sabato 22 gennaio 2011

27 GENNAIO 2011- GIORNO DELLA MEMORIA

”Spaventa il pensiero di quanto potrà accadere fra una ventina d’anni quando tutti i testimoni saranno spariti. Allora i falsari avranno via libera, potranno affermare o negare qualsiasi cosa.” 
 Primo Levi

Proprio per questo motivo, perchè molti testimoni se ne sono andati per sempre, sento il dovere morale di continuare ciò che il mio papà Ferdinando Valletti aveva iniziato a fare negli  ultimi anni della sua vita, testimoniare nelle scuole, ai giovani e ovunque ove se ne senta la necessità, la tragedia della deportazione nei lager nazisti.
Ecco brevemente la sua storia, la trovate per esteso sul mio libro "Deportato I57833 voglia di non morire" che in questi giorni presento in diverse scuole.
Mio padre venne deportato a Mauthausen nel marzo 1943 a seguito degli scioperi che coinvolsero le gradi fabbriche del Nord, venne indicato dai suoi compagni come uno degli organizzatori delle scioperi all'Alfa Romeo di Milano, venne arrestato dalla Muti e dopo un breve soggiorno nel carcere di San Vittore, tradotto su un piccolo camion con altri 49 prigionieri, al Binario 21, il binario sotterraneo tragicamente noto proprio perchè da li partivano i carri bestiame diretti ai campi di sterminio nazisti.
Giunto a destinazione con altri 22 compagni dell'Alfa, subi tutto quanto è umanamente possibile subire in quel maledetto campo, si prodigò per i compagni, ne salvò alcuni fino a che  un giorno gli venne chiesto se lui, ex mediano del Milan, fosse stato in grado di giocare a calcio... 
Sembra incredibile ed invece quella fu per mio padre, "la partita del cuore"... rispose al Kapò che lo aveva interpellato che lui giocava bene a calcio e si trascinò su quel campo dove i giocatori erano SS e l'erba era mista alla cenere che  usciva dai forni crematori, giocò scalzo e con la divisa a righe, cercò di non sbagliare.. sapeva che se lo avesse fatto sarebbe stato ucciso all'istante, la sua vita valeva molto meno del pallone che stava calciando. Ci riuscì, giocò bene e venne chiamato altre volte in campo quando mancava qualche SS per fare la squadra. Si guadagnò un posto nelle cucine e la sera tornava in baracca con gli avanzi nasconsti tra il piede e gli zoccoli per aiutare i cuoi compagni.Rimase nei campi di Mauthausen e Gusen fino al maggio 1945, seguì gli americani in un campo medico, le sue condizioni fisiche non gli consentivano di venire subito in Italia. Non parlò mai degli orrori che aveva vissuto, ma mi raccontò spesso che il pensiero di avere una figlio che ancora non conosceva lo aveva aiutato a tenere duro e la sua fede aveva fatto il resto.
Proseguì la sua vita da uomo libero senza mai voltarsi indietro, non manifestò mai rancore per il male che aveva subito, ma la deportazione rimase dentro di lui  come un tarlo e nonostante una carriera professionale densa di successi ed encomi (divenne dirigente dell'Alfa Romeo e Maestro del Lavoro e insignito dell'Ambrogino d'Oro dal Sindaco Aniasi) decise di dedicare gli ultimi anni della sua vita a raccontare la sua vicenda nelle scuole.
Da quando mio padre mi ha lasciato ho scoperto che la sua deportazione fa parte anche di me e che quindi ora sono io a dover raccontare la sua storia, lo faccio con molta semplicità, con rigore storico, ma soprattutto con il cuore, ogni volta che qualcuno manifesta il desiderio di non dimenticare...
Manuela Valletti

