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mercoledì 7 giugno 2017

URANIO IMPOVERITO:LA DIFESA COLPEVOLE PER LA MORTE DI UN CAPORALE

Corrado di Giacobbe il caporale ucciso dall'uranio impoverito

Il caporale maggiore dell'esercito italiano Corrado di Giacobbe, morto il 6 novembre del 2011 a 24 anni, per una forma leucemica dopo aver prestato servizio a Serajevo nel 1997 e nel 1998, non era sufficientemente protetto da attrezzatura idonea contro le radiazioni nefaste dell'#uranio impoverito e non ha potuto evitare il contatto con lo stesso, per tutto questo il Ministero della Difesa è stato chiamato a risarcire ai suoi familiari 642mila euro.
A margine di questa sentenza il presidente dell’Osservatorio militare ha comunicato che ci sono ben 343 militari deceduti e 7mila malati che hanno subito la stessa contaminazione di Corrado Di Giacobbe e che ora aspettano che la giustizia italiana renda giustizia a loro e alle loro famiglie.

Ministero colpevole

Con sentenza 11408/2017, che sarà una pietra miliare per tutti i militari che hanno subito la stessa sorte del Di Giacobbe, i giudici del tribunale di Roma hanno scritto che le responsabilità del Ministero della Difesa sono chiare, i nostri militari sono stati inviati nei Balcani per una missione di peace keeping, con attrezzature assolutamente non conformi a prevenire la contaminazione delle particelle di uranio impoverito disperse nell'atmosfera e nell'acqua, nelle zone in cui erano stati chiamati ad operare.
La dotazione dei nostri militari consisteva solamente in una maschera Nbc e un telo protettivo che risultano assolutamente inadeguati rispetto alla protezione di cui avevano realmente necessità, in particolare, il militare Di Giacobbe, che era addetto alla cucina, era costretto a far uso dell'acqua contaminata del luogo in cui si trovava e lo ha dovuto fare senza alcuna precauzione.

giovedì 10 settembre 2015

Perdonate, ma oggi la mia schnauzer Flora è morta.......

Ieri, martedì 8 settembre, è stato il mio ultimo giorno di vita

flora
Ieri me ne sono andata per sempre, non so che cosa sia successo, ma all'iimprovviso ho visto tutto nero e sono caduta a terra, ho sentito in lontananza la mamma che mi chiamava e piangeva, ma io ero già lontana e non potevo tornare indietro. E' così che è finita la mia avventuira sulla terra, penso di essere stata una brava cagnolona, forse un po' pazzerella, ma piena d'amore da regalare a chi mi ha voluto bene. Il mio fratellino Strauss è triste e mi cerca, ma io cerco di suggerirgli di stare tranquillo, presto avrà un'altra compagna di giochi. Papà, mamma e Giovanna piangono, mi chiamano.... e io vorrei tornare, ma non posso, qualcuno mi ha detto che devo stare qui, in questo posto meraviglioso dove c'è anche Rhoda, e BillY e Grigio e Lady e Leone ... tutti i cani e i gatti che sono stati nella mia famiglia. Papà e mamma. non posso tornare, ma posso starvi vicino, e quando vi sentirete soli..e malinconici ci sarà la mia zampona sulle vostre ginocchia e magari troverete un osso.... come se fosse capitato li per caso. Vi voglio bene.
CIAO A TUTTI!
FLORA Schnauzer Gigante
26-10-2005/8-09-2014

domenica 30 novembre 2014

Ricordando Fernando Pessoa nell'annivesario della morte




Quel che mi duole non è ciò che esiste nel cuore,
 ma quelle cose belle che mai esisteranno...
 Sono le forme senza forma che passano senza che il dolore 
le possa conoscere e sognarle l'amore. 
Sono come se la tristezza fosse un albero e, a una a una, 
cadessero le sue foglie tra il solco e la nebbia.


da "Il libro dell'inquietudine" di Fernando Pessoa



La Biografia di Fernando Pessoa

Fernando Antonio Nogueira Pessoa, poeta e scrittore portoghese, nasce il 13 giugno 1888 a Lisbona. L'antica capitale portoghese che ha visto il poeta venire alla luce lo riaccoglie dopo l'adolescenza trascorsa a Durban, in Sudafrica, nel momento in cui sboccia la sua carriera di intellettuale.
In realtà il precoce talento di Pessoa si è già manifestato in tenera età, nel momento in cui i bambini imparano a scrivere ed i geni compongono le prime opere. A sei anni scrive lettere che invia a sé stesso, una sorta di dialogo interiore fissato su carta, con lo pseudonimo di Chevalier de Pas, uno dei tanti della sua vita.

