lunedì 9 giugno 2008

E contro i «no» ora si può gridare Forza Italia

Una nuova Italia sta uscendo dal guscio, per la quale si può ormai tranquillamente gridare Forza Italia, sia perché l’omonimo partito non c’è più e sia perché cominciano gli Europei di calcio. Quale nuova Italia è? È quella in cui si restringe sempre più il campo degli irriducibili (dipietristi, beppegrillani, pezzi di sindacato, pezzi di magistratura) e si gonfia il campo del consenso non tanto ideologico quanto quello per il bene del Paese e della collettività. Il campo del consenso investe le forze sociali, l’abbiamo visto proprio con i sindacati durante l’incontro con il Presidente del Consiglio, in modo trasversale e non partitico.
Si tratta di un panorama di riconciliazione di cui questo Paese ha un dannato bisogno proprio perché è dalla sua nascita condannato all’oblio e all’odio nella divisione. La nostra storia è fatta di blocchi di odio e di oblio: lo stesso Risorgimento alla vigilia delle celebrazioni dei 150 anni di unità d’Italia è un mistero, la rielaborazione di fascismo e antifascismo non valica la consolidata retorica, come la stagione della guerra fredda, del consociativismo fra Pci e Dc, dell’autonomismo craxiano, del berlusconismo e dell’antiberlusconismo viscerale. Oggi il Paese sembra ricomporsi sul presente e il futuro, ma esprimendo anche il bisogno di riconciliarsi, nella verità, con i macigni del suo passato.
In questo processo di ricomposizione del ben operare bisognerà che anche la Magistratura faccia la sua parte. Se è vero che i legislatori che siedono in Parlamento non si devono permettere di dire ai magistrati come fare il loro mestiere, è ancora più vero l’inverso: i magistrati non si devono permettere di dire ai legislatori come fare le leggi che poi devono applicare con scrupolo e intelligenza. Abbiamo invece assistito a due sgradevoli invasioni di campo, per non chiamarle ribellioni, in materia di intercettazioni e introduzione del reato di clandestinità. La protesta sulle intercettazioni, che non condividiamo affatto, potrebbe ancora considerarsi sensata perché le intercettazioni sono anche (oltre che un latente stato di polizia) uno strumento di lavoro investigativo. Ma che i magistrati, la cui legittimazione deriva da un concorso, si permettano di criticare e porre veti ai legislatori eletti dal popolo sulle leggi da fare, è un’anomalia che deve cessare perché è arrivata l’ora del ritorno alle regole, ai ruoli, e del rispetto delle linee di confine.
Paolo Guzzanti - IL GIORNALE

sabato 7 giugno 2008

Ricordando Bob Kennedy

Nel momento in cui Obama diviene l'unico candidato democratico per la Corsa alla Casa Bianca e segna quanto meno una svolta epocale nelle candidature alla presidenza degli USA essendo una persona di colore, non si può non ricordare chi a quella nomination non ci è mai arrivato.
 
Bob Kennedy, candidato democratico alla corsa per la candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti, venne ucciso 40 anni or sono, il 6 giugno 1968 a soli 42 anni, mentre veleggiava verso la vittoria. Di lui non si parlò molto allora e ancora oggi si tende a dimenticare,  il suo assassino è in carcere, ma moltissimi sono i dubbi che circondano questa vicenda.  
Bobby  era assolutamente consapevole di ciò che avrebbe potuto accadergli percorrendo la strada verso la Presidenza degli USA  e ciononostante decise di correre il rischio.
Ricordo il giorno del suo assassinio, l'agoscia provata e lo strazio di vederlo a terra con lo sguardo perso nel cielo. A lui dedico un ricordo e la bellissima frase che era solito citare nei suoi discorsi e che è di Eschilo, il suo poeta preferito. La trovo adattissima per la circostanza e valida per tutti noi.

"Anche mentre dormiamo, il dolore che non riesce a dimenticare cade goccia a goccia sul nostro cuore fino a quando, pur nella nostra disperazione e persino contro la nostra volontà la saggezza prevale attraverso la grazia di Dio”.

Riporto anche una frase di Bobby  che mi è sempre piaciuta e che ha ispirato molte volte la mia vita, eccola:
 
