martedì 24 novembre 2009

La seconda edizione del libro "Deportato I57633 Voglia di non morire

E' uscita la seconda edizione del mio libro "Deportato I57633 Voglia di non morire". Il libro è stato arricchito con nuova documentazione, con altre foto e con le mie riflessioni su che cosa ha significato per me essere figlia di una deportato, una esperienza che mi appartiene  dalla nascita e di cui solo ora che mio padre se ne è andato, riesco a comprendere il profondo significato.
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"Deportato I57633 Voglia di non morire" lo potete acquistare on line

lunedì 16 novembre 2009

Manuale di Pronto Soccorso Veterinario

L'Associazione Proprietari Responsabili, che da anni si batte per una perfetta integrazione cani-padroni-società, ha promosso un volumetto di grande interesse, si tratta di un Manuela di Pronto Soccorso Veterinario molto pratico ed essenziale che consente ai proprietari di cani e gatti di prendersi cura dei loro amici in qualsiasi evenienza e con efficacia in attesa dell'arrivo di  un veterinario in carne ed ossa.

"Che cosa fare se il tuo cane o gatto ha un incidente? Come provargli la febbre, come fare una fasciatura o una iniezione, come estrarre un corpo estraneo dalla gola e molto altro ancora, partendo da nozioni di base e dalla conoscenza del proprio animale."

Ecco il Manuale, chi volesse acquistarlo lo può fare on line cliccando questo link , ne esiste anche un versione
E-BOOK, immediatamente scaricabile sul computer che è più economia di rapida consultazione, per l'edizione E-BOOK cliccate qui

lunedì 2 novembre 2009

Presenze

Oggi è una giornata piovosa, tipica "da giorno dei morti", sento ancora la voce della mia nonna che usava questa espressione. La mia squadra oltre il ponte si è fatta più numerosa con il passare del tempo, ora accanto alle mie nonne, a qualche mia zia, c'è il mio papà ed è a lui che penso in giornate come queste.
La sua foto mi sorride, è una immagine bellissima che mette in risalto il suo volto aperto e sincero, i suoi occhi che  brillano, proprio come accadeva quando era particolarmente felice e il suo entusiasmo era contagioso; per questioni familiari piuttosto sgradevoli non ho la possibilità di portargli  un fiore, ma il mio colloquio con lui non è mai terminato,  a lui racconto  tutto quanto mi accade e se ho bisogno di aiuto la sua risposta arriva sempre. Farò così anche oggi. Credo che questo rapporto così bello, così intenso di scambievole affetto sia possibile solo tra persone che si sono volute tanto bene e noi due ce ne siamo voluto tantissimo. 
E' rassicurante sapere che il mio papà mi è accanto....oggi voglio regalargli  un abbraccio lieve come una carezza e dirgli  "Ti voglio bene papà"!

 

martedì 27 ottobre 2009

La Procura s’inventa la legge a due velocità


Il bollettino della sconfitta è un foglio apparentemente insignificante, uno dei tanti moduli prodotti ogni giorno dalla burocrazia italiana. Eppure è con queste poche righe prestampate che la Procura della Repubblica di Milano prende atto di una realtà che ormai è sotto gli occhi di tutti: la sua incapacità di dare risposta alla richiesta di giustizia che viene dai milanesi. Denunce e querele presentate ormai da quasi un anno giacciono abbandonate in un ufficio al pianterreno senza che nessuno si sia mai occupato di indagare. Anzi, nessuno ha mai compiuto nemmeno l'atto più elementare, quello che dà il via alla azione della magistratura: l’iscrizione della denuncia nel registro delle notizie di reato, il gesto che trasforma la denuncia di un cittadino in un procedimento penale.
Quel gesto dovrebbe essere automatico e immediato. Invece il modulo intestato «Procura della Repubblica» dice che non è sufficiente presentare una denuncia perché ad essa venga dato il seguito previsto dalla legge. Il cittadino che - magari mesi fa, a volte un anno fa - ha sporto la sua denuncia senza che accadesse nulla, deve tornare in tribunale. E chiedere all’«Illustrissimo Procuratore della Repubblica» che la sua denuncia venga finalmente iscritta nel registro.
Ma non basta. Il cittadino deve anche specificare - in una e riga e mezzo di spazio - i motivi che lo spingono a chiedere che la giustizia faccia quello che è obbligata a fare. Il modulo, insomma, teorizza una sorta di doppio binario: da una parte le denunce che si possono considerare carta da macero, dall’altra quelle di cui il cittadino ha davvero diritto (dopo averne specificato i motivi, come si trattasse di una sua pretesa) che la giustizia prima o poi si occupi.
Il modulo non fa riferimento - come invece accade di solito - ad alcun articolo del codice di procedura penale. E non potrebbe essere diversamente, per il semplice motivo che il codice stabilisce in tutt’altro modo come dovrebbe funzionare la faccenda. All’articolo 335 («Registro delle notizie di reato») si legge che «il pubblico ministero iscrive immediatamente nell’apposito registro custodito presso l’ufficio ogni notizia di reato che gli perviene». La legge non prevede altre strade, domande, tempi, moduli, spiegazioni. «Immediatamente», dice.
Come e perché si sia arrivati a questa situazione non è facile da capire. Il sindacato punta da sempre l’indice contro le carenze di personale che di fatto renderebbero impossibile lo smaltimento del massiccio carico di lavoro dell’ufficio notizie di reato, dove sono presenti solo trenta impiegati invece dei novantasei che dovrebbero esserci. Ma la carenza di personale è un guaio storico del palazzo di giustizia milanese. Ed è difficile negare che una Procura che dieci anni fa era una macchina da guerra di straordinaria efficienza oggi appaia in affanno sul piano dell’organizzazione: che, per un ufficio-azienda con cento pubblici ministeri, centinaia di cancellieri, assistenti, agenti di polizia giudiziaria, è un piano cruciale.
Certo, si potrebbe obiettare che la grande parte delle trecentomila denunce in attesa di giustizia riguardano reati minori: furti d’auto, danneggiamenti, truffe, molestie. Ma sono molti gli avvocati che lamentano come il «tappo» creato dall’ufficio al pianterreno impedisca di ottenere giustizia anche per reati che - grandi o piccoli che siano per la legge - incidono pesantemente sulla vita del cittadino qualunque.