La passione per la scrittura non svanisce e pochi anni dopo, al rientro in Portogallo, dona al mondo capolavori di prosa e poesia, insieme a traduzioni e critiche letterarie, senza mai rinunciare alla riservatezza, o al mistero, che lo contraddistingue.
Fernando Pessoa si rivela, infatti, al pubblico in controluce, dando alle stampe solo alcuni dei suoi capolavori e facendo ricorso ad un'infinità di pseudonimi per mettere a nudo i lati del suo carattere avendo però la premura di coprirli con eteronomi dei quali crea dettagliate biografie.
Il bouquet dei suoi alterego è celebre, avendo dato vita anche a numerose speculazioni sulla sfaccettata personalità del geniale autore portoghese, speculazioni peraltro alimentate dallo stesso Pessoa che mette nero su bianco il profondo rapporto intrecciato con i suoi eteronimi.
Attraverso le sue opere pure noi siamo entrati in intimità con il futurista Alvaro de Campos, con Bernardo Soares, di cui abbiamo letto i pensieri nel Libro dell'Inquietudine, con Ricardo Reis, strenuamente ancorato alle tradizioni e con tutti gli altri Fernando Pessoa che hanno vissuto nelle opere del maestro portoghese.
Il grande talento di Pessoa si è spento ad appena quarantasette anni, il 30 novembre del 1935, in seguito a problemi epatici.
L'eredità che ci lasciato uno fra i maggiori poeti del Novecento è però immensa, musa ispiratrice di tanti letterati e cantautori e fonte di gioia per i tanti lettori che si sono emozionati leggendo le sue poesie ed i suoi romanzi ed hanno scolpito nella loro memoria i celebri aforismi.
Tra le sue opere più famose nel nostro paese ricordiamo certamente il Libro dell'inquietudine, le Poesie di Alvaro de Campos e le Lettere alla fidanzata, tre pietre miliari della sua ricca produzione artistica.

martedì 12 agosto 2014

Tributo a Robin Williams, un uomo che ci ha fatto ridere, ma anche piangere!

Ci sono momenti in cui il mondo si unisce per piangere la scomparsa di una persona davvero meravigliosa. Oggi è una di quelle volte.
Annunciato dall'account di  NBC Bay  su Twitter, abbiamo scoperto questa sera che l'attore e comico Robin Williams  di 63 anni , è stato  trovato morto nella sua casa di Tiburon, in California.
 Robin ha portato risate nei nostri cuori e nelle case per decenni. Perdere un individuo tale gioioso è una vera tragedia. Sono moltissime le persone che piangeranno la sua perdita..

ADDIO CAPITATO.. MIO CAPITANO!

lunedì 25 novembre 2013

FACCIAMO UNA RIFLESSIONE....

Nasciamo senza portare
nulla, moriamo senza poter
portare nulla, ed in mezzo,
nell'eterno che si
ricongiunge nel breve
battito delle ciglia, litighiamo
per possedere qualcosa.


N. Nur-ad-Din

lunedì 8 luglio 2013

Ecco come ritroveremo i nostri cari

L’anima risiede all’interno delle cellule cerebrali
La Fisica dei Quanti o, più propriamente, Meccanica Quantistica, ha rivoluzionato la visione scientifica della realtà ed offre una solida base di conoscenza per ampliare i propri orizzonti mentali.

Due scienziati di fama mondiale, esperti in fisica quantistica, dicono che si può dimostrare l’esistenza dell’anima, basandosi sulla fisica quantistica.

Lo studioso americano Stuart Hameroff e il fisico inglese Roger Penrose hanno sviluppato una teoria quantistica della coscienza, affermando che le anime sono contenute all’interno di strutture chiamate microtubuli che vivono all’interno delle cellule cerebrali (neuroni).

L’anima sarebbe composta da prodotti chimici quantistici, che nel momento della morte fuggono dal sistema nervoso per entrare l’universo. La loro idea nasce dal concetto del cervello visto come un computer biologico.

La coscienza sarebbe una sorta di programma per contenuti quantistici nel cervello, che persiste nel mondo dopo la morte di una persona. Le anime degli esseri umani sarebbero perciò molto più che la semplice interazione dei neuroni nel cervello: sarebbero della stessa sostanza dell’universo ed esisterebbero sin dall’inizio dei tempi.

Il dottor Hameroff, professore emerito nel Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia, nonché Direttore del Centro di Studi sulla Coscienza dell’Università dell’Arizona, ha basato gran parte della sua ricerca negli ultimi decenni nel campo della meccanica quantistica, dedicandosi allo studio della coscienza. Con il fisico inglese Roger lavora sulla teoria dell’anima come composto quantistico dal 1996.

I due studiosi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato degli effetti di gravità quantistica all’interno dei microtubuli. In una esperienza di pre-morte i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni contenute in essi non vengono distrutte. In parole povere, l’anima non muore ma torna l’universo. Con la morte, “il cuore smette di battere, il sangue non scorre, i microtubuli perdono il loro stato quantico”, ha detto il dottor Hameroff.

L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, si distribuisce soltanto e si dissipa nell’universo in generale, ha aggiunto.

Se colui che ha avuto un’esperienza di pre-morte risuscita, rivive, questa informazione quantistica può tornare nei microtubuli. In caso di morte è possibile che questa informazione quantistica possa esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato, come anima.

Il dottor Hameroff dice che gli effetti quantistici, che svolgono un ruolo in molti processi biologici come l’odore, la navigazione degli uccelli o il processo di fotosintesi, stanno cominciando a convalidare la sua teoria.

Fonte: segnida

martedì 2 luglio 2013

Le riflessioni di Carl Gustav Jung sulla morte

Riporto  una bellissima riflessione di Jung sulla morte citando le sue parole. 
Il pensiero della morte credo costituisca la più grande preoccupazione di moltissime persone specialmente quando sono avanti con l'età e comprometta molti momenti belli dell'esistenza proprio nel timore di non poter prevedere l'imprevedibile. E' proprio la consapevolezza di non poter conoscere quando si fermerà il nostro orologio biologico che dovrebbe spingerci ad apprezzare e a  godere di ogni singolo attimo che la vita ci offre. La frase di Jung "la morte come un fine e non come una fine" sta a significare che la morte non è la fine di tutto ma soltanto il traguardo ineludibile dell'esistenza fisica e dovrebbe essere vissuto senza alcun  timore  proprio per poter vivere pienamente il tempo concessoci.