"Molte persone guardano le cose come sono e si domandano perchè, io preferisco sognare cose che non esistono e domandarmi perchè no"
Robert Kennedy

martedì 3 giugno 2008

ll nuovo dogma: la Costituzione come l'Immacolata



Da sempre, per me il 2 giugno è l'unica festa civile italiana. A nemmeno 14 anni avevo una tessera in tasca, l' unica per me. Quella del partito repubblicano di Ugo La Malfa. Ci tengo, al no ai Savoia degli italiani nelle urne, sia pure con un Sud a larga maggioranza per il re. Per questo, il 2 giugno non va confuso con altro. Com'è invece rito. Come ha fatto anche ieri il Capo dello Stato. E come fa chi polemizza a vanvera con la Lega. (...) (...) Che cosa ha detto di fuorviante, secondo me, Giorgio Napolitano? Ve lo ripropongo: «Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale, prima espressione di voto a suffragio universale nella storia nazionale, gli italiani scelsero la Repubblica ed elessero l'Assemblea costituente, che, l'an no successivo, avrebbe approvato la Carta costituzionale, ispirazione e guida della ricostruzione materiale ed istituzionale dell'Italia e, da allora, simbolo e fondamento della democrazia del nostro Paese». Non ci siamo. Unire la scelta repubblicana espressa dagli italiani con la Costituzione «simbolo e fondamento» è storicamente sbagliato, e politicamente pericoloso. Ed è proprio questo binomio Repubblica-Costituzione, celebrato per 60 anni da tutti coloro che vogliono la Costituzione immodificabile, il retroterra poi delle polemiche infondate espresse ieri per la presunta assenza della Lega dal palco a via dei Fori Imperiali. Poiché la Lega nasce a fine anni Ottanta proprio come forza politica che programmaticamente chiede una riscrittura della Costituzione nella forma di Stato, ecco che il riflesso condizionato dei conservatori è di considerarla sediziosa. Come nella Prima Repubblica la sinistra faceva con il Movimento sociale di Almirante, estraneo al compromesso costituzionale. La polemica con la Lega dice tutto. A parte il fatto che sul palco a Roma c'era il vicepresidente del gruppo leghista al Senato, Sergio Divina. Soprattutto, il ministro dell'Interno Maroni presenziava alla cerimonia ufficiale di Varese. E che bisogna concluderne? Chi chi non sta sul palco romano non commemora a dovere il 2 giugno? Allora aboliamo tutti i festeggiamenti ufficiali nei capoluoghi italiani. Ma, ripeto, è ovvio che il problema non è affatto questo. Sta proprio nell'endiadi riproposta ieri da Napolitano, tra scelta repubblicana degli italiani e vincolo della Costituzione. No, gli italiani non scelsero affatto la Costituzione oggi vigente, quel 2 giugno. NO ALLA MONARCHIA Si pronunciarono solo sulla fondamentale questione istituzionale, tra monarchia e Repubblica. E lo fecero grazie a un decreto luogotenenziale emanato da Umberto II, il numero 98 del 1946, voluto dai monarchici, convinti di avere la maggioranza degli italiani. Mentre il precedente decreto luogotenenziale che aveva, rispetto allo Statuto albertino, posto le basi giuridiche del governo provvisorio del Cln, il numero 152 del 1944, aveva rimesso tutte le scelte sulle nuove istituzioni dello Stato all'Assemblea costituente che, quel 2 giugno, contestualmente al referendum venne eletta dagli italiani. La Costituzione fu il frutto del confronto tra partiti, fino a febbraio del '47 nella redigente "commissione dei 75" guidata da Meuccio Ruini e articolata in tre sottocommissioni, e poi, da febbraio del 1947 fino al 22 dicembre quando vi fu l'approvazione finale, nel plenario della Costituente. Pezzi interi furono riscritti, in aula. E per quanto piaccia giustamente a molti ricordare che alla fine ben 453 su 556 membri della Costituente furono i voti favorevoli al testo che entrò in vigore dal primo gennaio 1948, le due crisi politiche attraversate dai governi De Gasperi avevano segnato in profondità l'atmosfera costituente stessa. E rimasero un caposaldo nell'intero cinquantennio successivo. A febbraio del '47 la prima crisi vide la scissione socialista, con Saragat che abbandonò il frontismo di Nenni per il campo democratico e occidentale. A maggio, la rottura "epocale" della Dc col Pci di Togliatti. Roba non da ridere, visto che i socialisti e comunisti sommati, scelti dagli italiani alla Costituente quel 2 giugno, erano 219 rispetto ai 207 della Dc. Ma questo, appunto, riguarda la storia. Ciò che conta, politicamente, è che gli italiani dissero sì alla Repubblica. Non si espressero invece mai, sulla Costituzione. Ed è almeno da una ventina d'anni ormai, che tra crisi e travagli profondi e laceranti del sistema politico-istituzionale italiano, avremmo dovuto tutti capire - in primis i politici, e più i Capi dello Stato, da Cossiga in avanti - che proprio per salvaguardare la Repubblica scelta e voluta tra tante sofferenze dagli italiani, occorre essere pronti a modificare anche profondissimamente la Costituzione. Essa è figlia del grande compromesso tra tre forze - democristiani, socialisti e comunisti - che non esistono più nell'Italia di oggi. Ma questo fatto da solo, pur molto significativo, non sarebbe in sé decisivo. Se il compromesso disegnato in quel testo si fosse provato tanto lungimirante da reggere sessant'anni con solida e intatta capacità di disegnare attribuzioni e contrappesi ancora efficienti. PREMIER OSTAGGIO Sappiamo tutti che non è così. Non è così nella forma di governo, visto che il parlamentarismo perfetto della Costituzione del '48 disegna un premier senza poteri ostaggio dei partiti. Tanto che gli italiani hanno fatto da sé. Prima coi referendum elettorali, che hanno superato il proporzionalismo esasperato. Poi, sposando energicamente e al volo lo schema non solo nettamente bipolare ma tendenzialmente bipartitico, offerto loro il 14 aprile scorso, da Berlusconi come da Veltroni. Nella forma-Stato, poi, un vero federalismo istituzionale e fiscale è ormai parte coessenziale dell'orizzonte attuativo di questa legislatura. È confermato anche dal sondaggio in cui, per la prima volta, scende sotto il 50% la percentuale di italiani che dichiara per il 2 giugno al Corriere della sera di riconoscersi nell'identità unitaria italiana. L'Italia "una" non ha funzionato. Quella federale è da fare. Per difendere la Repubblica, perché non cada sotto il peso delle proprie inefficienze. Per questo, il 2 giugno non è la festa dell'attuale Costituzione. Come tutte le norme frutto di compromessi politici, la Costituzione si cambia tutte le volte che serve. Il rispetto per la volontà diretta degli italiani è sacro. Quello per i compromessi dei partiti, no. E quando gli uomini delle istituzioni difendono i compromessi politici dietro lo schermo di volontà che il popolo non ha espresso, essi servono i partiti e non le istituzioni.
fonte:LIBERO