lunedì 17 gennaio 2011

Il problema è gravissimo, ma non è il Bunga Bunga

Oggi in rete è passato di tutto, sui blog e su FB in particolare sono stati pubblicati stralci dei documenti inviati dalla Procura di Milano alla Giunta per le Autorizzazioni a Procedere della Camera dei Deputati. Questi documenti erano a disposizione di pochissimi deputati eppure sono stati divulgati liberamente. Così i  nomi di molte persone  sono diventati di dominio pubblico senza alcun rispetto per la loro privacy, queste persone potrebbero non avere nulla a che vedere con l'inchiesta eppure la marchiatura a fuoco che da ora in poi avranno addosso gli procurerà un gravissimo danno morale. C'è una sola parola che mi sento di dire e la dico da giornalista a tanti miei colleghi: VERGOGNA!
Vergogna a quella stampa che strumentalizza tutto pur di far cassetta, a quei giornalisti che per un odio politico calpestano le più elementari regole di rispetto per le persone.
Riporto qui sotto un articolo di Ostellino apparso oggi sul Corriere della Sera, nonostante questo anche il Corriere ha dato fiato alle trombe, come tanti altri giornali.
Manuela Valletti

L'attacco alle libertà individuali
Qui sono in gioco persone la cui privacy e dignità
sono state violate due volte

Se la magistratura volesse intercettare il presidente del Consiglio dovrebbe chiederne l'autorizzazione al Parlamento; che (probabilmente) non la concederebbe. Così, gli inquirenti del «caso Ruby» - non potendo intercettare il presidente del Consiglio - hanno monitorato in vari modi le persone che ne frequentavano le abitazioni private e che perciò stesso sono finite sui giornali. Uomini che, nell'immaginario collettivo, sono, ora, l'archetipo del vecchio porcaccione; ragazze che una certa opinione pubblica immagina - diciamo così - disposte a concedersi a chiunque in cambio di una raccomandazione.

Qui, le (supposte) «distrazioni» di Berlusconi - delle quali, se passibili di sanzione giudiziaria, risponderà eventualmente in Tribunale - non c'entrano; qui sono in gioco persone le cui libertà individuali, fra le quali quella alla privatezza e alla dignità, sono state violate due volte: innanzi tutto, per essere state monitorate solo perché avevano frequentato le abitazioni private del presidente del Consiglio; in secondo luogo, per essere, adesso, segnate con un marchio morale di infamia agli occhi dell'opinione pubblica. Diciamola tutta: da che mondo è mondo, se si dovessero pubblicare le generalità di uomini e di donne dediti a certi esercizi non basterebbero le pagine degli elenchi telefonici, altro che le pruriginose cronache dei giornali! E, poi, a che pro? Mettiamola, allora, per un momento, sul paradosso. Personalmente, non ho alcuna familiarità con Silvio Berlusconi, non sono mai stato invitato in una della sue abitazioni; tanto meno in compagnia di ragazze di bella presenza. Ma, dopo quanto ho letto sui media, dico subito che se, per una qualsiasi ragione, il presidente del Consiglio mi volesse vedere, lo pregherei di incontrarci a Palazzo Chigi, magari in presenza del mio vecchio collega e amico Gianni Letta, o lo inviterei io stesso in qualche ristorante milanese dove vado con mia moglie e i miei nipotini. La prospettiva di finire sui giornali, dopo un incontro ad Arcore, come partecipe di un rito «bunga bunga» - che, a dire la verità, non ho neppure ancora capito che diavolo voglia dire; i lettori mi perdoneranno, sono un uomo all'antica - la trovo francamente surreale e inaccettabile.

Per essere ancora più chiaro. Di fronte a un'ipotesi di reato - e soprattutto un'ipotesi di reato che riguardi la prostituzione di una minorenne - è legittimo che la magistratura chiami Berlusconi a risponderne ed è, altresì, sperabile che lui vada a difendersi in un'aula di tribunale (invece di farne una questione politica) come ogni altro cittadino, fatte salve le prerogative proprie del suo ruolo, come ha riconosciuto la stessa Corte costituzionale. Non mi pare, invece, né consono a uno Stato di diritto né, tanto meno, a un Paese di democrazia liberale, diciamo pure, civile, che - per suffragare le accuse nei suoi confronti - si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale essa sia o si presuma che sia. L'idea che, d'ora in poi, sul bavero delle giacche di un certo numero di cittadini sia stato applicato, ancorché metaforicamente, un marchio quasi razzistico - ai maschi, il distintivo delle proprie senili debolezze; alle donne, quello della propria (supposta) disponibilità a soddisfarle - per il solo fatto di aver frequentato certe abitazioni, dovrebbe essere, per la coscienza di ciascun italiano, una mostruosità non solo giuridica, ma morale. Il Paese dovrebbe rifletterci se non vuole precipitare definitivamente nella barbarie.

