domenica 14 settembre 2008
Un Papa che illumina il mondo
"Mai Dio domanda all’uomo di fare sacrificio della sua ragione!". "Mai la ragione entra in contraddizione reale con la fede! L’unico Dio - Padre, Figlio e Spirito Santo - ha creato la nostra ragione e ci dona la fede, proponendo alla nostra libertà di riceverla come un dono prezioso. È il culto degli idoli che distoglie l’uomo da questa prospettiva - osserva - e la ragione stessa può forgiarsi degli idoli".
" Seguire il signore è il mezzo migliore per fuggire gli idoli". "Lui solo ci insegna a fuggire idoli come il denaro, la sete dell'avere,il potere e perfino il sapere. A tutti gli uomini di buona volontà che mi ascoltano io dico come San Paolo: fuggite il culto degli idoli, non smettete di fare il bene, di ricercare la verità e la giustizia in questo mondo e fatelo a qualsiasi costo".
mercoledì 10 settembre 2008
.. Due parole sul campo di concentramento di GUSEN
Vorrei soffermarmi un attimo su Gusen, perchè è proprio quello che resta o meglio che non resta di questo KZ che mi ha indignato maggiormente. Il memorial di Gusen è un grosso cubo in cemento circondato da case con vista sul crematorio, ma ho scoperto che nel paese, per altro grazioso, sono disseminate alcune costruzioni che erano parte del campo e che ora sono diventate abitazioni residenziali, in particolare voglio mostrarvi una incredibile sequenza fotografica
Questa è una fotografia del primo dopoguerra. L'ingresso del campo è ancora sostanzialmente intatto. Una grande scritta annuncia che lì si trova un'azienda che lavora il granito, il materiale che ancora si preleva dalla vicina cava, la stessa nella quale vennero uccisi di fatica e di stenti migliaia di prigionieri. Ogni giorno, con crudele sistematicità, prigionieri di ogni nazionalità erano torturati e uccisi in quelle celle. L'ampio portone costituiva l'ingresso principale del campo: di lì sono transitati tutti i deportati di Gusen.
L'ingresso del Lager è diventato una villa "di alta rappresentanza", come si suol dire. Qua e là ci sono ancora i residui di un cantiere, ma il più è fatto. Ai due lati della palazzina sono stati costruiti portici e terrazzi. Il passaggio centrale è stato chiuso con una grande vetrata, e si intravede appena il luminoso interno. Ai lati del vialetto d'ingresso hanno portato della terra buona per asgevolare la crescita di piante e fiori. Nel "Bunker", chissà, forse i nuovi proprietari terranno vino o birra.
La residenza oggi. Nel giardino hanno preso forma gli alberelli, il vialetto è asfaltato, in una parola la trasformazione è ultimata. Solo quelle quinte di pietre della zona che fanno da corona alla veranda sono ancora intatte, e parlano, nonostante tutto, della vita e della morte di tanti uomini portati qui a lavorare come schiavi e a morire per la gloria del Reich Millenario.
Anche gli altri campi satelliti di Mauthausen sono stati cancellati, come mai l'Astria vuole che si dimentichi? Perchè questo è potuto accadere? Un buon giornalismo d'inchiesta di queste cose si deve occupare, tenterò di farlo anche se l'impresa travalica le mie forze.
martedì 9 settembre 2008
Lucio Battisti dieci anni fa
Fu il 9 settembre del 1998, in un mattino melanconico di dieci anni fa, che Lucio Battisti se ne andò, nell’ospedale milanese dove l’aveva condotto un male indomabile. Aveva cinquantacinque anni, lo descrissero gonfio, i capelli ricci bruciati dalla chemioterapia, i modi schivi di sempre.La sua ostinata riservatezza non ci consente oggi di tracciarne un profilo umano e allora lo ricordiamo sulla scorta delle avare notizie che lui lasciò trapelare: la nascita a Poggio Bustone, nei pressi di Rieti, l’approdo a Milano, chitarra a tracolla, l’esordio tra i Campioni di Tony Dallara e poi la grande fortuna della sua vita, l'incontro con Mogol. Che dapprima giudica non eccelso il talento battistiano, poi decide d’aiutarlo a crescere: gli scrive splendidi testi, ne diventa pigmalione e maestro, ne rafforza il gusto e fors'anche l'inventiva.