lunedì 2 giugno 2008

Buon 2 giugno a tutti

Oggi è la festa della Repubblica, lo scrivo per tutti quegli italiani che non sanno che cosa si festeggia oggi, e purtroppo non sono pochi. La nostra Italia sta faticosamente cercando di rimettersi in piedi, ma la strada è ancora lunga e difficile. Noi tutti dobbiamo tifare per lei proprio come facciamo con la Nazionale di calcio, dobbiamo urlare dagli spalti delle nostre città il nostro no a chi rema contro il cambiamento proprio come faremmo con un arbitro che non assegna un rigore alla nostra squadra.
Non dobbiamo permettere che nessuno tenti di affossare quello che il Governo sta facendo per liberare Napoli dai rifiuti, per liberarci da un po' di tasse, per risolvere il caso Alitalia e per tutto il resto.Chi ci governa è stato eletto con una vasta maggioranza, ha il diritto e il dovere di governare.
Questo è il nostro ultimo treno, l'Italia non può perderlo e se tutti noi faremo sentire la nostra voce alta e forte quel treno ci porterà verso un paese più moderno, più equo, più giusto.

giovedì 29 maggio 2008

Paola non ha avuto giustizia

Trapani: incidente aliscafo, condannato comandante

28 Maggio 2008, 19:10

TRAPANI - Un anno e dieci mesi, con pena sospesa, per Mario Scaduto, il comandante dell'aliscafo "Giorgione", in relazione all'incidente nel porto di Trapani del 9 agosto scorso. Le accuse vanno dal naufragio colposo all'omicidio colposo, alle lesioni plurime colpose. L'aliscafo si scontrò con la barriera frangiflutti del porto: perse la vita un turista, dieci i feriti. (Agr)


Questo lo scarno comunicato che è stato diffuso ieri sera alla stampa, la turista che non ha nemmeno il diritto di essere nominata è Paola Romano, una carissima amica di famiglia, che appunto in quell'incidente perse la vita.

La sorella di Paola, Serena cercò subito di attivare attraverso il blog Amici di Paola una indagine investigativa sulle cause di  un incidente che probabilmente non è da imputare al solo comandante della nave. Molte televisioni intervistarono, fecero servizi, posero interrogativi, ma poi più nulla.

Gli interrogativi  che erano stati posti restato ancora tutte in piedi: era sicuro l'arrivo in quel porto? Erano in funzione di radar direzionali? La tragedia si poteva evitare? A queste domande nessuno ha dato risposta.

Certo Mario Scaduto era il comandate dell'Aliscafo, ma è davvero solo lui il responsabile della morte di Paola e se così fosse, è ammissibile che la sua pena sia solo di 1 anno e poco più e che grazie alla condizionale egli non debba scontare nemmeno un giorno di carcere? Non si è trattato di un incidente tra auto, qui si parla di trasporto pubblico, forse qualche responsabilità in più dovrebbe essere considerata.

Paola Romano se ne è andata in una notte di agosto, aveva tante aspettative per il suo futuro, aveva tanta voglia di vivere. Paola Romano non ha avuto giustizia, almeno la giustizia degli uomini, e ci è stata strappata per la seconda volta.