giovedì 18 settembre 2008

Nelle scatole dei lavoratori Lehman sta il vero coraggio

Quella scatola di cartone da sola spiega già tutto. Vale più di un trattato sulla diversità culturale e antropologica del popolo americano. Questi yankee: non avranno il senso del passato tanto che basta uno scatolone a contenerlo tutto. Di sicuro, però, hanno quello del futuro: la certezza che nulla è definitivamente perduto e la speranza che si ricominciare si può. E poi, avete notato? Mica sbraitano e protestano: sembrano accettare come assolutamente “normale” quel trasloco; sorridono sia pur tristemente, ma sorridono. Indossano jeans e t shirt da week end, escono dai palazzi di vetrocemento con lo scatolone. Forse non è la prima volta che han dovuto infilare nella scatola le foto della moglie o del compagno, il fermacarte portafortuna, il computer portatili, le dediche dei colleghi, l’agenda e qualcuno pure la piantina che teneva sulla scrivania. Per molti di loro, dicono le cronache, l’annuncio del licenziamento è arrivato semplicemente con una e-mail: “Grazie per la collaborazione, da domani l’ufficio sarà chiuso. Avete 48 ore per liberare la vostra scrivania”. E’ la formula prestampata per licenziare: nessuno chiede il parere al giudice del Lavoro o le controfirme del rappresentante sindacale. Come se il trasloco fosse nel conto già al momento dell’assunzione.
Ma ve la immaginate una cosa simile in Italia? No, per fortuna, direte subito. Forse avete ragione. Però in fondo a quegli scatoloni, potrebbe esserci dell’altro. Lo si percepisce a vista, basta accostarli alle fotografie delle manifestazioni Alitalia. A Roma, piloti scalmanati in mutande, ringhiosi come kamikaze giapponesi. Hostess in verde con la bandana e il fazzoletto sul volto, a mo’ di improbabili guerrigliere della business class. Urla, slogan di guerra, tamburi, fischietti che nemmeno i metalmeccanici dalla povera busta paga da mille euro al mese riescono a piantare tanto casino. A New York, tutti in coda, gentili e discreti con lo scatolone d’ordinanza. Ma non è soltanto, crediamo, questione di carattere e temperamento. Forse, è il non aver paura del futuro, la disponibilità a ricominciare sempre daccapo, il coraggio di cercare un Nuovo Inizio, quando le circostanze si mettono male e una storia finisce. Piace credere che quei cartoni a New York dicano questo: “Coraggio, rifatevi una vita, reinventatevi un lavoro. In questo Paese si può”.
Che strana forza che paradossalmente si fonda su un principio friabile, sulla convinzione che nulla è garantito, dovuto e legittimamente preteso. Attenzione, nessuno può gioire per migliaia di licenziamenti e gufare perché ciò accada anche da noi. Sarebbe follia. Ma tra la cassaforte italiana e i leggeri e indifesi box americani, una via di mezzo ci sarà pure. Ma occorre rischiare.
I brokers della Lehman hanno messo i loro sogni in scatola, in attesa di poterli spacchettare altrove, su altre scrivanie, in un’altra città. Noi, invece li continuiamo a tenerli chiusi nei cassetti che alla fine diventano armadi a muri inamovibili. La differenza sta tutta qui.
A voi, cari amici, la parola.

fonte Libero-Santambrogio

martedì 16 settembre 2008

Ma smettiamola di chiamarli insegnanti...

