venerdì 25 luglio 2008
"Un cappello pieno di ciliegie"
“Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io. Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato. Però non meno bene sapevo che le altre si nascondevano nella memoria di quel passato, negli eventi e nelle creature che avevano accompagnato il ciclo della formazione, e in un ossessivo viaggio all’indietro lo dissotterravo: riesumavo i suoni e le immagini della mia prima adolescenza, della mia infanzia, del mio ingresso nel mondo. Una prima adolescenza di cui ricordavo tutto: la guerra, la paura, la fame, lo strazio, l’orgoglio di combattere il nemico a fianco degli adulti, e le ferite inguaribili che n’erano derivate. Un’infanzia di cui (…) (…) ricordavo molto: i silenzi, gli eccessi di disciplina, le privazioni, le peripezie d’una famiglia indomabile e impegnata nella lotta al tiranno, quindi l’assenza d’allegria e la mancanza di spensieratezza. Un ingresso nel mondo del quale mi sembrava di ricordare ogni dettaglio: la luce abbagliante che di colpo si sostituiva al buio, la fatica di respirare nell’aria, la sorpresa di non star più sola nel mio sacco d’acqua e condivider lo spazio con una folla sconosciuta. Nonché la significativa avventura di venir battezzata ai piedi di un affresco dove, con uno spasmo di dolore sul volto e una foglia di fico sul ventre, un uomo nudo e una donna nuda lasciavano un bel giardino pieno di mele: la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, dipinta da Masaccio per la Chiesa del Carmine a Firenze. Riesumavo in ugual modo i suoni e le immagini dei miei genitori, da anni sepolti sotto un’aiola profumata di rose. Li incontravo ovunque. Non da vecchi cioè quando li consideravo più figli che genitori, sicché a sollevare mio padre per posarlo su una poltrona e a sentirlo così lieve e rimpicciolito e indifeso, a guardarne la testolina tenera e calva che si appoggiava fiduciosamente al mio collo, mi pareva di tenere in braccio il mio bambino ottuagenario. Da giovani. Quando eran loro a sollevarmi e a tenermi in braccio. Forti, belli, spavaldi. E per qualche tempo credetti d’avere in pugno una chiave che apriva qualsiasi porta. Ma poi m’accorsi che ne apriva alcune e basta; né il ricordo della prima adolescenza e dell’infanzia e dell’ingresso nel mondo né gli incontri coi due giovani forti e belli e spavaldi potevan fornire tutte le risposte di cui avevo bisogno. Superando i confini di quel passato andai in cerca degli eventi e delle creature che lo avevano preceduto, e fu come scoperchiare una scatola che contiene un’altra scatola che ne contiene un’altra ancora all’infinito. E il viaggio all’indietro perse ogni freno. Era un viaggio difficile: troppo tardi per interrogare i propri avi Un viaggio difficile in quanto era troppo tardi per interrogare chi non avevo mai interrogato. Non c’era più nessuno. Restava solo una zia novantaquattrenne che alla preghiera dimmi-zia-dimmi mosse appena le pupille annebbiate e mormorò: «Sei il postino?». Con la zia ormai inutile, il rimpianto d’una cassapanca cinquecentesca che per quasi due secoli aveva custodito la testimonianza di cinque generazioni: antichi libri tra cui un abbaco e un abbecedario del Settecento, rarissimi fogli tra cui la lettera d’un prozio arruolato da Napoleone e sacrificato in Russia, preziosi cimeli tra cui una federa gloriosamente macchiata da una frase indimenticabile, un paio d’occhiali e una copia del Beccaria con la dedica di Filippo Mazzei. Cose che ero riuscita a vedere prima che finissero in cenere, una terribile notte del 1944. Con la cassapanca perduta, qualche oggetto salvato per caso: un liuto privo di corde, una pipa d’argilla , una moneta da quattro soldi emessa dallo Stato Pontificio, un vetusto orologio che stava nella mia casa di campagna e che ogni quarto d’ora suonava i rintocchi della campana di Westminster. Infine, due voci. La voce di mio padre e la voce di mia madre che narravano le storie dei rispettivi antenati. Divertita ed ironica quella di lui, sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia. Ed entrambe talmente remote nella memoria che la loro consistenza appariva più tenue d’una ragnatela. A evocarle di continuo, però, e a connetterle col rimpianto della cassapanca o coi pochi oggetti salvati, la ragnatela si irrobustì. Si infittì, si fece un solido tessuto, e le storie crebbero con tanto vigore che a un certo punto mi divenne impossibile stabilire se appartenessero ancora alle due voci oppure se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia….”