da il Giornale - Luca Fazzo

Nota a margine
La notizia si commenta da sola, consideriamo poi che ai tempi lunghi per l'avvio dell'azione penale o civile che sia, ci sono poi i tempi per lo svolgimento della causa o del processo (3 anni circa ), i probabili tempi per il ricorso in appello e poi per la pronuncia definitiva della Cassazione, se diciamo che una sentenza definitiva potrebbe intervenire in circa 10 anni non andiamo molto lontano dalla realtà.

mercoledì 21 ottobre 2009

Le persone

Le persone sono spesso irragionevoli, illogiche ed egocentriche;
Perdonale comunque.

Se sei gentile, le persone potrebbero accusarti di essere egoista, di avere secondi fini;
Sii gentile comunque.

Se hai successo, troverai dei falsi amici e dei veri nemici;
Abbi successo comunque.

Se sei onesto e franco, le persone potrebbero ingannarti;
Sii onesto e franco comunque.

Ciò che per anni hai costruito, potrebbe essere improvvisamente distrutto da qualcuno.
Costruisci comunque.

Se trovi la serenità e la pace, esse potrebbero essere invidiose;
Sii felice comunque.

Il bene che oggi fai, domani le persone potrebbero dimenticarlo;
Fa' il bene comunque.

Da' al mondo il meglio che hai e potrebbe non essere mai abbastanza;
Da' al mondo il meglio che hai comunque.

Come vedi, in ultima analisi, tutto avviene tra te e Dio.
Non è mai stato in alcun modo tra te e loro

Madre Teresa di Calcutta



Nota: ringrazio il mio caro amico Stefano per avermi inviato questa bellissima nota di Madre Teresa, l'ultimo capoverso ha  il potere di riportare tutto ciò che ci accade nella giusta dimensione, anche se poi non è così semplice farne uno stile di vita.

martedì 20 ottobre 2009

La battaglia di Papa Benedetto è la nostra battaglia!



Benedetto XVI contro l'Ue "Radici cristiane ignorate, così si snatura l'identità"
Compito dell’Europa di oggi è quello di riaffermare la propria eredità umanistica e cristiana in base alle quale deve difendere "la vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale". È quanto ha affermato questa mattina il Papa ricevendo le lettere credenziali del capo delegazione della Commissione della Comunità europea presso la Santa Sede, il francese Yves Gazzo. Secondo il Santo Padre, infatti, i valori sui quali si fonda l’Unione europea "sono il frutto di una storia lunga e sinuosa nella quale, nessuno lo può negare, il Cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano".

La difesa del matrimonio "Le immense risorse intellettuali, culturali, economiche del continente - ha detto il Papa - continueranno a dare dei frutti se saranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea". "Questa tradizione umanistica - ha aggiunto il Pontefice - nella quale si riconoscono correnti di pensiero anche molto differenti fra loro, rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione". "Si tratta principalmente - ha detto ancora Benedetto XVI - della questione del giusto e delicato equilibrio fra l'efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell’ ambiente e soprattutto dell’indispensabile e necessario sostengo alla vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e alla famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna".

La natura dell'Europa "L’Europa - ha, quindi, spiegato Benedetto XVI - sarà realmente sè stessa solo sapendo conservare l’originalità che ha costruito la sua grandezza e che è in grado di fare di essa, domani, uno degli attori maggiori nella promozione dello sviluppo integrale delle persone che la Chiesa cattolica considera come l’unica via capace di rimediare agli squilibri presenti nel mondo". Se viene meno il riferimento all’eredità cristiana europea, aveva spiegato poco prima il Papa, c’è il rischio che i valori fondanti della tradizione europea possano essere "strumentalizzati da individui o gruppi di pressione desiderosi di far valere degli interessi particolari a svantaggio di un progetto collettivo" che ha come obiettivo principale "la cura del bene comune degli abitanti del continente".

martedì 13 ottobre 2009

ALLA GUERRA DELLE DONNE IO NON ANDRO'!

Dopo il caso Bindi, l'opposizione chiama all'adunata generale, ma da anni definisce fasciste o gallinelle le esponenti del centrodestra. La verità è che questa è solo l'ennesima campagna di odio contro Berlusconi


