mercoledì 29 aprile 2009
Silvio ritira la legge su Salò, Pd in festa ma....
Il Parlamento è sovrano a intermittenza
Ma non era sovrano, questo Parlamento? Ma non era "Silvio dittatore" che cuce e disfa come gli pare? Non c'erano vesti strappate ogni volta che la maggioranza faceva quel che le pareva senza chiedere all'Aula? Eppure questa volta proprio Franceschini ha chiesto a Berlusconi: prego, tolga la legge su Salò. Ma le leggi non le facevano mica i parlamentari? Misteri del Pd. Il premier, da parte sua, non se l'è fatto ripetere due volte: non dev'essergli parso vero, questo invito all'autoritarismo servito dalla sinistra sul piatto d'argento. Detto fatto, la proposta di legge che il Parlamento avrebbe dovuto perlomeno discutere -dare o non dare un vitalizio a tutti quelli che hanno combattuto la Guerra, anche ai repubblichini- non c'è più. Il dibattito in Aula è saltato, e franceschini e il Pd apprlaudono beoti come a una loro vittoria. Non hanno capito. Il Cavaliere è stato al gioco, ultimamente fa così: spegne il cerino prima che prenda fuoco. Politicamente e strategicamente fine: chi può più dirgli niente? Franceschini provoca, lo invita in Abruzzo per il 25 aprile? E lui ci va, perché no. Franceschini chiede parole di pacificazione? Eccolgiele. Franceschini dice: e vabbè, troppo facile: ritiri una proposta di legge. Pronto. Che vuole di più, il Pd? Che senso ha di esistere, visto che il Cavaliere è così conciliante e non è più il Babau contro cui combattere? Resta il fatto che il Pd ha chiesto, e Silvio ha concesso, che il Parlamento stesse zitto. La legge nemmeno si discute: si ritira prima. Se questa è la democrazia che il Pd vuole...
Albina Perri
martedì 28 aprile 2009
Un convegno al CIRCOLO DELLA STAMPA per parlare della professione
Sabato 9 maggio si terrà in tutt'Italia la Giornata dell'informazione. L'iniziativa è stata varata dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti d'intesa con i Consigli regionali.
Sarà una giornata di riflessione e proposte su tematiche fondamentali e attuali della professione giornalistica, a partire dal progetto di riforma dello nostro Ordine, approvato all'unanimità lo scorso ottobre 2008 dal Consiglio nazionale riunito a Positano. L'Ordine dei giornalisti della Lombardia, per l'occasione, organizza al Circolo della Stampa (h. 10) un dibattito dal titolo "Una professione tra riforme e censure". La giornata dell'informazione diventa tanto più importante nel momento in cui si sta vivacemente discutendo, in tutto il Paese, del problema delle intercettazioni, della privacy in relazione a quanto concerne il lavoro dei cronisti nonché della Carta di Roma che prevede un Codice etico contro la xenofobia nei media e per il rispetto della dignità dei migranti. Durante il convegno ne parleremo con i giornalisti Alessandro Galimberti (Il Sole 24 Ore) che interverrà sul Disegno di legge per le intercettazioni, Marco Volpati (Ordine nazionale) che illustrerà il progetto di riforma dell'Ordine, Stefano Trasatti, tra i fondatori di Redattore sociale e l'avvocato Caterina Malavenda che parlerà di privacy e diritto di cronaca. Coordina il dibattito Letizia Gonzales, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia.
domenica 26 aprile 2009
PREMIO SYMBELMINE

Questo Blog ha ricevuto il premio SYMBELMINE, un riconoscimento per lo sforzo e il lavoro nell'attività giornalistica, ne sono molto felice e ringrazio gli organizzatori dell'iniziativa.
25 APRILE: una festa di partito e gli italiani sono stufi
Pansa, intorno a questa festa tutti gli anni si fa un gran parlare sui giornali: ma alla gente interessa ancora festeggiare il 25 aprile?
No, è una festa che non viene più sentita dalla gente, per il semplice motivo che ormai da anni è diventata, di fatto, una festa di partito. Questo è avvenuto un po’ per l’assenza dell’opinione pubblica di centrodestra; ma soprattutto ciò si è verificato a causa della cavalcata arrogante di tutte le sinistre. Ricordo invece che c’è stato un tempo in cui la cosa era vissuta in modo diverso. Nel 1945 io avevo dieci anni, e abitavo in una piccola città del Piemonte, Casalmonferrato: lì, allora, negli anni successivi si assisteva a una festa di tutti. Poi è cambiata radicalmente.
Che cosa in particolare è cambiato?
È diventata – soprattutto la manifestazione più in vetrina di tutte, cioè quella di Milano – un’adunata di tutte le sinistre che io chiamo “regressiste”, quelle più scaldate, che coprono di insulti chiunque parli dal palco e non appartenga al loro clan. Questo è accaduto a Pezzotta qualche anno fa; e soprattutto è successo a Letizia Moratti, colpevole di essere stata ministro con Berlusconi, che fu letteralmente cacciata dal corteo, nonostante si trovasse lì con suo padre Paolo Brichetto, un bravo partigiano della Brigata Franchi di Edgardo Sogno, poi finito a Dachau. Di fronte a questi episodi risulta evidente che sia diventata una festa senza senso. Ecco perché l’opinione pubblica diserta questi appuntamenti: non la sente come festa nazionale, perché connotata da un antifascismo autoritario, che esclude, anziché includere.