Prende forma così lo stile battistiano: figlio di molti stili, e tuttavia inconfondibile. Vi confluiscono il senso, tutto italiano, della melodia sinuosa, i rapinosi crescendo e insieme i suoni e i ritmi anglosassoni. Gli echi del Brasile, la levigatezza del pop e talora l’impazienza del rock, o le armonie eterodosse del jazz. Ma non meno fecondo è l’apporto di Mogol. In quei tardi anni Sessanta in cui decollano De André e Guccini, e Gaber ripudia le canzonette per votarsi all’impegno civile, il maestro milanese non rinuncia ai suoi bozzetti d’amore e di vita spicciola, né al suo intimismo mai banale. Mogol non ha rivali, nello smascherare l’epopea nascosta del quotidiano, la grandezza sommessa della piccole cose, il profilo antiretorico, antioleografico della realtà. Grande tecnico, i suoi testi s’adattano perfettamente alla musica di Battisti e ai suoi tratteggi spesso imprevedibili. E nascono così pagine come 29 settembre, Acqua azzurra acqua chiara, Mi ritorni in mente. E ancora Fiori rosa fiori di pesco, I giardini di marzo, Pensieri e parole, La canzone del sole. Nonché Emozioni, di tutto il canzoniere battistiano la pagina, come da titolo, più emozionante: ché a una melodia monocorde suppliscono il testo di Mogol e l’arrangiamento di Reverberi, straordinari entrambi. Poi subentrano dissidi, interessi contrapposti, insofferenze crescenti: la coppia scoppia. E il mito di Battisti imbocca un tunnel acceso soltanto da bagliori saltuari. La collaborazione col poeta Pasquale Panella induce una musica gelida, tecnologica, tutta di testa. Su liriche dove l'emozione latita dietro geniali, ma inestricabili giochi di parole. Il primo album del nuovo corso, Don Giovanni, è a suo modo un capolavoro. Gli altri assai meno. Ma il più, e il meglio, è già stato fatto.
Per molti di noi il Lucio dell'epoca Mogol ha scritto la colonna sonora della gioventù e ci accorgiamo con piacere che ha emozionato e continua ad emozionare anche i nostri figli e per questo merita il nostro grazie e il nostro ricordo affettuoso.
L’iniezione «miracolosa» che cura l’Alzheimer
Una clinica privata di Los Angeles propone una terapia con un farmaco per l’artrite
| Edward Tobinick, il medico californiano che sta sperimentando la nuova terapia «miracolosa» per l'Alzheimer |
IL SOLITO «MIRACOLO»? - La solita storia miracolistica, fra le tante degli ultimi vent’anni? Forse sì a giudicare dal business (la terapia, settimanale, viene offerta dall’istituto californiano diretto da Tobinick ad un prezzo che oscilla fra i 10.000 e i 40.000 dollari all’anno), ma con qualche variante sul copione. Significativa. Il dottor Tobinick, a differenza di altri «rivoluzionari» della medicina, ha scrupolosamente pubblicato i suoi risultati. Dal caso, uscito su Journal of neuroinflammation in gennaio, di un signore inglese di ottant’anni con gravi problemi di memoria che due ore dopo l’iniezione del farmaco ricordava improvvisamente tutto come un tempo (riconoscendo dopo molti anni perfino la moglie!) fino ai quindici malati curati per sei mesi nei quali il miracolo si è ripetuto e consolidato: recupero della memoria e della fluenza dell’eloquio (su BMC Neurology in luglio).
VIA DI SOMMINISTRAZIONE - Seconda variante rispetto al solito copione è la via di somministrazione del farmaco, del tutto originale. Come spiega Antonio Federico, direttore del dipartimento di scienze neurologiche dell’università di Siena, che segue questa storia con interesse: «L’autore la definisce perispinale: si tratta di un’iniezione nel plesso venoso cervicale, che ha stretti rapporti con le arterie vertebrali che percorrono il collo fino a congiungersi nel tronco basilare che irrora la parte posteriore del cervello. Lo scopo è quello di far arrivare il farmaco nel liquido che bagna l’encefalo (liquor) e da lì ai tessuti cerebrali profondi, soprattutto all’ippocampo, area che sembra giocare un ruolo importante nell’Alzheimer. Il paziente viene posto con il capo inclinato di 30° rispetto al pavimento per sfruttare l’assenza di valvole di queste vene che facilita la penetrazione della sostanza nell’encefalo». Terza variante, anche questa non irrilevante: l’etanercept è un inibitore del fattore di necrosi tumorale alfa, una citochina che tenderebbe ad inceppare il normale ricambio delle connessioni fra i neuroni. L’Alzheimer sarebbe trattata come malattia infiammatoria insomma, secondo un’ipotesi già sostenuta da altri. E le placche di beta-amiloide, la sostanza ritenuta responsabile del processo degenerativo? Uno specchietto per le allodole, fenomeno vistoso quanto innocuo. In effetti già nel 2001 una ricerca dell’università di Cambridge documentò su Lancet la presenza di queste placche in un terzo di cento persone decedute in tarda età ma senza segni di demenza. La cosa più strana è che l’Amgen, la ditta che produce l’etanercept, anziché sostenere il lavoro di Tobinick (il mercato potenziale è di 30 milioni di pazienti nel mondo), ne ha preso le distanze sottolineando che mancano studi di confronto con malati di Alzheimer curati con un farmaco inerte (placebo). E per ora non sembra che abbia intenzione di finanziarli. «Paura di un salto nel buio — afferma Federico — o troppi interessi in gioco su un buon numero di neofarmaci che hanno come bersaglio la beta-amiloide?»
