco, "c’è un obbligo delle farmacie a renderlo disponibile: non crediamo che esista un problema di obiezione di coscienza perché è un metodo anticoncezionale e non abortivo". Una volta che lo zigote si è impiantato nell’utero infatti, la pillola non ha più effetto. 

lunedì 11 maggio 2009

QUELLE LEZIONI DEI MORALISTI (SENZA MORALE)

L’altro giorno, di buon mattino, mi è arrivato un sms di Giovanni Floris. Non gli era piaciuto un nostro articolo che metteva in fila le trasmissioni Tv dedicate, in una settimana, al divorzio di Berlusconi (l’Infedele di Lerner, Annozero di Santoro e, appunto, il suo Ballarò). Legittimamente rivendicava di aver avuto un atteggiamento diverso dagli altri. E per dirmelo, cominciava così: «Se aveste avuto un approccio serio...». Capito? Il solito sistema della sinistra che si sente moralmente e culturalmente superiore: non accettano una discussione alla pari. Se sei in disaccordo con loro, evidentemente, usi un approccio non serio. Sei un superficiale. Un venduto. Un mentecatto. Non si accontentano di difendere le loro ragioni: si sentono, ogni volta, in dovere di darti una lezione di etica. Magari intimandoti pure di fare l’esame di coscienza, come mi ha ordinato Gad Lerner nella lettera di qualche giorno fa. Proprio così: l’esame di coscienza. Manco fosse il mio confessore.
L’sms di Floris e la lettera di Lerner mi sono tornati in mente ieri leggendo l’editoriale domenical-liturgico di Eugenio Scalfari su Repubblica e ascoltando in Tv il nuovo leggenDario exploit di Franceschini. E ho pensato: possibile che siamo sempre allo stesso punto? La sinistra non riesce a togliersi di dosso quel vestito mentale che la porta a ritenersi migliore, sempre e comunque, di tutti gli altri. È quell’atteggiamento per cui se il Paese non li vota, evidentemente sbaglia il Paese. È quell’atteggiamento per cui non può esistere un avversario politico, perché chi sta contro di loro diventa immediatamente o un servo o un pericolo per la democrazia. È quel senso di superiorità che li ha trasformati nel simbolo dell’antipatia, come raccontava Luca Ricolfi in un fortunato saggio. Lo sanno che è un errore, lo sanno che è pericoloso. Eppure, niente da fare: non riescono a liberarsene. E così, mentre il mondo cambia, noi ci troviamo davanti sempre la stessa sinistra: quella del «senti chi parla», pronta ogni volta a salire sul pulpito per predicare bene, dimenticando che in sagrestia ha appena finito di razzolare assai male. 
È la sinistra di Marco Travaglio, che fa il giustiziere delle frequentazioni altrui e poi passa le vacanze con i favoreggiatori dei mafiosi. È la sinistra di Concita De Gregorio, che s’indigna per l’uso del corpo femminile dopo aver usato un fondoschiena per far pubblicità alla sua Unità (il fondoschiena non è corpo? O con la minigonna si gode di un lasciapassare speciale?). È la sinistra di Monica Guerritore, che interpreta tragicamente la donna tradita e anti-gossip dimenticando, da Gianni Agnelli a Roberto Zaccaria, una vita passata a sguazzare nei tradimenti e nei gossip. È la sinistra di Emma Bonino, che scordando di aver trascorso la sua esistenza a difendere sesso, droga e ogni eccesso, s’improvvisa sacerdotessa del Grande Ordine Bacchettone. La Bonino Bacchettona: ma vi pare? È come dire che Lucio Dalla si mettesse a scrivere un libro intitolato: «Noi, glabri...».
Ma li avete sentiti? Tutti così moralisti, eppure tutti così giù di morale. Hanno un coraggio da leoni. La faccia come il cucù. Capaci di accusare Berlusconi di portare le veline in Parlamento, senza ricordare che loro, in Parlamento, hanno portato Cicciolina. C’è una giovane e bella come la Madia candidata a sinistra? È il rinnovamento. E se la candida il centrodestra? È la mignottocrazia. Ma mi fate capire perché? Eppure è una settimana che ci danno lezioni di morale. Fanno i maestri di etica. E s’indignano, come Santoro, evidentemente preoccupato del fatto che le giovani donne candidate dal Pdl possano essere pessime europarlamentari. Si capisce, no? Una che è bella dev’essere per forza stupida. E sfaticata. E lui, allora? Sono andato a rivedere il bilancio della sua esperienza a Strasburgo: in diciotto mesi ha totalizzato due interventi in aula, due interrogazioni scritte, nessuna interrogazione orale, nessuna relazione al Parlamento e solo una proposta di risoluzione. Non è un po’ poco? Barbara Matera, seppur assai più