Lei ha scritto molti libri su queste vicende, e andando in giro per l’Italia a presentarli ha incontrato tanta gente che ha vissuto sulla propria pelle certe esperienze. Che tipo di umanità emerge in questi incontri?
Sì, in effetti incontro tantissima gente, ancora oggi. Già quando è uscito nel 2002 “I figli dell’aquila”, la storia di un ragazzo che aveva combattuto con la Repubblica sociale, avevo cominciato a ricevere molte lettere, di gente che sostanzialmente diceva: «meno male che c’è qualcuno che racconta l’altra parte della storia». Ma quello che più mi ha colpito – lo ricordo anche nel libro che uscirà a fine maggio per Rizzoli, dal titolo “Il revisionista” – è che con l’uscita del “Sangue dei vinti”, a ottobre 2003, ricevetti già prima di Natale più di duemila lettere, ancora dello stesso tono.
Non è dunque una parte marginale dell’Italia quella che aveva bisogno che qualcuno raccontasse l’altra parte della storia.
C’è stata – e c’è ancora oggi – un’Italia divisa, cui ci riferiamo quando parliamo di guerra civile. In mezzo c’era quella che Renzo De Felice chiamava la “zona grigia”, di cui per altro faceva parte anche la mia famiglia, fatta di gente che aspettava che finisse la guerra, sia quella dei bombardamenti che quella dei rastrellamenti. Ma c’era anche l’Italia che aveva combattuto con la Repubblica di Mussolini, e che è stata messa a tacere. Io non faccio altro che incontrare tutti i giorni, per strada, al bar, in treno, al ristorante, gente che mi ferma e mi ringrazia per aver dato voce a un’Italia che è stata costretta a stare zitta per sessant’anni.
Verrebbe da dire che sono più gli esclusi che hanno voglia di fare una festa…
In effetti questa Italia sarebbe disposta sì a fare una festa, che fosse una festa vera. Sarebbe cioè disposta a celebrare il 25 aprile come la data che segna la fine della guerra per tutti, anche per chi ha perso. Ma quando poi vede che è diventata la festa dei vincitori, e soprattutto di quelli più autoritari, allora conclude che è meglio stare a casa.
Ma è una cosa che riguarda solo le generazioni passate, o vede questo stesso sentimento anche nelle generazioni successive a quelle della guerra?
Be’, visto che gli anni passano, mi capita di incontrare qualcuno molto anziano, che è stato nella Repubblica sociale; ma nella maggior parte dei casi incontro i loro figli e nipoti, e nella loro memoria la guerra civile è ancora presente. Il silenzio imposto, obbligato, visto come una costrizione ingiusta, crea una rabbia che poi si estende a giri famigliari sempre più vasti. Magari anche gente che vota a sinistra, ma che non digerisce questa Italia dalla lingua tagliata, e che si ribella, seppur pacificamente, a che ci sia una parte della vicenda della nostra storia che debba essere cancellata.
Quando ha iniziato a scrivere su questi argomenti prevedeva che avrebbero riscosso tanto successo, e che avrebbero generato anche tante polemiche?
Io ho iniziato a scriverli quasi senza rendermi conto di quello che facevo; poi è andata crescendo la sensazione di aver preso una strada molto importante. Una strada che racconto in questo ultimo libro, “Il revisionista”: mi era stato chiesto di raccontare il mio percorso autobiografico, ma m’è sembrata una richiesta eccessiva. Non sono un personaggio così importante, e quindi, come si dice dalle mie parti, mi sono tenuto basso. Ho voluto raccontare come sono arrivato a scrivere questi libri, per dare voce a un’Italia costretta al silenzio, che in questo mi ha seguito. Pensare di essere i soli a rappresentare l’Italia, come fa la sinistra “regressista”, è una vera stupidaggine, perché poi la gente non ti crede, e non ti segue. Anche se poi Piazza del Duomo viene riempita, non cambia nulla: non è comunque una festa sentita.
Cosa ne pensa infine della scelta di Berlusconi di partecipare alle manifestazioni ma di non andare a Milano?
Ne ho parlato nel pezzo uscito sul Riformista martedì: un articolo tutto sommato banale, in cui non ho fatto altro che dire al presidente del Consiglio: prima di decidere di andare a Milano, bisogna che qualcuno le ricordi quello che è successo negli ultimi anni. E non ho nemmeno ricordato tutto: solo dopo aver mandato il pezzo infatti mi sono ricordato che c’erano state anche le nuove brigate rosse, che avevano sfilato con giganteschi cartelloni riportanti i nomi dei loro compagni in cella. E nessuno li ha cacciati dal corteo. Ora giustamente Berlusconi non andrà a Milano, ma andrà a Onna, paese distrutto dal terremoto, che fu anche teatro di una strage operata dai tedeschi in ritirata. Ha fatto bene a prendere questa decisione, e a non dare ascolto all’invito scioccamente arrogante di Franceschini. È stato questo il motivo per cui ho deciso di scrivere l’articolo: m’ha dato fastidio quell’arroganza nel dire: “vieni a Milano, che ti copro io”. Detto poi da uno che non è nemmeno in grado di coprire sé stesso.