"Un cappello pieno di ciliegie" sarà in libreria il 30 luglio - editore Rizzoli
mercoledì 23 luglio 2008
Ricordando il mio papà
So che a noi tocca proseguire il cammino senza di lui, ma sono certa che continuerà a guidare i nostri passi, ora un poco più incerti e, come sempre, si occuperà dei suoi nipoti e farà arrivare loro il consiglio giusto al momento giusto. So che farà tutto questo per noi.
Grazie papà e un bacio grande! … dimenticavo, questi fiori sono per te!
Se volete conoscere meglio il mio grande papà cliccate qui
domenica 20 luglio 2008
Il papa chiama e i giovani rispondono....
Riporto il brano del vangelo di oggi, direi che leggendo con attenzione si può avere una indicazione di come sia semplice arrivare allo scopo.
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 13,24-43.
Un'altra parabola espose loro così: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio». Un'altra parabola espose loro: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami». Un'altra parabola disse loro: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti». Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
sabato 19 luglio 2008
Acqua per Eluana, eutanasia "non in nostro nome"
venerdì 18 luglio 2008
DIBATTITO SUL CASO DI ELUANA ENGLARO
Son qui da mezz'ora che cincischio per trovare le parole giuste, e allora al diavolo le parole giuste, neanche la morte di una figlia in fondo è un pranzo di gala: e allora dico subito, sul caso di Eluana Englaro, che provo una forma di disprezzo per tanta classe politica e per tanti miei colleghi spesso ottusi, pavloviani, più semplicemente ignoranti su questo tema.
Quale tema, poi? Ecco il punto: perché il tema che viene sviscerato in tante opinioni che ho letto, in realtà, non viene sviscerato per niente, la prosa resta generica, precotta, «i confini della vita» e dintorni, è il temino bioetico imparato a memoria da tanti politici da intervista telefonica e da tanti opinionisti polivalenti che mica si aggiornano, mica studiano, mica entrano più di tanto nel merito del singolo caso: alla fine scrivono sempre lo stesso articolo e ogni volta lo travestono: i politici non si muovono dai loro palazzi e gli opinionisti dalle loro scrivanie. I princìpi-cardine restano astrattamente sempre quelli, e chi se ne frega del famoso Paese reale, ossia il Paese che in stragrande maggioranza (lo dico alto e forte e ho le mie fonti, non so voi) è assolutamente favorevole al padre di Eluana Englaro e alla sua battaglia: non è spaccato, non è bipolarizzato, perlomeno su questo non lo è. Ma il disprezzo di cui parlavo non è per le opinioni meramente diverse dalle mie, bensì per la nutritissima brigata di chi alla fine del suo temino, del suo ragionamentino etico, in sostanza dice che occorre fare questo: niente.
Che cosa dice di fare, la Chiesa? Niente: ma è il suo lavoro, potremmo dire. E allora che cosa vuol fare il centrodestra? Niente. Che cosa propongono tanti corsivisti apparsi anche su questo giornale? Niente. Non c'è nessun problema, in Italia: solo pochi casi Welby o Englaro sui quali esercitarsi ogni tanto. Ma dico io: ma di che accidente ha ancora bisogno, questo Paese, per accorgersi che serve una legge per distinguere tra cura e accanimento terapeutico? Per distinguere tra eutanasia e testamento biologico? Tra consenso informato e suicidio assistito? Tra casino e civiltà? Ci vuole fegato, ci vuole il coraggio dell'ignavia per dire che una nuova legge non serva, ci vuole pelo sullo stomaco per sostenere che siano sufficienti gli articoli 13 e 32 della Costituzione laddove parlano della libertà personale e del diritto dei cittadini di non farsi somministrare trattamenti sanitari contro la loro volontà.