graziosa di lui, secondo me saprà fare meglio. Ci vuol così poco.Fra l’altro don Michele, quand’era europarlamentare, poteva disporre di tre assistenti personali: due interrogazioni scritte, tre assistenti personali. Non è un po’ troppo? Considerando i 144mila euro di stipendio, rimborsi e benefit, che avrebbe detto Santoro di Annozero di Santoro europarlamentare? Come l’avrebbe infilzato? Altro che casta. E casto. Quando finì il suo mandato, rientrò in Tv con una trasmissione sul degrado di Napoli. E il sindaco Iervolino mi riuscì per la prima volta simpatica perché lo stroncò in modo feroce: «Sono sinceramente sdegnata che un ex parlamentare europeo, eletto a Napoli ma che dopo la sua elezione non si è fatto più vedere e non ha fatto nulla per la nostra città, non sappia fare altro che denigrarla». Avete inteso? Prendi i voti e scappa: Santoro a Napoli non si è mai fatto vedere. Si capisce, gli elettori sono guappi. Non vestono Armani, non sono chic. Magari, non sia mai, organizzano pure delle feste dalle parti di Casoria...
Adesso il nuovo idolo della sinistra moralmente chic è la principessina Beatrice Borromeo. E così dobbiamo sorbirci le lezioncine di etica e di buon giornalismo persino da lei, la fidanzatina di Pierre Casiraghi, che come è noto è arrivata alla Tv soltanto grazie alla sua oscura gavetta e ai meriti conquistati sul campo... Ma ci faccia il piacere. Del resto, però, come stupirsi? La Borromeo che scende dalla copertina di Chi e sale in cattedra contro il gossip, s’inserisce perfettamente nella storia culturale della sinistra moralista: è Vincenzo Visco che diventa fustigatore dei costumi dopo essere stato condannato per abuso edilizio; è Padoa-Schioppa che predica il rigore economico incassando un vitalizio di 11mila euro al mese (per appena 24 mesi di contributi versati); è l’avvocato Guido Rossi che scrive saggi contro l’avidità di denaro («radice di tutti i mali») dopo aver incassato 23 miliardi di vecchie lire con una sola parcella; è Adriano Celentano che va in Tv a dire che i palazzi di ringhiera sono molto belli, tacendo sul fatto che lui vive in una megavilla sul lago. Ed è Eugenio Scalfari, naturalmente, che ieri nel suo fondo domenicale, dopo aver dato del «figurante» al direttore del Corriere De Bortoli, del «servitore» all’onorevole Ghedini e degli «yes men» al resto del mondo, sostiene che in fondo Berlusconi è assai peggio di Mussolini, dal momento che quest’ultimo «non ha mai fatto ministro la Petacci». Perfetto, no? Uno che nel 1942 esaltava su «Roma fascista» il nazionalismo di Mussolini e nel 1972 si schierava con l’Urss, celebrando la superiorità del collettivismo sulle società liberali, è quello che ci vuole, no, per dare a tutti noi una bella lezione di democrazia...
Vedete? Passano i tempi, tutto cambia, le vedove Calabresi e Pinelli s’abbracciano, le pagine di storia si chiudono. Ma c’è una cosa da cui la sinistra non riesce a liberarsi: il complesso dei migliori. Che poi diventa devastante, soprattutto per il fatto che migliori non sono. Ma questo loro sentimento è un problema: come si fa a discutere, se all’inizio della discussione loro stabiliscono che chi non è d’accordo è poco serio? O servo? O un pericolo per la democrazia? Come farà questo Paese a diventare un Paese normale se la sinistra non butta a mare questo fardello di presunzione intellettuale, questo vizio di salire sul pulpito e dividere a suo piacimento che cos’è il bene e che cos’è il male? Come si fa? Mentre m’interrogavo su questi temi, ieri, mi è capitato fra le mani un bell’articolo di Luca Josi sul Riformista , che mi ha ricordato che questa abitudine del predicare bene e razzolare male, forse, è davvero inestirpabile. In effetti essa è congenita con la sinistra. Sta nelle sue radici. Nella sua origine. In origine, infatti, c'era Marx. E voi sapete che Marx, simbolo dei lavoratori che non lavorò mai un giorno, difendeva le ragioni del proletariato ma si faceva mantenere dalla moglie aristocratica, godendone tutti i privilegi di tipo feudale. Un giorno gli recapitarono in omaggio una domestica. E lui, campione della lotta contro lo sfruttamento, lui che chiamava tutti a liberarsi dall'oppressione, che cosa fece? Si prese la domestica a servizio. La umiliò. E alla prima distrazione della moglie, la mise pure incinta. Poi chiese a Engels di mantenerla e di far finta, davanti a tutti, di essere lui il papà.