(Rossano Salini)
venerdì 24 aprile 2009
Avventuriero anticapitale Il “Che” piaceva a destra
Ernesto Guevara della Serna, presente! Sulle prime potrebbe sembrare una scena tratta dal film “Fascisti su Marte”, del ritocco di un file audio o semplicemente di uno scherzo.
Che infervorati no global portino, tatuati sul braccio, effigi di Ernesto Che Guevara non stupisce nessuno. Che alle manifestazioni della CGIL sfilino bandiere rosse con sopra riprodotto il volto del guerrigliero argentino sembra lapalissiano. Ma il mito del rivoluzionario argentino riecheggia su lidi inattesi. Molti risponderebbero che è ovvio, basta guardarsi in giro. Il Che è diventato uno strumento di marketing e di commercio: magliette, spille, collezionabili da edicola, libri, DVD...
Casi per nienteisolati
Insospettabile forse che nell’altra metà del cielo, quello nero, molti cuori abbiano palpitato e ancora palpitino per il guerrigliero argentino. Tra i neofascisti, i nazionalrivoluzionari e i fascisti rossi la figura di questo compagno tanto amato a sinistra, suscita entusiasmi inattesi. E non dell’ultima ora, adesso che il gusto per il postfascismo o per i ripensamenti diventano moneta corrente.
Nell’ammirazione neofascista del Che si canta il gusto dell’avventura, le scelte dettate dallo stile piuttosto che dall’ideologia, l’atto gratuito, insomma il “Me ne frego”. Di questo amore folle racconta l’ultima fatica di Mario La Ferla in L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante in libreria in questi giorni (Stampa alternativa, pp. 214, euro 14).
Non è un’infatuazione peregrina dei nazionalrivoluzionari nostrani. All’inizio fu Juan Domingo Perón, il presidente dell’Argentina, che certo non può dirsi progressista. Negli anni dell’esilio in Spagna dopo essere stato rovesciato da una giunta militare appoggiata da Washington, non ci pensò due volte ad accogliere, con il beneplacito di Francisco Franco, il Che al suo arrivo in terra iberica.
E fu lo stesso presidente argentino, sembra, a mettere in contatto il Che con Boumedienne, uno dei capi del Fronte di liberazione e poi presidente dell’Algeria. Non è un caso unico, isolato.
Anche Jean Thiriart, fondatore di Jeune Europe, uno dei primi movimenti europeisti catalogati a destra, non ha esitato negli anni Sessanta a innalzare la bandiera del guerrigliero argentino. Se il programma del politico belga ruotava attorno al motto «né con Washington né con Mosca», chi meglio di Guevara poteva rappresentarlo: detestato dai sovietici e odiato dagli americani perché voleva un’America Latina libera era l’icona perfetta.
E in Italia? I primi a cantare le vicende del Che non furono i contestatori di sinistra. Accade al Bagaglino, il celebre cabaret romano, fucina della satira nostrana di destra che coltivò parecchi talenti, da Oreste Lionello a Pippo Franco. Tra i suoi fondatori c’era anche Pierfrancesco Pingitore. Una sera, quando il gruppo si riunisce per discutere il programma dei giorni successivi, giunge all’improvviso una telefonata che lascia tutti di stucco. È arrivata tra gli artisti romani la notizia della morte del Che. Non passa qualche ora che alla mente di Pingitore s’affaccia un’idea: «Dobbiamo scrivere una ballata che ricordi il Che».
Nell’arco di qualche giorno parole e musica (questa composta da Dimitri Gribanowski) sono pronte e la voce non manca. Sarà Gabriella Ferri a incidere un 45 giri con “Addio Che”, che finisce con «a piangere per te / verremo di nascosto / le notti senza luna».
Il mercenariodi Gabriella Ferri
Un disco che sul lato B proporrà una canzone, composta questa volta da Pino Caruso, che diventerà poi una hit presso la musica underground della destra irregolare: “Il mercenario di Lucera”, la storia di un soldato di ventura morto in Congo.
Vite diverse certo, contenuti ideologici differenti ma entrambe esistenze votate all’avventura. È questa la ragione del fascino del Che. Nessuno si nascondeva la spietatezza, l’efferatezza di cui è stato capace, ma quella era una generazione che veniva dalla guerra e di uomini spietati ed efferati ne aveva conosciuti... Nel mondo ideologizzato della sinistra, dove è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi, questa passione non può che suscitare ribrezzo. Impensabile che un rivoluzionario dedito alle sorti progressive dell’umanità sia avvicinato a un mercenario partito per l’Africa.
Il fascinodella causa persa
Ma per i cuori neri, entrambi stanno dalla parte dell’avventura e rappresentano l’atto di irrisione nei confronti della fine, esaltato nel motto dei falangisti spagnoli “Viva la muerte!”: il Che lascia un comodo posto di ministro, in cui certo non brillava, per combattere di nuovo, allo stesso modo in cui il soldato cantato da Pino Caruso parte per l’Africa nera abbandonando la sua Puglia.