Ma che vi credete, che lo scontro sia tra i favorevoli e i contrari all'eutanasia? Lo scontro, impari, è tra chi vorrebbe far qualcosa e chi invece niente. Voi fate come volete: poi non dite però che la Magistratura occupa gli spazi della politica, dite semmai che la politica lascia dolosamente scoperti degli spazi di cui la Magistratura non può infine non occuparsi, dite che l'ormai fisiologico ritardo culturale del nostro Parlamento non fa che produrre contrapposizioni ideologiche che attizzano magari il nostro prezioso dibattere sui giornali, come no, ma affianco del quale il nostro Paese, il famoso Paese reale, deve intanto cavarsela da solo: deve lasciare al grigio degli ospedali la scandalosa clandestinità dove il decesso di centinaia di migliaia di pazienti (centinaia di migliaia di pazienti) è accompagnato da un intervento segreto e non dichiarato dei medici. Lo dico a certi cattolici: vi fidate almeno del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano? Ebbene, un suo studio facilmente reperibile ha spiegato che il 3,6 per cento dei medici ha praticato l'eutanasia di nascosto e il 42 per cento (ripeto: 42 per cento) la sospensione delle cure di nascosto: anche perché senza telecamere in giro non è poi così difficile. La rivista scientifica Lancet sostiene che il 23 per cento dei decessi, in Italia, è stato preceduto da una decisione medica, e che il 79,4 per cento dei medici è disposto a interrompere il sostentamento vitale. Di nascosto, ovvio: ma una nuova legge non serve, giusto? Come dite, non credete a Lancet ? Pensate che i dati siano altri? Perfetto: si fanno commissioni su qualsiasi idiozia, in Italia, ma un'indagine conoscitiva sul fenomeno non interessa a nessuno e l'ipotesi di farne una su questo è stata bocciata dal Parlamento nel dicembre 2006, e non so a voi: ma a me non sembra una questione di poco conto il sapere se il decesso di centinaia di migliaia di persone, nel mio Paese, sia accompagnato o no da un intervento non dichiarato dei medici. Invece si preferisce far finta di niente sinché non capita a noi, a una persona cara, ed è questo che disprezzo: che le nostre ignavie legislative generano sofferenza. La chiedono i medici, i magistrati, il Consiglio superiore di Sanità: macché, niente legge in Italia, unica in Occidente, anche perché intanto la parte più antilibertaria del Paese vede eutanasia dappertutto e usa menzionarla di continuo per confondere le acque: l'eutanasia c'è in mezza Europa, è vero, ma qui da noi non la vuole praticamente nessuno, non è di eutanasia che si parla, chi continua a nominarla non fa che pescare nel torbido. L'eutanasia è il dare la morte a una persona lucida e malata che espressamente la chieda, mentre il testamento biologico, quello che in Parlamento fingono di discutere da anni, è la dichiarazione dei trattamenti sanitari che vorremmo o non vorremmo ci fossero applicati nel giorno in cui, da malati, non fossimo più in grado di decidere. Sempre che non si preferisca, come oggi, che la sofferenza nostra e dei nostri cari sia risolta clandestinamente oppure discussa nelle nostre preziose opinioncine sui giornali.
Discussa da chi a margine del caso Englaro alza il ditino e declama, dalla sua scrivania, solo ciò che non va fatto. Ma io rovescio la domanda e gli chiedo: dimmi, che cosa andava fatto, che cosa va fatto? La so la risposta: niente. Niente: era una precisa corrente di pensiero, tempo fa, anche nelle caverne.