di Giorgia Meloni Ministro da il Giornale


Alla guerra delle donne ci si deve andare con i capelli tagliati corti, la gonna lunga, lo sguardo truce, e slogan di quarant'anni fa, tipo «fallo a pezzi!». Anche se questa volta si tratta del Capo del governo. Oppure si può scegliere di non partecipare all'ennesima guerra tra italiani, tra donne, tra donne e uomini, in nome dell'ennesima ideologia. Si può scegliere, semplicemente, di lavorare per se stesse, per la propria gente, per la nazione, senza per forza buttarsi in politica. O ancora si può scegliere di fare politica nel centro-destra. Si può persino scegliere di non odiare gli avversari, mettendo in discussione le proprie convinzioni, confrontandole quotidianamente con la realtà che ci sta intorno, consapevoli di non avere alcuna supremazia
Non combatterò questa guerra: la solidarietà a senso unico mi scoccia morale o intellettuale da esibire, ma solo idee diverse per il bene di tutti.
Alla guerra delle donne, io non andrò per diversi motivi.
Innanzitutto perché, come ho già avuto modo di rimarcare un paio di giorni fa, mi scoccia profondamente la solidarietà a senso unico. Quella che chiama all'adunata generale per una battuta poco elegante del premier, ma non si smuove mai per le volgarità e il violento disprezzo che quotidianamente si riversano sulle donne che hanno scelto di votare o impegnarsi nel Popolo della Libertà. Anzi ci si sghignazza sopra, ci si rotola dentro, ci si accuccia sotto. E sì che ogni giorno ce ne sarebbe una per indignarsi in difesa di queste donne. Sono anni che le donne che assumono incarichi di responsabilità nel centrodestra vengono descritte come fasciste esaltate, o prostitute, o magari «gallinelle del potere» (copyright Giorgio Bocca).
Sono anni che perfino le donne che scelgono semplicemente di votare per il Popolo della Libertà odi militare nel centrodestra vengono villaneggiate, dipinte come stupide borghesi o povere schiave di «Beautiful» e della «Ruota della fortuna». Ciononostante, queste donne non hanno mai chiesto solidarietà a nessuno, né si sono mai abbandonate all'odio per chi votava un altro partito. Piuttosto, hanno continuato a lavorare, a crescere figli, a svolgere dignitosamente la propria esistenza, e talvolta il proprio impegno politico e civile.
Alla guerra delle donne, io non andrò anche per solidarietà nei confronti del Capo del governo, liberamente eletto dal popolo italiano. Perché è legittimo contestare la battuta di Berlusconi a Rosy Bindi, e io stessa me ne sono dispiaciuta, ma allora si deve avere anche l'onestà intellettuale di prendere le distanze dall'uso quotidiano di insulti che viene fatto nei confronti del Premier. Provateci voi a sopportare, ogni singolo giorno, l'accusa di essere mafiosi o pedofili, «ominicchi» o «psiconani», tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Sì, perché anche l'estetica può essere un ragionevole motivo per insultare l'avversario, basta che questi sia di centrodestra. E che a insultare siano un Franceschini o un Di Pietro qualunque.
Alla guerra delle donne non andrò perché non voglio diventare un politico incapace di rispettare chi viene scelto dal popolo italiano, a meno che non sia lo stesso votato da lui. Una persona incapace di amare la propria gente a prescindere dalle idee politiche che esprime. Una donna che non sa resistere al bando di arruolamento di una nuova campagna di odio della sinistra e delegittima se stessa nello strumento di un'altra guerra più bella che intelligente.

domenica 11 ottobre 2009

Anziani poveri e soli, abbandonati anche dalle famiglie


Il Papa: «Anziani poveri e soli, abbandonati anche dalle famiglie»

«Le nostre società devono riscoprire il posto e l'apporto di questo periodo della vita»



Benedetto XVI (Ansa)
Benedetto XVI (Ansa)
ROMA - «Tante persone anziane soffrono di molteplici povertà e di solitudine, essendo a volte anche abbandonate dalle loro famiglie». Lo ha detto papa Benedetto XVI parlando di una dei cinque nuovi santi proclamati domenica, santa Maria della Croce, che dedicò all'assistenza degli anziani buona parte della sua esistenza.
Le nostre società - ha detto il Papa - «devono riscoprire il posto e l'apporto unico di questo periodo della vita», seguendo il «faro» di santa Maria della Croce, al secolo Juanne Jugan, che si prese cura non solo delle piaghe e delle sofferenze degli anziani, ma soprattutto «della dignità dei suoi fratelli e delle sue sorelle in umanità resi vulnerabili dall'età, riconoscendo in loro la persona stessa di Cristo». Un rispetto che sarebbe dovuto da tutti, ma che santa Maria della Croce portò con gioia alle estreme conseguenze. «Questo sguardo compassionevole sulle persone anziane, attinto dalla sua profonda comunione con Dio, - ha sottolineato il pontefice - Jeanne Jugan l'ha portato nel suo servizio gioioso e disinteressato, svolto con dolcezza e umiltà di cuore, facendosi povera tra i poveri», «accettando serenamente il nascondimento e la spoliazione fino alla morte».
da: Il corriere della sera

martedì 6 ottobre 2009

Valletti Ferdinando: salvare un amico a Mauthausen

Girovangando sul WEB per recuperare materiale per un documentario ho scoperto questo articolo del CORRIERE che parlando del Prof.CARPI, insigne pittore e per anni rettore dall'ACCADEMIA DI BRERA, cita mio padre come "autore" del suo salvataggio.
Naturalmente ero al corrente di questo episodio e l'ho citato anche nel mio libro "Deportato 57633 Voglia di non morire", ma vederlo riportato sul giornale mi ha profondamente commosso.
Mio padre aveva solo 23 anni ed era costretto a vivere in condizioni estreme, ma ha trovato la forza di aiutare i compagni e di salvare loro la vita.