L’intraprendenza della destra italiana non si ferma. Il fascino dell’avventuriero non si estingue... In fondo non si tratta forse di un altro modo di dedicarsi alle cause perse? Adriano Bolzoni, reduce della Repubblica Sociale Italiana, autore di sceneggiature di numerosi film pensa di preparare un brogliaccio per poi girare un film dedicato a Ernesto Guevara. Non ci mette molto e una volta pronto contatta Pier Paolo Pasolini che gli consiglia di rivolgersi a Paolo Huesch, un regista di lungo corso. A lui si deve oltre alla riduzione per lo schermo di Una vita violenta di Pasolini, la regia di “Il comandante” con Totò oltre che ai primi tentativi di cinefantascienza e all’horror d’esordio del cinema italiano “Lycanthropus”.
Le riprese della pellicola sul Che avvengono in Sardegna e raccontano gli ultimi giorni della sua vita in Bolivia, quelli che precedono la cattura. Non sarà un successo al botteghino ma di certo è la testimonianza che ben prima della sinistra è stata la destra a interessarsi delle sorti del Che.
Hasta la victoriasiempre
Più vicino a noi, nel 1995, Franco Cardini conclude un ricordo del Che, paragonato a Don Chisciotte, con il celebre “Hasta siempre, Comandante!”. Gli farà eco Gabriele Adinolfi, fondatore di Terza posizione, con il testo “Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro”, evocando il libro di Julius Evola “La dottrina aria di lotta e vittoria”. Anche Giano Accame su “Il Borghese” accostava Ernesto Guevara a Evola, Guénon e von Salomon.
E potremmo arrivare da ultimo, notizia del dicembre 2008, perfino a Diego Armando Maradona, che pur recando al braccio il tatuaggio del Che, non nasconde di portare in tasca la tessera del Partito giustizialista fondato da Perón. «Che problema c’è - ribadisce el pibe de oro - entrambi erano uniti dall’odio per l’America».
Una sbandata, quella di certa destra, per il Che dunque «che è stata occasionale - conclude La Ferla - ma non di certo casuale».
mercoledì 22 aprile 2009
Storia dell'Earth Day americano
Erano gli anni del presidente Kennedy, gli anni dei Beatles in vetta alle classifiche e di Jimi Hendrix. Gli anni delle proteste contro la guerra in Vietnam. In quel periodo nasce l'idea del Giorno della Terra: l'inizio di quello che oggi è diventato il moderno movimento ambientalista. Era il 1962 quando, al senatore Gaylord Nelson, venne in mente l'idea di dare risalto alle questioni ambientali e di farlo in maniera prepotente, in modo che prendesse piede sia attraverso l'opinione pubblica che, cosa più importante, nel mondo politico. Per primo propose al presidente Kennedy un giro di conferenze dedicate ai temi ambientali. Nel 1963 il presidente attraversò 11 Stati, per cinque giorni dedicati alla tutela ambientale: quello fu il seme che germogliò poi nell'Earth Day. Negli anni a venire, il senatore continuò a girare per il Paese, rendendosi presto conto, di come il degrado ambientale si stesse diffondendo ovunque e di come chiunque se ne rendesse conto, a parte la classe politica. Fu proprio durante un giro di conferenze, nell'estate del '69, che Nelson vide un certo fermento, che coinvolgeva le varie università: erano studenti e ragazzi che si erano uniti nel movimento contro la guerra in Vietnam. Ed ecco l'idea: perché non organizzare un movimento di protesta che partisse dalla gente comune e che mettese in piazza i temi della conservazione e della tutela ambientale? Più tardi il senatore dichiarò: "fu una scommessa difficile, ma funzionò". Nel settembre del 1969 Gaylord Nelson annunciò che nella primavera del '70 (il 22 aprile), ci sarebbe stata una grande dimostrazione pubblica a favore della tutela ambientale. Il responso fu elettrizzante: da costa a costa la voce si sparse velocemente, migliaia di lettere, telegrammi, telefonate, girarono attraverso il Paese, coinvolgendo sempre più persone, che finalmente avevano un chiaro punto di riferimento e di partenza. Fu proprio grazie alla gente comune che l'Earth Day fu un successo, 20 milioni di dimostranti vi parteciparono, assieme a migliaia di scuole e di comunità locali. Oggi l'Earth Day coinvolge 175 Paesi in tutto il mondo. |
domenica 19 aprile 2009
Quel campione di Travaglio
giovedì 16 aprile 2009
E ORA SANTORO FARÀ IL MARTIRE
Ribadiamo, perciò: se c’è un difetto, nella gestione della nuova Rai, è che ci sono voluti alcuni giorni e alcuni titoli di giornale (anzi, di Giornale) per ottenere quello che avrebbe dovuto essere automatico. Che, sicuramente, sarebbe stato automatico se nel mirino non ci fosse stato il totem Santoro, aspirante principe di tutti i martiri, ma un qualsiasi altro giornalista tv. Per dire: ancora martedì il presidente della commissione di vigilanza Rai, quel galantuomo di Sergio Zavoli, ha mandato alle agenzie una nota in cui dichiarava semplicemente: «La trasmissione non l’ho ancora vista» (dopo quattro giorni? Non l’ha ancora vista? E fa una nota? Per dire che?). Se c’è un difetto nel nuovo corso Rai, dunque, è che le prime prese di posizione da viale Mazzini sono arrivate domenica (riflessi lenti?) e che la vigilanza, per essere vigilante, ha vigilato assai poco. Ecco tutto. Ma per il resto, che cosa c’è da dire?
