venerdì 8 giugno 2012

Adesso basta, non ne possiamo più!


Oggi pomeriggio, sentendo la radio, ho apprezzato lo sfogo di un conduttore che diceva : "Non si può più andare avanti così...siamo subissati da negatività e ora ci siamo rotti le palle! Forza cittadini, vi do la parola in diretta.. dite senza problemi che cosa non riuscite più a sopportare!".  Visto che da qualche mese  questo  è anche  il mio stato d'animo, quando il conduttore è stato  sommerso dalle telefonate mi sono sentita meglio, mi sono sentita capita:  gente che non ne poteva più della politica, dei vari personaggi, dei giornali, delle tasse, degli omicidi, della televisione e via di questo passo.
Non avete l'impressione che l'informazione ci voglia fare del male deliberatamente? Non che non debbano dare le notizie, per carità, sono giornalista anch'io e conosco il mestiere,  ma c'è modo e modo di farlo.... Non trovano giustificazione professionale ore e ore di diretta sulla strage di Capaci, sui delitti Rea e Scazzi, sulla recessione, sull'Italia che va malissimo, su Monti che è stato lasciato dai poteri forti, su Berlusconi che vuole stampare Euro o fa il Bunga Bunga, sui partiti che litigano, sui sondaggi che dicono che vogliamo andare a votare, su Napolitano che piange come una fontana ecc. ecc
Manca solamente che  in assenza di stragi di giornata ci appioppino le ricostruzioni della  strage di piazza Fontana, dell'attentato di Bologna e della tragedia di Ustica... con tutto il rispetto per i morti, che penso non vorrebbero essere oggetto di strumentalizzazione.
Possibile che in questo Paese non ci sia una buona notizia da mettere in prima pagina, possibile che la TV produca solo lamenti e lacrime? 
Io desidero essere informata, ma non annientata psicologicamente, anche perchè accanto ai problemi generali ognuno ha i problemi suoi personali.
Molti ascoltatori della radio suggerivano di non guardare più i telegiornali, di non comprare più i giornali e via di questo passo...
Forse una via di mezzo ci sarebbe, basterebbe che chi è preposto all'informazione fosse persona seria e soprattutto preparata e si limitasse a dare notizie non a trasformarle in catastrofi. Pare sia chiedere troppo!