L'agenzia inglese Reuters - si badi, inglese, un Paese dove la presunzione di innocenza è scritta nella tradizione, nel costume, nella storia, prima che nella legge - nel dare la notizia delle accuse a Berlusconi, ha rivelato anche la fonte dalla quale le aveva apprese: ambienti vicini agli stessi inquirenti. Anche qui non voglio entrare nel merito delle accuse. Mi limito a segnalare che, per ora, in attesa che la magistratura ne precisi la natura attraverso una serie di prove fattuali in sede di giudizio, tutto ciò che appare dai media è che anche al bavero della giacca dell'«inquisito» Silvio Berlusconi è stato applicato un marchio di infamia morale e che ciò, quale sia poi l'esito di un eventuale processo, è già sufficiente ad averne infangato l'immagine e la reputazione.

Questa non è una difesa del capo del governo, cui già provvedono lui stesso e i suoi avvocati, ma di alcuni principi che dovrebbero presiedere a ogni inchiesta giudiziaria e al giudizio di ciascuno di noi. Berlusconi ne risponda in un'aula di tribunale, dove, i suoi legali - che, finora, non hanno di certo goduto degli stessi mezzi di indagine, per non dire della complicità di certi media, di cui ha goduto la magistratura inquirente - sarebbero finalmente su un piano di parità con l'accusa.
Contemporaneamente, però, la domanda alla quale forze politiche, media, opinione pubblica, perché no, la stessa magistratura, mi piacerebbe volessero rispondere è se lo spettacolo cui stiamo assistendo sia quello di cui andare fieri come cittadini di un Paese appena normale. Tanto dovevo, non a Berlusconi, ma a quello straccio di verità cui dovrebbe sempre tendere ogni spirito libero.

Piero Ostellino

lunedì 10 gennaio 2011

CELEBRAZIONE GIORNATA DELLA MEMORIA

Il 27 gennaio ricorre  la GIORNATA DELLA MEMORIA dedicata ai milioni di persone che sono state deportate nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Come ogni anno, il mio gruppo su Facebook "BINARIO 21" ha organizzato un intero giorno on line per diffondere filmati, poesie, libri, video dedicate a chi ha sofferto ed è morto nei lager.
Personalmente invece sono stata invitata in molti contesti  per ricordare la figura di mio padre Ferdinando Valletti, deportato a Mauthausen e Gusen per 18 mesi e fortunatamente rientrato in Italia nell'agosto del 1945 dopo essersi salvato la vita grazie alla sua abilità nel gioco del calcio e aver salvato diversi compagni di sventura.  Per parlare di lui e ricordarlo ho scritto il libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE, libro che solitamente porto con me per presentarlo ai miei interlocutori, siano essi ragazzi delle scuole superiori con i loro insegnanti, o circoli culturali.
Chi volesse partecipare alla giornata on line dedicata alla memoria ci raggiunga su FB  cliccando qui http://www.facebook.com/event.php?eid=165535766824978, lo scorso anno eravamo in 25.000.
Chi avesse piacere invece di invitarmi per parlare insieme della deportazione di mio padre e ricordare quei tragici eventi, mi contatti direttamente o tramite l'associazione Ferdinando Valletti

mercoledì 29 dicembre 2010

Ma che medaglia.. e soprattutto ma quale onore?

Oggi, dopo almeno 2 anni di attesa, ho ricevuto la Medaglia d'Onore che avevo richiesto per mio padre, l'ho ricevuta per posta in un piccolo pacchetto raccomandato dalla Prefettura di Milano...
Certe cose non si possono accettare, certe cose offendono la memoria di chi ti è caro e allora ho scritto al Governo, al Prefetto e buona parte della stampa...