La sinistra ulula alla censura, Di Pietro straparla di Terzo Mondo (nostalgia per il suo habitat naturale?), la Fnsi si risveglia dal lungo letargo e leva le sue difese che, come al solito, sono un po’ strabiche: coprono solo il lato mancino. E qual è il motivo di cotanta indignazione? Che il direttore generale della Rai ha chiesto a una trasmissione della Rai di essere equilibrata? Che è stato riconosciuto che quell’Annozero era un’offesa, oltre che alla verità e al giornalismo, anche alle vittime del terremoto? O che è stato sospeso Vauro, il vignettista che si diverte con le cubature sulle casse da morto? E questo sarebbe un attacco alla libertà d’informazione? Questa sarebbe la censura? Questo sarebbe il regime dittatoriale?
Abbiate pazienza. Ci avete massacrato i torroni per anni con la par condicio, il bilancino eletto a vangelo, il contagiri parolaio trasformato in divinità. Ci avete costretto con il misurino del farmacista a calcolare se il partito dei pensionati aveva due secondi e mezzo più o meno del Sudtirol Volkspartei. E adesso vi scandalizzate perché viene chiesto un po’ di equilibrio in una vicenda che ha sconvolto la coscienza di tutti gli italiani, tranne evidentemente la vostra? Vi scandalizzate perché viene chiesto di sentire, dopo la raffica di insulti, anche qualcuno che difenda quei disgraziati che da dieci giorni si stanno facendo un mazzo così, rischiando la vita fra le macerie? È questo l’attacco alla libera informazione?
O l’attacco alla libera informazione è che Vauro per qualche settimana dovrà accettare (terribile sopruso) che le sue odiose vignette non siano pagate dai contribuenti? E dove sta scritto che Vauro dev’essere mantenuto dallo Stato? Ce l’ha ordinato il medico? Mica nessuno proibisce al grande artista di diffondere i suoi schizzi dove vuole e quando vuole. Ma perché pretende di diffonderli a spese nostre? C’è una bella differenza: un conto è pubblicare le vignette, un conto è pretendere che vengano pubblicate con i soldi del canone. La prima è una libertà che nessuno discute, la seconda è una legittima aspirazione (non un diritto) che chiunque può avere. Ma che inevitabilmente deve sottostare alle regole del gioco. In altre parole: visto che lo paghiamo, possiamo almeno pretendere che non offenda i morti? È troppo? È un attacco alla libertà di satira?
Suvvia, lasciate stare i fazzoletti intrisi di lacrime e vittimismo. In fondo quando un calciatore entra a gamba tesa per far male viene espulso, e tutti dicono: ben fatto. E quando in un reality show un concorrente bestemmia viene espulso, e tutti dicono: ben fatto. Perché allora quando un disegnatore, espone davanti a milioni di telespettatori delle vignette oscene e viene sospeso, tutti invece gridano allo scandalo? Perché? Dov’è lo scandalo? Ci sfrantumano gli zebedei da mattina a sera dicendo che ci vuole tv di qualità, decoro e compostezza. E quelle vignette non sono un insulto al buon gusto tanto quanto una bestemmia al reality show?
Ma tant’è. Santoro già è pronto a rivestire i panni del San Sebastiano catodico. È il programma che gli viene meglio: il martirologio di se medesimo. Così martire, per dire, che stasera è in onda in prima serata con Sabina Guzzanti e una puntata che si annuncia di nuovo di fuoco. E di polemiche. Seguiranno grandi ascolti e titoli di giornali e strilli in tv. Non male no? Fare i martiri a 60mila euro al mese, con un programma in prima serata sulla Rai, grandi mezzi, tanti soldi, i capelli appena ritinti e il coro plaudente del politicamente corretto per cui Santoro non sbaglia mai, e se si dovesse mai fare la pipì addosso tutti sono pronti a giurare che si tratta di un maldicenza berlusconiana, lui in realtà soffre solo di eccesso di sudorazione. Sono miracoli che riescono solo a sinistra: si candidano, vanno all’europarlamento, si schierano, organizzano trasmissioni che più faziose non si può. E poi vengono eletti a paladini dell’informazione indipendente. Mah. A noi l’indipendenza pareva un’altra cosa. «Michele ha molti vantaggi», ha detto Bruno Vespa. E ha ragione. Lui da anni fa trasmissioni equilibrate (possono piacere o no, ma sono equilibrate) e lo chiamano servo e lacché. Santoro da anni fa trasmissioni squilibrate (possono piacere o no, ma sono squilibrate) e lo chiamano martire ed eroe. C’è qualcosa che non torna. A parte Santoro, che torna sempre. Noi, per carità, l’abbiamo detto e lo ripetiamo: siamo contro gli editti bulgari e abruzzesi, vogliamo Annozero in onda. Sempre e comunque. Non c’è niente che faccia altrettanto male alla sinistra. Ma nel frattempo consiglieremmo ai vertici Rai e al vigilante Zavoli di vigilare, almeno stasera: rinuncino alle cenette romantiche e accendano la tv senza farsi intimidire dal coro dei lamenti. La libertà è sacra, ma la decenza pure. E chi sbaglia deve pagare. O, almeno, riequilibrare.