Manuela Valletti


CORRIERE DELLA SERA
TERZAPAGINA
Carpi, i foglietti che dipingono l' orrore
un profilo del pittore Aldo Carpi, " l' ultimo grande scapigliato "

Carpi, i foglietti che dipingono l' orrore
Per due giorni parlo' senza interruzione, poi tacque. Quando torno' a casa, dopo un anno e mezzo, il pittore Aldo Carpi, "l' ultimo grande scapigliato", non dimentico' nulla del lager, ma ne avrebbe parlato malvolentieri. Gli era rimasto nel naso l' odore del gas, diceva ogni tanto. Venne arrestato il 23 gennaio 1944 a Mondonico, in Brianza, dove era sfollato con la famiglia. Fu denunciato per attivita' antifascista da uno scultore, Dante Morozzi, un insegnante di Brera. Quella domenica mattina Carpi, dal suo studio, vide un gruppo di fascisti risalire la strada e dirigersi verso la sua casa, all' altra estremita' del paese. Avrebbe potuto fuggire, ma non fuggi' . Preferi' consegnarsi, per evitare che prendessero i suoi figli. Quel giorno Aldo Carpi stava ultimando L' arresto degli Arlecchini, un quadro a olio che raffigura quattro nerissimi poliziotti che inseguono sei arlecchini trasparenti. Sei come i suoi figli, che sperava "imprendibili come una nuvola". Ma furono catturati. Uno, Paolo, fu ammazzato a diciassette anni a Gross Rosen, alle nove del mattino del 25 febbraio 1945: con una iniezione di fenolo, perche' quel piccolo campo della Slesia meridionale non disponeva di camere a gas. Per Aldo prima Mauthausen, poi Gusen. Quando torna a casa, conta i figli: uno due, tre, quattro, cinque. Manca Paolo. Anche Pinin, che nel ' 45 aveva ventisei anni, aveva fatto la sua Resistenza: dura, durissima. Benche' ora riesca a parlare di arresti, del carcere a San Vittore, di interrogatori, di fughe e di appostamenti, della vicenda di suo padre, di Paolo come se raccontasse una delle tante storie per ragazzi che ha scritto in questi anni. Qui purtroppo non ci sono ne' leoni parlanti ne' gnomi ne' fate ne' maghi: qui e' tutto atrocemente vero. Ricorda suo padre, Aldo, tornare nella casa di via De Alessandri, che era stata sede delle prime riunioni del Cln: il corpo (un metro e ottanta) smagrito, i quaranta chili registrati il giorno della liberazione erano di poco aumentati, sente ancora nelle orecchie l' urlo di gioia di sua madre. Ricorda i foglietti minuscoli, riposti nella pellicola piegata di una radiografia che per un anno e mezzo suo padre tenne nascosta sul petto: "Se li avessero trovati lo avrebbero ammazzato". Quei foglietti contenevano il famoso Diario di Gusen, che Pinin Carpi avrebbe trascritto e pubblicato da Garzanti nel 1971. La seconda edizione, rivista e ampliata, e' da poco uscita nei Tascabili Einaudi con una introduzione di Corrado Stajano e con una nuova appendice, e verra' presentata oggi pomeriggio (alle ore 18) nella Sala Teatro della Accademia di Brera. Forse l' unico diario scritto in presa diretta, giorno dopo giorno nel lager. Aldo Carpi avrebbe poi testimoniato quella tragedia anche in molti disegni realizzati nei decenni seguenti. Ma quelle note, scritte sulle ricette di un medico, furono redatte tra il 1944 e il ' 45: "Un documento di religiosita' profonda . scrive Stajano ., una lezione di pudore, di dignita' e di coraggio che incute commosso rispetto". Pinin ricorda la religiosita' dei suoi genitori: "Una religiosita' molto sentita, ma tutt' altro che bigotta: mio padre, anche dopo il campo di concentramento, rimase un uomo dolcissimo con noi. Non sembrava cambiato per niente".

Il giovane Ferdinando Valletti, operaio dell' Alfa Romeo, anch' egli finito a Gusen per avere partecipato ad uno sciopero, vedendo Aldo sul letto di morte, ricordo' i giorni del lager, quando a uno a uno i deportati cercavano consolazione nella fede, nelle parole di Aldo Carpi. Il quale, precocemente invecchiato li' dentro, a 57 anni, continuava a dipingere ritratti per i suoi aguzzini, i loro figli, le loro donne. Valletti lo aveva salvato quando, appena arrivato a Gusen, Aldo fu messo a lavorare in una cava, dove le SS avrebbero voluto seppellire i cadaveri delle loro vittime. Doveva raccogliere e trasportare i massi che venivano fatti rotolare dall' alto. E lui non stava piu' in piedi. Fu Valletti a sostenerlo, a nasconderlo, a curarlo ormai moribondo. Poi, un medico polacco lo porto' nel suo studio e gli propose di fare quadri per gli ufficiali. Fu questo "dipingere con la testa nel sacco" a salvarlo. Non certo a fargli dimenticare i giovani russi che dalla sua finestra vedeva gettarsi contro i reticolati dell' alta tensione, disperati dopo le torture. Oppure il volto dell' Alfredo Borghi, un operaio, che dalla camera a gas, in attesa della fine, urlo' : "Carpi, damm de bev".

Di Stefano Paolo

lunedì 21 settembre 2009

OGGI E' LA GIORNATA MONDIALE DELL'ALZHEIMER

Vorrei richiamare l'attenzione del Governo sulle necessità di assistenza domiciliare, di tutela, di cure dei malati di alzheimer e delle loro famiglie e contemporaneamente vorrei denunciare l'assoluta indifferenza delle istituzioni a questo problema.
Molti anni or sono ricordo di aver contribuito a reperire una sede per la Federazione Alzheimer di Milano, non avrei certo immaginato che questa malattia terribile avrebbe poi devastato mio padre e la mia famiglia.
Questo dovrebbe essere di monito a tutti: non restate indifferenti, non si conoscono le cause di questo morbo e non esistono cure efficaci, un giorno potreste aver bisogno di aiuto, date una mano alle assocciazioni che suppliscono le carenze del pubblico:
Vi segnalo Il Ciclamino la mia piccola associazione che però fornisce aiuti preziosi, la potete aiutare semplicemente acquistando il mio libro "Papà mi portava in bicicletta"

Grazie a tutti coloro che vorranno raccogliere l'appello!

sabato 19 settembre 2009

Immagini da una vacanza...la mia!

Prove d' Autunno... il camino funziona!

