mercoledì 22 dicembre 2010

Qualcuno era (ed è) Milanista …

Qualcuno era (ed è) Milanista …

Parafrasando una canzone del grande Giorgio Gaber. Frammenti di fede rossonera.


Qualcuno era milanista perché attratto dai colori voluti da Kilpin, il padre fondatore: rosso come i diavoli e nero come la paura da incutere agli avversari.

Qualcuno era milanista perché non sopportava gli sbruffoni

Qualcuno era milanista perché amava Stendhal

Qualcuno era milanista perché gli piaceva la fiaschetteria di via Berchet e il suo profumo di vino

Qualcuno era milanista perché mal tollerava i voltagabbana


Qualcuno era milanista perché sul Monte Piana conobbe il tenente Erminio Brevedan e in un lager nazista Ferdinando Valletti, piedi da mediano e cuore da fuoriclasse

Qualcuno era milanista nonostante quasi mezzo secolo senza titoli

Qualcuno era milanista perché il Paron era inimitabile

Qualcuno era milanista perché folgorato dalla classe di Schiaffino e Rivera

Qualcuno era milanista perché alzare per primi, in Italia, una Coppa dei Campioni è da milanisti

Qualcuno era milanista perché anche in B non rinnegò i colori rossoneri

Qualcuno era milanista perché il padre lo era ed anche il fratello maggiore

Qualcuno era milanista malgrado un padre bauscia e un fratello gobbo

Qualcuno era milanista perché il Gre-No-Li era la sintesi della completezza trinitaria trasferita nel piccolo mondo calcistico

Qualcuno era milanista perché solo i casciavit potevano uscire indenni dall’inferno argentino

Qualcuno era milanista perché prediligeva la classe giornalistica e letteraria di Beppe Viola … quello che “la difesa oggi è sistemata a presepe”

Qualcuno era milanista perché Van Basten era una delle meraviglie del calcio

Qualcuno era milanista perché la rovesciata del Cigno di Utrecht agli svedesi, “il coast to coast” di George e il “pallonetto ateniese” di Dejan non erano gol ma opere d’arte

Qualcuno era milanista perché quando Hateley prese l’ascensore, il bauscia fu annichilito

Qualcuno era milanista perché aveva vinto la Mitropa contro il Vitkovice

Qualcuno era milanista perché c’era Franco Baresi: due retrocessioni, nessun lamento, linea di condotta combattimento

Qualcuno era milanista perché attratto dalla maglia nera di Cudicini, da quella gialla di Albertosi e da quella verde di Piotti

Qualcuno era milanista per il sorriso sdentato di “Squalo” Jordan

Qualcuno era milanista dopo aver ammirato il creolo con le treccine rasta, maramaldo davanti al “pibe de oro”

Qualcuno era milanista perché con Sacchi, Capello e Ancelotti era facile inebriarsi di rossonero

Qualcuno era milanista malgrado Blissett, Moreno e il buio di Marsiglia

Qualcuno era milanista anche quando si giocava a Campobasso, Rimini e a Cava dei Tirreni.

Qualcuno era milanista perché non bastava aver buttato una Champions League per perdere la fede in questi colori

Qualcuno è milanista a prescindere da presidenti, allenatori e giocatori

Qualcuno è Milanista perché, parafrasando Camus, gran parte di quello che ha appreso dalla vita lo ritrova nella storia del club rossonero

Qualcuno è Milanista perché è uomo semplice e la complicazione è la forma moderna di stupidità … ed è anche malafede.

Buon Natale a tutti
by Sertac

venerdì 17 dicembre 2010

La presentazione della scultura "Voglia di non Morire" nelle Marche


Grande successo alla Personale del Maestro Angelo Melaranci, tra le opere più ammirate  la scultura "Voglia di non Morire" dedicata a Ferdinando Valletti e donata dal Maestro all'Associazione Culturale Ferdinando Valletti.

Un grazie sentito ad Angelo a nome mio e dell'Associazione nata per ricordare mio padre.
Manuela Valletti

giovedì 9 dicembre 2010

La gang degli irresponsabili

Riporto un articolo apparso su Il Culturista a firma dell'amico Vito Schepisi .

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari non italiano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostra economia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironia anglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia: “Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertito se il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.
Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, con la serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è un Paese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che, nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in una congiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisi mondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con molto carattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, alla responsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tanto pressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in un momento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilità per favorire la ripartenza.
Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza delle misure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da un massiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni e di parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anche alcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se non persino di pensare ad allargarla.
L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero, il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come il Ministro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immagine dell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionale e nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italia con Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettato dalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modo credibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre al rispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciproca collaborazione commerciale.
L’economista avrebbe rilevato, invece, come negativo l’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che era accaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forze politiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure di contenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate a seminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemici peggiori da battere quando c’è recessione economica.
Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana e anacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degli impegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi del Governo, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, di giovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumono atteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per le conseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Una follia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che, anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.
Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modi di pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e i propri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e che abbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni dei loro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però, non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è un metodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidente sintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte degli elettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo, sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politica oggi è assolutamente da irresponsabili.
VITO SCHEPISI

