martedì 29 aprile 2008

Roma liberata

Che grande soddisfazione la vittoria del centro destra a Roma! La nostra Italia sta cambiando, si sente finalmente aria di stabilità, di voglia di fare, di sicurezza per il futuro. Ieri i romani hanno festeggiato, perfino alcune chiese hanno suonato le campane e i tassisti con i loro claxon ci hanno dato dentro per salutare il nuovo sindaco. Per la sinistra è finita un'epoca, loro sono frastornati, non riescono a capire perchè a Roma (ma anche alle politiche) gli astenuti erano i loro, non riescono a capire quello che gli italiani, almeno la maggior parte di essi, ha capito benissimo, ossia che la pseudo cultura di sinistra non porta da nessuna parte, che la superficialità e il buonismo hanno devastato le città e che l'economia non si salva aumentando le tasse. Gli italiani questo lo hanno capito e hanno agito di conseguenza.

Riporto qui sotto l'articolo pubblicato sul Blog di Libero

La Capitale per la prima volta a destra
Berlusconi e Fini: giorno felice
La folla festeggia in piazza

Gianni Alemanno 53,6, Francesco Rutelli 46,3. Queste le percentuali di voto ottenute al ballottaggio dai due candidati sindaco.
"Con oggi - ha detto il neo sindaco Alemanno- crolla un sistema di potere e vince, invece, la città, ma queste sono cose che lascio agli analisti politici. Io sarò al lavoro da domani per Roma e per i romani. La prima azione da sindaco sarà quella di fare un provvedimento per ripristinare la sicurezza e il controllo della città". Unica nota polemica riservata all’avversario Francesco Rutelli, Alemanno la suona ringraziando il presidente di An, Gianfranco Fini e ricordando che "lui da Rutelli, nel 1993, fu sconfitto; con oggi la partita è chiusa". Alemanno ha infine voluto dedicare la vittoria di oggi a "Toni Augello, consigliere comunale che ha cominciato a costruire l’opposizione in consiglio comunale proprio dai tempi del Governo di Rutelli".
Fini: "Questa è una gioia enorme. E’ una delle pagine più belle in assoluto per il centro destra e per Alleanza Nazionale".
Berlusconi: "Sono l’uomo più felice d’Italia. Nessun Paese democratico in Europa ha nove punti di vantaggio. Ed ora Roma... E’ una vittoria bellissima, per noi tutti è una grande rivincita"
Gasparri: "Credo che per Rutelli e Veltroni questa sia la sconfitta storica che li archivia".
Piazza Venezia come nelle «Notti magiche» dell'Italia ai Mondiali. Clacson, traffico bloccato e cori «Alemanno Sindaco di Roma» come quelli cantati dai ragazzi di Azione Giovani arrivati in questo momento ai piedi del Campidoglio dove si sono sistemati intonando «Vogliamo la Garbatella». I simpatizzanti che hanno ormai riempito la piazza urlano «è il trionfo ci riprendiamo la nostra città» e cantano l'Inno d'Italia.

Il centrosinistra conferma la presidenza della provincia di Roma. Nicola Zingaretti, candidato di Pd, Sa, Idv, radicali, Ud e liste civiche, ha ottenuto al ballottaggio il 51,5% dei voti. A Vicenza, invece, vince il centrosinistra appoggiato dai no-Dal Molin: Variati (Pd) ottiene il 50,4%, Sartori (Pdl) si ferma al 49,5%.