Siamo solo al 20 di settembre e le vacanze appena terminate sembrano tanto lontane. Certo ha contribuito a questo brusco risveglio il calo repentino delle temperature... ci siamo ritrovati in un autunno inoltrato ed invece sarebbe stato bellissimo viversi questa mezza stazione tanto ricca di colori, di frutti e di malinconie.
Ma torniamo alle vacanze... non ho ancora avuto modo di mostrarvi qualche foto di Lanzo d'Intelvi e dintorni, lo faccio volentieri perchè il luogo merita, la valle è splendida e incredibilmente incontaminata. Ho riscoperto in questi boschi e prati al confine con la Svizzera brani della mia vita che credevo di aver perso per sempre e di tutto ciò sono molto felice.


villa: giardino


Villa:facciata

icona raffigurante uno schauzer gigante sul padiglione di caccia di Bosco Meriggio

Floretta fa la legna per il camino, è previdente ed ha visto giusto!

Dalla Vetta Sighignola: lago di Lugano, alpi italiane, francesi, svizzere.. una vista mozzafiato!

mucche al pascolo verso i sentieri delle trincee
Da "La Baita" scorcio sul Monte Generoso
Puledri al pascolo

Bosco Meriggio.. una meraviglia


Ci sarebbe molto altro da vedere, per ora vi ho regalato uno scorcio di un luogo bellissimo dove sembra che il tempo si sia fermato e a volte questo non è un male....





lunedì 14 settembre 2009

Scuola, Gelmini inaugura l'anno nuovo: "In classe tetto al 30% per immigrati"

Roma - "In alcuni classi la presenza degli immigrati sfiora il 100 per 100. Queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione". Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, in un’intervista a Maurizio Belpietro su Canale 5, sottolinea la necessità di consentire agli studenti immigrati di integrarsi con gli italiani nel giorno in cui 5 milioni di studenti ritornano sui banchi. "Noi abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30% per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri - spiega -. Poi avremo anche una nuova materia che credo sia significativa, l’educazione alla cittadinanza e Costituzione. Ossia favorire sia da parte dei nostri ragazzi, sia degli studenti immigrati la conoscenza dei principi basilari del vivere civile".

Stop alla politica "Esiste all’interno della scuola una minoranza di dirigenti e di insegnanti che confonde la scuola con l’agone politico". Il ministro dell’Istruzione ribadisce che "è legittimo, ovviamente, avere posizioni politiche, però queste vanno espresse nelle sedi opportune: la scuola - spiega il ministro - è un’istituzione, forse la più importante del nostro Paese e in quanto tale va rispettata. Nella scuola si applicano le riforme - conclude - e non si fa politica".

Continuità didattica L’azione del governo, spiega poi la Gelmini, è rivolta anche a garantire la "continuità didattica" nelle scuole tamponando la diaspora dei circa 200mila professori che ogni anno cambiano cattedra. "Viene consentita una mobilità eccessiva che va a danno degli studenti e della qualità della scuola - spiega il ministro -. Per questo noi stiamo ragionando per fare in modo che la continuità didattica sia possibile e che, quindi, sia data la facoltà ai dirigenti scolastici di mantenere gli insegnanti nella stessa classe, nello stesso istituto almeno per un biennio. Migliorerebbe di molto la qualità della didattica nelle nostre scuole - conclude - ed è un obiettivo che noi ci prefiggiamo".

da IL GIORNALE

mercoledì 9 settembre 2009

Ciao Mike e grazie!

Ho avuto la fortuna di aver assistito all'inizio di Lascia o Raddoppia e di aver partecipato all'ondata di entusiasmo che aveva travolto l'Italia negli anni 50, allora il giovedì sera le sale cinematografiche, svuotate da tutto il pubblico che preferiva vedere la trasmissione di Mike, avevano optato per mettere un televisore al centro dello schermo per consentirne la visione. I televisori in circolazione non erano molti e spesso ci si riuniva tra famiglie, al bar e appunto al cinema per seguire le avventure milionarie dei vari concorrenti ma anche per vedere lui, il grande Mike. Io avevo una decina d'anni e ricordo che per quel bel ragazzo dai capelli biondi con gli occhi azzurri e che veniva per giunta anche dall'America, mi batteva forte il cuore. Sapevo tutto di lui, dove abitava, gli sport che praticava, i cani che aveva. Se non ricordo male all'epoca viveva in un appartamento in Galleria Passerella, in Piazza S.Babila a Milano.
Ricordo che qualche anno fa il mio papà lo aveva incontrato per una partita di tennis al Campo Sportivo 25 Aprile e si erano abbracciati, erano stati insieme a San Vittore nel 1944 prima di essere deportati a Mauthausen e sono cose che non si dimenticano.
Per tanti tanti anni il bel ragazzo biondo mi ha fatto compagnia, ha rallegrato le mie serate, lo ha fatto con tenacia ed entusiasmo fino a che i suoi capelli si sono tinti di grigio e l'azzuro dei suoi occhi si è un pochino sbiadito ... negli ultimi spot con Fiorello lo si vede molto invecchiato, d'altra parte 85 anni non sono pochi e lui li ha vissuti alla grande.
Voglio ricordarlo al meglio, voglio ringraziarlo per il batticuore che mi ha regalato ai suoi esordi e per la sua costante e rassicurante presenza in televisione, lui un signore d'altri tempi in questa accozzaglia di volgarità che è oggi il mondo dello spettacolo.
No Mike, non ti dimenticherò e non lo faranno nemmegli gli altri italiani, quelli che al dilagare della televisione trash preferivano i tuoi quiz.
Una carezza Mike, e buon viaggio.