mercoledì 30 maggio 2012

La forza della vita nella sofferenza


“A volte arriva in modo silenzioso e subdolo, come la muffa sul muro, oppure irrompe nella quiete di casa nostra come un bandito, con prepotenza: arriva il dolore. È la sofferenza causata dal distacco di persone care, di situazioni di vita disperate, dalla difficoltà di vivere in pace con noi stessi o con gli altri oppure è causato dalla solitudine o dalla malattia sia essa del corpo o dello spirito …” (Dal messaggio dei Vescovi italiani per la 31a giornata per la vita).
Leggo questo messaggio il giorno dopo aver visitato un malato terminale: mi sono sentito fragile e miserabile di fronte alla sofferenza di quest’uomo, la mia sicurezza, la mia spavalderia si sono infrante di fronte al volto della morte. Un volto che si è presentato ai miei occhi con tutta la sua tracotanza, la sua crudezza, mi sono sentito impotente, deluso, senza desiderio, privo di speranza. Quel Dio che io cerco, per un attimo ho pensato che fosse invenzione dell’uomo per lenire la disperazione. Ma la disperazione è il passo verso il nulla, il disperato è colui che non vede il domani è un uomo senza più legami, senza appigli, in balia delle tempesta e il vento del dolore.
In questa condizione è impossibile credere, perché il dolore ti paralizza, ti toglie il respiro e credi che la morte e meglio della vita. La disperazione si fa depressione, sfiducia in se e negli altri, rinunciando a qualsiasi sentimento. Il passo successivo è la negazione della propria identità.
Non riesco a non pensare a quell’uomo, disteso tra le braccia della morte, chiuso nella sua solitudine. Si perché dolore è spesso solitudine. Noi cristiani amiamo esorcizzare il dolore e abbiamo sostituito i crocifissi tanto cari a Teresa D’avila, Caterina da Siena, con dei crocifissi di un Cristo che non soffre, con un corpo composto, senza nemmeno una ferita, impedendoci di guardarci dentro e penetrare i sentimenti più recessi.
Quando ho provato a parlare del dolore di quest’uomo, dopo un attimo, tutti, hanno cambiato discorso. Sono consapevole che la sofferenza fa paura, ma non possiamo aggirarla, soggiogarla, infinocchiarla, prima o poi arriverà: « in modo silenzioso e subdolo, come la muffa sul muro, oppure irrompe nella quiete di casa nostra». Quindi, il dolore si deve tramutare in speranza, perché chi ha speranza crede ancora nella vita. È importante credere, è necessario credere, perché ti fa vivere e la sofferenza acquista un significato, un senso. «La sofferenza è l’unico mezzo valido per rompere il sonno dello spirito» (SAUL BELLOW ). Certo, il malato terminale fa paura, hai difficoltà a guardarlo negli occhi, Giobbe lo descrive in maniera drastica: «a mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre» (19,17). È disperazione ma anche speranza, è tenebra ma anche luce, è distruzione ma anche purificazione. La sofferenza è anche trasfigurazione del corpo e dello spirito: «nulla di più fiele del soffrire, nulla di più miele dell’aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l’anima più dell’aver sofferto» (Meister Eckhart). La sofferenza ci da anche la forza che non immaginavamo di avere. Mai come nel dolore ci si accorge di non avere un corpo, ma di essere un corpo che è segno di una realtà più profonda. Un corpo da amare, rispettare, divinizzare.
Porterei quel corpo morente di quell’uomo all’ingresso di ogni scuola, di ogni ufficio, di ogni Chiesa, nelle riunioni dei grandi della Terra, nei Concili ecumenici, nelle riunioni parrocchiali e nelle riunioni condominiali, perché tutti si rendessero conto che: «la mia esistenza […] è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l’uomo che passa; solo un soffio che si agita»( Sal 39, 6-7). Lo porterei perché nella nostra società contemporanei regna la cultura del “divertimento a tutti i costi”. Divertimento vuol dire sposta¬re lo sguardo. Il divertimento è guardare qualcosa d'altro rispetto a quello che dovresti guardare. "Divertere" è il contrario di "converte¬re", cioè spostare lo sguardo su ciò che val la pena guardare.
Allora, ci divertiamo, dimentichiamo per non pensare, l’uomo si di-verte rispetto all'oggetto vero della sua volontà, del suo intelletto, del suo cuore, del suo desiderio e non pensa che la sofferenza rivela la nostra vera realtà, che manifesta il nostro limite di creature caduche, che fa scoprire quell’impotenza e quella solitudine insita nel cuore di ogni uomo. Davanti a quel malato mi sono chiesto: «Perché Signore? Fino a quando?» (Sal 13). Purtroppo il dolore nei credenti resta sempre uno scandalo, perché continuano a vivere nell’oscurità, invece di intravedere nella sofferenza uno spiraglio di luce.
Allora, coraggio, viviamo nella speranza di scoprire la perla più bella, penetriamo gli abissi del dolore:
«Come un pescatore di perle, o anima mia, tuffati.
Tuffati nel profondo, tuffati ancora più giù, e cerca!
Forse non troverai nulla la prima volta.
Come un pescatore di perle, o anima mia,
senza stancarti, persisti e persisti ancora,
tuffati nel profondo, sempre più giù, e cerca!»
(Swami Paramânanda ).