Filippo Facci
Ecco perché porto una bottiglia in piazza per Eluana
Caro Filippo,
oggi ho portato una bottiglia d'acqua sul sagrato del Duomo, come segno tangibile, nella società dell'immagine, ancorché risibile, all'epoca delle sentenze che decidono dalla misura delle carote al destino di una vita umana, che nessuno ha il diritto di far morire di sete e di fame Eluana. Non ho portato un segno per “le mille Eluana”, come dici tu, Filippo, ma per quell'Eluana lì, in carne e ossa, caso specifico dove non esiste nessun accanimento terapeutico, nessuna somministrazione inutile di medicinali o macchine. Ma esiste (e gli si vuol far venire a mancare) semplicemente un sondino, un'idratazione e una nutrizione, che non si dovrebbero far mancare a nessuno, malato o no, bambino o vecchio egli sia, che non è in grado di bere e mangiare da sé. Eluana non ci può dire niente di sé, se non che è lì, c'è, esiste, è presenza muta ma non priva di comunicativa – e sono interrogativi seri, direi. Ma tu, Filippo, sostieni che sono dalla parte di quelli del disprezzabile “far niente”, di quelli “delle caverne”, di quelli lontani dal famoso “paese reale”, di quelli che “non studiano, non si aggiornano”, di quelli che non hanno capito che oggi l'eutanasia c'è, silenziosa, nascosta, clandestina, praticata dal 3,6 per cento dei medici; di quelli che invece di battersi per leggi che regolino eutanasia e testamento biologico (due cose diverse, come ci ricordi tu, Filippo) scrivono sempre lo stesso articolo e ogni volta lo travestono di nuovi e inutili blablà. Posso dirtelo, in tutta franchezza e sincerità, caro Filippo? Sbagli bersaglio. Tu confondi le tue emozioni con la realtà. Confondi i tuoi sentimenti con quella presenza lì, che ti dice, “scusa, ma in tutto quel bel programma di leggi e di testamenti biologici che auspichi, io, adesso, che sono?”. La tua risposta implicita sembra essere: tu, Eluana, sei niente. O forse: sei qualcosa, sì, forse un bene, chissà, ma comunque qualcosa che deve essere immediatamente a disposizione della volontà di un padre e di un giudice. Vedi, Filippo, la risposta di quelli che sono andati sul sagrato è opposta. Dice: Eluana è una di noi, e né il padre, né tantomeno un giudice, possono decidere di ammazzarla, come invece poteva succedere al tempo delle caverne e come ancora succede nel regno animale, un individuo debole o malato viene ammazzato dal resto del branco. Che poi tu, Filippo, non veda l'ora di avere leggi che entrino a regolare gli aspetti più delicati della vita e della morte; che tu, Filippo, abbia questa appassionata convinzione che le leggi possano rendere giustizia della sofferenza e del marasma di dolore che c'è sotto il cielo, questo è tutt'altro affare da ciò che, nello specifico, stiamo raccontando in questi giorni che seguono a un problema che non è stato posto dalla chiesa, ma dal concreto agire di un giudice. Che debbano essere le leggi dello Stato e non quelle della coscienza a decidere quando la vita è degna o non degna di essere vissuta è un'opinione. Come è un'opinione la mia che, invece, ritiene che la legge debba solo affermare positivamente il principio che la vita umana è un bene indisponibile. Mentre poi, nel caso specifico di malato terminale, in coma e quant'altro, le leggi dello stato non ci devono proprio entrare, poiché nel caso specifico vale la legge millenaria della medicina di Ippocrate, vale la legge da sempre iscritta nelle coscienze umane, valgono i progressi della scienza per alleviare il dolore, vale la buona fede che nessuno (fino a prova fattuale contraria), sia esso medico, paziente o parente, vuole la sofferenza, l'accanimento, la tortura terapeutica. Insomma, sono due opinioni - la tua che spera nella legge, la mia che spera nell'uomo - che il lettore considererà e giudicherà, mi auguro, a partire da una riflessione sulla propria esperienza, non, come ringrazio il direttore di aver precisato in margine al tuo intervento, a partire da chi disprezza più forte.
Luigi Amicone
Fonte il GIORNALE
NON FACCIAMO I TAFAZZI
Di questi tempi, infatti, nella scorsa legislatura, il centrosinistra era già virtualmente esploso, sull'indulto e sulle missioni. Di lì a poco si sarebbe trovato stritolato dalla tenaglia fra Mastella e Di Pietro e subito dopo in balìa dei Turigliatto e poi di Bertinotti e dei suoi affondi letterari all'arsenico, come quando arrivò a definire Prodi «il più grande poeta morente».
Martellate, martellate, qualcosa crollerà, e infatti è stato così che si è estinto un governo. Ecco, voi, signori del centrodestra, fate il contrario. Ricordatevi che siete partiti col piede giusto, che in due mesi avete liberato Napoli dalla morsa asfissiante dei rifiuti, il popolo degli straordinari dal balzello sulla loro fatica, quello dei mutuatari dal nodo scorsoio degli interessi variabili. Per non parlare dell'abolizione dell'Ici. Mettetevi in fila allo sportello delle riforme senza sgomitare: da qui a dicembre c'è tutto il tempo per lavorare bene. Sempre che non abbiate nostalgia della vecchia settimana cortissima della politica, quella che cominciava martedì e finiva giovedì.