mercoledì 15 aprile 2009
SANTORO: la TV dell'odio
E ma c'è chi riesce a difendere Santoro, gridando all'editto bulgaro bis. La radicale Emma Bonino, il leader Idv Antonio Di Pietro («Berlusconi e i suoi sodali possono permettersi di infangare Annozero solo perché dall'altra parte c'è un'opposizione molle», un colpo al cerchio e uno alla botte), Usigrai («Difenderemo la libertà di fare domande e avere risposte», dice il segretario Carlo Verna) e Federazione nazionale della stampa. «Indecente non è un programma giornalistico che fa domande», arringa il presidente Roberto Natale, bensì pretendere che l'informazione Rai non si interroghi «su eventuali responsabilità». Dimentica, Natale, che compito del giornalista è farsi le domande, ma non avere già in testa le risposte. Le domande retoriche, quelle, non valgono.
giovedì 9 aprile 2009
La Pasqua e le sue tradizioni
Nell'augurare a tutti e particolarmente alla gente d'Abruzzo, una Pasqua colma di speranzza, di serenità e di amore, ricordo il suo significato, le sue origini e alcune tradizioni che l'accompagnano.
Origini e significati della Pasqua
Il termine Pasqua, in greco e in latino “pascha”, proviene dall'aramaico: pasha, che corrisponde all'ebraico pesah, il cui senso generico è “passare oltre”. Il significato effettivo della parola non è del tutto certo. Un gruppo di Padri della Chiesa d'origine asiatica (tra i quali Tertulliano, Ippolito, Ireneo) collegano la parola pascha al termine greco pàschein, che significa soffrire. Sebbene l'etimologia del termine non sia corretta, in quest'ipotesi vengono colti i significati intrinseci della Pasqua: il sacrificio e la salvezza. Per un'etimologia più esatta della parola bisogna ricorrere ad Origene ed agli alessandrini, che intendono il senso come “passaggio”. In questo caso il passaggio è attraverso il Mar Rosso, dalla schiavitù alla Terra Promessa, dunque dal vizio del peccato alla libertà della salvezza, attraverso la purificazione del battesimo. Applicata a Cristo, detta etimologia suggerisce il Suo passaggio dal mondo terreno al Padre. Un terzo gruppo di scrittori (Procopio di Gaza, Teodoreto di Ciro, Apollinare di Laodicca) suppone che l'espressione “passa oltre” si riferisca all'Angelo sterminatore, che, vedendo il sangue sulla casa degli ebrei “passa oltre”, salvando coloro che risiedono all'interno: ma, anche, al “passare oltre” alla morte da parte di Cristo.“Ci fu un'epoca nella vita della chiesa in cui la Pasqua era, per così dire, tutto” (R. Cantalamessa). La Pasqua è, infatti, la festa liturgica più importante per il cristianesimo. Commercialmente soppiantata dal Natale e da alcune tradizioni pagane più allettanti per la società moderna, la Pasqua rappresenta e celebra i tre momenti fondamentali del cristianesimo: la Passione, la Morte e la Resurrezione di Cristo. Essa si pone come nucleo del patrimonio liturgico e teologico del cristianesimo. A ciò si aggiunga che la Pasqua rappresenta il raccordo con la matrice giudaica del cristianesimo e al tempo stesso, il momento di affrancamento da tale matrice. La festa cristiana viene assunta dalla celebrazione della liberazione del popolo di Mosè dalla schiavitù in Egitto, festeggiata in occasione del primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera. Originariamente festa pastorale delle popolazioni nomadi del Vicino Oriente, la Pasqua ebraica si trasforma in una festa agricola, quando le tribù iniziano attività più sedentarie. E' Mosè a far coincidere le celebrazioni agresti con la fuga. In Esodo, capitolo 12, si narra che Mosè ordinasse ad ogni famiglia, prima di abbandonare l'Egitto, di immolare un capo di bestiame piccolo e di bagnare col suo sangue gli stipiti delle porte delle case. Dopo aver consumato il pasto in piedi, con il bastone in mano, le famiglie sono pronte per la partenza: essa avviene nella notte, dopo il passaggio dell'angelo di Dio, che uccide tutti i primogeniti egiziani, risparmiando solo le abitazioni ebraiche, segnate col sangue. Nel corso dei secoli, il rituale della Pasqua è sottoposto a modifiche, ma alcuni elementi rimangono simili a quelli giudaici.Secondo i Vangeli, Gesù Cristo istituisce il sacramento dell'eucarestia proprio durante le celebrazioni della Pasqua. Il Nuovo Testamento narra che Gesù fosse crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica. In un primo momento i cristiani di origine ebraica, infatti, celebrano la Resurrezione di Cristo subito dopo la Pasqua ebraica, mentre quelli di origine pagana celebrano la Pasqua ogni domenica. Per sanare le controversie in merito alla datazione, nel 325 il concilio di Nicea stabilisce definitivamente che la Pasqua debba essere celebrata la prima domenica dopo la luna piena seguente l'equinozio di primavera. Più tardi, nel 525 si definisce un periodo entro il quale essa debba “cadere”: fra il 22 marzo e il 25 aprile.Al di là delle origini prettamente liturgiche delle celebrazioni pasquali, sembra sempre più importante sottolineare il vero significato della Pasqua cristiana.La Pasqua si celebra nell'equinozio, dunque in un giorno di luce continua senza tramonto (la luna piena subentra al sole). Essa è legata al simbolismo della rinascita, cadendo nel periodo della primavera, dopo l'inverno (e cioè dopo il peccato e la morte), quando la natura si rigenera e tutto l'universo è coinvolto da questa rinascita. La Resurrezione di Cristo porta con sé la salvezza per tutto il mondo cristiano ed è un momento di gioia, che succede al dolore della morte. Agostino definisce la Pasqua “transitus per passionem”, vale a dire “passaggio attraverso la passione”, prima di Cristo e poi dell'uomo. Nella stessa festa sono unite Passione e Resurrezione, concetto sottolineato da Ambrogio con il passo “Celebriamo in tal modo un giorno di tristezza ed uno di gioia. Nel primo digiuneremo, nel secondo saremo saziati”.