Guarda il video di Vittorio Feltri www.libero-news.it

lunedì 28 aprile 2008

Noi "casta" dei giornalisti

Beppe Grillo ne ha fatte tante, ma questa proprio non gliela possiamo perdonare: ci costringe a scrivere in difesa della categoria dei giornalisti, della quale ben conosciamo i difetti e anche le miserie.
A pensarci bene già l’uso del termine «categoria» è improprio. Le «categorie» non esistono. Esistono gli individui, ciascuno con i propri vizi e le proprie virtù. «Categoria» è un termine appunto da Beppe Grillo, cioè da tribuno moralista che, avendo per missione il fomentare l’odio, ha bisogno di offrire ai fomentati un bersaglio certo. Ecco quindi prima il V-day contro i politici, e poi contro i giornalisti, l’altra presunta casta.
Intendiamoci. Grillo, nei suoi comizi sempre più poveri di vis comica e sempre più fegatosi e violenti, dice anche alcune (perfino molte) cose vere. Nelle sue requisitorie contro questo o quel centro di potere, mette spesso il dito in piaghe che sono davvero aperte e purulente. Ma questo non deve stupire. È una vecchia tecnica che prima di Grillo hanno sperimentato ben altri arruffapopolo: le verità contenute nei vari j’accuse sono necessarie per convincere chi ascolta dell’attendibilità di chi parla, e quindi per nascondere la menzogna complessiva.
La quale menzogna complessiva è appunto quella di dividere l’umanità in «categorie», nel generalizzare, nel compilare tabelle di buoni e cattivi. Per stare allo specifico, cioè a noi giornalisti, non c’è alcun dubbio che tra noi non manchino i «servi» (per usare il vocabolario grillesco) che fanno carriera con il bacio della pantofola; è vero anche che spesso siamo di parte, anzi faziosi. Ma la guerra santa di Grillo contro «la categoria dei giornalisti» è una colossale presa in giro. Primo, perché propone un referendum (sull’abolizione dell’Ordine) che non è fattibile; secondo, perché se non ci fosse un Ordine dei giornalisti saremmo tutti ancora più «dipendenti» da quegli editori che Grillo dipinge come i nostri burattinai; e terzo - cosa più importante - perché dell’Italia tutto si può dire tranne che non ci sia libertà di pubblicare giornali che spazino dall’estrema destra all’estrema sinistra.
Anche Grillo, per dire, ha un suo giornale. Eccome se ce l’ha.
Ma a pensarci bene è proprio questo - di Grillo come di tutti i moralisti - ciò che fa più orrore: il sostenere che se le cose non vanno la colpa è solo degli altri, illudendo se stessi (e i seguaci) di essere i migliori, i senza peccato.
da Il Giornale

venerdì 25 aprile 2008

LO “SCANDALO” DEL CORPO DI PADRE PIO…

Qua sotto vi dico cosa penso dell’esposizione del corpo di Padre Pio che tante polemiche ha suscitato. Ma prima vi lascio una perla del Padre: “Lo Spirito di Dio è spirito di pace… Egli ci fa sentire un dolore tranquillo, umile e fiducioso dovuto precisamente alla Sua Misericordia… Invece lo spirito del Male esaspera… e ci fa provare una specie di ira contro di noi: mentre proprio nei nostri confronti dovremmo esercitare la carità più grande”

C’è un “Claudio Magris” dentro ognuno di noi. Avverto anche io, istintivamente, la repulsione per la riesumazione del corpo di padre Pio e per la sua esposizione alla venerazione dei fedeli (dal 24 aprile) che stanno per arrivare a milioni a S. Giovanni Rotondo. La cosa ha indotto lo scrittore triestino a protestare sul Corriere della sera. Perché noi, come lui, siamo naturalmente “spiritualisti”, mentre il cristianesimo è scandalosamente “materialista”. Anzi, come hanno detto Giorgio la Pira e Romano Guardini, “i cristiani sono gli unici, veri materialisti”.

La nostra mentalità naturale – oggi dominante – è quella degli antichi gnostici: lo schifo della corporeità. Il terrore e la disperazione della morte. Abbiamo allestito una colossale macchina sociale per esorcizzare il corpo e i suoi processi biologici, perché mostrano il suo continuo disfacimento. Abbiamo orrore di tutti i segni della decadenza fisica, ci repellono gli umori e gli odori del corpo, l’imbiancarsi dei capelli, la loro caduta o le rughe perché questo inesorabile decadere della carne prefigura la morte. Il lento putrefarsi del corpo ha bisogno di continui lavori di restauro e manutenzione.

Non a caso il fatturato dell’industria cosmetica è in costante crescita. Un vero boom. L’uso di deodoranti, creme e altre diavolerie serve proprio a costruirci un corpo virtuale come quello che andiamo a modellarci con la “plastica” (facciale o meno) o in palestra o su “Second Life”.

Ciò che chiamiamo bello è in realtà una “immagine” che nasconde, perché è costruita per fermare l’istante ed esorcizzare la natura materiale delle cose che consuma e disfa. L’arte è nata così, anticamente, in Egitto e in Grecia. Oggi basta considerare il “culto della bellezza femminile” a cui si dedica una colossale industria mediatica maschile con cui – come scrive Camille Paglia – “l’uomo si è sforzato di fissare e stabilizzare il pauroso divenire naturale… La bellezza arresta e raggela il flusso turbolento della natura” perché ferma (almeno in apparenza, come immagine) lo sfacelo della materia.

Nella nostra epoca cancelliamo tutto ciò che ci ricorda la decadenza fisica e la malattia. “La vita moderna, con i suoi ospedali e i suoi articoli igienici”, scrive la Paglia “tiene a distanza e sterilizza questi primordiali misteri proprio come ha fatto con la morte, un tempo pietosa incombenza domestica”.

Un tempo, cioè quando si era cristiani. Il cristianesimo infatti è entrato in questa nostra mentalità naturale come un ciclone. La Chiesa ha letteralmente inventato gli ospedali e li ha costruiti al centro delle città, spesso davanti alle cattedrali, non ai margini dell’abitato come si usa fare oggi. Il malato che era schifato e abbandonato nell’antichità greca e romana, è diventato in tempi cristiani venerato “come Gesù crocifisso”, accudito, curato, amato pietosamente fin nelle sue piaghe che naturalmente ci repellono. Citavamo all’inizio La Pira e Guardini: in effetti “sono i cristiani i veri materialisti”. Non potrebbe essere altrimenti, perché sono gli unici a poter abbracciare tutta la realtà, anche la sua dolente carnalità, senza l’angoscia e la malinconia del disfacimento fisico e della morte.

Perché il cristianesimo è la notizia di Dio che “si è fatto carne”, uomo come noi. L’uomo-Dio si è piegato teneramente su tutte le ferite umane e le ha guarite, ha preso su di sé, sulla sua stessa carne, tutta la violenza e la sofferenza del mondo, facendosi macellare e morendo. Infine è risorto nella carne, mostrando, facendo toccare con mano il suo stesso corpo divinizzato come è destinato a diventare il nostro.

Ha rivelato agli esseri umani: “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati”. E così ha confessato il folle amore che l’Onnipotente ha per ogni sua creatura. La nostra mentalità pagana ha orrore del corpo, invece Dio lo ama, tanto più quando è ferito, sofferente e debole. Se Dio ha contato perfino i nostri capelli è perché ci guarda come un innamorato. Che vuole sottrarci alla morte.

Nessun amante di questo mondo ha mai potuto promettere alla sua amata che niente di lei, neanche un capello, sarebbe mai perito. Così invece ha fatto l’Uomo-Dio. E dunque, attraverso Gesù, tutto ci sarà restituito (per sempre) di noi e delle persone che amiamo. Dante, nella Divina Commedia, ha questa intuizione geniale: che le anime sono felicissime in Paradiso e non mancano di nulla, ma hanno “il disìo d’i corpi morti/ forse non pur per lor, ma per le mamme,/ per li padri e per li altri che fuor cari” (Par XIV, 63-65). E’ l’idea che la felicità sarà perfetta e totale in Paradiso non tanto per la resurrezione dei propri corpi, ma per la resurrezione delle persone che amammo. Ci sarà restituito tutto, perfino il loro sorriso perduto e il loro sguardo.

E trasfigurati in una eterna giovinezza come quella che è evidente in Maria quando appare ai veggenti (da Lourdes a Medjugorje) che, fra l’altro, la descrivono bellissima. La Madonna è infatti la prima dopo Gesù ad essere entrata nella gloria col suo stesso corpo. Il dogma dell’Assunzione ha questo significato: che tutto il nostro corpo è sacro. Ed è destinato all’eternità. Alla divinizzazione. I “gesti” con cui Gesù ci abbraccia, ci sostiene e ci trasfigura sulla terra – cioè i sacramenti – sono tutti legati a segni fisici. Trasformano anche il corpo. Niente come il cristianesimo esalta l’uomo, fin nella sua povera corporeità.

Con l’Eucaristia, fatta per struggersi in un cuore umano, entra nel cristiano la stessa Trinità: “per questo divino e ineffabile contatto”, dice il teologo, “l’anima e anche il corpo del cristiano diventano più sacri della pisside e delle stesse specie sacramentali” (Royo Marin).

Per questo non stupisce che la Chiesa, nella liturgia funebre, incensi il corpo dell’uomo che appartiene al corpo stesso di Cristo. E non stupisce che il corpo dei santi sia particolarmente venerato. Infatti in molti casi Dio si degna di fare miracoli proprio attraverso le reliquie dei santi. Padre Pio oltretutto portò nel suo stesso corpo i segni prodigiosi della crocifissione di Gesù, e per 50 anni, contro ogni legge naturale e biologica. La sua carne e il suo sangue emanavano il profumo di Cristo.

Così il corpo dei santi trasforma tutta la terra in altare e prepara la festa della resurrezione finale. Ricordate Alioscia Karamazov ? Rifiutando il padre biologico, descritto da Dostoevskij come fisicamente e moralmente brutto, il giovane scelse un padre spirituale dentro la vita monastica: lo starec Zosima. Ma fu sconvolgente per lui, alla morte del monaco, percepire, dopo poche ore, i segni della sua decomposizione fisica. Finché comprese, nel pianto, che quella era l’ultima lezione che gli dava lo starec. Capì che il corpo dei cristiani è il seme della prossima resurrezione e, disteso, abbracciò amorosamente la terra. Che “geme per le doglie del parto”. Finché vedremo la bellezza di “cieli nuovi e terra nuova” dove la giustizia ha stabile dimora e non c’è più il pianto.

E’ l’unica giustizia possibile. Il filosofo della Scuola di Francoforte, Theodor Adorno, pur marxista, osservò che una vera giustizia richiederebbe un mondo “in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma anche fosse revocato ciò che è irrevo cabilmente passato”. Concluse che dunque ci vorrebbe “la resurrezione della carne”.

E’ precisamente questa giustizia che la Chiesa annuncia, anche con la venerazione del corpo dei santi. Annuncia la risurrezione. Duemila anni fa gli intellettuali di Atene – dopo aver ascoltato con interesse Paolo – si misero di colpo a irriderlo appena annunciò la risurrezione dei morti. Come se fosse un ciarlatano o un matto. Il cristianesimo è questa rivoluzione (la sola!), una “notizia da pazzi”, non una minestrina di regole di buona educazione e di buoni sentimenti. Infatti si parlò di follia ieri sull’Areopago come oggi sulle colonne del Corriere della sera.

Antonio Socci

Da Libero

giovedì 24 aprile 2008

25 APRILE - UNA LEZIONE DAGLI AMICI DI ISRAELE

25 APRILE. DAVIDE ROMANO, SEGRETARIO AMICI DI ISRAELE: "CI SAREMO ANCHE QUEST'ANNO DIETRO ALLE INSEGNE DELLA BRIGATA EBRAICA. E INSIEME A NOI ANCHE L’ON. FIAMMA NIRENSTEIN DEL PDL E DOUNIA ETTAIB ( DONNE ARABE D’ITALIA). TUTTI SOTTO SCORTA, PROPRIO IL 25 APRILE"

Lo dichiara Davide Romano, segretario dell'associazione Amici Di Israele, che ogni anno partecipa al corteo del 25 aprile portando lo striscione della Brigata Ebraica