Adesso, per carità, ricordatevi che avete sbolognato Harry Potter Follini al Pd, che siamo tutti contenti di aver archiviato i suoi ultimatum. Insomma, non impugnate il martello di Tafazzi proprio ora, non trasformate Pontedilegno in una nuova Ceppaloni e Palazzo Chigi in un nuovo bunker. Ricordatevi che avete vinto proprio perché eravate diversi dai tafazziani democratici, ricordatevi che dalle urne avete avuto in regalo dei numeri per fare molte cose. Martellate sui cosiddetti escluse.
sabato 12 luglio 2008
CIAO GIANFRANCO, SAPIENTE GIORNALAIO...
Ciao Gianfranco e buon viaggio.
Manuela Valletti Ghezzi
e tutta la redazione di Milano Metropoli.com
venerdì 11 luglio 2008
Tutti insieme per il Vigorelli - si cerchi una soluzione rispettosa di tutti
Riporto l'articolo apparso oggi su Il Giornale e vi invito davvero a partecipare e questo non contro gli abitanti di via Jenner che hanno il sacrosanto diritto di essere "liberati" dalla ingombrante presenza di 4000 islamici che pregano sui marciapiedi, ma a favore di una soluzione definitiva che rispetti tutti, milanesi e islamici. Si cerchi un'area e una struttura servita dai mezzi e fuori Milano e si metta la parola fine a questa vicenda. Non si risolvono i problemi semplicemente trasferendoli in un'altra zona.
Per loro è una «pugnalata alle spalle». Improvvisa e «a tradimento». Per protestare contro la scelta del Vigorelli come «moschea a tempo» hanno messo in piedi un sit-in: un’ottantina di residenti, ma le firme raccolte in calce a una mozione contraria (della Destra) sono 3250, in tre giorni. E ora vogliono mandare una «valanga di telegrammi e fax al sindaco». Sono «paura» e «preoccupazione» le parole sulle loro bocche. Tutti citano il Ramadan al Vigorelli del 2006: «L’area fu lasciata in condizioni oscene. Sporcizia, degrado e cattivi odori». «E poi la zona non è adatta - dice Francesca, 40 anni, architetto - non è servita dai mezzi, non ci sono parcheggi? È congestionato, qui scoppia tutto». «Non siamo razzisti - spiega Claudio Pozzari, portavoce del comitato Fiera-Carlo Magno- ma non ci sono le condizioni». Lo scenario da incubo è quello di «una viale Jenner moltiplicata per cinque: «E se venissero in 7-8mila persone invece dei 5mila previsti? Ci stanno, sarà un’invasione». «Perché non metterli nella “torre storta“ - scherza qualcuno - per una soluzione storta è perfetta». Una coppia vive in via Gattamelata da 50 anni. Non sembra avvezza alle manifestazioni di piazza: «La libertà di culto è garantita, ma qui si passa il limite, e dobbiamo pagarla noi?», domanda lei. «Questa è solo la prima iniziativa, anzi è un’anteprima», promette lui. «Bloccheremo le strade», dice qualcuno. «Il 18 luglio saremo ai cancelli, non cederemo alla prepotenza», arringa la folla un oratore improvvisato. Vola qualche parola grossa, qualcuno fantastica di kamikaze e maiali. I consiglieri di zona sorridono imbarazzati e fanno cenno: «State calmi». Nicolò Mardegan, di An presenta una mozione per chiedere di spostare tutto alla fiera di Rho-Pero. Casalinghe, professionisti, commercianti: il cuore della Milano di centrodestra - che nella zona 8 ha percentuali «bulgare» - si sente tradita dal «suo» sindaco e dai suoi partiti: «Davvero la Lega è a favore? - chiede candida una signora - mi meraviglio di Maroni». «Ma Forza Italia l’ha presentata la mozione contraria in Consiglio comunale?». «Perché Boni parla di agosto e La Russa del 30 settembre?». Lo spettro è «un provvisorio che diventa definitivo». Lo confessano con un po’ di pudore: spaventa il possibile «indotto» di questa massa di persone destinata a riversarsi nel quartiere: «Ad agosto sarà disabitato, abbiamo paura che succeda qualcosa di poco piacevole alle nostre case in nostra assenza». «Questa zona è semicentrale - dice un altro - io non mi preoccupo del valore della mia casa, non voglio rivenderla. Io passo le serate con i bambini al parco, qui ora è tutto pulito, tranquillo, che accadrà?». Una quarantina di manifestanti si dirige verso Palazzo Marino. In Consiglio prova a esporre lo striscione «Vigorelli per lo sport». Viene ritirato dai commessi, ma una delegazione incontra il capogruppo di Forza Italia, Giulio Gallera.