Le tradizioni di Pasqua
Il nome Pasqua è di derivazione ebraica: Pèsach (passaggio). Per la tradizione cristiana rappresenta la festività più importante, perché richiama la risurrezione di Cristo.
Perché la data di Pasqua è "mobile".
Originariamente, la risurrezione era ricordata ogni domenica, ma successivamente, la Chiesa cristiana decise di celebrarla solo una volta l'anno. Da qui le diverse correnti di pensiero per decidere la data in cui festeggiare la risurrezione di Gesù. Le controversie terminarono con il concilio di Nicea dei 325 d.C., che affidò alla Chiesa di Alessandria d'Egitto il compito di decidere ogni anno la data.
L'uovo: tradizione ed arte.
La tradizione dell'uovo pasquale ha origini antichissime: gli antichi contadini romani sotterravano nei campi un uovo colorato di rosso, come simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto. È proprio con il significato di vita che l'uovo entrò a far parte della tradizione cristiana, richiamando alla risurrezione di Cristo ed alla vita eterna.
Le campane mute.
E' tradizione che dal venerdì santo fino alla domenica di Pasqua, in Italia le campane delle chiese non suonano, in segno di dolore per il Cristo crocifisso. Anche in Francia esiste questa usanza e ai bambini si dice che le campane sono votate a Roma.
martedì 7 aprile 2009
Un abbraccio e un ringraziamento
Il mio grazie va invece a tutti quegli uomini e donne di buona volontà che in diverse forme e sotto diverse sigle prestano la loro incessante opera in Abruzzo per aiutare chi soffre, per consolare chi piange, per dare un tetto a chi non sa dove trovare riparo. Sono delle persone straodinarie!
Una carezza va anche a tutti i cani impegnati nel soccorso, tanto preziosi per il ritrovamento delle persone disperse, vorrei che si ricordasse tutto ciò che stanno facendo quando accadrà il prossimo episodio negativo che li riguarda. I cani bene educati sono amici dell'uomo, veri amici!
Chi passa da questo blog copi il banner e lo inserisca nel suo blog in modo da creare una catena. Tutti questi angeli, una volta tornati a casa, troveranno l'affetto di tutti noi.
Grazie!
domenica 5 aprile 2009
ANNO 1921
- Belga Kimbangu, seguace di Gandhi, si mette alla guida del movimento anticolonialista. Un altro movimento nasce grazie a Simon N'Tualani. I missionari cattolici chiedono al governo Belga di perseguitare i due leader. Kimbangu viene incarcerato, torturato ed ucciso N'Tualani pure insieme a 38000 persone
- Primo modello Tipo 10 di Mortai giapponesi da 50mm.
- Italia - Inizia la trasmissione dei primi programmi radiofonici regolari
- 21 gennaio - Livorno: dalla scissione della corrente di sinistra del Partito Socialista Italiano nasce il Partito Comunista d'Italia
- 8 marzo - Unione Sovietica: Lenin introduce nella Nuova politica economica (NEP) sovietica elementi dell'economia di mercato
- 23 aprile - Stati Uniti: Charles William Paddock stabilisce un nuovo record mondiale correndo i 100 metri in 10 secondi e 4 decimi
- 30 aprile - Papa Benedetto XV emana l'enciclica In Praeclara Summorum
- 29 luglio - Germania: Adolf Hitler diventa presidente del Partito nazionalsocialista tedesco
- 4 settembre - Prima edizione del Gran Premio d'Italia di automobilismo
- 4 novembre - La salma del Milite Ignoto viene inumata nell'Altare della Patria del Vittoriano di Roma
- 7 novembre - Al congresso fascista viene fondato il Partito Nazionale Fascista
- 6 dicembre - Irlanda: dopo la guerra anglo-irlandese, nasce lo Stato Libero d'Irlanda
- 7 dicembre - Si inaugura ufficialmente a Milano la nascita dell'Università Cattolica
- 29 dicembre - William Lyon Mackenzie King diventa primo ministro del Canada
- 5 aprile
- Orlando Strinati, calciatore e allenatore di calcio italiano († 2004)
- Ferdinando Valletti, dirigente d'azienda e calciatore italiano († 2007)
Oggi 5 aprile 2009, il mio papà Ferdinando Valletti, avrebbe compiuto 88 anni, se ne è andato nel 2007 e io ho trovato un modo per ricordarlo.