"Più di una volta mi è stato chiesto che cosa io pensi della morte, di questa non dubbia fine della singola esistenza umana. (...)
Rispetto alla morte la vita ci appare come un fluire, come il cammino di un orologio caricato, il cui arresto finale è evidente. Non siamo mai tanto convinti del "fluire" della vita come quando una vita umana giunge al suo termine dinanzi ai nostri occhi; e mai si impone in modo più stringente e penoso il problema del significato e del valore della vita come quando assistiamo all'ultimo respiro che abbandona un corpo vivo sino a un attimo prima. (...)
Siamo invece a tal punto convinti che la morte sia soltanto la fine di un fluire, che di solito non ci accade di concepire la morte come uno scopo o un compimento, come si fa per le mete e i progetti di una vita giovanile, in fase ascendente.
La vita è un fluire di energia. Ma ogni processo energetico è irreversibile per principio e quindi diretto in modo univoco verso una meta: e tale meta è uno stato di riposo. (...)
Anzi la vita è quanto vi è di più teleologico; ESSA È DI PER SÈ TENDENZA A UN FINE; e il corpo vivente è un sistema di finalismi che tendono alla propria realizzazione.
La fine di ogni fluire è una meta. (...)
Ardore giovanile rivolto al mondo e alla vita e al compimento di tese speranze e di mete lontane, questo è l'esplicito finalismo della vita, che si tramuta in angoscia, in resistenze nevrotiche, in depressioni e fobie ogniqualvolta essa rimanga in qualche modo fissata al passato o indietreggi di fronte a quei rischi senza i quali le mete prefissate non possono essere raggiunte.
Pervenuto alla maturità e al vertice della vita biologica, che coincide all'incirca con la metá della sua durata, il finalismo della vita non viene meno per questo.
Con la stessa intensità e irresistibilitá con cui esso tirava in salita nella prima metà , ORA ESSO TRASCINA IN DISCESA, chè il traguardo non sta nel vertice, ma nella valle dove era iniziata l'ascesa.
La curva della vita psicologica non vuole tuttavia adattarsi a questa legge naturale.
Le discordanze possono cominciare ben presto, anche durante l'ascesa.
Uno rimane indietro rispetto ai propri anni, conserva la propria infanzia, come se non potesse staccarsi dal suolo; trattiene la lancetta e immagina che con ciò il tempo si arresti. E se alla fine è giunto con qualche ritardo alla cima, torna a fermarsi anche lì, psicologicamente; e quantunque sia evidente che sta giá scivolando dall'altra parte , si aggrappa - non fosse altro con lo sguardo che persiste a volgersi indietro- all'altezza giá raggiunta. COME LA PAURA LO TRATTENEVA PRIMA DI FRONTE ALLA VITA, COSÌ ESSA LO TRATTIENE ORA DI FRONTE ALLA MORTE.
Inoltre, essendosi attardato in salita per paura della vita, pretenderebbe ora di trattenersi sulla cima raggiunta per indennizzarsi del ritardo. Si è reso conto che la vita, nonostante tutte le resistenze l'ha spuntata su di lui, ma ciò nonostante tenta ancora di fermarla. Con ciò la psicologia di quest'uomo perde il suo terreno naturale: la sua coscienza rimane sospesa nell'aria, mentre sotto di lui la parabola scende con moto accelerato. IL TERRENO DA CUI TRAE NUTRIMENTO L'ANIMA È LA VITA NATURALE.
Chi non la segue rimane disseccato e campato in aria. Perciò molti uomini si inaridiscono con l'etá: si volgono indietro con una segreta paura della morte nel cuore. Si sottraggono, almeno psicologicamente, al processo vitale; (...).
Nella seconda metá dell'esistenza rimane vivo soltanto chi, CON LA VITA, VUOLE MORIRE.
Perchè ciò che accade nell'ora segreta del mezzogiorno della vita è l'inversione della parabola, è la NASCITA DELLA MORTE.
La vita dopo quell'ora non significa più ascesa, sviluppo, aumento, esaltazione vitale, ma morte, dato che il suo scopo è la fine. "DISCONOSCERE LA PROPRIA ETÀ" significa "RIBELLARSI ALLA PROPRIA FINE".
Entrambi sono un "NON VOLER VIVERE" ; giacchè "NON VOLER VIVERE" e "NON VOLER MORIRE"sono la stessa cosa.
DIVENIRE E PASSARE APPARTENGONO ALLA MEDESIMA CURVA.
La coscienza fa quel può per non accogliere questa verità pur incontestabile. In genere si resta attaccati al proprio passato, fermi nell'illusione di restare giovani. Essere vecchi è estremamente impopolare.
Non ci si rende conto che il " non poter invecchiare" è cosa da deficienti, come lo è il non poter uscire dall'infanzia . (...)
L'attuale durata media della vita relativamente più lunga di prima, come è stato provato statisticamente, è un prodotto della civitá. I primitivi raggiungono un'età avanzata solo eccezionalmente. (...)
È come se la nostra coscienza si fosse un poco spostata , sdrucciolando dalla propria base, e non riuscisse più a ritrovarsi completamente col tempo naturale. E pare quasi che la coscienza, per una sua alienazione, ci tragga in inganno, facendoci apparire i tempo della vita come pura illusione che può essere mutata a volontá. ( Rimane da chiedersi donde tragga la coscienza propriamente la sua capacità di essere contro natura, e che cosa significhi quel suo arbitrio.)
Così come la traiettoria di un proiettile termina al bersaglio, la vita termina nella morte, che è quindi il bersaglio, LO SCOPO DI TUTTA LA VITA. (...)
La nascita dell'uomo è densa di significato, e perchè non dovrebbe esserlo la morte? L'uomo giovane viene preparato per vent'anni e più al pieno sviluppo della sua esistenza individuale; e perché non dovrebbe per vent'anni e più preparare la sua fine? (...)
Ma che cosa si ottiene con la morte? (...)
Pare dunque che risponda meglio all'anima collettiva dell'umanità considerare la morte come un compimento del significato della vita e come scopo specifico di essa, che non come una mera cessazione priva di significato. Chi dunque si associa all'opinione illuministica rimane psicologicamente isolato e in contrasto con quella realtà umana universale a cui appartiene egli stesso. (...)
Giacchè - illuminismo o no, coscienza o no - la natura si prepara alla morte. (...)
Col passare degli anni, i pensieri della morte si fanno straordinariamente più frequenti. Lo voglio o no, l'uomo che invecchia si prepara alla morte.
Penso proprio che la natura stessa provveda a una preparazione in vista della fine.
Di fronte a ciò è indifferente, da un punto di vista obbiettivo, quel che pensi sull'argomento la coscienza individuale; ma soggettivamente fa una gran differenza se la coscienza vada di pari passo con l'anima oppure si abbarbichi a pensieri che il cuore ignora. Giacchè il non prendere posizione di fronte alla morte come scopo è nevrotico quanto il reprimere durante la giovinezza le fantasie rivolte all'avvenire.
Nella mia non breve esperienza psicologica io ho fatto una lunga serie di osservazioni su persone di cui ho potuto seguire l'attività psichica inconscia fino all'immediata prossimità della morte. In genere la fine vicina veniva indicata con i simboli con cui anche nella vita normale si allude a mutamenti di stato psicologico: SIMBOLI DI RINASCITA, MUTAMENTI DI LUOGO, VIAGGI e simili. Parecchie volte ho potuto seguire, in lunghe serie di sogni, per più di un anno, gli accenni alla morte prossima: e ciò anche quando la situazione esteriore non giustificava pensieri di tal genere. IL MORIRE COMINCIAVA DUNQUE ASSAI PRIMA DELLA MORTE EFFETTIVA.
Ciò si rivela del resto, anche più sovente, con un tipico mutamento di carattere, che può precedere di molto la morte. La morte dovrebbe quindi essere un qualche cosa di relativamente inessenziale, oppure la nostra anima non si cura affatto di quel che accade all'individuo. Pare invece che l'inconscio si preoccupi assai più del MODO come si muore: E CIOÈ SE L'ATTEGGIAMENTO DELLA COSCIENZA CORRISPONDA O NO AL MORIRE."