giovedì 10 luglio 2008
ELUANA E' LIBERA DI MORIRE, MA PER LA CHIESA E' EUTANASIA
Oggi la Corte d'appello civile di Milano ha autorizzato il padre della ragazza, in stato vegetativo permanente dal 18 gennaio 1992, ad interrompere, in qualità di tutore, il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato che da 16 anni tiene in vita la figlia. Beppino Englaro da quasi dieci anni, precisamente dal 1999, chiede la sospensione del trattamento. Un paio di settimane fa il signor Englaro è stato ascoltato dai giudici della Corte d'Appello di Milano nell'ennesimo tentativo di far comprendere il suo stato d'animo e le volontà di sua figlia Eluana, che mai avrebbe voluto continuare a vivere in condizioni così disperate, senza più capacità percettive e avere contatti con il mondo esterno.
Questa, per il signor Beppino, era la nona tappa di un processo lungo e difficile, troppe volte lasciato in sospeso per l'assenza di una disciplina legislativa specifica e completa in materia di eutanasia. Anche se, come più volte ha specificato il papà di Eluana, nel caso di sua figlia “non è formalmente corretto parlare di una richiesta di eutanasia quanto, piuttosto, di una richiesta di sospensione delle cure che possono equipararsi ad una sorta di accanimento terapeutico”. Eluana può respirare autonomamente ma non è più in grado di avere coscienza di sè, sentimenti, vita di relazione. Da 16 anni.
Il decreto in cui si autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione a Eluana è stato redatto dal giudice della prima sezione civile della Corte d'appello di Milano Filippo La Manna, che si è rifatto alle indicazioni fornite dalla Cassazione, con sentenza di rinvio, lo scorso 16 ottobre. La Cassazione, infatti, aveva accolto la richiesta del papà di Eluana stabilendo che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare l'interruzione delle cure in presenza di due circostanze concorrenti:
1)che sia provata come irreversibile la condizione di stato vegetativo del paziente;
2) che sia accertata la sua volontà prima dell'inizio di tale stato (in base al suo vissuto e ai suoi convincimenti etici) a non essere sottoposto a tempo indeterminato a sistemi di mantenimento in vita di tipo puramente meccanico.
La Corte d'appello ha ritenuto che fosse già stata provata e accertata l'irreversibilità dello stato vegetativo permanente della giovane donna e che sia stato dimostrato il convincimento di Eluana, quando era in piena coscienza, di preferire la morte piuttosto che una vita di questo tipo.
Il provvedimento dei giudici di appello teoricamente può essere ancora soggetto a ricorso davanti alla Cassazione.
“Grave sentenza”: così la Radio Vaticana giudica la decisione dei magistrati della Corte d'Appello civile di Milano hanno autorizzato il padre di Eluana Englaro a sospendere il trattamento di alimentazione ed idratazione forzato della figlia. “Nessun tribunale aveva mai accolto la richiesta”, rimarca l'emittente pontificia, che ricorda come già i bioetici della Cattolica abbiano rimarcato che la decisione dei magistrati “disconosce il principio della non disponibilità della vita e il dovere di ogni società civile, di assistere i propri cittadini più deboli”. Il Vaticano, attraverso le parole di Mons. Rino Fisichella, neopresidente della Pontificia accademia per la vita, parla, senza mezzi termini di "eutanasia". La sentenza però, ha aggiunto mons. Fisichella, “può essere impugnata presso una corte superiore” e c'è la possibilità di “ragionare con maggiore serenità e meno emotività”.
Di fronte alla decisione presa oggi dai magistrati mons. Fischella esprime “un duplice sentimento”: da una parte “tristezza e amarezza” e dall'altra “profondo stupore”. “Profonda amarezza per come si risolverà purtroppo una vicenda di dolore, perchè Eluana è ancora una ragazza in vita, il coma è una forma di vita e nessuno può permettersi di porre fine a una vita personale”. E “profondo stupore, per come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta, al legislatore perché”, ha concluso il vescovo, “ non mi risulta che in Italia ancora ci sia una legislazione in proposito, e anche soprattutto ai medici che hanno competenza specifica del caso”.
Intanto la casa di cura “Beato Luigi Telamoni”, dove Eluana è ricoverata dal giorno stesso dell'incidente stradale avvenuto nel gennaio di 16 anni fa, è gestita dalle suore Misericordie che, come facilmente comprensibile, appoggiano in pieno il punto di vista del Vaticano.
Riferendosi alla decisione di staccare l'alimentatore di Eluana i dipendenti rispondono: “Qua in questa casa di cura non avverà di sicuro: le suore le sono affezionate, non acconsentiranno mai”. È l'affermazione che ripetono un pò tutti nella casa di cura Beato Luigi Talamoni. “Se il padre vuole farla morire”, ha detto un dipendente, “dovrà solo portarla via da qui”.
Ma sulle sorti di Eluana ci sono opinioni assai diverse, anche all'interno del mondo politico.
La senatrice del Pdl, Laura Bianconi, ha definito “gravissima” la decisione dei giudici della Corte d'Appello civile di Milano.
“Non si può pensare che il diritto alla vita rientri tra quelli di cui possono disporre altri, tanto meno i giudici con una sentenza. Questo è un esempio palese di quello che accadrebbe con il testamento biologico dove ad un terzo verrebbe attribuito il diritto di decidere se dobbiamo smettere di vivere: ecco perchè sostengo da sempre che non si può aprire questa porta legislativa ma è necessario aumentare in tutti i modi possibili forme di assistenza e sostegno a questi malati e alle loro famiglie, anche attraverso le cure palliative, invece di legittimare forme di vero e proprio abbandono terapeutico come in questo caso”.
L'opposizione, invece, appoggia in pieno la sentenza dei giudici milanesi.“La decisione del Tribunale Civile di Milano è rilevante e giusta. Il padre di Eluana ha lottato per sedici anni contro tutto e contro tutti per rispettare le volontà della figlia, che finalmente saranno accolte”. È il commento di Ignazio Marino, medico e capogruppo Pd in commissione sanità al Senato, al caso Englaro. “È una sentenza rigorosa che pone fine ad un vero e proprio calvario ma testimonia ancora una volta la carenza di una legislazione che regoli la materia nel nostro paese”.
Personalmente ritengo che se, come sembra, Eluana respira autonomamente il dovere di chi la assiste sia quello di nutrirla e idratarla. Con tutto il rispetto per il dolore di questi genitori e anche per il loro stato emotivo molto provato, trovo raccappricciante che si apprestino a lasciare morire la figlia di fame e di sete, una fine orrenda di cui mi auguro che siano consapevoli.
mercoledì 9 luglio 2008
IL VIGORELLI sarà la nuova sede del centro islamico e della moschea
Vale appena la pena di ricordare che l'ex velodromo sorge in una zona urbana densamente popolata a due passi da Corso Sempione e ad altri due passi dall'ingresso cittadino di Fiera Milano City dove si svolgono ancora e continueranno a svolgersi moltissime esposizioni, una tra tutte Milano Vende Moda.
Vale anche al pena di ricordare che gli abitanti della zona non sono stati nemmeno consultati. E' la solita tegola che cade sulla testa dei cittadini ignari, magari già in ferie e che al rientro in città si troveranno ogni venerdì sera (...sarà poi proprio solo il venerdì?) almeno 4000 islamici che invaderanno la loro zona per arrivare al Vigorelli.