Buon compleanno papà !
Manuela
sabato 4 aprile 2009
Le lezioni che non si possono imparare
Ho imparato a sorridere tenendo i pugni chiusi in tasca.
Ho imparato a stringere i sentimenti piccoli e grandi con una cordicella di prudenza.
Ho imparato a trovare virtù in ogni dove e a penetrare il grigio dell’incertezza.
Il mio lavoro è vendere a caro prezzo la mia ansia,
il mio lavoro è tessere reti di sogni per conservare la fantasia e falciare il vento che mi mostra paura
il mio lavoro è scavare a mani nude il mistero di ciò che mi inquieta,
il mio lavoro è fare tutti i giorni, il conto con il tempo…
Ho imparato tutto questo e so quale dovrà essere il mio lavoro, ma non so se potrò imparare a non essere me stessa....
giovedì 2 aprile 2009
6 gradi di separazione
Ieri alla 16,30 io e mio marito ci trovavamo in un piazza vicino a casa nostra e abbiamo visto una scena raccapricciante, qualche cosa per terra... io non riuscivo nemmeno a capire che cosa, poi ho intravisto una testa bianca, un viso cereo con una mano alzata, ma senza busto e ho pensato ad un manichino ... solo facendo benzina li accanto ho capito che quel corpo dilaniato era di una persona, l'autista del camion che l'aveva investita era sotto shock, urlava e piangeva, diceva che non l'aveva vista.. poi è arrivata l'ambulanza, ha steso un telo bianco sul quei resti e ha prestato le prime cure all'autista che stava malissimo. Noi abbiamo avuto la netta sensazione di svenire, abbiamo compiuto dei gesti automatici senza nemmeno capire che cosa stavamo facendo, siamo risaliti in auto e ci siamo allontanati da quel luogo velocemente, tanto era l'orrore che avevamo visto. Ho cercato tutta la sera di sapere chi fosse quella povera persona, nei lanci di agenzia si parlava solo di una donna di 63 anni, io avevo visto una bici tutta rotta e molti sacchi bianchi sparsi intorno..cercavo di immaginarmi che cosa stesse trasportando su quella bicicletta. Anche oggi non c'erano notizie sui giornali.. Pochi minuti fa ho ricevuto una e-mail da una mia cara amica che a suo volta era amica di Lucia, era lei la donna dilaniata dal camion.
Il mondo è davvero piccolo, tutte le nostre piccole e misere esistenze sono collegate dai fili di una grande tela, ecco perchè si dice che se strappi un fiore fai male ad una stella...
"Ciao Lucia, sei tu il fiore strappato, io non sapevo chi tu fossi fino a pochi minuti fa, ora posso salutarti con una preghiera e dirti che avevi un nome dolcissimo.. buon viaggio"!
mercoledì 1 aprile 2009
I tempi in cui viviamo
Di questi tempi gli anziani non hanno più voce in capitolo, vengono considerati solo un peso, se sono malati poi, vengono abbandonati in qualche ricovero e completamente dimenticati.
Di questi tempi abbiamo dovuto assistere impotenti alla morte di una povera ragazza per sentenza giudiziaria, una ragazza di nome Eluana che aveva solo la colpa di non potersi alimentare da sola essendo in coma da molti anni.
Tanti di noi si sono addolorati per lei, hanno pregato e hanno pianto alla notizia della sua morte, tanti di noi hanno ricordato una eutanasia privata, quella che avevano dovuto praticare al loro cane o al loro gatto per far terminare le sue sofferenze e allora una stretta al cuore ci ha ricordato che quella che avevamo compiuto era una scelta estrema, fatta solo per amore nei confronti di un animale che soffriva troppo per essere trattenuto egoisticamente, accanto a noi. Ma Eluana non soffriva, non si lamentava, aveva solo bisogno di cibo e acqua.
Brutti tempi i nostri se si vuole decidere quale vita è degna di essere vissuta e quale no, se si vuole manipolare un embrione affinchè non abbia in se tare genetiche, mi sa tanto di una selezione della razza e i ricordi di campi di sterminio e di barbarie naziste mi fanno rabbrividire.
Sto scrivendo con accanto la mia Flora, è una cagnona grande,una schnauzer gigante ma, nonostante la mole, il suo sguardo e i suoi occhi bellissimi sono dolci, li incrocio per un attimo e si illuminano d'amore, il suo codino ruota vorticosamente per farmi capire che mi è grata anche solo di quello sguardo... forse allora non è tutto perduto, forse tutto questo orrore si può vincere con scelte in cui prevalga l'amore per tutti gli esseri viventi. Solo la cultura dell'amore potrà aiutare questa società a non morire di cattiveria.