martedì 8 settembre 2009

Lasciare Milano

«Troppo alti gli affitti in centro» Chiudono oltre trecento negozi

Lo storico spazio di antiquariato al numero 110 di corso Garibaldi non c’è più. Al suo posto, è in allestimento un temporary shop. Un negozio, cioè, che rimane aperto a tempo giusto per svendite e smaltimento della merce. È la nuova frontiera del commercio. Di temporary shop ce ne sono moltissimi in centro, da via Dante a corso Vittorio Emanuele. E i negozi normali che fanno? Semplice, chiudono.
Secondo i dati della Camera del Commercio nei primi sei mesi del 2009 sono state 224 le attività cessate a Milano. Cui ne vanno aggiunte altre 92 nel settore della ristorazione. Un numero comunque di molto inferiore ai negozi che aprono: più di 500. Ma attenzione: nel conteggio non sono prese in considerazione le cessazioni d’ufficio. E non si specifica che le nuove attività sono concentrate soprattutto nelle periferie. Non a caso nel 43,6 per cento dei casi i nuovi imprenditori sono stranieri. «Nei quartieri periferici stanno nascendo moltissime attività gestite da extracomunitari. Lì gli affitti costano meno e loro abbattono i costi del personale con la conduzione familiare o peggio il lavoro nero. Quindi riescono a fare affari. In centro invece chiudono soprattutto le botteghe. Anche perché gli affitti e il costo del lavoro sono altissimi», spiega Giorgio Montingelli, delegato al territorio dell’Unione del commercio.
Di vetrine vuote lungo corso Garibaldi ce ne sono una decina. Alcune sono sfitte da anni. Al civico 121, il Centro Bonsai è chiuso ormai da quasi quattro anni. E i locali sono rimasti sfitti anche nel magazzino adiacente. La posizione semi-nascosta sotto ai portici non basta come scusante. Ok, la crisi colpisce tutti e dappertutto. Ma qui siamo in corso Garibaldi, nel cuore di Milano. Ci devono essere altre ragioni. Chiusi anche un negozio di scarpe al civico 57 o quelli di abbigliamento uomo e donna al 39 e al 3. «Qui la colpa è soprattutto della ztl - attacca subito Giorgio Montingelli, che tra l’altro ha la sua attività proprio sul corso -. Non siamo un’isola pedonale, perché i residenti nel corso sono quasi mille e il traffico di auto è continuo. Allo stesso tempo, però, non è più una via di passaggio per chi viaggia in macchina per Milano, visto che qui non si può accedere. Risultato: è la morte del commercio». Ma la crisi colpisce anche via Dante, dove le auto non passano del tutto. «Colpa degli affitti - continua Montingelli -. Il mercato delle locazioni per i commercianti è completamente deregolato. I proprietari dei locali stanno alzando i prezzi in modo esponenziale. In via Dante c’è chi ha visto il proprio affitto quintuplicato rispetto al passato».
Che il prezzo degli affitti sia aumentato di molto lo confermano gli stessi commercianti in crisi. «A fine mese sarò costretto a chiudere bottega dopo 28 anni - dice Sergio Nicosia, titolare della gioielleria Cordusio -. Con i soldi che ho lasciato al proprietario dei locali mi sarei preso tre megaville in Sardegna. La verità è che ora comandano immobiliaristi e banche. Noi piccoli commercianti stiamo morendo, sopravvivono solo le grandi catene e i centri commerciali. Qui in via Dante sono tutti in difficoltà e aspettano solo il momento di vendere». D’altronde con un affitto da più di 50mila euro per un locale piccolissimo e la crisi dei consumi rientrare dalle spese non è facile.
Lungo via Dante sono tre le vetrine già sfitte. Anche se il numero è tristemente destinato a salire. Non sempre, poi, la crisi risparmia i franchising. L’abbigliamento di Motivi, per esempio, non c’è più. E nemmeno i preziosi di Frey Wille. A fine anno se ne andrà anche Salvini, un altro gioielliere. E non va meglio nelle vie limitrofe. In via Tommaso Grossi un negozio di abbigliamento maschile ha chiuso i battenti più di un anno fa e i locali sono ancora sfitti. Eppure siamo a due passi dal Duomo. In via Orefici Riccardo Prisco sta svendendo a prezzi stracciati gli ultimi capi. Il 30 settembre abbasserà per sempre la saracinesca. Bassetti, all’incrocio con il passaggio degli Osti, se ne è invece già andato. E sulla nuda vetrina campeggia la scritta «affittasi» a carattere cubitali.

venerdì 28 agosto 2009

Nuove regole per diventare insegnati: era ora!

Finalmente sono state varate le nuove regole per accedere alla professione di insegnante. Forse in futuro potremo evitare di vedere i nostri figli indottrinati solo di ideologia e scarsamente preparati, perchè per non nascondersi dietro un dito dobbiamo ammettere che è assolutamente vero che accanto a qualche insengante coscienzioso e capace esistono schiere di docenti che non amano la professione, che insegnano per portare a casa uno stipendio e che per giunta usano la loro "missione" per fare politica.


Un anno di tirocinio per legare teoria a pratica; assunzioni solo in base alla necessità per evitare il precariato; più inglese e competenze tecnologiche: queste alcune delle novità contenute nel nuovo regolamento che presenterà oggi il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini per chi vuole accedere all’insegnamento. Con le novità introdotte, riferisce il ministro, "si passa dal semplice sapere al sapere insegnare". E aggiunge: "Con il nuovo tirocinio ci si forma anche sul campo".