giovedì 2 dicembre 2010

I disastri del non amore verso i figli

La relazione del prof. Iannetti al recente convegno sulla Famiglia


Di tutti gli errori che i genitori possono commettere, il favoritismo e il rifiuto sono molto importanti sia per frequenza che per peso delle conseguenze. I genitori che privilegiano un figlio rispetto all’altro non ammettono mai il loro comportamento discriminatorio ma i fratelli che lo subiscono come uno schiaffo ingiustificato, ne vengono segnati profondamente. I risentimenti verso i genitori, l’avversione tra fratelli hanno spesso come causa atteggiamenti sistematici come rimproverare sempre e comunque il fratello maggiore o portare i regali più belli al piccolo. Quando uno dei figli viene favorito si fa un doppio danno: il favorito viene viziato, e lo sfavorito cresce insicuro e pieno di risentimento. Il rifiuto dei genitori nei confronti di un figlio è spesso motivato dalla gravidanza indesiderata o dalla delusione rispetto al sesso atteso. Il figlio è oggetto sistematico di atteggiamenti ostili, critiche malevole e disconferme continue. Le conseguenze per il bambino possono variare da timidezza, aggressività, disobbedienza, terrore notturno, enuresi, incontinenza fecale, tic, crudeltà verso gli animali, balbuzie, tiranneggiare, mentire, rubare. Non occorre intenzionalità malevola da parte dei genitori perché il bambino si senta rifiutato. Anche il bambino trascurato perché il papà e la mamma sono troppo impegnati col lavoro o peggio con il circolo del bridge, viene gravato da angosce che possono dare ugualmente pesanti manifestazioni.
Quello che saranno i nostri figli dipende in gran parte da quello che siamo noi genitori. Se un genitore è ansioso trasmetterà l’ansia anche al figlio. Ugualmente una depressione di un adulto, oltre a creare dinamiche familiari difficili, si tradurrà in sintomi per i componenti della famiglia. L’amore, la tolleranza, l’affetto, la pacatezza, il parlare con tono moderato, la comprensione fanno crescere i figli equilibrati. L’ira, l’insofferenza, l’irritabilità, il cattivo umore, la litigiosità, la gelosia, la drammatizzazione dei problemi, la vociosità, il turpiloquio non possono non procurare effetti negativi al bambino.
L’atteggiamento dei genitori è molto importante per lo sviluppo sessuale del figlio. La manipolazione dei genitali nel bambino è sempre normale e non va mai repressa. Le osservazioni del bambino circa le differenze anatomiche tra i due sessi non vanno mai mutate in barzelletta da raccontare. Se il bambino chiede bisogna rispondere semplicemente senza reticenze ma anche senza dilungarsi troppo. Nei giochi sessuali tra i bambini piccoli non bisogna interferire. Il naturismo adottato dalla famiglia, ossia stare nudi in casa, non deve mai ovviamente significare la possibilità dei bambini di assistere al rapporto sessuale dei genitori. La privacy va estesa anche all’uso del bagno che non deve mai essere collettivo. La naturalezza dei rapporti familiari non deve mai significare invasione degli spazi individuali. Il bambino e più tardi l’adolescente devono poter manipolare liberamente il proprio corpo, senza interferenza alcuna da parte dell’adulto, e per questo nella casa bisogna adottare il principio di territorialità. La separazione degli spazi di espressione sessuale degli adulti e di quelli dei bambini deve essere ferrea e rigorosa. Vanno abolite nei limiti del possibile situazioni di promiscuità nella famiglia. Il rischio teorico dell’incesto non va mai sottovalutato. E’ opportuno ugualmente guardare con un occhio di sana vigilanza ai parenti assidui della famiglia. Chi l’avrebbe mai detto che proprio lo zio così per bene, il nonno così tanto affettuoso avrebbero fatto quelle cose per cui la nipote ne porta un segno profondo per tutta la vita?
I bambini imparano il 99 per cento da quello che i genitori fanno, e l’uno per cento da quello che i genitori raccomandano. Un padre irascibile, volgare, violento perde ogni credibilità educativa agli occhi dei figli. Un figlio non può non essere disadattato se lo sono i suoi genitori. Gli attriti coniugali producono guasti enormi. La separazione e il divorzio oltre che essere una sciagura per gli innocenti suggeriscono una grande sfiducia sulla possibilità di costruire a loro volta una famiglia stabile. Un padre o una madre spesso ubriachi sconvolgono la  vita del figlio, al pari di un genitore cocainomane o schiavo del gioco. Un padre che sistematicamente a sera rientrando a casa scarica sulla famiglia attonita le proprie ansie di fallimento distillando angoscia nella mente di un figlio che divenuto adolescente potrebbe nella sua ansia di evadere trovare l’eroina, si sentirà mai una sorta di spacciatore? Sicuramente no. Eppure anche quel padre ha contribuito a spacciare la droga al figlio. Se i figli stanno male psicologicamente e se si comportano male vuol dire che anche i genitori hanno avuto problemi. Quindi nessuno è colpevole e c’è una sorta di catena deterministica che lega varie generazioni di genitori e di figli. Ma non è così. Il genitore che sbaglia potrà avere tutte le attenuanti del mondo, ma è sempre colpevole.


Domenico Iannetti

mercoledì 1 dicembre 2010

Gli "studenti invecchiati" che sognano un nuovo '68

Riporto un bellissimo pezzo di Pasolini, si riferisce alle violente prese di posizione degli studenti del '68. E' di straordinaria attualità.
Detesto questo "studenti invecchiati" che con l'Università e lo studio di oggi hanno ben poco a che vedere, sono i reduci del '68 e non sono ancora cresciuti, vivono di ricordi  sbiaditi  e amano solo il caos in nome e per conto di una rivoluzione (quella di quegli anni, appunto) che ha ridotto la scuola e la società al degrado che viviamo oggi.

"È triste. La polemica contro il PCI andava fatta nella prima metà del decennio passato. Siete in ritardo, figli. E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati... Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici. Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità. La madre incallita come un facchino, o tenera, per qualche malattia, come un uccellino; i tanti fratelli, la casupola tra gli orti con la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati); i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare). Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete! I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici."