martedì 6 ottobre 2009

Valletti Ferdinando: salvare un amico a Mauthausen

Girovangando sul WEB per recuperare materiale per un documentario ho scoperto questo articolo del CORRIERE che parlando del Prof.CARPI, insigne pittore e per anni rettore dall'ACCADEMIA DI BRERA, cita mio padre come "autore" del suo salvataggio.
Naturalmente ero al corrente di questo episodio e l'ho citato anche nel mio libro "Deportato 57633 Voglia di non morire", ma vederlo riportato sul giornale mi ha profondamente commosso.
Mio padre aveva solo 23 anni ed era costretto a vivere in condizioni estreme, ma ha trovato la forza di aiutare i compagni e di salvare loro la vita.

Manuela Valletti


CORRIERE DELLA SERA
TERZAPAGINA
Carpi, i foglietti che dipingono l' orrore
un profilo del pittore Aldo Carpi, " l' ultimo grande scapigliato "

Carpi, i foglietti che dipingono l' orrore
Per due giorni parlo' senza interruzione, poi tacque. Quando torno' a casa, dopo un anno e mezzo, il pittore Aldo Carpi, "l' ultimo grande scapigliato", non dimentico' nulla del lager, ma ne avrebbe parlato malvolentieri. Gli era rimasto nel naso l' odore del gas, diceva ogni tanto. Venne arrestato il 23 gennaio 1944 a Mondonico, in Brianza, dove era sfollato con la famiglia. Fu denunciato per attivita' antifascista da uno scultore, Dante Morozzi, un insegnante di Brera. Quella domenica mattina Carpi, dal suo studio, vide un gruppo di fascisti risalire la strada e dirigersi verso la sua casa, all' altra estremita' del paese. Avrebbe potuto fuggire, ma non fuggi' . Preferi' consegnarsi, per evitare che prendessero i suoi figli. Quel giorno Aldo Carpi stava ultimando L' arresto degli Arlecchini, un quadro a olio che raffigura quattro nerissimi poliziotti che inseguono sei arlecchini trasparenti. Sei come i suoi figli, che sperava "imprendibili come una nuvola". Ma furono catturati. Uno, Paolo, fu ammazzato a diciassette anni a Gross Rosen, alle nove del mattino del 25 febbraio 1945: con una iniezione di fenolo, perche' quel piccolo campo della Slesia meridionale non disponeva di camere a gas. Per Aldo prima Mauthausen, poi Gusen. Quando torna a casa, conta i figli: uno due, tre, quattro, cinque. Manca Paolo. Anche Pinin, che nel ' 45 aveva ventisei anni, aveva fatto la sua Resistenza: dura, durissima. Benche' ora riesca a parlare di arresti, del carcere a San Vittore, di interrogatori, di fughe e di appostamenti, della vicenda di suo padre, di Paolo come se raccontasse una delle tante storie per ragazzi che ha scritto in questi anni. Qui purtroppo non ci sono ne' leoni parlanti ne' gnomi ne' fate ne' maghi: qui e' tutto atrocemente vero. Ricorda suo padre, Aldo, tornare nella casa di via De Alessandri, che era stata sede delle prime riunioni del Cln: il corpo (un metro e ottanta) smagrito, i quaranta chili registrati il giorno della liberazione erano di poco aumentati, sente ancora nelle orecchie l' urlo di gioia di sua madre. Ricorda i foglietti minuscoli, riposti nella pellicola piegata di una radiografia che per un anno e mezzo suo padre tenne nascosta sul petto: "Se li avessero trovati lo avrebbero ammazzato". Quei foglietti contenevano il famoso Diario di Gusen, che Pinin Carpi avrebbe trascritto e pubblicato da Garzanti nel 1971. La seconda edizione, rivista e ampliata, e' da poco uscita nei Tascabili Einaudi con una introduzione di Corrado Stajano e con una nuova appendice, e verra' presentata oggi pomeriggio (alle ore 18) nella Sala Teatro della Accademia di Brera. Forse l' unico diario scritto in presa diretta, giorno dopo giorno nel lager. Aldo Carpi avrebbe poi testimoniato quella tragedia anche in molti disegni realizzati nei decenni seguenti. Ma quelle note, scritte sulle ricette di un medico, furono redatte tra il 1944 e il ' 45: "Un documento di religiosita' profonda . scrive Stajano ., una lezione di pudore, di dignita' e di coraggio che incute commosso rispetto". Pinin ricorda la religiosita' dei suoi genitori: "Una religiosita' molto sentita, ma tutt' altro che bigotta: mio padre, anche dopo il campo di concentramento, rimase un uomo dolcissimo con noi. Non sembrava cambiato per niente".

Il giovane Ferdinando Valletti, operaio dell' Alfa Romeo, anch' egli finito a Gusen per avere partecipato ad uno sciopero, vedendo Aldo sul letto di morte, ricordo' i giorni del lager, quando a uno a uno i deportati cercavano consolazione nella fede, nelle parole di Aldo Carpi. Il quale, precocemente invecchiato li' dentro, a 57 anni, continuava a dipingere ritratti per i suoi aguzzini, i loro figli, le loro donne. Valletti lo aveva salvato quando, appena arrivato a Gusen, Aldo fu messo a lavorare in una cava, dove le SS avrebbero voluto seppellire i cadaveri delle loro vittime. Doveva raccogliere e trasportare i massi che venivano fatti rotolare dall' alto. E lui non stava piu' in piedi. Fu Valletti a sostenerlo, a nasconderlo, a curarlo ormai moribondo. Poi, un medico polacco lo porto' nel suo studio e gli propose di fare quadri per gli ufficiali. Fu questo "dipingere con la testa nel sacco" a salvarlo. Non certo a fargli dimenticare i giovani russi che dalla sua finestra vedeva gettarsi contro i reticolati dell' alta tensione, disperati dopo le torture. Oppure il volto dell' Alfredo Borghi, un operaio, che dalla camera a gas, in attesa della fine, urlo' : "Carpi, damm de bev".

Di Stefano Paolo

lunedì 21 settembre 2009

OGGI E' LA GIORNATA MONDIALE DELL'ALZHEIMER

Vorrei richiamare l'attenzione del Governo sulle necessità di assistenza domiciliare, di tutela, di cure dei malati di alzheimer e delle loro famiglie e contemporaneamente vorrei denunciare l'assoluta indifferenza delle istituzioni a questo problema.
Molti anni or sono ricordo di aver contribuito a reperire una sede per la Federazione Alzheimer di Milano, non avrei certo immaginato che questa malattia terribile avrebbe poi devastato mio padre e la mia famiglia.
Questo dovrebbe essere di monito a tutti: non restate indifferenti, non si conoscono le cause di questo morbo e non esistono cure efficaci, un giorno potreste aver bisogno di aiuto, date una mano alle assocciazioni che suppliscono le carenze del pubblico:
Vi segnalo Il Ciclamino la mia piccola associazione che però fornisce aiuti preziosi, la potete aiutare semplicemente acquistando il mio libro "Papà mi portava in bicicletta"

Grazie a tutti coloro che vorranno raccogliere l'appello!

sabato 19 settembre 2009

Immagini da una vacanza...la mia!

Prove d' Autunno... il camino funziona!

Siamo solo al 20 di settembre e le vacanze appena terminate sembrano tanto lontane. Certo ha contribuito a questo brusco risveglio il calo repentino delle temperature... ci siamo ritrovati in un autunno inoltrato ed invece sarebbe stato bellissimo viversi questa mezza stazione tanto ricca di colori, di frutti e di malinconie.
Ma torniamo alle vacanze... non ho ancora avuto modo di mostrarvi qualche foto di Lanzo d'Intelvi e dintorni, lo faccio volentieri perchè il luogo merita, la valle è splendida e incredibilmente incontaminata. Ho riscoperto in questi boschi e prati al confine con la Svizzera brani della mia vita che credevo di aver perso per sempre e di tutto ciò sono molto felice.


villa: giardino


Villa:facciata

icona raffigurante uno schauzer gigante sul padiglione di caccia di Bosco Meriggio

Floretta fa la legna per il camino, è previdente ed ha visto giusto!

Dalla Vetta Sighignola: lago di Lugano, alpi italiane, francesi, svizzere.. una vista mozzafiato!

mucche al pascolo verso i sentieri delle trincee
Da "La Baita" scorcio sul Monte Generoso
Puledri al pascolo

Bosco Meriggio.. una meraviglia


Ci sarebbe molto altro da vedere, per ora vi ho regalato uno scorcio di un luogo bellissimo dove sembra che il tempo si sia fermato e a volte questo non è un male....





lunedì 14 settembre 2009

Scuola, Gelmini inaugura l'anno nuovo: "In classe tetto al 30% per immigrati"

Roma - "In alcuni classi la presenza degli immigrati sfiora il 100 per 100. Queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione". Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, in un’intervista a Maurizio Belpietro su Canale 5, sottolinea la necessità di consentire agli studenti immigrati di integrarsi con gli italiani nel giorno in cui 5 milioni di studenti ritornano sui banchi. "Noi abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30% per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri - spiega -. Poi avremo anche una nuova materia che credo sia significativa, l’educazione alla cittadinanza e Costituzione. Ossia favorire sia da parte dei nostri ragazzi, sia degli studenti immigrati la conoscenza dei principi basilari del vivere civile".

Stop alla politica "Esiste all’interno della scuola una minoranza di dirigenti e di insegnanti che confonde la scuola con l’agone politico". Il ministro dell’Istruzione ribadisce che "è legittimo, ovviamente, avere posizioni politiche, però queste vanno espresse nelle sedi opportune: la scuola - spiega il ministro - è un’istituzione, forse la più importante del nostro Paese e in quanto tale va rispettata. Nella scuola si applicano le riforme - conclude - e non si fa politica".

Continuità didattica L’azione del governo, spiega poi la Gelmini, è rivolta anche a garantire la "continuità didattica" nelle scuole tamponando la diaspora dei circa 200mila professori che ogni anno cambiano cattedra. "Viene consentita una mobilità eccessiva che va a danno degli studenti e della qualità della scuola - spiega il ministro -. Per questo noi stiamo ragionando per fare in modo che la continuità didattica sia possibile e che, quindi, sia data la facoltà ai dirigenti scolastici di mantenere gli insegnanti nella stessa classe, nello stesso istituto almeno per un biennio. Migliorerebbe di molto la qualità della didattica nelle nostre scuole - conclude - ed è un obiettivo che noi ci prefiggiamo".

da IL GIORNALE

mercoledì 9 settembre 2009

Ciao Mike e grazie!

Ho avuto la fortuna di aver assistito all'inizio di Lascia o Raddoppia e di aver partecipato all'ondata di entusiasmo che aveva travolto l'Italia negli anni 50, allora il giovedì sera le sale cinematografiche, svuotate da tutto il pubblico che preferiva vedere la trasmissione di Mike, avevano optato per mettere un televisore al centro dello schermo per consentirne la visione. I televisori in circolazione non erano molti e spesso ci si riuniva tra famiglie, al bar e appunto al cinema per seguire le avventure milionarie dei vari concorrenti ma anche per vedere lui, il grande Mike. Io avevo una decina d'anni e ricordo che per quel bel ragazzo dai capelli biondi con gli occhi azzurri e che veniva per giunta anche dall'America, mi batteva forte il cuore. Sapevo tutto di lui, dove abitava, gli sport che praticava, i cani che aveva. Se non ricordo male all'epoca viveva in un appartamento in Galleria Passerella, in Piazza S.Babila a Milano.
Ricordo che qualche anno fa il mio papà lo aveva incontrato per una partita di tennis al Campo Sportivo 25 Aprile e si erano abbracciati, erano stati insieme a San Vittore nel 1944 prima di essere deportati a Mauthausen e sono cose che non si dimenticano.
Per tanti tanti anni il bel ragazzo biondo mi ha fatto compagnia, ha rallegrato le mie serate, lo ha fatto con tenacia ed entusiasmo fino a che i suoi capelli si sono tinti di grigio e l'azzuro dei suoi occhi si è un pochino sbiadito ... negli ultimi spot con Fiorello lo si vede molto invecchiato, d'altra parte 85 anni non sono pochi e lui li ha vissuti alla grande.
Voglio ricordarlo al meglio, voglio ringraziarlo per il batticuore che mi ha regalato ai suoi esordi e per la sua costante e rassicurante presenza in televisione, lui un signore d'altri tempi in questa accozzaglia di volgarità che è oggi il mondo dello spettacolo.
No Mike, non ti dimenticherò e non lo faranno nemmegli gli altri italiani, quelli che al dilagare della televisione trash preferivano i tuoi quiz.
Una carezza Mike, e buon viaggio.

martedì 8 settembre 2009

Lasciare Milano

«Troppo alti gli affitti in centro» Chiudono oltre trecento negozi

Lo storico spazio di antiquariato al numero 110 di corso Garibaldi non c’è più. Al suo posto, è in allestimento un temporary shop. Un negozio, cioè, che rimane aperto a tempo giusto per svendite e smaltimento della merce. È la nuova frontiera del commercio. Di temporary shop ce ne sono moltissimi in centro, da via Dante a corso Vittorio Emanuele. E i negozi normali che fanno? Semplice, chiudono.
Secondo i dati della Camera del Commercio nei primi sei mesi del 2009 sono state 224 le attività cessate a Milano. Cui ne vanno aggiunte altre 92 nel settore della ristorazione. Un numero comunque di molto inferiore ai negozi che aprono: più di 500. Ma attenzione: nel conteggio non sono prese in considerazione le cessazioni d’ufficio. E non si specifica che le nuove attività sono concentrate soprattutto nelle periferie. Non a caso nel 43,6 per cento dei casi i nuovi imprenditori sono stranieri. «Nei quartieri periferici stanno nascendo moltissime attività gestite da extracomunitari. Lì gli affitti costano meno e loro abbattono i costi del personale con la conduzione familiare o peggio il lavoro nero. Quindi riescono a fare affari. In centro invece chiudono soprattutto le botteghe. Anche perché gli affitti e il costo del lavoro sono altissimi», spiega Giorgio Montingelli, delegato al territorio dell’Unione del commercio.
Di vetrine vuote lungo corso Garibaldi ce ne sono una decina. Alcune sono sfitte da anni. Al civico 121, il Centro Bonsai è chiuso ormai da quasi quattro anni. E i locali sono rimasti sfitti anche nel magazzino adiacente. La posizione semi-nascosta sotto ai portici non basta come scusante. Ok, la crisi colpisce tutti e dappertutto. Ma qui siamo in corso Garibaldi, nel cuore di Milano. Ci devono essere altre ragioni. Chiusi anche un negozio di scarpe al civico 57 o quelli di abbigliamento uomo e donna al 39 e al 3. «Qui la colpa è soprattutto della ztl - attacca subito Giorgio Montingelli, che tra l’altro ha la sua attività proprio sul corso -. Non siamo un’isola pedonale, perché i residenti nel corso sono quasi mille e il traffico di auto è continuo. Allo stesso tempo, però, non è più una via di passaggio per chi viaggia in macchina per Milano, visto che qui non si può accedere. Risultato: è la morte del commercio». Ma la crisi colpisce anche via Dante, dove le auto non passano del tutto. «Colpa degli affitti - continua Montingelli -. Il mercato delle locazioni per i commercianti è completamente deregolato. I proprietari dei locali stanno alzando i prezzi in modo esponenziale. In via Dante c’è chi ha visto il proprio affitto quintuplicato rispetto al passato».
Che il prezzo degli affitti sia aumentato di molto lo confermano gli stessi commercianti in crisi. «A fine mese sarò costretto a chiudere bottega dopo 28 anni - dice Sergio Nicosia, titolare della gioielleria Cordusio -. Con i soldi che ho lasciato al proprietario dei locali mi sarei preso tre megaville in Sardegna. La verità è che ora comandano immobiliaristi e banche. Noi piccoli commercianti stiamo morendo, sopravvivono solo le grandi catene e i centri commerciali. Qui in via Dante sono tutti in difficoltà e aspettano solo il momento di vendere». D’altronde con un affitto da più di 50mila euro per un locale piccolissimo e la crisi dei consumi rientrare dalle spese non è facile.
Lungo via Dante sono tre le vetrine già sfitte. Anche se il numero è tristemente destinato a salire. Non sempre, poi, la crisi risparmia i franchising. L’abbigliamento di Motivi, per esempio, non c’è più. E nemmeno i preziosi di Frey Wille. A fine anno se ne andrà anche Salvini, un altro gioielliere. E non va meglio nelle vie limitrofe. In via Tommaso Grossi un negozio di abbigliamento maschile ha chiuso i battenti più di un anno fa e i locali sono ancora sfitti. Eppure siamo a due passi dal Duomo. In via Orefici Riccardo Prisco sta svendendo a prezzi stracciati gli ultimi capi. Il 30 settembre abbasserà per sempre la saracinesca. Bassetti, all’incrocio con il passaggio degli Osti, se ne è invece già andato. E sulla nuda vetrina campeggia la scritta «affittasi» a carattere cubitali.

venerdì 28 agosto 2009

Nuove regole per diventare insegnati: era ora!

Finalmente sono state varate le nuove regole per accedere alla professione di insegnante. Forse in futuro potremo evitare di vedere i nostri figli indottrinati solo di ideologia e scarsamente preparati, perchè per non nascondersi dietro un dito dobbiamo ammettere che è assolutamente vero che accanto a qualche insengante coscienzioso e capace esistono schiere di docenti che non amano la professione, che insegnano per portare a casa uno stipendio e che per giunta usano la loro "missione" per fare politica.


Un anno di tirocinio per legare teoria a pratica; assunzioni solo in base alla necessità per evitare il precariato; più inglese e competenze tecnologiche: queste alcune delle novità contenute nel nuovo regolamento che presenterà oggi il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini per chi vuole accedere all’insegnamento. Con le novità introdotte, riferisce il ministro, "si passa dal semplice sapere al sapere insegnare". E aggiunge: "Con il nuovo tirocinio ci si forma anche sul campo".

Le nuove regole Il ministro Gelmini ha presentato oggi le novità per chi vuole accedere all’insegnamento che si sviluppano, in particolare, su quattro grandi linee: il tirocinio da svolgere direttamente a contatto con le scuole e col "mestiere" di insegnante, "perché insegnare non può essere solo teoria ma anche pratica" si legge in una nota. Il numero di nuovi docenti sarà poi deciso in base al fabbisogno. L’obiettivo è quello di porre così fine all’accesso illimitato alla professione che creava il precariato. In questo modo sarà consentito ai giovani l’inserimento immediato in ruolo.

Inglese e tecnologie Sarà infine dato più spazio all’inglese e alle nuove tecnologie. Il regolamento è il frutto del lavoro della commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui è seguita una azione di primo confronto col mondo della scuola e delle associazioni per l’integrazione scolastica. L’obiettivo dei nuovi percorsi è quello di garantire una più equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio formativo attivo, direttamente a contatto con le scuole.

Richiesta la laurea quinquennale Con il nuovo sistema per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentirà di conseguire l’abilitazione per la scuola primaria e dell’infanzia. Sono rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è previsto un apposito percorso in laboratorio per la lingua inglese e le nuove tecnologie. Per gli alunni con disabilità, in tutti i percorsi è previsto che ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali. Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado sarà necessaria la laurea magistrale più un anno di Tirocinio formativo attivo. È prevista una prova di ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità del sistema nazionale di istruzione, composto da scuole pubbliche e paritarie. L’anno di tirocinio formativo attivo contempla 475 ore di presenza a scuola sotto la guida di un insegnante tutor.

Il nodo Siss Rispetto al percorso Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (Ssis), il ministero ritiene di prendere il meglio di quella esperienza, evitando la ripetizione degli insegnamenti disciplinari, approfonditi già nella laurea e nella laurea magistrale, per concentrarsi sul tirocinio, sui laboratori e le didattiche. Con il vecchio sistema per insegnare nella scuola dell’infanzia e in quella primaria bastava la laurea quadriennale a ciclo unico con test d’accesso al primo anno e scelta, dopo un biennio comune, dell’abilitazione in primaria o in scuola dell’infanzia. Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado era necessaria la laurea magistrale e due anni di Ssis. Chiudono le Siss per le secondarie di primo e secondo grado e al loro posto si dà vita al Tirocinio formativo attivo della durata di un anno. Il numero dei tirocini sarà deciso in base al fabbisogno di insegnanti.

Sistema nazionale d'istruzione Nel regolamento è stato dato riconoscimento al sistema nazionale dell’istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni di personale docente, e si inizia a prevedere la possibilità di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c’è la sperimentazione dell’obbligo formativo. Gli Uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate e avranno funzione di controllo. Il consiglio di corso di tirocinio, che prevede la presenza di scuola e università, ha compiti di coordinamento e di progettazione e rappresenta il terreno di incontro e di raccordo tra le due realtà.

Le commissioni di abilitazione Le commissioni di abilitazione prevedono un equilibrio tra scuola e università e un peso determinante del tirocinio e della prova didattica sul voto di abilitazione. I dottori di ricerca e i "precari della ricerca", se in possesso dei requisiti curriculari, entrano in soprannumero, dopo un esame orale, nell`anno di tirocinio, vedendo valorizzato il loro percorso. L’anno di tirocinio prevede forme di interazione e coprogettazione del percorso tra istituzioni scolastiche e atenei ed è stato previsto uno specifico spazio di laboratori destinati ad approfondire quanto viene fatto in classe. È previsto che la formazione dei docenti per il sostegno sia posta in capo alle università, pur prevedendo la possibilità di specifici accordi con gli enti del settore. Sono previsti percorsi di specializzazione per il Clil (insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado di una materia non linguistica in inglese). Il sistema Afam concorre a pieno titolo alla formazione iniziale dei docenti nelle classi di abilitazione di propria competenza. In particolare, è stata rivista la classe di abilitazione per lo strumento musicale. Sino all'entrata a regime delle nuove lauree magistrali, la programmazione del numero di abilitati e il test è previsto, per la secondaria di primo e secondo grado, prima di accedere all’anno di Tirocinio formativo attivo. Per quanto riguarda i precari non abilitati e gli ex diplomati negli istituti magistrali sono stati previsti percorsi che, dietro il superamento di prove d’accesso in grado di verificare la preparazione disciplinare, consentano di conseguire l’abilitazione.

Le lauree magistrali Con successivo decreto si stabiliranno le lauree magistrali relative al secondo ciclo dell’istruzione, per seguire il percorso di cambiamento del secondo ciclo e delle classi di abilitazione. "Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico - scrive il ministro Mariastella Gelmini - un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie Ssis un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare".

giovedì 23 luglio 2009

Ciao papà!

Oggi, come due anni fa, sono qui a parlarvi di un uomo straordinario che se ne è andato in un afoso giorno di luglio. Oggi, come due anni fa, soffro questa perdita perchè quell'uomo è mio padre. Nonostante sia trascorso del tempo mi risulta difficile scrivere di lui al passato perchè il mio papà è tanto presente nella mia vita e in quella dei miei figli. In questi due anni sono state tante le volte che me lo sono sentito vicino, che ho provato a tendere la mano per incontrare la sua, che ho cercato di fissare il mio sguardo nel suo splendido sorriso e ci sono sempre riuscita.
Il 23 luglio 2oo7 papà Ferdinando lasciava la vita che aveva tanto amato e che aveva vissuto intensamente e io, pur comprendendo che, come si suol dire, aveva finito di soffrire, non mi sono rassegnata a perderlo e non lo faccio nemmeno ora. Tra noi c'era un rapporto speciale, una sorta di comune sentire che continua anche ora che lui è in un'altra dimensione, spesso gli parlo, mi confido con lui e le sue risposte arrivano sempre, magari non nel modo convenzionale, ma arrivano.
Oggi voglio ricordarlo come una persona straordinaria, come un papà magnifico e un nonno fantastico (troverete notizie di lui cliccando qui) ma voglio anche dare speranza a chi ha perso una persona cara, perchè se l'amore è grande ed è vicendevole, non c'è morte che tenga, i rapporti non si interrompono.
Ciao papà, un bacio grande!

sabato 11 luglio 2009

SOLO PER TE, il mio nuovo libro


E uscito in questi giorni e lo presenterò ufficialmente in settembre, ma se volete potete già acquistarlo, è un libro da far leggere ai vostri bambini in vacanza, una lettura istruttiva e divertente ... anche per voi.
Racconta tante storie di cani e di gatti comuni, di quelli che ci sono accanto giorno dopo giorno, che combinano di tutto e di più, che ci fanno sorridere e che quando se ne vanno ci strappano un pezzetto di cuore.
E' bello che i bimbi imparino ad amare gli animali ed è bellissimo che un adulto, magari solo e triste, riscopra in un cane o in un gatto il suo compagno di strada, un compagno tenero, mai invadente, mai "giudicante", insomma un amico vero.
Leggete il libro e forse ....
Per acquistarlo on line cliccate qui

mercoledì 1 luglio 2009

La sinistra si dimette

A furia di cercare sotto le coperte di Silvio esce fuori un’altra storia. Una storia che già avevamo nelle orecchie: il Cavaliere nelle inchieste di Bari non c’entra un fico secco e se qualcosa di strano sarà mai accaduto, coinvolge esponenti del centrosinistra. Forse proprio per mettersi al riparo da sconquassi giudiziari, ieri, si è dimessa in blocco l’intera giunta di Nichi Vendola. E lady Asl, cioè la responsabile della sanità pugliese, è stata congelata.

Questa è la fotografia che esce dopo (...)

(...) l’inchiesta della procura di Bari e dopo la decisione politica di auto-azzerarsi. E questa era la storia che avrebbero dovuto raccontare i giornalisti di Repubblica, i quali invece ieri hanno appallottolato l’appello del presidente Napolitano sulla tregua fino al G8, facendone carta straccia. Ci ha pensato il vicedirettore Massimo Giannini con un sillogismo. «...Questi sono i fatti. E dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua».

Dieci e lode. Ma... i fatti che coinvolgono Berlusconi quali sarebbero? Gli unici che stanno venendo a galla riguardano ben altri ambienti, tant’è che ieri si sono dimessi tutti e sottolineo tutti gli assessori pugliesi. Evidentemente qualcosa di grosso ci dev’essere. E non coinvolge il premier, il quale per Repubblica resta l’indiziato numero uno.

È diverso tempo che Repubblica ha allestito un grande show, con fuochi d’artificio, fumogeni, luci e triccheballacche, per pompare quel poco che aveva in mano. Per carità, lo show allestito è di grande fattura ma al di là dei colori e degli effetti speciali non c’è nulla. Non c’è un premier che va a letto con le minorenni, non c’è un premier che paga escort, non c’è un premier che si droga, non c’è un premier corrotto, non c’è niente di tutto questo. C’è un premier che apre la porta di casa a un tizio che se ne approfitta. Purtroppo sbagliare frequentazioni è errore assai comune ai mortali: è capitato persino ai moralisti. Finanche Di Pietro ha sbagliato amicizie ed è finito nei guai.

Ciarlatani per tutti

E siamo sicuri che pure nella redazione di Repubblica grandi penne si sono fidate di persone che alla fine si sono rivelate non tanto dei gran bauscia quanto dei ciarlatani. Repubblica prese un granchio con l’ex fidanzato di Noemi che non raccontò tutta la sua verità fino in fondo, per esempio. E sbagliarono pure D’Avanzo e Bolzoni nel dare retta a certe fonti sul delitto Rostagno. La recente sentenza sulla morte dell’ex Lotta Continua poi fondatore di una Comunità non ha nulla a che spartire con il racconto dei due scooppisti di Repubblica. Lo fece fuori la mafia: in Sicilia capita.

Sbagliare amicizie capita. E la gravità non cambia peso se a sbagliare è il presidente del consiglio o un cittadino qualunque. La responsabilità - insegnano - è sempre personale. Esempio, se io invito Tizio a casa mia e questo poi va in balcone e rovescia il vaso dei fiori in testa a un passante, io non ho colpe. Per Repubblica sì. Non solo, Repubblica trasforma tutto questo in fatto, senza distinguere le responsabilità di Tizio dalle mie che sono il padrone di casa.

Il presidente Napolitano ieri l’altro aveva offerto una sponda per uscire dal grande show virtuale, parlando di una tregua di qui al G8. Lo aveva chiesto espressamente ai giornalisti e ai politici, quasi ad indicare in loro i terminali di questa campagna che danneggia non solo il premier (come loro intenzione) ma tutta l’Italia. Napolitano, saggiamente, aveva chiesto un break forse confidando nella sua personale moral suasion.

A tutto furore

Macché, il furore in largo Fochetti è talmente denso che nemmeno l’intervento del Capo dello Stato fermerà l’operazione sputtanamento. Leggiamo alcuni commenti all’articolo di Giannini pubblicati sul sito Repubblica.it. «Le parole del Presidente Napolitano mi fanno tornare in mente... le collaboratrici domestiche che nascondono la sporcizia sotto i tappeti». «Il ferro si batte finché è caldo. Il prossimo G8 è l’occasione giusta per mettere davanti alle sue responsabilità questo personaggio e vedere con quale faccia si siederà accanto ai rappresentanti degli altri Paesi». «Bella questa, Berlusconi e i suoi portaborse vogliono tappare la bocca a tante persone, istituzioni, giornali nazionali e esteri. Ora ci si mette anche il presidente della Repubblica Napolitano... a me pare la strada giusta per la dittatura».

Ne abbiamo pescati a caso tra i tanti; sono sufficienti per capire lo spirito del giornalismo declinato nelle stanze di Repubblica. Un giornalismo che combina i buoni e i cattivi a seconda delle proprie convenienze. Ieri Napolitano è finito nella lista dei cattivi per il solo fatto che non ha tenuto bordone alla campagna di Repubblica.

Sia chiaro, ognuno è libero di interpretare il giornalismo come meglio crede, l’importante è che non abbia la spocchia di vendercelo come l’esempio più virtuoso. Qui di fatti non ce ne sono, c’è solo tanto antico livore.

da Libero

giovedì 25 giugno 2009

Moralisti a senso unico

Ora molti parlano di «emergenza morale» nel nostro Paese. Ebbene: se di emergenza morale si tratta (e sottolineo: se) se non altro, nel nostro Paese non è cominciata ora. È cominciata già da un pezzo, come dimostrano i documenti che pubblichiamo oggi. Sinceramente, avremmo voluto evitarlo: rovistare nei boudoir a destra o a sinistra non è proprio il sogno che abbiamo coltivato quando da bambini giocavamo al piccolo giornalista. Ma tant’è. Ci hanno costretto, da settimane, a parlare soltanto di veline e prostitute, lettoni grandi e autoscatti nelle toilette. E sostengono che sia obbligatorio farlo perché uno scandalo così (ma così come?) non si era mai visto. Ci danno a intendere che, prima che arrivasse Berlusconi, fossero tutti casti e puri, piccoli emuli di santa Maria Goretti prestati alla politica, candidi e immacolati come la neve. Ci vogliono far credere che nei palazzi della politica circolassero soltanto tomi di Schopenhauer e saggi sull’amore platonico o sul pensiero di Carlo Marx.
Non è così. E ve lo dimostriamo. Ciò che raccontiamo oggi, infatti, succedeva ai tempi del governo D’Alema. Fra i protagonisti ci sono alcuni amici del Baffino, proprio quello che oggi va in giro a sollevare il mustacchio scandalizzato. Erano tutti esperti di Carlo Marx, s’intende, e probabilmente anche di amore platonico: non solo di quello, però. E infatti in questa storia c’è una maîtresse, ci sono squillo, ci sono incontri che si consumano non in case private (come è e resta Palazzo Grazioli) ma addirittura dentro i palazzi dell’istituzione. C’è, insomma, un’emergenza morale a luci rosse, molto rosse, con fatti certi e assai più gravi delle accuse scagliate finora contro Berlusconi. Telefonate hard comprese.
Leggete bene gli articoli di Gian Marco Chiocci e, in parallelo, di Stefano Zurlo. Da una parte abbiamo alcuni episodi (di ieri) non lievi e indiscutibilmente documentati; dall’altra una serie di polveroni sollevati oggi senza che nessuno chiarisca in modo accettabile where is the beef, dov’è la ciccia, cioè dov’è il problema, dov’è lo scandalo (dopo aver scoperto che a Cortina si fanno le feste e che a casa, alla sera, qualche volta capita di giocare a poker: ma guarda un po’...). E allora perché oggi tutti, a cominciare proprio dagli ex libertini, dagli ex cantori dell’amore libero e del sesso estremo, di fronte a poco si scoprono bacchettoni e strillano all’emergenza morale, mentre dieci anni fa di fronte a molto stavano rigorosamente zitti?
Converrete con noi che, se tutte le domande sono legittime, anche questa si può fare. Ed è per fare questa domanda, solo per questo, che pubblichiamo i documenti sulle escort del clan D’Alema. Vogliamo chiedere: come mai allora l’inchiesta fu rapidamente archiviata e nessuno volle sfruttare politicamente quei fatti che pure (lo ripetiamo) sono assai più clamorosi di quelli che da qualche settimana Repubblica sta brandendo come una clava contro Berlusconi? Perché quei documenti non finirono ai giornali? Perché, anche se molti sapevano, nessuno osò parlarne?
Qualche lettore dirà: perché le luci rosse, in quel caso, erano rosse prima di tutto politicamente. Può essere. Per rendersi conto della doppia morale della sinistra basta leggere l’incredibile intervista di Ezio Mauro all’Avvocato Agnelli ai tempi del sexygate di Clinton: com’era indignato l’attuale direttore di Repubblica dall’uso politico dello scandalo! Com’era nauseato dalle bassezze americane e sicuro che, da noi, tal punto di infamia non si sarebbe raggiunto mai! Invece è stato raggiunto. Anzi, di più: è stato proprio lui a raggiungerlo. Che cosa è successo nel frattempo? Semplice e drammatico insieme: come abbiamo scritto nei giorni scorsi è stato rotto un patto silenzioso e antico, quello per cui la lotta politica si fermava davanti alla camera da letto, rispettava la vita privata e non s’intrometteva nell’educazione dei figli altrui. La rottura di quel patto è la vera sciagura che stiamo vivendo, il vero scandalo che dobbiamo temere. Abbiamo l’impressione infatti (ma più che un’impressione è una certezza) che d’ora in avanti, immondizia dopo immondizia, sarà sempre più difficile liberarci da questo fetore. A noi non piace, al Paese fa male. E allora a chi giova tutto ciò? Chi l’ha voluto, risponda.
M.Giordano

giovedì 18 giugno 2009

I CORVI GELATI DA UN SORRISO

È la foto che li avvelena: Obama che sorride a Berlusconi, la mano che s’appoggia sulla spalla del premier. Poi la frase: «È bello vederti amico mio». L’amicizia destabilizza sempre chi è in malafede. Qui in Italia ce ne erano un sacco: tutti quelli che avevano previsto a priori il fallimento dell’incontro Obama-Berlusconi, tutti i portatori sani della convinzione di una nuova antipatia americana verso Roma, tutti i presunti conoscitori del presidente Usa, certi che ci avrebbe bastonati, criticati e allontanati.

Obama sorride, perché è più intelligente di loro. Obama saluta, parla e trova accordi. Berlusconi vince. Una pacca sulla spalla è il sole che distrugge i vampiri della diplomazia, livorosi al punto di augurare all’Italia una brutta figura, salvo poi fare marcia indietro a successo ottenuto. Sul carro, ancora. Sul carro come Paese e non come governo, perché non sia mai: il rispetto che ci ha riservato la Casa Bianca corrode le loro certezze. Chissà che cosa scriverà oggi l’Unità che ieri è stata in grado di relegare l’incontro a pagina 21: cronaca puntuale, dettagliata e informata, compreso il dettaglio della mezzora in più del colloquio. Poi questo titolo: «Caffè amaro per il premier». Perché mai? Così, per sport o per abitudine. Perché l’articolo non lo spiega. Ma i professionisti delle certezze a prescindere evidentemente avevano già titolato, perché per loro era ovvio e scontato che qualcosa sarebbe andato storto.

Loro comunque avevano anche sostenuto che l’incontro non ci sarebbe mai stato. Che abbiano raccontato il fatto, quindi, dev’essere stato già abbastanza duro. Chi non è riuscito a titolare a prescindere ha comunque trovato il modo per dire che ci siamo salvati. L’ha fatto Vittorio Zucconi su Repubblica: «È andata bene perché non è accaduto nulla che possa crearci imbarazzi». L’uomo e il giornale che hanno considerato epocale anche una pipì di Obama, adesso parlano di «non evento». Troppo duro ammettere, troppo difficile accettare. Così adesso tace Massimo D’Alema che poche ore prima dell’incontro aveva sostenuto che la visita di Berlusconi a Washington fosse arrivata tardi. Ma come? L’Italia è il secondo Paese europeo a essere ospitato alla Casa Bianca dalla nuova amministrazione. Prima c’è stata solo l’Inghilterra e non vorremo mica metterci in competizione con gli inglesi nei rapporti con gli Stati Uniti. Zitto anche Franceschini che, qualche mese fa, aveva previsto guai per l’Italia con Obama per colpa di alcune battute del premier. Muto Di Pietro che si è lamentato del fatto che Berlusconi abbia ospitato Gheddafi mentre gli altri avevano fatto gli onori di casa con Barack. L’Italia è andata a trovarlo, il che forse vale di più. Però non per tutti, non per chi non riesce a togliersi il pregiudizio e il preconcetto, non per chi non ce la fa ad accettare che il presidente che piace alla gente che piace, piace anche a Berlusconi e con il premier italiano va d’accordo. «Amico», dice. Amico fa salire l’ulcera a chi Obama ha cercato di vederlo alla Convention di Denver millantando affinità e comunanza di progetti e invece s’è ritrovato con un umiliante biglietto prestampato con la firma digitale di Barack.

Amico è più di alleato, ovvero l’altra parola usata dal presidente con Berlusconi. Questa Italia prende strette di mano, pacche, sorrisi, accordi e progetti e se li porta a Roma. Era già successo con Clinton, altro presidente amato in Europa: prima che la magistratura cambiasse le carte della partita, nel 1994 Berlusconi e Clinton si videro e si capirono. Poi è successo con George W. Bush. La verità è che l’Italia è amica degli Stati Uniti e lo è di più ogni volta che a tenere i rapporti è stato Berlusconi. A Washington l’hanno capito prima di quanto abbiamo fatto noi. Quando c’è stato l’unico momento di frizione tra noi e gli Usa dopo l’inizio della seconda Repubblica? Con Romano Prodi premier e Massimo D’Alema ministro degli Esteri entrato in rottura con Condoleezza Rice. Pregiudizio anche allora, pregiudizio sempre.

L’Italia flirtò troppo con Chavez all’Onu per cercare di smarcarsi dall’America. Non piaceva la politica militarista dell’amministrazione repubblicana e D’Alema ne andava orgoglioso: «C’è amicizia, ma abbiamo posizioni divergenti». Ci chiesero più militari in Afghanistan e la prima risposta fu un no. La stessa cosa che ci chiede Obama adesso ricevendo un sì, perché la differenza è che i democratici americani guardano al contenuto, quelli italiani alla convergenza preventiva e vagamente ideologica. Non c’è partita, non c’è neanche paragone. Ogni inquilino della Casa Bianca negli ultimi quindici anni ha voluto avere un buon rapporto con l’Italia di Berlusconi. Ci avevano raccontato di un Obama freddo e distaccato, l’abbiamo visto cordiale e interessato. Magari adesso funzionerà anche quello che per i profeti della sventura precotta era il punto debole del governo: l’ospitata di Gheddafi e l’amicizia con Putin. Obama è più intelligente di chi pensa di imitarlo in Italia: cerca mediatori. E trova amici.

lunedì 15 giugno 2009

BaLLOTTAGGIO A MILANO - un consiglio a Podestà

Il vantaggio di Guido Podestà è di 162.336 voti o, se preferite, di dieci punti percentuali. Niente male, davvero. Ma il 21 e 22 giugno (si vota di domenica e lunedì sino alle 15) occorre ritornare ai seggi, alle urne e riconfermare il sostegno al candidato della nuova Provincia. Occorre fare un nuovo piccolo sforzo per cambiare, per dare smalto all’amministrazione di via Vivaio. O, se lo ritenete, per ribadire il vostro voto a favore dell’inquilino uscente. Che, consiglia Riccardo Sarfatti, dovrebbe «imparare a parlare a tutte le classi» e, magari, darsela a gambe «dalle periferie che sono più conservatrice rispetto al mondo delle libere professioni». Suggerimenti da sinistra, da chi fu però sconfitto da Roberto Formigoni nel 2005. Sconfitta che nel 2006 toccò all’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante - pure lui sostenuto dalla sinistra - che dopo quella lezione non ha dubbi: «L’asso nella manica di Podestà sono i leader della coalizione che scendono in piazza con lui» e che disertano invece gli appuntamenti con Penati. Ma se Sarfatti non si sbilancia sul risultato, Ferrante scommette sulla vittoria di Podestà. E lo stesso fanno sia Sandro Antoniazzi che Ombretta Colli. Il primo - sfidò Gabriele Albertini nel 2001 - ammette che recuperare dieci punti è «un’impresa» e che Penati dovrebbe scendere tra la gente. La seconda, Ombretta Colli, non ha consigli da dare a Guido Podestà - «è uomo del fare e dell’agire, con esperienza in Europa - se non quello di «non tormentare gli elettori con l’appello al voto dell’ultimo minuto». Ma per cambiare Provincia bisogna spronare al voto.

venerdì 12 giugno 2009

Veronica e questo suo bisogno di comunicare a mezzo stampa....

Eccola là. La Veronica imbuca un'altra lettera. Stavolta, post-elezioni, la signora in rosa è più soft, moderata, neo romantica, tre metri sopra il cielo. Forse è perché chiede spazio al più equilibrato Corriere della Sera, anziché alla centrale del Pd, la Repubblica. O forse è mera questione di alimenti ed eredità. Fatto sta che con la sua nuova posta del cuore la signora Lario, in sostanza, ci dice che non abbiamo capito un tubo. La collezione Harmony, a questo punto, le fa un baffo. Per settimane ci siamo ammazzati a interpretare le sue parole, sulle minorenni, sul marito quasi malato, su Noemi e compagnia cantante. Lei è rimasta lì a guardarci, silente e sofferente, e ora -ora- ci dice che siamo storditi: non abbiamo nemmeno vagamente intuito il tumulto della sua vita sentimentale. Non abbiamo capito un tubo. Dircelo prima del voto, ovviamente, non l'è sovvenuto. Ecco le parole dolci della Veronica: «In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale. Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui. Certo è che l’ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia». E tutto questo cancan per una donna innamorata che fa fatica a comunicare con il coniuge? I due punti in meno alle elezioni, lo scandalo morale per quella frase inquietante sulle minorenni, tutta la campagna elettorale trash di queste settimane, il ciarpame, le veline, tutto era solo un banale problema di linee del telefono interrotte? Un fax, un cellulare, un sms, una mail, una chat su fb, un piccione viaggiatore, niente. Veronica proprio, ci dice, non ha trovato altro mezzo per dire al marito Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio che la loro storia non andava, se non la cassetta della posta de La Repubblica. E oltretutto abbiamo frainteso. La verità del rapporto tra loro, noi non l'abbiamo neppure sfiorata. No: non abbiamo proprio capito un tubo. Ci spiegasse, la Veronica, una volta per tutte, questa verità. Siamo proprio curiosi, ora.


giovedì 11 giugno 2009

ELEZIONI

Indaffarata come ero, ho dimenticato di scrivere un piccolo commento al risultato elettorale, lo faccio ora in modo molto sintetico.

Per le elezioni Europee la coalizione di governo ha vinto ( il raffronto è con le precedenti europee) anche senza Storace e compagnia cantante, il Pd è crollato e le varie sinistre dai nomi fantasiosi ma dal simbolo univoco della falce e martello, sono state spazzate via dagli elettori. Idv cresce slassando il PD (contenti loro..).

Per le Provinciali la vittoria del Centro Destra è eclatante, le provincie conquistate a scapito del PD sono oltre 29 e occorre aspettare i ballottaggi per aggiornare questo numero.

Che volete che vi dica..... è andata alla grande! L'attacco dei giudici, Veronica, Noemi, il papi, le foto di Villa Certosa e Repubblica che ha inventato il quotidiano Beautiful non hanno prodotto nulla se non una dequalificazione della nostra immagine all'estero.
Gli italiani hanno capito e non hanno gradito.

Giusto adeguare gli stipendi al costo della vita nelle varie regioni

Bisogna sfuggire dal termine gabbie salariali. Ricorda un processo burocratico con il quale venivano centralisticamente definite le retribuzioni anche se in modo differenziato. Niente di più sbagliato in un mondo produttivo che è costretto a cambiare alla velocità della luce. Resta però il principio sacrosanto: allineare le retribuzioni all’effettivo costo della vita. Occorre rottamare per sempre quel nefasto principio per cui il salario è una variabile indipendente. Da tutto. Dagli utili della società come dal costo della vita. La Lega ha intuito per tempo questa discrasia e la cavalcherà. C’è da scommetterci. Così come ha fatto con il federalismo fiscale. Ma bisogna ricondurre il dibattito sui binari della razionalità economica. L’adeguamento degli stipendi al costo della vita, non ha la sua ragione d’essere principale nella penalizzazione di chi oggi è avvantaggiato da questo assurdo livellamento. Ecco alcune ragioni tutte economiche.
1. Rendere più territoriale il proprio stipendio porta con sé il vantaggio di depotenziare i contratti nazionali, ridicolizza la caratteristica tutta italiana di avere quasi cento diversi contratti di categoria. I contratti nazionali si potrebbero limitare a quattro-cinque macrocategorie (pubblico impiego, industria, servizi, commercio e artigiano, per esempio). In maniera tale da stabilire i fondamentali dettagli a livello territoriale e aziendale. Nel primo ambito valorizzando il diverso costo della vita. E nel secondo la diversa produttività tra azienda e azienda. Sì certo: più competizione e meno appiattimento.
2. Le burocrazie sindacali, sia dei lavoratori sia degli imprenditori, perderebbero quel potere di veto nazionali. Chi conta è chi è sul territorio. Chi si sporca le mani. Chi conosce le aziende e il costo della vita angolo per angolo. Il peso della grande impresa sarebbe subordinato alla realtà dell’Italia: che invece è fatta di milioni di piccole e medie.
3. Infine le aree più svantaggiate, a minor costo della vita, avrebbero stipendi più bassi. Per questa via esse potrebbero iniziare un cammino di sviluppo. Perché investire all’estero quando in casa si possono avere condizioni di lavoro favorevoli? Il caso romeno è significativo. Molti imprenditori hanno là impiantato le proprie industrie per godere del minor costo del lavoro. Ma proprio grazie a questo intervento l’asticella delle retribuzioni, oltre che il Pil, di quel Paese si è alzato. Insomma un modo di mercato per lo sviluppo del Sud. Altro che penalizzazione.

La Torre Galfa, un grattacielo finito in soffitta

a questione dei grattacieli nella nostra città è una vicenda sempre tormentata, criticata e discussa. Gli ultimi fatti, come lo stop delle diverse parti alla costruzione di via Botticelli e l’abbandono dopo tanto chiasso del cantiere della Torre delle Arti in via Principe Eugenio, si sommano alla inconsueta situazione del quarto edificio per altezza nella storia di Milano di oggi: il grattacielo Torre Galfa. Così chiamato dalle iniziali delle due vie che lo affiancano, Galvani e Fara, rappresenta oggi uno dei vecchi protagonisti di quella Milano che, al fuori di ogni esibizione figurativa, esprimeva concetti di modernità e di appartenenza della città a una cultura internazionale, in una stagione irripetibile e allo stesso tempo un vero simbolo dell'evoluzione tecnologica applicata all'architettura.
Parte integrante di quel centro direzionale della capitale finanziaria italiana mai terminato, il Galfa fu ideato nel 1956 dall'architetto Melchiorre Bega e abitato nel 1959. Nacque come sede della Sarom e della B.P Italiana, ma nella metà degli anni Settanta passò alla Banca Popolare di Milano, che lo usò per circa 30 anni. Nel 2006 fu venduto ad una società e da allora risulta vuoto in attesa di una ristrutturazione. Un'opera architettonica non certo di secondo piano, se il grande Giò Ponti, che praticamente in contemporanea lavorava al Pirelli, così si espresse: «La Torre Galfa che con la sua altezza arricchisce lo spettacolo dell'architettura di Milano, là dove essa, nel quartiere direzionale, si rappresenta nella sua vitalità, costituisce una parte eminente di quella creazione ambientale i cui aspetti milanesi suscitano tanto interesse non solo in Europa».
La questione grattacieli non potrà che trovare un suo equilibrio e un suo volto definitivo non prima che tutte l'area di Porta Nuova sia terminata, anche se contraddizioni e polemiche tra città e architettura difficilmente si chiuderanno.

lunedì 8 giugno 2009

L' esultanza dei perdenti

Né può consolare il Pd il fatto che la sua caduta verticale si inserisca nella débâcle di tutta la sinistra europea. In molti Paesi, infatti, dalla Spagna all’Inghilterra, i partiti socialisti e laburisti erano al governo. E chi è al governo, si sa, durante le grandi crisi economiche paga un inevitabile scotto. Dovrebbe trarne vantaggio l’opposizione. Invece Franceschini, che sta all’opposizione, ha perso 7 punti percentuali. Che cosa ci sia da esultare, Dio solo lo sa. Comunque, contento lui.
D’altro canto, se saranno confermati i risultati delle proiezioni, è evidente che per il Pdl non si è trattato di un successo. Tutt’altro. Il voto andrà analizzato e bisognerà capire che cosa non ha funzionato. In prima battuta si è subito puntato l’indice sull’astensionismo al Sud. Può essere. Ma va anche detto che forse il partito non è stato così compatto come ci si sarebbe aspettati nel difendere il leader dall’aggressione che ha subito nell’ultimo mese. Soprattutto ha colpito il rumoroso silenzio con cui Fini, numero due del Pdl, ha assistito allo scempio della campagna elettorale. E forse è stato un errore anche porre l’asticella del successo oltre il 40 per cento, una percentuale possibile alle elezioni politiche, non alle europee, dove l’elettorato del centrodestra è tradizionalmente più tiepido.
Nonostante questo il risultato complessivo del centrodestra è tutt’altro che fallimentare. Il Pdl ottiene comunque più voti rispetto a quelli ottenuti da Forza Italia e An alle europee di cinque anni fa (erano al 32,5 per cento, ora sfiorerebbero il 36 per cento). Si tratta di un risultato significativo perché finora tutti i matrimoni fra i partiti, nel panorama politico italiano, non erano mai stati elettoralmente efficaci. I vari Asinelli e Tricicli hanno sempre preso meno voti rispetto alla somma delle singole formazioni che li componevano. Così sta succedendo anche al Pd. Il Pdl, invece, unisce Forza Italia e An e, rispetto al 2004, guadagna consensi.
Il Pdl, stando sempre alle proiezioni, perde qualcosa rispetto alle politiche del 2008. Neanche molto, se si pensa alle batoste che hanno subito negli altri Paesi europei i partiti di governo: sostanzialmente il giudizio degli italiani sulla gestione della crisi non è così funereo come certi gufi volevano far credere. Inoltre alla diminuzione di voti del Pdl fa riscontro la crescita della Lega: complessivamente la maggioranza tiene i suoi voti, e non è poco considerato tutto quello che è successo in questo anno.
Per il resto non c’è molto da dire: l’Udc veleggia intorno al 6 per cento; i radicali, nonostante il rush finale a suon di grida, lacrime e digiuni non sembrano in grado di fare il miracolo che li salverebbe dal malinconico addio a Bruxelles; la nostra sinistra in stile «addavenì baffone» scompare per sempre, oltre che dal Parlamento italiano, anche dal Parlamento europeo, a dimostrazione del fatto che moltiplicare i giornali finanziati dai contribuenti non serve a moltiplicare i voti. L’impressione è che, nonostante tutto, gli italiani confermino la scelta verso il bipolarismo.
Oggi arriveranno i dati definitivi delle europee e li si potranno combinare con i risultati delle amministrative. Allora il quadro sarà più chiaro. Ma fin d’ora è possibile dire che l’attacco a Berlusconi non è riuscito. Hanno cercato di colpirlo sul piano personale, hanno puntato diritto al cuore dell’uomo ancor prima che del politico, hanno usato tutti i mezzi leciti e illeciti, sollevando un polverone mefitico, che ci ha ammorbato per un mese. Non hanno esitato a immergere le loro menti, un tempo schizzinose nei bassifondi del cicaleggio da coiffeur, con tutto il rispetto per i coiffeur. E alla fine rimangono con quello che hanno seminato: il nulla. Il Pd s’è fatto trascinare da Repubblica e ha cavalcato disperatamente il gossip. E gli italiani hanno risposto mandandolo a quel País.
Mario Giordano

lunedì 1 giugno 2009

...e brava Veronica

Milano - Ci sono favole che non hanno un lieto fine. Sempre che, prima o poi, si decidano ad avere, finalmente, una fine. E ci sono anche favole che, per uno di quegli strani incantesimi alla rovescia, propongono, a volte, un’altra verità così amara e sorprendente da surclassare la più fantasiosa delle favole. La favola che non può più considerarsi solo e semplicemente una favola è quella di Veronica Lario e Silvio Berlusconi. Perché l’ultimo update della vicenda che ha visto intrecciarsi le loro esistenze, tra scaramucce, sorrisi e qualche lettera di troppo, aggiunge altro sale a un pasticcio già fin troppo sapido. È un’altra versione dei fatti, un’altra verità, distillata senza troppi giri di parole da una signora come Daniela Santanchè, in un’intervista al quotidiano Libero. Una donna, prim’ancora che un’ex deputata, che di solito sta dalla parte delle donne: «Veronica Lario da molto tempo ha un altro compagno al suo fianco. E vi do anche nome, cognome e professione. Si chiama Alberto Orlandi, ha 47 anni (in realtà 37, ndr), è capo del servizio di sicurezza di Villa Macherio. Veronica Lario con lui passa le giornate, condividendo sogni e progetti. Proprio come fa una coppia in perfetta sintonia».

Ci sono bombe a grappolo che fanno meno effetto. Lo sa bene l’ex deputata che ha appena azionato il detonatore della «sua» verità tutta ancora da approfondire, come è d’obbligo nelle storie ingarbugliate. Ma si sente in dovere di suffragare la sua uscita ardimentosa con motivazioni ben precise: «Vede, ho deciso di parlare a costo di andare incontro alle critiche più feroci, a cominciare da quelle di Berlusconi, perché non sopportavo più di aprire ogni mattina i giornali e di provare rabbia davanti a uno scandalo, costruito sulle falsità e sulla menzogna. Uno scandalo che avrebbe mandato in frantumi l’immagine del nostro Paese. Così, in nome della mia libertà, delle battaglie che ho sempre condotto per difendere la verità, e restituire dignità alle persone, mi sono detta: il nostro presidente non parla? Preferisce continuare a farsi infangare e a soffrire in silenzio? Allora parlo io e lo dico chiaramente che le cose stanno in modo diverso».

Che adesso spunti un’altra verità, quella dell’onorevole Santanchè, certo non può metterci di buon umore né può regalarci l’assoluta certezza di aver trovato finalmente «la verità». Basterebbe ripercorrere le pagine tormentate di giornali e diari intimi per naufragare nell’overdose di chiacchiere che si sono spese su Veronica e Silvio. Lei first lady, che preferisce starsene in disparte sempre e comunque, lui che, leader nato, e premier diventato, conduce, un po’ per temperamento e un po’ per obblighi istituzionali, la vita forzatamente sotto i riflettori. Una vita che viene puntualmente passata al lavaggio e al candeggio, che gli impedisce quasi di infilarsi in una toilette, per il più naturale di bisogni, così come di andare ad una innocua festa di compleanno o di stringere una mano in più, o di saltare sul predellino dell’auto, senza che tutto ciò venga maliziosamente registrato alla moviola.

Accade che un paio d’anni fa, stanca di starsene in disparte, first lady Veronica butta nell’oceano delle divagazioni, tanto care a certe stampa, una lettera in cui lamenta di sentirsi trascurata e accusa il marito di essere la quintessenza di uno zuzzurellone sciupafemmine. Il premier-marito si scusa pubblicamente, canta meglio di Gianni Morandi «Ritornerò in ginocchio da te» e, sotto una pioggia di rose, riconquista la moglie. Passa del tempo e Veronica Lario ha un altro sussulto. Anzi qualcosa di più di un sussulto. Riscrive ai soliti giornali, e parla del marito in termini non proprio elogiativi. Insinua che vada con le minorenni, che sia malato. Quella di Veronica è una sorta di entrata a gamba tesa, mentre si gioca la campagna elettorale, giusto per fargli pubblicamente male. «Con uno così - è la sintesi del pensiero della signora Lario - non si può più stare, quindi chiedo il Il marito-premier rimane come un pugile un po’ frastornato da un uppercut inatteso, poi, pian piano, reagisce. Ma reagisce prendendosela con certa parte politica e certi giornalisti da buco della serratura. Cercando di mettere al riparo moglie e figli da una faccenda rigorosamente dolorosa quanto privata. E i figli, tutti i suoi figli, invece di prendersela discretamente per quel trambusto in cui stona anche l’infelice frase di Franceschini sull’educazione impartita da Berlusconi ai suoi rampolli, fanno quadrato col padre. Forse la favola non è proprio una favola. E forse le vite dei protagonisti sono un po’ differenti da quanto sembra. Chissà, forse la lente di ingrandimento che ieri Daniela Santanchè ha messo sul tavolo può aiutare gli italiani, un po’ disorientati, a vedere da un’altra prospettiva questa surreale vicenda.

Perché Daniela Santanchè, che di battaglie per le donne ne ha condotte qualche centinaio, una che Silvio l’aveva bacchettato più e più volte, senza troppi giri di parole ha deciso di raccontare la sua verità? «Finiamola con questa pantomima. Siccome il premier aveva un segreto che non poteva svelare l’ho fatto io, perché la misura adesso è colma. Perché il gioco, e non solo il gioco politico, è truccato». L’Italia, anche quella più distratta dalle foto di Villa Certosa, rallenta il passo e tende l’orecchio per ascoltare l’onorevole. Sul fatto che il premier amareggiato abbia preferito tacere per tutto questo tempo, potremmo interrogarci e lanciarci nelle più ardite acrobazie della fantasia ma è ancora la Santanchè a proporci la sua interpretazione dei fatti: «Berlusconi ha accettato ciò che pochi uomini al giorno d’oggi se la sentirebbero di accettare e mandar giù. Pensi che cosa gli sarebbe costato divorziare, rifarsi una vita, trovarsi a sua volta un’altra compagna. Invece no. Ha preferito stringere i denti e andare avanti nella sua solitudine. Ha preferito pensare ai figli, ai nipoti. Ha messo davanti a tutto il bene della famiglia. Ha cercato di tenerla al riparo, la sua famiglia. Sempre. Con Veronica aveva fatto una sorta di patto per non mandare in frantumi il bene più prezioso. Ma Veronica...».
Gabriele Villa - iL GIORNALE

sabato 30 maggio 2009

Domanda: chi difenderà Milano in Europa?

I milanesi sembrano avvicinarsi alle elezioni europee del 6-7 giugno con un distacco anche maggiore del solito. L'attenzione è più concentrata sulla corsa per la Provincia e per i numerosi municipi in palio nell'hinterland. Si continua a considerare il voto per Strasburgo più un sondaggio di opinione certificato, il cui esito influirà sulla politica nazionale in un momento di turbolenza, che non la scelta di coloro che ci dovranno rappresentare in un Parlamento sicuramente pletorico e sicuramente privo di molti attribuiti propri di un'assemblea elettiva, ma che è comunque destinato ad influire sempre più sulla nostra vita quotidiana. Un Parlamento, cioè, cui bisogna eleggere uomini e donne che garantiscano una presenza assidua, che abbiano le competenze necessarie per partecipare con autorità ad almeno una delle commissioni in cui si prendono le decisioni e che siano abbastanza battaglieri per difendere i nostri interessi di fronte ai rappresentanti degli altri 26 Paesi della Ue.
E quando dico «nostri interessi», non parlo solo di quelli dell'Italia, ma anche di quelli di Milano, che nel quinquennio che precede l'Expo saranno particolarmente rilevanti. Nelle «europee» ci sono ancora le preferenze; e poiché nel collegio di Nord-Ovest se ne possono esprimere tre, gli elettori intelligenti sono in condizione di usarle non solo per dare un voto «simbolico» ai loro leader preferiti (che serve esclusivamente per il citato effetto sondaggio), ma anche per scegliere le persone che ritengono più qualificate per rappresentare Milano e la Lombardia in Europa. Faranno perciò bene a dare il loro voto a candidati che abbiano solidi e provati legami con il territorio, che non abbiano altri interessi che li distolgano da un lavoro a tempo pieno, e che non considerino il seggio a Strasburgo come un ben remunerato premio alla carriera.
Non tutti gli elettori avranno il tempo e la pazienza per operare questa selezione, ma ne possono bastare poche migliaia per migliorare la qualità della nostra rappresentanza e far sì che Milano possa contare sulle rive del Reno su una voce autorevole.

giovedì 28 maggio 2009

TEMPO DI ELEZIONI: LE SOLITE CALUNNIE E OFFESE PER SILVIO

Riporto un pezzo da Libero, la crocana di una giornata, quella di ieri, nella quale gli attacchi a Berlusconi sono stati vergognosi per lo squallore che hanno raggiunto. Se è solo questo che sa fare il Pd, nonostante i gravi problemi del paese, mi auguro con tutto il cuore che le prossime elezioni politiche/amministrative lo annientino, non se ne può più! Riguardo al Finalcial Time che si permette di parlare del nostro Premier in modo offensivo, forse farebbe bene a dare un'occhiata in casa sua, famiglia reale compresa.
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Non c'è dubbio che Berlusconi sia un imprenditore e un politico di successo, ricco, furbo e potente. Ma alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest'uomo? Chi guida un Paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi», aveva dichiarato il segretario del Pd dario Franceschini. Ma
papà non si tocca. Parola di PierSilvio Berlusconi, Marina e Luigi, intervenuti in difesa del padre, dopo gli attacchi da lui ricevuti. «Ma Fraceschini come si permette? Forse sbaglio a prendere sul serio una battuta di così pessimo gusto. Ma anche alla campagna elettorale c'è un limite», controbatte PierSilvio, che aggiunge: «Io, proprio io, sono stato educato da Silvio Berlusconi. E i miei valori sono i suoi. Amore per il lavoro, generosità, tenacia e rispetto per gli altri. Quel rispetto che Franceschini dimostra di non conoscere». E orgogliosi dei valori della di papà e della loro famiglia si dichiarano anche Marina e il 'piccolo' Luigi. L'ultimogenito del Cavaliere difende così il premier: «Sono contento e orgoglioso dell'educazione che ho ricevuto e dei valori che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia. Non vedo perchè la politica si permetta di giudicare Silvio Berlusconi come padre. Si tratta di piani diversi che non dovrebbero essere mai sovrapposti». Poco prima aveva risposto anche Marina, presidente di Fininvest e Mondadori, che va al contrattacco e mette a tacere il segretario del Pd: «Franceschini dovrebbe vergognarsi. Chi gli dà il diritto di giudicare Silvio Berlusconi come padre? Con le sue parole offende anche me come figlia. Una figlia profondamente orgogliosa del padre che ha e dei valori che mi ha trasmesso. Sarei felice per i figli di Franceschini se avessero un padre come il mio».

L'offesa di Franceschini - Il leader Pd, durante un tour elettorale in Liguria, sì era espresso in questo modo riferendosi al Cavaliere: «Non c'è dubbio che Berlusconi sia un imprenditore e un politico di successo, ricco, furbo e potente. Ma alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest'uomo? Chi guida un Paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi».

L'attacco del Financial Times - E parole deplorevoli nei confronti delpremier sono giunte questa mattina attraverso le colonne del quotidiano inglese Financial Times.
Forse non lo sapevamo. Ma in 'casa' abbiamo un mostro di proporzioni cosmiche. Un pericolo pubblico. Il degno compare del dittatore più spietato. Di chi stiamo parlando? Ma del premier Silvio Berlusconi che questa mattina è stato attaccato in un improponibile editoriale del Financial Times. Che non ci pensa due volte a lanciare offese ed accuse nei confronti del nostro presidente del Consiglio.
"Non è evidentemente Mussolini - scrive il quotidiano economico inglese - ha squadroni di veline al seguito, non di camicie nere; ma è un uomo molto ricco, molto potente e sempre più spietato". E il pericolo rappresentato dal Cavaliere è di "ordine diverso da quello di Mussolini", prosegue il Financial Times (bè, almeno questo ce lo concedono): "È quello del potere dei media, che mina i contenuti seri della politica e li sostituisce con lo spettacolo. È quello di una spietata demonizzazione dei nemici e del diniego di garantire basi autonome ai poteri concorrenti. È quello di mettere una fortuna economica al servizio della creazione di un'immagine forte, fatta di asserzioni di infinito successo e sostegno popolare". Ma il quotidiano inglese vede lungo. E almeno si accorge che in Italia non è solo Silvio Berlusconi la 'pecora nera'.
Il giornali britannico non ha tuttavia risparmiato critiche neppure la sinistra. Sotto accusa, per il giornale, è ij particolar modo "l'assenza della sinistra", di un'opposizione degno di 'cotanto regime dittatoriale', nonché la presenza di "istituzioni deboli e talvolta politicizzate" e soprattutto di "un giornalismo che ha accettato spesso un ruolo subalterno".

martedì 26 maggio 2009

Quella cieca ossessione di "Repubblica"

La Repubblica di Ezio Mauro ha rifiutato qualsiasi revisionismo, anche il più moderato, per timore di perdere una quota dei suoi lettori. Quella più vecchia intellettualmente. La più allineata ai miti della sinistra. La più ostinata nel difendere la favola storica che per anni le è stata presentata come l’unica verità. Non soltanto dai partiti di sinistra, ma da molti testi scolastici di storia. Ho lavorato per quasi cinquanta anni in tanti giornali. E so bene che tutti sono in qualche modo prigionieri dei propri lettori. Per entrare in crisi, non è necessario perderli per intero: è sufficiente vedersi abbandonare da una frazione non secondaria di chi ti compra ogni giorno.
È quel che sta accadendo a La Repubblica. Non ha perso lettori che militano a sinistra, tranne i più radicali e frustrati. Bensì quelli che da un giornale pretendono equilibrio nelle cronache, pluralismo di opinioni, analisi politiche non viziate dal partito preso. Non riesco a capire perché Mauro non abbia scelto questa seconda strada. E sia rimasto inchiodato sul perbenismo pedagogico, tutto inclinato a sinistra, in difesa del partito Democratico. Lo ha deciso lui, essendo un moderato intelligente? Lo ha deciso il suo editore? Lo hanno deciso, e glielo hanno imposto, i piccoli centurioni de La Repubblica, il blocco di redattori e degli opinionisti importanti? Penso sia stata una scelta di Mauro, un direttore troppo forte e autorevole per lasciarsi imporre qualunque cosa.
Sta di fatto che da un errore di strategia culturale sono nati altri errori. Il più evidente è l’aver fatto de La Repubblica la bandiera della battaglia continua, ossessiva e irrazionale contro il centrodestra e, soprattutto, contro Berlusconi. Il Cavaliere, o il Caimano, viene preso di mira ogni giorno in ogni pagina del giornale. Nelle cronache, negli editoriali, nelle rubriche, nelle vignette, persino nella scelta delle fotografie.
Il Cavaliere non è un padreterno. Ha molti difetti. E sbaglia spesso, come accade a tutti i leader di partito. È giusto che la stampa lo controlli, lo critichi, lo attacchi quando è necessario. Ma considerarlo il genio del male, un nuovo Mussolini o un Hitler redivivo, pronto a mettere l’Italia in catene, serve soltanto al suo vittimismo. E induce a commettere troppi passi falsi.
Nell’ultimo anno, l’acume politico de La Repubblica ha fatto cilecca non poche volte. L’abbaglio più vistoso è stato quello di convincersi che il centrosinistra di Veltroni avrebbe vinto le elezioni politiche del 2008. Molti indizi inducevano a pensare il contrario. Ma in largo Fochetti hanno preferito non vederli. Di questa cecità i lettori de La Repubblica hanno avuto un esempio difficile da dimenticare. È il pronostico di Scalfari, scolpito alla fine di un suo ennesimo editoriale contro le malefatte del Caimano. La domenica 30 marzo 2008, due settimane prima del voto, Eugenio concluse così la sua predica festiva: «Ho un presentimento: il centrosinistra vincerà sia alla Camera sia al Senato. Fino a pochi giorni fa pensavo il contrario, che non ce l’avrebbe fatta. Ebbene, ho cambiato idea. Ce la fa. Con avversari di questo livello non si può perdere. Gli elettori cominciano a capirlo. Io sono pronto a scommetterci».
È anche per questa cecità che, tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, La Repubblica è entrata in crisi. Il giornale di Ezio Mauro non è l’unico a soffrire. Tutti i grandi quotidiani, a parte La Stampa di Anselmi e Il Sole 24 ore di Ferruccio De Bortoli hanno il fiato grosso. Perdono copie per una crescente disaffezione dei lettori. E perdono pubblicità, a causa della depressione economica che fa sparire gli inserzionisti. I ricavi degli editori si riducono. Diventa obbligatorio tagliare tutti i costi, anche quello del personale di redazione. Pure i collaboratori di rango si vedono ridurre i compensi. Ma è la mia vecchia La Repubblica a soffrire di più. Nel dicembre 2008, secondo i dati della Federazione italiana degli editori dei giornali, aveva perso il 15.2% delle copie diffuse rispetto al dicembre 2007. E il suo distacco dal Corriere era cresciuto perché la flessione di via Solferino non aveva superato l’8%. È evidente che il pensiero unico non rende. Parlo del pensiero di largo Fochetti. Qui si forma un giornale obeso per numero di pagine, monolitico, sempre uguale a se stesso, prevedibile e noioso. L’esatto contrario del foglio libertino teorizzato da Scalfari. Tutti gli editorialisti la vedono allo stesso modo e scrivono il medesimo articolo. Di solito sparacchiando contro Berlusconi, il mostro da abbattere. L’effetto è quello del disco rotto che ripete di continuo una sola canzone. Le opinioni in contrasto con il coro non sono ammesse, come dimostra la mia piccola vicenda. Pure il lettore più distratto sa in partenza cosa leggerà l’indomani su La Repubblica. Del resto, molti lettori, soprattutto a sinistra, non vogliono avere sorprese, visto che hanno già tante disgrazie. Desiderano essere rassicurati nelle loro opinioni. Rifiutano di veder mettere in dubbio quello che pensano. E alle domande imbarazzanti preferiscono i luoghi comuni, le prediche abituali, il rosario immutabile delle invettive e degli elogi. In questo senso, cito Andrea Romano, «La Repubblica è l’unico vero giornale di partito che sopravviva in Italia». Però tanti altri lettori non ragionano così. E cambiano giornale o smettono di acquistarne uno.
(*tratto da «Il revisionista», Rizzoli)

lunedì 25 maggio 2009

CONTRO LA GIORNATA MONDIALE DELL'ORGOGLIO PEDOFILO

Il 23 giugno si terrà la giornata Mondiale dell'orgoglio Pedofilo; tutti i pedofili del mondo accenderanno una candela azzurra. Un gesto simbolico per ricordare i pedofili incarcerati perché - come dicono loro - "vittime delle discriminazioni, delle leggi ingiustamente restrittive per ribadire l'amore che proviamo per i bambini" (boyloveday international). Queste persone (se è giusto indicarle così) hanno pure un loro sito e non è un sito illegale, non contiene pornografia, anzi questi signori si impegnano a convincere i loro lettori di agire nel bene, di volersi differenziare dai criminali, da chi commette atti violenti, da chi costringe i bambini, i ragazzi, dicendo che loro li amano. Interessante la galleria di immagini, dove anche Babbo Natale viene mostrato al pari di un pedofilo, dove addirittura viene mostrato un fin troppo amorevole prete in compagnia di un ragazzino: si evince un chiaro desiderio di far apparire assolutamente normale e non come perversione sessuale, ad esempio, partecipare ad un'orgia, portare avanti un rapporto tra un adulto e un minorenne. Non è una novità: sono 8 anni che questa giornata esiste, che questo sito è on line, nell'indifferenza di tutti gli organismi internazionali.
E' stato richiesto anche l'intervento dell'ONU, ma tutto è rimasto così com'è.
Tra le molte iniziative CONTRO questa giornata e contro questo sconcio è stato creato un gruppo su Facebook che ha già raggiunto le 100.000 adesioni, se volete aderire
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