"Sono Manuela Valletti, sono una giornalista e scrivo libri. Mio padre Ferdinando Valletti, cattolico liberale, già giocatore del Milan venne deportato a Mauthausen in seguito allo sciopero dell'Alfa Romeo del 1944 e si salvò e salvò
molti amici proprio perchè sapeva giocare a calcio. Dopo 18 mesi rientrò in Italia, pesava 39 Kg , ne aveva persi 40, ma non si lagnò, si rimboccò le maniche e nel tempo divenne dirigente dell'Alfa Romeo, Maestro del Lavoro e ricevette l'Ambrogino d'Oro, morì il 23 luglio del 2007 dopo una lunga malattia.

Per onorare la sua memoria ho scritto il libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE che è un buon successo editoriale, da questo libro è stato tratto un bellissimo documentario che porta lo stesso titolo e che è stato realizzato dal regista Mauro Vittorio Quattrina, dallo scorso anno il documentario e il libro girano nelle scuole superiori nei giorni della memoria, a lui sarebbe piaciuto, anche se non gli ho mai sentito dire una parola contro i Nazisti.


Quasi due anni fa sentii dell'esistenza di questa Medaglia d'Onore e decisi di richiederla per lui che se ne era appena andato, oggi ho ricevuto la medaglia PER POSTA, in una piccola busta raccomandata con un dattiloscritto credo a firma del prefetto.... due righe di circostanza per una medaglia di circostanza...


Mi sono indignata per il poco rispetto per le persone, mi sono indignata perchè mio padre, come i molti altri deportati che subiranno probabilmente lo stesso trattamento irriguardoso, è stato un cittadino benemerito di questa città ed è
stato un galantuomo che si è fatto onore per tutta la vita e meritava l'attenzione di qualche carica istituzionale.
Credo che restituirò la medaglia, non voglio l'elemosina di un pezzo di bronzo se a questo pezzo di bronzo non si da un valore istituzionale sincero che vuole dire ricordo, che vuole dire onore, che vuole dire gratitudine.
Io credo che molte persone si debbano vergognare per questa triste vicenda e certamente non sono i deportati che, con o senza medaglia, saranno ricordati da chi li ama e con loro ama la patria e la libertà.
Ecco chi era mio padre, indipendentemente da questa medaglia che credo proprio verrà rispedita al mittente.
http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Valletti

Manuela Valletti

giovedì 23 dicembre 2010

L'augurio di ogni anno: BUON NATALE!

Ogni anno il Natale ritorna e noi, nella nostra pochezza di uomini, cerchiamo di predisporre il nostro cuore al suo arrivo e dimentichiamo che dovremmo celebrare il Natale ogni giorno, ogni minuto della nostra vita.
A Natale dobbiamo essere più buoni o almeno fingere di esserlo, ecco che allora ci cimentiamo nel rito dei regali confondendo spesso il significato del dono del nostro amore con un banale dono materiale.
Passata la festa ci ritroviamo con tutte le nostre miserie e scopriamo che in realtà non siamo stati affatto più buoni, forse solo un po' più opportunisti del solito.
Sono anni che rifuggo i regali, in famiglia ci limitiamo a  stare insieme per il piacere di ritrovarci, tagliamo  una fetta di panettone e speriamo in un mondo migliore.
Il Natale in compenso mi regala sempre una dolce malinconia, la tavola attorno alla quale ci riuniamo è diventata più piccola e i posti a sedere si sono ridotti. La mia nostalgia per la grande famiglia che eravamo non si è mai placata e non si placherà nemmeno quest'anno, ma ora ho imparato ad apprezzare ciò che ho e non è davvero poco: mio marito, i miei figli, mia nuora, il mio nipotino e anche la mia cagnolona e poi tanti amici, direi  fratelli, con i quali ci vedremo nel pomeriggio all'ora del tea.
Ecco questo è il regalo che il buon Dio mi fa per Natale e io ringrazio di cuore e auguro a tutti voi altrettanta calda intimità familiare.
Possa Gesù che viene trovare calde braccia pronte ad accoglierlo.
Buon Natale cari amici!