Non accusate i milanesi di razzismo e di non rispetto della religione altrui, gli islamici hanno diritto alla loro moschea, che per altro si pagherebbero, ciò che non va giù ai cittadini è che i problemi si trascinino per anni e che poi nel tantativo di risolverli vengano solo spostati da un'altra parte. Sono almeno 20 anni che esiste il problema di Via Jenner, ora il problema trasloca in zona Fiera. Questo è saper governare? Questo è rispetto per i milanesi? Questo è rispetto per gli islamici?
Esprimo tutto il mio disappunto e quello della comunità virtuale che rappresento per questa scelta scellerata. L'amministrazione comunale non tiene conto delle oggettive difficoltà della zona Fiera e ancora una volta cancella pezzi di storia della nostra città con la più totale non curanza. E' accaduto anche lo scorso anno, proprio in questo periodo con la palazzina Liberty, ex sede della direzione dell'Alfa Romeo al Portello, uno stabilimento storico di cui non rimane traccia. La palazzina venne abbattuta dopo uno stop ottenuto dai cittadini, fu fatto tutto all'improvviso, una vergogna. Ora pare che la stessa fine toccherà alla palazzina del Tiro a Segno di Piazzale Accursio, sacrificata per non so quale nuova costruzione.
Così facendo si cancella la storia di Milano, ma a chi governa non sembra importare un fico secco.
lunedì 7 luglio 2008
Alzheimer: scoperto legame con Ngf
| Il fattore scoperto da Rita Levi Montalcini legato alla malattia |
mercoledì 2 luglio 2008
Torna il grembiule a scuola
Giusto nel giorno del suo compleanno il ministro all'Istruzione Gelmini Mariastella, cognome e nome come pretende l'appello, ha risposto, interrogata: «Gli scolari di nuovo con il grembiule? E perché no...». L'idea in verità non è sua, ma di Gabriella Giammanco, che ha trentun'anni, ma ancora l'aria della vicina di banco, quella brava e studiosa che non ti passa mai un compito e che non ti fila neanche di striscio. È una delle parlamentari più giovani, è in commissione Cultura della Camera a Montecitorio, e per lei il ministro, che ha solo quattro anni di più, ha solo belle parole: «Il grembiule è un fatto di ordine ma anche di uguaglianza sociale tra ragazzi, soprattutto ora che va tanto di moda l'abbigliamento firmato già in giovanissima età. Dare pari condizioni di partenza può essere una proposta interessante ed è curioso che venga proprio da una delle deputate più giovani».
E così è ripartito il dibattito. Con i soliti argomenti. A patto, ovvio, che non si risolva il problema. Grembiulino sì, perché è un mezzo democratico per annullare le differenze sociali, grembiulino no perché è uno strumento per omologare i ragazzi, grembiulino sì perché combatte i virus e i segni del pennarello, grembiulino no perché non basta una divisa per rendere tutti uguali. Presidi e psicologi sono d'accordo, l'associazione genitori no. Ogni tre anni la solita solfa, ma risultati sempre rimandati a settembre. Ora, diciamolo: il grembiulino fa tenerezza, è il colletto bianco che profuma di amido, le briciole della merenda che ti restano in fondo alla tasca, è il «grembiule nero e fiocco azzurro: per un bambino milanista il primo giorno di scuola è subito un trauma» come dice Diego Abatantuono. Il grembiule a scuola è un po' il film all'oratorio la domenica pomeriggio, le bustine per fare l'aranciata, le suore nella Prinz, le cartelle in pelo di cavallino, i quaderni a quadretti con i margini al fondo e la tavola pitagorica fino al dodici. Rimetterlo, anche se per ora solo alle elementari, ha qualcosa di antico ma, chissà, forse di inutile. Perché, se è solo per annullare le differenze, c'è sempre quello che mette il grembiule come il tuo ma capisci che non è come te dalla marca delle scarpe, ammesso che il tuo non costi cinque euro e il suo non sia un modellino di tendenza color tabacco spento e verde chartreuse con finiture in tessuto e laccetti coordinabili. E se è per il «dovere morale ad un abbigliamento consono alle aule», come pretende il Regio Decreto del 1925, si sa che già dalle medie, del 2008, vanno jeans a vita bassa, tanga e micro top. E qui tornare all'antico è rischioso. Perchè sotto il grembiule potrebbe non esserci niente.