Ho letto ieri di insegnati di scuola elementare che si sono presentate in classe con la fascia nera al braccio o addirittura, tutti vestiti di nero , ho letto di striscioni neri fatti penzolare dalle finestre delle scuole, ho letto ancora di prese di posizione di cattivo gusto e assai poco educative da parte di docenti delle scuole primarie.
La domanda sorge spontanea: ma a chi affidiamo l'istruzione dei nostri figli e nipoti? A gente con scarsa preparazione che si fa chiamare insegnate senza insegnare nulla e che nasconde la propria incapacità dietro l'ideologia.
Non è educativo mostrarsi tutti vestiti a lutto a bimbi magari di prima elementare, una iniziativa come questa avrebbe dovuto far scattare una sanzione disciplinare da parte del Ministro.
La scuola va ripulita, vanno spazzate vie le politicizzazioni e le scelte ideologiche. Dal 1968 il carrozzone della pubblica istruzione è stato il bacino di voti della sinistra, per anni dietro le attività "culturali" che si svolgevano a scuola si sono celati tentativi di indottrinare i ragazzi, questo qui a Milano è avvenuto perfino nelle scuole materne.
E i genitori che hanno fatto? Niente. Niente perchè quelli di loro che erano impegnati nella scuola, tranne pochissime eccezioni, erano di sinistra. Ricordo alunni di V elementare portati in gita cantando "O bella ciao" sotto lo sguardo incredulo di genitori "assenti", ricordo iniziative chiamate "culturali" che altro non erano che un grande spreco di denaro pubblico ma che producevano adepti.
Spero che il Ministro Gelmini ponga fine a tutto questo. Veltroni ha detto ieri che per la sinistra la scuola è tutto, non stento a crederlo e per i motivi che ho elencato prima.
Anche per i liberali la scuola è tutto, ma chi è liberale non ha nessuna ideologia da trasmettere, desidera solamente che i ragazzi vengano istruiti, sia che il maestro sia unico e ve ne siano quattro. E' il risultato che conta.

domenica 14 settembre 2008

Un Papa che illumina il mondo

Papa Benedetto è a Lourdes, in quel luogo straodinario molti di noi vorrebbero esserci con lui e da Lourdes con la forza delle sue parole, il Papa indica la via ad ogni credente ed è una via limpida, priva di compromessi, una via che ognuno di noi può scegliere con libertà assoluta.

"Mai Dio domanda all’uomo di fare sacrificio della sua ragione!". "Mai la ragione entra in contraddizione reale con la fede! L’unico Dio - Padre, Figlio e Spirito Santo - ha creato la nostra ragione e ci dona la fede, proponendo alla nostra libertà di riceverla come un dono prezioso. È il culto degli idoli che distoglie l’uomo da questa prospettiva - osserva - e la ragione stessa può forgiarsi degli idoli".

"
Seguire il signore è il mezzo migliore per fuggire gli idoli". "Lui solo ci insegna a fuggire idoli come il denaro, la sete dell'avere,il potere e perfino il sapere. A tutti gli uomini di buona volontà che mi ascoltano io dico come San Paolo: fuggite il culto degli idoli, non smettete di fare il bene, di ricercare la verità e la giustizia in questo mondo e fatelo a qualsiasi costo".

mercoledì 10 settembre 2008

.. Due parole sul campo di concentramento di GUSEN

La visita a Mauthausen e Gusen ha lasciato il segno. E' stata una visita che definirei spirituale, è stato come visitare un santuario costruito della sofferenza di milioni di persone che con le braccia tese verso il cielo gridano di non dimenticare tutto l'orrore che hanno vissuto. Da quel luogo così triste, ma dalla memoria palpabile in ogni angolo, noi non riuscissimo a staccarci, avvertiamo la necessità di ritornare per conoscere meglio, per capire, per manifestare tutto il nostro rispetto. Certo il fatto che mio padre in quei luoghi abbia subito il martirio e fortunatamente si sia salvato spiega in parte il nostro stato d'animo, ma le emozioni sono state così forti da farci rendere subito conto di come sia inutile affannarci attorno ai piccoli rumori quotidiani.

Vorrei soffermarmi un attimo su Gusen, perchè è proprio quello che resta o meglio che non resta di questo KZ che mi ha indignato maggiormente. Il memorial di Gusen è un grosso cubo in cemento circondato da case con vista sul crematorio, ma ho scoperto che nel paese, per altro grazioso, sono disseminate alcune costruzioni che erano parte del campo e che ora sono diventate abitazioni residenziali, in particolare voglio mostrarvi una incredibile sequenza fotografica


Questa è una fotografia del primo dopoguerra. L'ingresso del campo è ancora sostanzialmente intatto. Una grande scritta annuncia che lì si trova un'azienda che lavora il granito, il materiale che ancora si preleva dalla vicina cava, la stessa nella quale vennero uccisi di fatica e di stenti migliaia di prigionieri. Ogni giorno, con crudele sistematicità, prigionieri di ogni nazionalità erano torturati e uccisi in quelle celle. L'ampio portone costituiva l'ingresso principale del campo: di lì sono transitati tutti i deportati di Gusen.