Jung, Anima e morte
tratto dal gruppo Carl Gustav Jung - Italia

venerdì 29 marzo 2013

Cristo morto per noi o in noi?




Il Venerdì Santo mi riporta sempre all'infanzia, al rito della visita delle Chiese e alla dolorosa compassione per quel Cristo che pare addormentato ma ha il capo incoronato di spine e il costato insanguinato. Ogni anno il rito si ripete e il passare degli anni non ha cambiato il mio sentire... oggi sostando davanti a Gesù deposto dalla croce ho provato la stessa compassione di allora ma rispetto ad allora ho provato anche tanto sgomento per un Cristo che muore innocente e che oggi più che mai non suscita clamore e indignazione. Cristo vittima silente degli uomini proprio come le tante donne assassinate in questi anni, le piccole vittime dei pedofili, i vecchi picchiati negli ospizi, e tutti coloro che soffrono a causa della crudeltà umana senza che nessuno raccolga il loro grido di dolore. Viene da chiedersi se Cristo sia morto per noi o sia morto in noi. In questa giornata, pensiamoci!

mercoledì 30 gennaio 2013

Ciao Anna.....

Cara Anna,
te ne sei andata alla chetichella e mi hai lasciato senza parole, proprio tu che eri una allegrona non hai potuto fare nemmeno una battuta su quello che ti stava capitando. Una crisi respiratoria ti ha portato via per sempre e pensare che avevo ancora tante cose da dirti e tanti ricordi da condividere.......
Ma forse ora non devo affannarmi per farti sapere che ti voglio bene e che già mi manchi tantissimo, tu lo sai, ora lo sai benissimo.....
Ciao Anna  e  buon  viaggio





sabato 7 aprile 2012

Ho bisogno di silenzio

Ho bisogno di silenzio
come te che leggi col pensiero
non ad alta voce
il suono della mia stessa voce
adesso sarebbe rumore
non parole ma solo rumore fastidioso
che mi distrae dal pensare.

Ho bisogno di silenzio
esco e per strada le solite persone
che conoscono la mia parlantina
disorientate dal mio rapido buongiorno
chissà, forse pensano che ho fretta.

Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.

Gli amici veri, pochi, uno?
sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.
Chi di parole da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.