GIORDANO - IL GIORNALE 

mercoledì 6 maggio 2009

TUTTI NEL LETTO DI SILVIO

Adesso parlo io. Silvio Berlusconi accetta l’invito di Bruno Vespa per la discussione più salottiera del momento: i suoi fatti privati. Adesso parla lui. Già, ma parlano anche tutti gli altri, i quali non vedevano l’ora di infilarsi sotto le coperte del presidente del consiglio.

Sono quindici anni che la politica sale e scende sulle montagne russe del berlusconismo. Prima era il conflitto d’interesse, poi le inchieste giudiziarie, ora la moglie che chiede il divorzio. Ogni respiro delle vicende del Cavaliere è finito in tv, sui giornali, nei dibattiti; non c’è stato attimo della sua vita privata e pubblica di cui non s’è saputo il minimo dettaglio. Lui, lui e sempre lui. E poi tutti gli altri, appunto: gli alleati e gli avversari, chi lo ama e chi lo odia, chi lo vota e chi lo spedirebbe ai giardinetti, seduto su una panchina. (...)

(...) Scese in politica e cominciarono le ispezioni della Guardia di Finanza, le indagini e i processi. La vita del premier è stata scandagliata come credo quelle di pochi altri. Dai fondi neri alle stragi di mafia, dai calciatori alle veline, nulla del mondo berlusconiano ci è stato risparmiato.

Ci sono giornalisti che hanno fatto una fortuna con l’antiberlusconismo militante. Per non dire poi di certi giornali e di certi gruppi editoriali. A proposito della crisi con sua moglie, Berlusconi ricostruisce o ipotizza un disegno preciso che ha nella redazione di Repubblica la cabina di regia. Vero o falso, è innegabile che Repubblica sia stata per Veronica Lario il canale di informazione privilegiato per indirizzare certi messaggi. Così come è innegabile che Repubblica e l’Espresso abbiano più di altri montato la storia delle veline candidate e molto altro ancora.

Infine ci sono trasmissioni televisive che cambiano nomi e mai la scaletta. E ci sono conduttori che ballano da anni sulle stesse parole d’ordine. Ballarò, per esempio. Ballarò è il talk show condotto da Giovanni Floris, ragazzo dai modi garbati e lingua biforcuta. Per lui gli ospiti si dividono in amici e nemici: agli amici lascia interminabili minuti, ai nemici scampoli di tempo intervallati da “sì però chiuda”, “arrivi al dunque”, “lasciamo parlare anche” e altri odiosi e scorretti tackle. Pure gli applausi a Ballarò partono con strani sincronismi.

Di questa sua faziosità perbene, Floris ha dato saggio anche ieri sera a proposito delle vicende di casa Berlusconi. Si è cominciato con il solito siparietto di Maurizio Crozza, troppo preso a fare il comiziante per avere il tempo di studiare battute comiche che facciano ridere (infatti la battuta comica la fa Franceschini: «Veronica a capo del Pd? Va bene, purché non mi tocchi sposare Berlusconi»). Si è proseguito con servizi e ospiti stranieri scelti con il dente avvelenato contro il premier.