L'ingresso del Lager è diventato una villa "di alta rappresentanza", come si suol dire. Qua e là ci sono ancora i residui di un cantiere, ma il più è fatto. Ai due lati della palazzina sono stati costruiti portici e terrazzi. Il passaggio centrale è stato chiuso con una grande vetrata, e si intravede appena il luminoso interno. Ai lati del vialetto d'ingresso hanno portato della terra buona per asgevolare la crescita di piante e fiori. Nel "Bunker", chissà, forse i nuovi proprietari terranno vino o birra.



La residenza oggi. Nel giardino hanno preso forma gli alberelli, il vialetto è asfaltato, in una parola la trasformazione è ultimata. Solo quelle quinte di pietre della zona che fanno da corona alla veranda sono ancora intatte, e parlano, nonostante tutto, della vita e della morte di tanti uomini portati qui a lavorare come schiavi e a morire per la gloria del Reich Millenario.

Anche gli altri campi satelliti di Mauthausen sono stati cancellati, come mai l'Astria vuole che si dimentichi? Perchè questo è potuto accadere? Un buon giornalismo d'inchiesta di queste cose si deve occupare, tenterò di farlo anche se l'impresa travalica le mie forze.



martedì 9 settembre 2008

Lucio Battisti dieci anni fa

Fu il 9 settembre del 1998, in un mattino melanconico di dieci anni fa, che Lucio Battisti se ne andò, nell’ospedale milanese dove l’aveva condotto un male indomabile. Aveva cinquantacinque anni, lo descrissero gonfio, i capelli ricci bruciati dalla chemioterapia, i modi schivi di sempre.

La sua ostinata riservatezza non ci consente oggi di tracciarne un profilo umano e allora lo ricordiamo sulla scorta delle avare notizie che lui lasciò trapelare: la nascita a Poggio Bustone, nei pressi di Rieti, l’approdo a Milano, chitarra a tracolla, l’esordio tra i Campioni di Tony Dallara e poi la grande fortuna della sua vita, l'incontro con Mogol. Che dapprima giudica non eccelso il talento battistiano, poi decide d’aiutarlo a crescere: gli scrive splendidi testi, ne diventa pigmalione e maestro, ne rafforza il gusto e fors'anche l'inventiva.
Prende forma così lo stile battistiano: figlio di molti stili, e tuttavia inconfondibile. Vi confluiscono il senso, tutto italiano, della melodia sinuosa, i rapinosi crescendo e insieme i suoni e i ritmi anglosassoni. Gli echi del Brasile, la levigatezza del pop e talora l’impazienza del rock, o le armonie eterodosse del jazz. Ma non meno fecondo è l’apporto di Mogol. In quei tardi anni Sessanta in cui decollano De André e Guccini, e Gaber ripudia le canzonette per votarsi all’impegno civile, il maestro milanese non rinuncia ai suoi bozzetti d’amore e di vita spicciola, né al suo intimismo mai banale. Mogol non ha rivali, nello smascherare l’epopea nascosta del quotidiano, la grandezza sommessa della piccole cose, il profilo antiretorico, antioleografico della realtà. Grande tecnico, i suoi testi s’adattano perfettamente alla musica di Battisti e ai suoi tratteggi spesso imprevedibili. E nascono così pagine come 29 settembre, Acqua azzurra acqua chiara, Mi ritorni in mente. E ancora Fiori rosa fiori di pesco, I giardini di marzo, Pensieri e parole, La canzone del sole. Nonché Emozioni, di tutto il canzoniere battistiano la pagina, come da titolo, più emozionante: ché a una melodia monocorde suppliscono il testo di Mogol e l’arrangiamento di Reverberi, straordinari entrambi. Poi subentrano dissidi, interessi contrapposti, insofferenze crescenti: la coppia scoppia. E il mito di Battisti imbocca un tunnel acceso soltanto da bagliori saltuari. La collaborazione col poeta Pasquale Panella induce una musica gelida, tecnologica, tutta di testa. Su liriche dove l'emozione latita dietro geniali, ma inestricabili giochi di parole. Il primo album del nuovo corso, Don Giovanni, è a suo modo un capolavoro. Gli altri assai meno. Ma il più, e il meglio, è già stato fatto.

Per molti di noi il Lucio dell'epoca Mogol ha scritto la colonna sonora della gioventù e ci accorgiamo con piacere che ha emozionato e continua ad emozionare anche i nostri figli e per questo merita il nostro grazie e il nostro ricordo affettuoso.