Alda Merini

Vi regalo questa poesia della Merini perchè la Pasqua quest'anno è tanto sofferta, sono in molti ad avere delle pene nel cuore e per tutti occorre invocare un po' di silenzio, per riflettere, per ritrovare il senso delle cose, per provare ad essere ancora felici, nonostante tutto.

venerdì 14 novembre 2008

ORRORE E PIETA'

Forse non si usa più avere pietà, forse anche questo sentimento verrà soppresso dalla stessa Corte Costituzionale che ieri ha dato il benestare a spegnere una vita.
Al massimo fra qualche giorno ad Eluana Englaro, la ragazza che ormai tutti noi conosciamo e amiamo, verrà negato il sostentamento necessario per continuare a vivere. Lei, in coma da 16 anni, è inconsapevole di quanto sta per accaderle e oggi affronterò la giorana come al solito, ci sarà la suora che la accudisce, che la nutre tramite un sondino naso gastrico, che la massaggia e che la conduce nel giardino della clinica che la ospita sulla sua sedia a rotelle, ma sarà l'ultima volta. Chissà se Eluana "sente" che c'è qualcuno che si prende cura di lei, che le vuole bene e che vorrebbe in qualche modo proteggera da una sentenza terribile emessa da un tribunale su sollecitazione di suo padre?
Chissà se Eluana avverte lo scandire dei giorni che passano, certo tutti uguali, ma rassicuranti? Io penso di si, penso che lei avverta il calore di una mano che la accarezza e che quella carezza lei la aspetti. Chi può dire che non sia così? Chi può dire che questa ragazza sia completamente inconsapevole? Nessuno ha una conoscenza così approfondita del cervello umano per affermare che non sia così, tanto è vero che Eluana respira da sola, ha solo bisogno di essere alimentata ed idratata. E poi Eluana ha solo trent'anni. Molti anziani lottano per vivere e pur soffrendo non desiderano l'eutanasia.
Ieri sera sono andata a trovare mia suocera, era appena rientrata a casa dopo un ricovero ospedaliero, ha 92 anni ed è molto debole. L'ho vista dormire, rannicchiata nel letto ora divenuto troppo grande e le ho fatto una carezza. Lei mi ha preso la mano, me l'ha stretta forte e si è distesa. Non so se mi abbia riconosciuto, ma ha gradito la mia vicinanza e il mio gesto di affetto. Lo stesso accadeva con il mio papà ammalato di Alzheimer, nonostante molti pensassero il contrario, lui capiva tutto fino alla fine e fino alla fine sorrideva e aveva sete di affetto.
Questa povera ragazza forse avrebbe bisogno di altre carezze prima di salutare questo mondo, ma sembra che nessuno sia disposto a fargliele, per lei il tempo è finito e io, da mamma, da figlia e da cittadina di questo Stato, provo orrore per quello che le vogliono fare.

sabato 12 luglio 2008

CIAO GIANFRANCO, SAPIENTE GIORNALAIO...

Funari se ne è andato, lo ha fatto in questo luglio assoltato, alla chetichella. Pochi di noi sepevano che lui fosse ricoverato da 5 mesi al San Raffaele per gravissimi problemi cardiaci. Ci aspettavamo di vederlo da un momento all'altro riapparire in TV con la sua barba bianca e con l'inseparabile Morena e invece di lui ci rimangono solo alcuni video (tra i più belli quelli registrati durante la trasmissione di Bonolis "Il senso della vita") e tanti ricordi incacellabili. Lo ringraziamo qui pubblicamente per aver condiviso con noi un tratto di strada, per averci fatto sorridere e arrabbiare, per averci comunque fatto partecipare al suo modo di intendere la vita.

Ciao Gianfranco e buon viaggio.

Manuela Valletti Ghezzi
e tutta la redazione di Milano Metropoli.com

venerdì 25 aprile 2008

LO “SCANDALO” DEL CORPO DI PADRE PIO…

Qua sotto vi dico cosa penso dell’esposizione del corpo di Padre Pio che tante polemiche ha suscitato. Ma prima vi lascio una perla del Padre: “Lo Spirito di Dio è spirito di pace… Egli ci fa sentire un dolore tranquillo, umile e fiducioso dovuto precisamente alla Sua Misericordia… Invece lo spirito del Male esaspera… e ci fa provare una specie di ira contro di noi: mentre proprio nei nostri confronti dovremmo esercitare la carità più grande”

C’è un “Claudio Magris” dentro ognuno di noi. Avverto anche io, istintivamente, la repulsione per la riesumazione del corpo di padre Pio e per la sua esposizione alla venerazione dei fedeli (dal 24 aprile) che stanno per arrivare a milioni a S. Giovanni Rotondo. La cosa ha indotto lo scrittore triestino a protestare sul Corriere della sera. Perché noi, come lui, siamo naturalmente “spiritualisti”, mentre il cristianesimo è scandalosamente “materialista”. Anzi, come hanno detto Giorgio la Pira e Romano Guardini, “i cristiani sono gli unici, veri materialisti”.

La nostra mentalità naturale – oggi dominante – è quella degli antichi gnostici: lo schifo della corporeità. Il terrore e la disperazione della morte. Abbiamo allestito una colossale macchina sociale per esorcizzare il corpo e i suoi processi biologici, perché mostrano il suo continuo disfacimento. Abbiamo orrore di tutti i segni della decadenza fisica, ci repellono gli umori e gli odori del corpo, l’imbiancarsi dei capelli, la loro caduta o le rughe perché questo inesorabile decadere della carne prefigura la morte. Il lento putrefarsi del corpo ha bisogno di continui lavori di restauro e manutenzione.