lunedì 8 settembre 2008
Due o tre cose che nessuno dice sui trapianti
Questo è il primo dato sul quale bisogna riflettere: perché le istituzioni vogliono a tutti i costi incrementare la pratica dei trapianti e hanno impostato fin dall’inizio una campagna pubblicitaria indirizzata a convincere i sudditi in modo che non li sfiori neanche il minimo indizio negativo? Quale interesse ha lo Stato? I trapianti sono autorizzati esclusivamente nelle strutture pubbliche, quindi la spesa enorme che comportano è a carico dei cittadini. Nessuna cifra, però, viene mai allo scoperto. Cifre spaventose, comunque, anche se non ne conosciamo l’entità perché non riguardano soltanto i numerosi fallimenti (i trapianti di midollo, per esempio, vengono ripetuti più volte e non sempre riescono), ma soprattutto a causa dell’incremento di malattie genetiche le quali ovviamente non guariscono con il trapianto.
«Merce finale» l’ha chiamata Giovanni Berlinguer - un medico dalla coscienza trasparente e della cui sapienza marxista nessuno può dubitare - in un saggio dedicato alla «Compravendita di parti del corpo umano» uscito ormai oltre dieci anni fa (Baldini&Castoldi, 1996). Non fece scalpore allora, ma continuano a non fare scalpore neanche oggi le notizie che pure si susseguono ogni giorno sul crimine più infame che l’umanità abbia mai compiuto: bambini, bambine, ragazze, rapiti e uccisi per rifornire di organi palpitanti il mercato dei trapianti. Per non parlare degli adulti, povere donne soprattutto, che in India vendono un rene per pochi dollari (condannandosi così a una morte precoce per l’impossibilità di sopravvivere con un solo rene alle gravidanze). Come mai nessuno inorridisce? Ogni volta che si è tentato di portare alla luce gli atroci segreti della «merce finale», le notizie sono sprofondate subito nel più complice dei silenzi. Noi dobbiamo per forza chiederci: perché, perché? Cosa si nasconde dietro i trapianti? Come mai non vengono denunciati i tanti chirurghi, i tanti anestesisti che sono indispensabili per tali operazioni e che uccidono prelevando organi di bambini rapiti in ogni parte del mondo, o che, come minimo, tacciono sull’origine degli organi che trapiantano? Sia ben chiaro: occorrono strutture adeguate, camere sterili, strumentazione apposita, laboratori di analisi, assistenza e farmaci per i pazienti, tutte cose che sicuramente sono in molti a conoscere. La motivazione economica non è sufficiente a spiegare una complicità così estesa e che coinvolge, anche soltanto con il silenzio, medici, giornalisti, politici, sacerdoti, poliziotti, nel crimine più efferato, più sconvolgente che sia possibile immaginare.
Stefano Lorenzetto ha messo in luce, nell’articolo pubblicato sul Giornale del 3 settembre scorso, molti punti controversi nella questione dei trapianti e, più importante di tutti, il problema della morte cerebrale. È inutile girarci intorno: la definizione di morte cerebrale è una convenzione indispensabile al prelievo di organi ed è stata fissata a questo unico scopo. Non mi soffermo su tutti gli interrogativi che Lorenzetto ha già esposto in modo chiarissimo. La mia domanda è sempre la stessa: perché? Perché tutte le istituzioni hanno abbracciato con tale entusiasmo la definizione di morte cerebrale? Perché la Chiesa, perché Karol Wojtyla ha dato il massimo impulso alla pratica dei trapianti presiedendo il Convegno organizzato appositamente al Gemelli? È stato in quella occasione che Wojtyla ha messo la parola fine a ogni discussione rifiutandosi di far conoscere la lettera che centinaia di cardiologi e anestesisti cattolici gli avevano mandato dall’America proprio per motivare pubblicamente il loro rifiuto della «morte cerebrale».
Torno a chiedere: perché? Togliendo qualsiasi significato trascendente alla morte, la Chiesa ha compiuto un errore gravissimo, forse irreparabile. È sulla «morte» che sono state create le religioni, sull’al di là della morte che si fonda l’idea di Dio. Il trapianto di organi, nella sua brutale concretezza, ha tolto qualsiasi sacralità alla morte e ha cancellato la trascendenza presente, con il suo immenso mistero, nel corpo del defunto. Ci si lamenta del «materialismo» del nostro tempo: l’utilizzazione come pezzi di ricambio dei corpi degli altri ne è la massima prova. Nessun materialismo può andare più in là di così. Né lo si camuffi con la terminologia del «dono»: il soggetto agente è quello che «ti pensa» come pezzo di ricambio, che «ti vede» come pezzo di ricambio, che ti utilizza come pezzo di ricambio.
Ida Magli da IL GIORNALE