Le nuove regole Il ministro Gelmini ha presentato oggi le novità per chi vuole accedere all’insegnamento che si sviluppano, in particolare, su quattro grandi linee: il tirocinio da svolgere direttamente a contatto con le scuole e col "mestiere" di insegnante, "perché insegnare non può essere solo teoria ma anche pratica" si legge in una nota. Il numero di nuovi docenti sarà poi deciso in base al fabbisogno. L’obiettivo è quello di porre così fine all’accesso illimitato alla professione che creava il precariato. In questo modo sarà consentito ai giovani l’inserimento immediato in ruolo.

Inglese e tecnologie Sarà infine dato più spazio all’inglese e alle nuove tecnologie. Il regolamento è il frutto del lavoro della commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui è seguita una azione di primo confronto col mondo della scuola e delle associazioni per l’integrazione scolastica. L’obiettivo dei nuovi percorsi è quello di garantire una più equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio formativo attivo, direttamente a contatto con le scuole.

Richiesta la laurea quinquennale Con il nuovo sistema per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentirà di conseguire l’abilitazione per la scuola primaria e dell’infanzia. Sono rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è previsto un apposito percorso in laboratorio per la lingua inglese e le nuove tecnologie. Per gli alunni con disabilità, in tutti i percorsi è previsto che ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali. Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado sarà necessaria la laurea magistrale più un anno di Tirocinio formativo attivo. È prevista una prova di ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità del sistema nazionale di istruzione, composto da scuole pubbliche e paritarie. L’anno di tirocinio formativo attivo contempla 475 ore di presenza a scuola sotto la guida di un insegnante tutor.

Il nodo Siss Rispetto al percorso Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (Ssis), il ministero ritiene di prendere il meglio di quella esperienza, evitando la ripetizione degli insegnamenti disciplinari, approfonditi già nella laurea e nella laurea magistrale, per concentrarsi sul tirocinio, sui laboratori e le didattiche. Con il vecchio sistema per insegnare nella scuola dell’infanzia e in quella primaria bastava la laurea quadriennale a ciclo unico con test d’accesso al primo anno e scelta, dopo un biennio comune, dell’abilitazione in primaria o in scuola dell’infanzia. Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado era necessaria la laurea magistrale e due anni di Ssis. Chiudono le Siss per le secondarie di primo e secondo grado e al loro posto si dà vita al Tirocinio formativo attivo della durata di un anno. Il numero dei tirocini sarà deciso in base al fabbisogno di insegnanti.

Sistema nazionale d'istruzione Nel regolamento è stato dato riconoscimento al sistema nazionale dell’istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni di personale docente, e si inizia a prevedere la possibilità di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c’è la sperimentazione dell’obbligo formativo. Gli Uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate e avranno funzione di controllo. Il consiglio di corso di tirocinio, che prevede la presenza di scuola e università, ha compiti di coordinamento e di progettazione e rappresenta il terreno di incontro e di raccordo tra le due realtà.

Le commissioni di abilitazione Le commissioni di abilitazione prevedono un equilibrio tra scuola e università e un peso determinante del tirocinio e della prova didattica sul voto di abilitazione. I dottori di ricerca e i "precari della ricerca", se in possesso dei requisiti curriculari, entrano in soprannumero, dopo un esame orale, nell`anno di tirocinio, vedendo valorizzato il loro percorso. L’anno di tirocinio prevede forme di interazione e coprogettazione del percorso tra istituzioni scolastiche e atenei ed è stato previsto uno specifico spazio di laboratori destinati ad approfondire quanto viene fatto in classe. È previsto che la formazione dei docenti per il sostegno sia posta in capo alle università, pur prevedendo la possibilità di specifici accordi con gli enti del settore. Sono previsti percorsi di specializzazione per il Clil (insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado di una materia non linguistica in inglese). Il sistema Afam concorre a pieno titolo alla formazione iniziale dei docenti nelle classi di abilitazione di propria competenza. In particolare, è stata rivista la classe di abilitazione per lo strumento musicale. Sino all'entrata a regime delle nuove lauree magistrali, la programmazione del numero di abilitati e il test è previsto, per la secondaria di primo e secondo grado, prima di accedere all’anno di Tirocinio formativo attivo. Per quanto riguarda i precari non abilitati e gli ex diplomati negli istituti magistrali sono stati previsti percorsi che, dietro il superamento di prove d’accesso in grado di verificare la preparazione disciplinare, consentano di conseguire l’abilitazione.

Le lauree magistrali Con successivo decreto si stabiliranno le lauree magistrali relative al secondo ciclo dell’istruzione, per seguire il percorso di cambiamento del secondo ciclo e delle classi di abilitazione. "Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico - scrive il ministro Mariastella Gelmini - un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie Ssis un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare".

giovedì 23 luglio 2009

Ciao papà!

Oggi, come due anni fa, sono qui a parlarvi di un uomo straordinario che se ne è andato in un afoso giorno di luglio. Oggi, come due anni fa, soffro questa perdita perchè quell'uomo è mio padre. Nonostante sia trascorso del tempo mi risulta difficile scrivere di lui al passato perchè il mio papà è tanto presente nella mia vita e in quella dei miei figli. In questi due anni sono state tante le volte che me lo sono sentito vicino, che ho provato a tendere la mano per incontrare la sua, che ho cercato di fissare il mio sguardo nel suo splendido sorriso e ci sono sempre riuscita.
Il 23 luglio 2oo7 papà Ferdinando lasciava la vita che aveva tanto amato e che aveva vissuto intensamente e io, pur comprendendo che, come si suol dire, aveva finito di soffrire, non mi sono rassegnata a perderlo e non lo faccio nemmeno ora. Tra noi c'era un rapporto speciale, una sorta di comune sentire che continua anche ora che lui è in un'altra dimensione, spesso gli parlo, mi confido con lui e le sue risposte arrivano sempre, magari non nel modo convenzionale, ma arrivano.
Oggi voglio ricordarlo come una persona straordinaria, come un papà magnifico e un nonno fantastico (troverete notizie di lui cliccando qui) ma voglio anche dare speranza a chi ha perso una persona cara, perchè se l'amore è grande ed è vicendevole, non c'è morte che tenga, i rapporti non si interrompono.
Ciao papà, un bacio grande!