Non a caso il fatturato dell’industria cosmetica è in costante crescita. Un vero boom. L’uso di deodoranti, creme e altre diavolerie serve proprio a costruirci un corpo virtuale come quello che andiamo a modellarci con la “plastica” (facciale o meno) o in palestra o su “Second Life”.

Ciò che chiamiamo bello è in realtà una “immagine” che nasconde, perché è costruita per fermare l’istante ed esorcizzare la natura materiale delle cose che consuma e disfa. L’arte è nata così, anticamente, in Egitto e in Grecia. Oggi basta considerare il “culto della bellezza femminile” a cui si dedica una colossale industria mediatica maschile con cui – come scrive Camille Paglia – “l’uomo si è sforzato di fissare e stabilizzare il pauroso divenire naturale… La bellezza arresta e raggela il flusso turbolento della natura” perché ferma (almeno in apparenza, come immagine) lo sfacelo della materia.

Nella nostra epoca cancelliamo tutto ciò che ci ricorda la decadenza fisica e la malattia. “La vita moderna, con i suoi ospedali e i suoi articoli igienici”, scrive la Paglia “tiene a distanza e sterilizza questi primordiali misteri proprio come ha fatto con la morte, un tempo pietosa incombenza domestica”.

Un tempo, cioè quando si era cristiani. Il cristianesimo infatti è entrato in questa nostra mentalità naturale come un ciclone. La Chiesa ha letteralmente inventato gli ospedali e li ha costruiti al centro delle città, spesso davanti alle cattedrali, non ai margini dell’abitato come si usa fare oggi. Il malato che era schifato e abbandonato nell’antichità greca e romana, è diventato in tempi cristiani venerato “come Gesù crocifisso”, accudito, curato, amato pietosamente fin nelle sue piaghe che naturalmente ci repellono. Citavamo all’inizio La Pira e Guardini: in effetti “sono i cristiani i veri materialisti”. Non potrebbe essere altrimenti, perché sono gli unici a poter abbracciare tutta la realtà, anche la sua dolente carnalità, senza l’angoscia e la malinconia del disfacimento fisico e della morte.

Perché il cristianesimo è la notizia di Dio che “si è fatto carne”, uomo come noi. L’uomo-Dio si è piegato teneramente su tutte le ferite umane e le ha guarite, ha preso su di sé, sulla sua stessa carne, tutta la violenza e la sofferenza del mondo, facendosi macellare e morendo. Infine è risorto nella carne, mostrando, facendo toccare con mano il suo stesso corpo divinizzato come è destinato a diventare il nostro.

Ha rivelato agli esseri umani: “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati”. E così ha confessato il folle amore che l’Onnipotente ha per ogni sua creatura. La nostra mentalità pagana ha orrore del corpo, invece Dio lo ama, tanto più quando è ferito, sofferente e debole. Se Dio ha contato perfino i nostri capelli è perché ci guarda come un innamorato. Che vuole sottrarci alla morte.

Nessun amante di questo mondo ha mai potuto promettere alla sua amata che niente di lei, neanche un capello, sarebbe mai perito. Così invece ha fatto l’Uomo-Dio. E dunque, attraverso Gesù, tutto ci sarà restituito (per sempre) di noi e delle persone che amiamo. Dante, nella Divina Commedia, ha questa intuizione geniale: che le anime sono felicissime in Paradiso e non mancano di nulla, ma hanno “il disìo d’i corpi morti/ forse non pur per lor, ma per le mamme,/ per li padri e per li altri che fuor cari” (Par XIV, 63-65). E’ l’idea che la felicità sarà perfetta e totale in Paradiso non tanto per la resurrezione dei propri corpi, ma per la resurrezione delle persone che amammo. Ci sarà restituito tutto, perfino il loro sorriso perduto e il loro sguardo.

E trasfigurati in una eterna giovinezza come quella che è evidente in Maria quando appare ai veggenti (da Lourdes a Medjugorje) che, fra l’altro, la descrivono bellissima. La Madonna è infatti la prima dopo Gesù ad essere entrata nella gloria col suo stesso corpo. Il dogma dell’Assunzione ha questo significato: che tutto il nostro corpo è sacro. Ed è destinato all’eternità. Alla divinizzazione. I “gesti” con cui Gesù ci abbraccia, ci sostiene e ci trasfigura sulla terra – cioè i sacramenti – sono tutti legati a segni fisici. Trasformano anche il corpo. Niente come il cristianesimo esalta l’uomo, fin nella sua povera corporeità.

Con l’Eucaristia, fatta per struggersi in un cuore umano, entra nel cristiano la stessa Trinità: “per questo divino e ineffabile contatto”, dice il teologo, “l’anima e anche il corpo del cristiano diventano più sacri della pisside e delle stesse specie sacramentali” (Royo Marin).

Per questo non stupisce che la Chiesa, nella liturgia funebre, incensi il corpo dell’uomo che appartiene al corpo stesso di Cristo. E non stupisce che il corpo dei santi sia particolarmente venerato. Infatti in molti casi Dio si degna di fare miracoli proprio attraverso le reliquie dei santi. Padre Pio oltretutto portò nel suo stesso corpo i segni prodigiosi della crocifissione di Gesù, e per 50 anni, contro ogni legge naturale e biologica. La sua carne e il suo sangue emanavano il profumo di Cristo.