lunedì 21 maggio 2012

La Caporetto della vecchia politica

Le elezioni amministrative hanno avuto un risultato certo e incontrovertibile, hanno decretato la fine del sistema dei partiti. I cittadini hanno reagito all'arroganza della casta, insensibile a qualsiasi richiesta di cambiamento che la riguardi, e alla corruttela che ha coinvolto tutti, perfino la Lega Nord, con un voto disincantato e significativo che ha premiato Sel e il Movimento Cinque Stelle, nella speranza, forse non vana di dare una svolta alla situazione deprimente in cui si trova il Paese.
Come reagiranno ora i partiti? Per la verità non hanno molte possibilità di cambiamento perchè non vogliono, e lo hanno dimostrato più volte, mandare a casa la loro classe dirigente, non vogliono rinnovarsi. Restano schiavi delle logiche di potere, alla spartizione degli incarichi secondo le correnti interne, del tanto peggio tanto meglio e non si avvedono che tutto intorno a loro sta crollando.
C'è un solo pericolo ora, quello che una intera classe politica si rifiuti di andare a casa ed inventi, con l'ausilio di un governo tecnico che fa acqua da tutte le parti, uno "stato di emergenza per il Paese" o la necessità di una "assemblea costituente"  per evitare un voto politico che molto probabilmente segnerebbe la sua fine.
Non ci rimane che attendere e non mollare la presa.

sabato 19 maggio 2012

Brindisi: strage di stato?

Riporto un post di Primo Antonio Berti, un amico che seguo spesso su F.B.

IL REGIME DEI GOLPISTI E DEI BANCHIERI SI FA PIU' PERICOLOSO,
REAGISCE CON IL CRIMINE E LA FEROCIA DI CHI SA CHE STA PER GIUNGERE LA SUA FINE.

TRAVOLTI DAL SOLITO DESTINO

Sono sporchi. Hanno paura. Reagiscono a tentoni come coloro che sono presi alla sprovvista da una situazione di rivolta morale che non avevano messo in conto. Sono pericolosi.
Prima ci hanno provato con le minacce e con le rabbiose dichiarazioni, convinti che per farci cagare sotto bastasse farci un semplice buu istituzionale. "Chi colpisce equitalia colpisce lo stato", apperò, bel colpo, geniale trovata per giustificare la repressione che si apprestano a mettere in campo. "Non esiste nessun boom dell'antipolitica" ma poi subito dopo "schiereremo l'esercito", e via via sproloquiando di vaneggiamento in vaneggiamento.

Poi si sono accorti che non se li è filati nessuno. La crisi, le tasse impossibili e la disperazione, hanno reso la gente più accorta e incazzata. Ed ecco che improvvisamente riappare il terrorismo. Pensa te. Prova d'autore, prova fallita, non ha beccato nessuno.
Allora hanno pensato che occorresse fare un salto di qualità, un atto eclatante che richiamasse tutti all'ordine. Tutti attorno allo stato "sotto attacco". Al loro stato perdio, mica quello vero, mica quello del popolo, ma allo stato delle caste e dei crimini costituzionali e finanziari da essi stessi legalizzati.

Mi sembra di sentirli: "Bisogna fare quadrato contro gli attacchi alla democrazia, Bisogna respingere fermamente chi vuole sovvertire lo stato", bla bla bla e poi ancora bla.
Detto fatto, ed ecco pronto il colpevole predestinato che va bene per tutte le stagioni e per tutte le salse, tanto mica ci si arriverà mai a capo: "E' stata la mafia", "E' un attacco inaudito della criminalità organizzata" e via dicendo. Riescono pure a convincere qualche allocco.

Gioco riuscito ? Si vedrà nei prossimi giorni. Si capirà da quanto se ne parlerà. Da quanto i giornalisti e le "tivì" di regime si perderanno in dibattiti su dibattiti, edizioni speciali, documentari con le solite musichette alla ballarò e dalla sfilata dei soliti personaggi inutili venduti al regime.

E intanto nessuno darà più voce ai disperati della crisi e a questa europa che sta saltando per aria. I suicidi della disperazione, le tasse incombenti, l'imu, il finanziamento ai partiti e lo spread, spariranno come d'incanto. Non esisteranno più. Nessun problema esisterà più. Solo la lotta delle caste politiche per salvare la loro re-pubblica attaccata dalla mafia. Con una sola parola d'ordine: "ricompattare lo stato" contro gli attacchi di una deriva populista che si permette di mettere in discussione questa vergognosa classe politica che si è appropriata dello stato infiltrandosi in ogni istituzione, struttura, ministero, regione, provincia, comune e chissà che altro.