Floris aveva confezionato una bella puntata per sputtanare Berlusconi. Solo che la panna non è montata. Per alcuni motivi. Intanto perché ormai Franceschini e la signora Concita ormai sembrano dei vecchi juke-box: inserisci la monetina e parte una canzone di quindici anni fa. Poi perché Bondi lascia la poesia per una prosa d’attacco. Infine perché Carlo Rossella ricorda la vicenda della signora Hillary Clinton e mette tutti a tacere. Il marito Bill fu sorpreso a fare ben altro che tenere sulle ginocchia delle ragazzine o andare alla festa di compleanno di Noemi. Eppure scelse il silenzio. Almeno in pubblico.

«Rossella, Berlusconi sta male?», domanda Floris, riprendendo la frase di Veronica: «Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto come si farebbe con una persona che non sta bene». Ecco, ci mancava pure questa: Berlusconi malato di gnocca. Malato cronico. Il consenso dei sondaggi di Pagnoncelli dicono che in Italia i malati di questa malattia sono parecchi.

domenica 3 maggio 2009

Quando la coppia scoppia

E' di questa mattina la notizia, apparsa nuovamente da Repubblica, che Veronica Lario sarebbe in procinto di divorziare da Berlusconi.
La lettera riportata sul quotidiano di sinistra ribadisce la volontà di Lady Berlusconi di concretizzare un divorzio che avrebbe voluto chiedere da dieci anni, di non sopportare più gli atteggiamenti del marito e di sentirsi lesa nella sua dignità. Sembra che l'episodio scatenante sia quello delle candidature delle veline per le Europee... insomma una miscuglio squallido tra problemi di coppia e politica che non si sa quale reale scopo abbia. 
Qualche considerazione va fatta e non certo sulla vita privata della coppia ma su quello che è diventato pubblico, perchè Veronica così ha deciso nel momento in cui, ripetutamente, ha preso carta e penna e ha criticato il marito tramite le pagine di un quotidiano...

Veronica scrive di aver  avviato le pratiche per la separazione e desidera che tutto avvenga senza clamore : avrebbe già dovuto farlo da tempo, ma si smentisce nei fatti se usa Repubblica anche per questo annuncio.

Le beghe tra coniugi non dovrebbero essere portate in pubblico, se lo si fa si vogliono raggiungere alcuni scopi: screditare l'immagine pubblica del coniuge, passare per vittima, esercitare una sorta di pressione...per ottenere  magari qualche vantaggio  economico nell'annunciato prossimo divorzio

Lo spunto per questo ulteriore sfogo della signora è banalissimo, volutamente ingenuo. Perchè Veronica mischia la vita di coppia con la politica? Lei non può non sapere che in TUTTI i partiti ci sono candidature di dubbio gusto e di dubbia opportunità. Tutto ciò è riprovevole ma una candidatura non è una elezione automatica, gli italiani voteranno ed eleggeranno le persone che desiderano. La stessa Veronica proviene dal mondo dello spettacolo, e ora rinnega il suo passato assumendo un ruolo moralizzatore  che poco le si addice, se consideriamo anche  i vantaggi che ne ha tratto.

Non mi sembra che in tutto questo squallore sia importante chi dei due coniugi abbia richiesto per primo il divorzio... la cosa dolorosa è che il divorzio si faccia e non per un eventuale danno all'immagine pubblica di Berlusconi ma per la famiglia, d'altra parte se lei aveva in mente di divorziare da 10 anni, è proprio ora che lo faccia.

Veronica rinfaccia al premier di non essere mai intervenuto al diciottesimo compleanno dei figli, non possiamo saperlo, ma sarà certamente vero. Quello che però noi abbiamo visto con i nostri occhi  è un Berlusconi sofferente negli USA a farsi applicare il pacemaker accompagnato dalla figlia, un Berlusconi addolorato per la morte della madre accanto ai fratelli e senza la moglie.... senza contare poi le mancanze di Veronica nella vita pubblica.

In ogni modo  Berlusconi non avrà alcun danno di immagine perchè la gente è con lui e perchè sono stati in molti a non gradire le uscite poco di classe della moglie, ricordate Clinton? C'è una sola differenza tra i due, Clinton era stato colto sul fatto nella Sala Ovale ma aveva con se una gran donna, Silvio non è mai stato colto sul fatto, ha solo parlato molto e magari a sproposito, ma al suo fianco una gran donna non ce l'ha!