Così il corpo dei santi trasforma tutta la terra in altare e prepara la festa della resurrezione finale. Ricordate Alioscia Karamazov ? Rifiutando il padre biologico, descritto da Dostoevskij come fisicamente e moralmente brutto, il giovane scelse un padre spirituale dentro la vita monastica: lo starec Zosima. Ma fu sconvolgente per lui, alla morte del monaco, percepire, dopo poche ore, i segni della sua decomposizione fisica. Finché comprese, nel pianto, che quella era l’ultima lezione che gli dava lo starec. Capì che il corpo dei cristiani è il seme della prossima resurrezione e, disteso, abbracciò amorosamente la terra. Che “geme per le doglie del parto”. Finché vedremo la bellezza di “cieli nuovi e terra nuova” dove la giustizia ha stabile dimora e non c’è più il pianto.

E’ l’unica giustizia possibile. Il filosofo della Scuola di Francoforte, Theodor Adorno, pur marxista, osservò che una vera giustizia richiederebbe un mondo “in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma anche fosse revocato ciò che è irrevo cabilmente passato”. Concluse che dunque ci vorrebbe “la resurrezione della carne”.

E’ precisamente questa giustizia che la Chiesa annuncia, anche con la venerazione del corpo dei santi. Annuncia la risurrezione. Duemila anni fa gli intellettuali di Atene – dopo aver ascoltato con interesse Paolo – si misero di colpo a irriderlo appena annunciò la risurrezione dei morti. Come se fosse un ciarlatano o un matto. Il cristianesimo è questa rivoluzione (la sola!), una “notizia da pazzi”, non una minestrina di regole di buona educazione e di buoni sentimenti. Infatti si parlò di follia ieri sull’Areopago come oggi sulle colonne del Corriere della sera.

Antonio Socci

Da Libero

domenica 20 aprile 2008

Nascita e morte, la vita è sempre da tutelare

ACCANTO AL MALATO INGUARIBILE E AL MORENTE: ORIENTAMENTI ETICI ED OPERATIVI“
25.02.2008

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

con viva gioia porgo il mio saluto a voi tutti che partecipate al Congresso indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi“. Il Congresso si svolge in connessione con la XIV Assemblea Generale dell’Accademia, i cui membri sono pure presenti a questa Udienza. Ringrazio anzitutto il Presidente Mons. Sgreccia per le sue cortesi parole di saluto; con lui ringrazio la Presidenza tutta, il Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia, tutti i collaboratori e i membri ordinari, onorari e corrispondenti. Un saluto cordiale e riconoscente voglio poi rivolgere ai relatori di questo importante Congresso, così come a tutti i partecipanti provenienti da diversi Paesi del mondo. Carissimi, il vostro generoso impegno e la vostra testimonianza sono veramente meritevoli di encomio.

Già semplicemente considerando i titoli delle relazioni congressuali, si può percepire il vasto panorama delle vostre riflessioni e l’interesse che esse rivestono per il tempo presente, in special modo nel mondo secolarizzato di oggi. Voi cercate di dare risposte ai tanti problemi posti ogni giorno dall’incessante progresso delle scienze mediche, le cui attività risultano sempre più sostenute da strumenti tecnologici di elevato livello. Di fronte a tutto questo, emerge l’urgente sfida per tutti, e in special modo per la Chiesa, vivificata dal Signore risorto, di portare nel vasto orizzonte della vita umana lo splendore della verità rivelata e il sostegno della speranza.

Quando si spegne una vita in età avanzata, o invece all’alba dell’esistenza terrena, o nel pieno fiorire dell’età per cause impreviste, non si deve vedere in ciò soltanto un fatto biologico che si esaurisce, o una biografia che si chiude, bensì una nuova nascita e un’esistenza rinnovata, offerta dal Risorto a chi non si è volutamente opposto al suo Amore. Con la morte si conclude l’esperienza terrena, ma attraverso la morte si apre anche, per ciascuno di noi, al di là del tempo, la vita piena e definitiva. Il Signore della vita è presente accanto al malato come Colui che vive e dona la vita, Colui che ha detto: “Sono venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza” (Gv 10,10), “Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore vivrà, (Gv 10,25) e “Io lo resusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). In quel momento solenne e sacro, tutti gli sforzi compiuti nella speranza cristiana per migliorare noi stessi e il mondo che ci è affidato, purificati dalla Grazia, trovano il loro senso e si impreziosiscono grazie all’amore di Dio Creatore e Padre. Quando, al momento della morte, la relazione con Dio si realizza pienamente nell’incontro con “Colui che non muore, che è la vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita; allora viviamo” (Benedetto XVI, Spe salvi, 27). Per la comunità dei credenti, questo incontro del morente con la Sorgente della Vita e dell’Amore rappresenta un dono che ha valore per tutti, che arricchisce la comunione di tutti i fedeli. Come tale, esso deve raccogliere l’attenzione e la partecipazione della comunità, non soltanto della famiglia dei parenti stretti, ma, nei limiti e nelle forme possibili, di tutta la comunità che è stata legata alla persona che muore. Nessun credente dovrebbe morire nella solitudine e nell’abbandono. Madre Teresa di Calcutta aveva una particolare premura di raccogliere i poveri e i derelitti, perché almeno nel momento della morte potessero sperimentare, nell’abbraccio delle sorelle e dei fratelli, il calore del Padre.