No, non ci caschiamo più. La mafia si ammazza e si combatte al suo interno. La mafia per quanto criminale possa essere, non ha mai ammazzato il popolo e bombardato bambini a scuola. La mafia non ha bisogno di stragi inutili ed eclatanti che ne mettano in discussione la sua credibilità che, piaccia o no, riscuote in vaste zone del paese dove lo stato è assente perchè impegnato a correre dietro ai commercianti di cortina che si scordano di emettere uno scontrino.

A pensare male si sa, si commetterà pure peccato, ma come recita il detto, spesso ci si prende. E noi abbiamo imparato a pensare male sulla nostra pelle, mica per cattiveria.
E abbiamo anche imparato a guardare la luna e non il dito che la indica.
Ma pare che non lo abbiano proprio capito.
Peccato. Per loro.

primo antonio berti

martedì 1 maggio 2012

C'era una volta una zia....

Il primo ricordo consapevole che ho della zia Augusta è un risveglio mattutino al tintinnio  di due scarpette "alla bebè" di vernice nera con la punta in camoscio grigio, la zia le teneva in mano e sorrideva gioiosamente. Erano scarpette con il bottoncino, molto eleganti, bellissime. Avrò avuto due, tre anni... allora le bimbe portavano scarpe bianche, quelle da sbiancare ogni sera con la biacca, dunque quel paio di scarpette nuove erano una assoluta chiccheria.
Sono state sempre le mie preferite e credo di averle portate per tanto tempo, anche nella versione con la punta tagliata, un escamotage usato allora per far andar bene scarpe diventate corte.
La zia l'ho sempre adorata anche per quelle scarpette.. quella mattina   era riuscita a farmi sentirmi amata e importante e io che avevo fame di affetto, gliene sono sempre stata grata.
Nei giorni scorsi le ricordavo questo episodio  e  lei sorridendo sorniona e mi disse... " eri una bimba tanto bella e buona che ti meritavi tutto".
E così, nel corso degli anni, la zia Augusta, con il suo affetto e la sua vicinanza, mi ha accompagnato in tanti momenti importanti della vita, lo ha fatto anche con mia sorella e con i nostri figli. Abitava nel mio stesso palazzo in un appartamento che era stata la sua conquista, l'aveva comperato con tanti sacrifici e lo aveva fatto anche per la sua mamma, la mia adorata nonna Giannina che viveva con lei, quasi a ricompensarla per una vita che era stata dura con lei... quattro figli da allevare e un marito perso troppo presto a causa di  un ictus.
La sua casa era diventata con gli anni  una parte di lei, era la sua certezza, il luogo dove accoglieva tutti noi, dove invitava a pranzo i nipotini  facendoli felici... poter andare a trovare la zia era un privilegio, lo era stato per me quando ero piccola e lo è stato per i miei figli che appena potevano sgattaiolavano via per raggiungerla. A lei piaceva tanto cucinare allora si faceva aiutare dai piccoli, guardava con loro la televisione, li abituava ad avere senso critico e ad esprimere la loro opinione, forse ciò che a loro piaceva tanto della zia era il fatto che li faceva sentire importanti, li trattava da adulti anche se adulti non erano. Lo ha fatto con tre generazioni di nipoti e per la nostra famiglia era diventata una istituzione.

La zia Augusta, se ne è andata ieri in seguito ad una malattia crudele che però non è riuscita a scalfire ne la sua bellezza ne la sua dignità. E' mancata nel suo letto, nella sua casa, per noi questo era importante.
Le siamo stati accanto, le abbiamo fatto compagnia fino alla fine, tutti intorno al suo letto a raccontare di lei, tanti aneddoti di una vita generosa, proprio come lei avrebbe voluto  ... tristi si, ma non troppo, perchè, come diceva lei, "bisogna aver misura nelle cose" e poi perchè  le persone come lei non muoiono mai.

Un bacio zia, dalla tua famiglia!