Anche quest'anno parteciperemo con orgoglio al corteo del 25 aprile. Sfileremo dietro allo striscione della Brigata Ebraica, il gruppo di 5000 sionisti che - inquadrati nell'esercito britannico - si offrirono volontari per combattere contro i nazi-fascisti. Per prendere parte al corteo della Liberazione insieme agli altri anche quest’anno - “grazie” agli autonomi - dovremo affidarci alla protezione delle forze dell’ordine cui va la nostra gratitudine.
Domani avremo l'onore di avere al nostro fianco delle donne coraggiose, che purtroppo sono sotto scorta non solo il 25 aprile, ma tutto l’anno.
Da un lato la giornalista - ora parlamentare del PDL - Fiamma Nirenstein. Una presenza simbolicamente importante soprattutto dal punto di vista politico. Perché il 25 aprile sia finalmente una festa di tutti, senza preclusioni per alcuno dei partiti politici, a parte quelli fascisti. Siamo certi che con la presenza della Brigata Ebraica, e di una coraggiosa esponente antifascista del PDL come Fiamma Nirenstein, il corteo del 25 aprile saprà meglio rappresentare quello che è stata la Liberazione: una storia di tanti (soldati Alleati appartenenti a di più di 30 nazioni, e partigiani italiani di tutti i colori politici), uniti nella lotta per la libertà dal nazi-fascismo. Ed è proprio nello spirito del recupero di quella pluralità e fratellanza dei combattenti contro il totalitarismo, che assieme a noi marcerà anche Dounia Ettaib (leader del DARI, Donne ARabe d’Italia). Anche lei, come Fiamma Nirenstein, costretta a vivere sotto scorta a causa delle continue minacce subite dai fanatici islamici.
Non possiamo quindi che ringraziare queste moderne “partigiane” della libertà di pensiero: per aver scelto di marciare con noi e per non aver ceduto al ricatto della paura nel giorno della Liberazione.

mercoledì 23 aprile 2008

Uno stipendio alle mamme?

Noi mariti e padri di famiglia ce ne rendiamo conto quando la signora, per qualche motivo, si assenta. Al momento del passaggio delle consegne ostentiamo sicurezza: ci penso io, non c’è bisogno di prendere appunti, ho tutto qui, diciamo appoggiando un dito a una tempia: il pane e il latte, il figlio x è da andare a prendere alle 12,40, il figlio y invece esce a metà pomeriggio e devo portarlo alla festa della sua compagna che compie gli anni, poi c’è la piscina mentre l’altro è a pallavolo, far fare i compiti, la lavastoviglie parte con due scatti a sinistra. È al ritorno della moglie che prendiamo atto della Caporetto: i letti non fatti, la spazzatura ancora da vuotare, i bambini si sono scannati fino a dieci minuti fa e noi siamo in uno stato pre-comatoso, meno male che domani si va a lavorare.
Basterebbe avere in mente tutto questo per approvare all’unanimità la proposta che un gruppo di studio vicino al partito conservatore inglese ha lanciato in questi giorni: dare uno stipendio alle mamme. Negli anni Settanta, alla prima alzata di scudi contro i mariti, le casalinghe presentarono una piattaforma in linea con la Triplice dei tempi d’oro. Abbiamo diritto ad almeno quattro stipendi, reclamavano: uno come baby sitter, uno come cuoca, uno come donna delle pulizie, uno come amministratrice. In Inghilterra ne propongono uno, pagato dallo Stato, e sarebbe già un eccellente passo avanti.
Lasciamo perdere il discorso su che cosa sia meglio per una donna, se fare la mamma o andare a lavorare. Perderemmo del tempo perché la proposta inglese riguarda solo le donne che - potendo scegliere - resterebbero a casa. Sono, tra l’altro, la maggioranza, come dimostra il sondaggio commissionato per l’occasione. E dunque. Il mestiere della mamma è duro, ed è anche un servizio alla società, perfino una fonte di risparmio per la collettività: meno asili, meno scuola al pomeriggio e così via. Perché non si dovrebbero sostenere le mamme?
Da parte nostra abbiamo qualche perplessità sulla formula inglese, cioè sullo stipendio di Stato. Ci pare che per aiutare le famiglie, per fare in modo che più donne possano permettersi (se vogliono) di restare a casa, ci sia una strada più immediata e più semplice: cambiare il sistema fiscale, a parità di reddito chi ha figli da mantenere deve pagare meno di chi non ne ha. È questa, tra l’altro, la proposta contenuta nella petizione organizzata dal Forum delle associazioni familiari. Ci sembra intelligente e più che equa: la giriamo a chi presto governerà e (si spera) riconoscerà finalmente il ruolo che la famiglia svolge in questo, come in ogni, Paese
da IL GIORNALE - M. Brambilla