Ma non è soltanto la comunità cristiana che, per i suoi particolari vincoli di comunione soprannaturale, è impegnata ad accompagnare e celebrare nei suoi membri il mistero del dolore e della morte e l’alba della nuova vita. In realtà, tutta la società mediante le sue istituzioni sanitarie e civili è chiamata a rispettare la vita e la dignità del malato grave e del morente. Pur nella consapevolezza del fatto che “non è la scienza che redime gli uomini” (Benedetto XVI, Spe salvi, 26), la società intera e in particolare i settori legati alla scienza medica sono tenuti ad esprimere la solidarietà dell’amore, la salvaguardia e il rispetto della vita umana in ogni momento del suo sviluppo terreno, soprattutto quando essa patisce una condizione di malattia o è nella sua fase terminale. Più in concreto, si tratta di assicurare ad ogni persona che ne avesse bisogno il sostegno necessario attraverso terapie e interventi medici adeguati, individuati e gestiti secondo i criteri della proporzionalità medica, sempre tenendo conto del dovere morale di somministrare (da parte del medico) e di accogliere (da parte del paziente) quei mezzi di preservazione della vita che, nella situazione concreta, risultino “ordinari”. Per quanto riguarda, invece, le terapie significativamente rischiose o che fossero prudentemente da giudicare “straordinarie”, il ricorso ad esse sarà da considerare moralmente lecito ma facoltativo. Inoltre, occorrerà sempre assicurare ad ogni persona le cure necessarie e dovute, nonché il sostegno alle famiglie più provate dalla malattia di uno dei loro componenti, soprattutto se grave e prolungata. Anche sul versante della regolamentazione del lavoro, solitamente si riconoscono dei diritti specifici ai familiari al momento di una nascita; in maniera analoga, e specialmente in certe circostanze, diritti simili dovrebbero essere riconosciuti ai parenti stretti al momento della malattia terminale di un loro congiunto. Una società solidale ed umanitaria non può non tener conto delle difficili condizioni delle famiglie che, talora per lunghi periodi, devono portare il peso della gestione domiciliare di malati gravi non autosufficienti. Un più grande rispetto della vita umana individuale passa inevitabilmente attraverso la solidarietà concreta di tutti e di ciascuno, costituendo una delle sfide più urgenti del nostro tempo.

Come ho ricordato nell’Enciclica Spe salvi, “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (n. 38). In una società complessa, fortemente influenzata dalle dinamiche della produttività e dalle esigenze dell’economia, le persone fragili e le famiglie più povere rischiano, nei momenti di difficoltà economica e/o di malattia, di essere travolte. Sempre più si trovano nelle grandi città persone anziane e sole, anche nei momenti di malattia grave e in prossimità della morte. In tali situazioni, le spinte eutanasiche diventano pressanti, soprattutto quando si insinui una visione utilitaristica nei confronti della persona. A questo proposito, colgo l’occasione per ribadire, ancora una volta, la ferma e costante condanna etica di ogni forma di eutanasia diretta, secondo il plurisecolare insegnamento della Chiesa.

Lo sforzo sinergico della società civile e della comunità dei credenti deve mirare a far sì che tutti possano non solo vivere dignitosamente e responsabilmente, ma anche attraversare il momento della prova e della morte nella migliore condizione di fraternità e di solidarietà, anche là dove la morte avviene in una famiglia povera o nel letto di un ospedale. La Chiesa, con le sue istituzioni già operanti e con nuove iniziative, è chiamata ad offrire la testimonianza della carità operosa, specialmente verso le situazioni critiche di persone non autosufficienti e prive di sostegni familiari, e verso i malati gravi bisognosi di terapie palliative, oltre che di appropriata assistenza religiosa. Da una parte, la mobilitazione spirituale delle comunità parrocchiali e diocesane e, dall’altra, la creazione o qualificazione delle strutture dipendenti dalla Chiesa, potranno animare e sensibilizzare tutto l’ambiente sociale, perché ad ogni uomo che soffre e in particolare a chi si avvicina al momento della morte, siano offerte e testimoniate la solidarietà e la carità. La società, per parte sua, non può mancare di assicurare il debito sostegno alle famiglie che intendono impegnarsi ad accudire in casa, per periodi talora lunghi, malati afflitti da patologie degenerative (tumorali, neurodegenerative, ecc.) o bisognosi di un’assistenza particolarmente impegnativa. In modo speciale, si richiede il concorso di tutte le forze vive e responsabili della società per quelle istituzioni di assistenza specifica che assorbono personale numeroso e specializzato e attrezzature di particolare costo. E’ soprattutto in questi campi che la sinergia tra la Chiesa e le Istituzioni può rivelarsi singolarmente preziosa per assicurare l’aiuto necessario alla vita umana nel momento della fragilità.

Mentre auspico che in questo Congresso Internazionale, celebrato in connessione con il Giubileo delle apparizioni di Lourdes, si possano individuare nuove proposte per alleviare la situazione di quanti sono alle prese con le forme terminali della malattia, vi esorto a proseguire nel vostro benemerito impegno di servizio alla vita in ogni sua fase. Con questi sentimenti, vi assicuro la mia preghiera a sostegno del vostro lavoro e vi accompagno con una speciale Benedizione Apostolica.