sabato 11 luglio 2009

SOLO PER TE, il mio nuovo libro


E uscito in questi giorni e lo presenterò ufficialmente in settembre, ma se volete potete già acquistarlo, è un libro da far leggere ai vostri bambini in vacanza, una lettura istruttiva e divertente ... anche per voi.
Racconta tante storie di cani e di gatti comuni, di quelli che ci sono accanto giorno dopo giorno, che combinano di tutto e di più, che ci fanno sorridere e che quando se ne vanno ci strappano un pezzetto di cuore.
E' bello che i bimbi imparino ad amare gli animali ed è bellissimo che un adulto, magari solo e triste, riscopra in un cane o in un gatto il suo compagno di strada, un compagno tenero, mai invadente, mai "giudicante", insomma un amico vero.
Leggete il libro e forse ....
Per acquistarlo on line cliccate qui

mercoledì 1 luglio 2009

La sinistra si dimette

A furia di cercare sotto le coperte di Silvio esce fuori un’altra storia. Una storia che già avevamo nelle orecchie: il Cavaliere nelle inchieste di Bari non c’entra un fico secco e se qualcosa di strano sarà mai accaduto, coinvolge esponenti del centrosinistra. Forse proprio per mettersi al riparo da sconquassi giudiziari, ieri, si è dimessa in blocco l’intera giunta di Nichi Vendola. E lady Asl, cioè la responsabile della sanità pugliese, è stata congelata.

Questa è la fotografia che esce dopo (...)

(...) l’inchiesta della procura di Bari e dopo la decisione politica di auto-azzerarsi. E questa era la storia che avrebbero dovuto raccontare i giornalisti di Repubblica, i quali invece ieri hanno appallottolato l’appello del presidente Napolitano sulla tregua fino al G8, facendone carta straccia. Ci ha pensato il vicedirettore Massimo Giannini con un sillogismo. «...Questi sono i fatti. E dove esistono i fatti c’è il giornalismo, che non può e non deve mai conoscere tregua».

Dieci e lode. Ma... i fatti che coinvolgono Berlusconi quali sarebbero? Gli unici che stanno venendo a galla riguardano ben altri ambienti, tant’è che ieri si sono dimessi tutti e sottolineo tutti gli assessori pugliesi. Evidentemente qualcosa di grosso ci dev’essere. E non coinvolge il premier, il quale per Repubblica resta l’indiziato numero uno.

È diverso tempo che Repubblica ha allestito un grande show, con fuochi d’artificio, fumogeni, luci e triccheballacche, per pompare quel poco che aveva in mano. Per carità, lo show allestito è di grande fattura ma al di là dei colori e degli effetti speciali non c’è nulla. Non c’è un premier che va a letto con le minorenni, non c’è un premier che paga escort, non c’è un premier che si droga, non c’è un premier corrotto, non c’è niente di tutto questo. C’è un premier che apre la porta di casa a un tizio che se ne approfitta. Purtroppo sbagliare frequentazioni è errore assai comune ai mortali: è capitato persino ai moralisti. Finanche Di Pietro ha sbagliato amicizie ed è finito nei guai.

Ciarlatani per tutti

E siamo sicuri che pure nella redazione di Repubblica grandi penne si sono fidate di persone che alla fine si sono rivelate non tanto dei gran bauscia quanto dei ciarlatani. Repubblica prese un granchio con l’ex fidanzato di Noemi che non raccontò tutta la sua verità fino in fondo, per esempio. E sbagliarono pure D’Avanzo e Bolzoni nel dare retta a certe fonti sul delitto Rostagno. La recente sentenza sulla morte dell’ex Lotta Continua poi fondatore di una Comunità non ha nulla a che spartire con il racconto dei due scooppisti di Repubblica. Lo fece fuori la mafia: in Sicilia capita.

Sbagliare amicizie capita. E la gravità non cambia peso se a sbagliare è il presidente del consiglio o un cittadino qualunque. La responsabilità - insegnano - è sempre personale. Esempio, se io invito Tizio a casa mia e questo poi va in balcone e rovescia il vaso dei fiori in testa a un passante, io non ho colpe. Per Repubblica sì. Non solo, Repubblica trasforma tutto questo in fatto, senza distinguere le responsabilità di Tizio dalle mie che sono il padrone di casa.

Il presidente Napolitano ieri l’altro aveva offerto una sponda per uscire dal grande show virtuale, parlando di una tregua di qui al G8. Lo aveva chiesto espressamente ai giornalisti e ai politici, quasi ad indicare in loro i terminali di questa campagna che danneggia non solo il premier (come loro intenzione) ma tutta l’Italia. Napolitano, saggiamente, aveva chiesto un break forse confidando nella sua personale moral suasion.

A tutto furore

Macché, il furore in largo Fochetti è talmente denso che nemmeno l’intervento del Capo dello Stato fermerà l’operazione sputtanamento. Leggiamo alcuni commenti all’articolo di Giannini pubblicati sul sito Repubblica.it. «Le parole del Presidente Napolitano mi fanno tornare in mente... le collaboratrici domestiche che nascondono la sporcizia sotto i tappeti». «Il ferro si batte finché è caldo. Il prossimo G8 è l’occasione giusta per mettere davanti alle sue responsabilità questo personaggio e vedere con quale faccia si siederà accanto ai rappresentanti degli altri Paesi». «Bella questa, Berlusconi e i suoi portaborse vogliono tappare la bocca a tante persone, istituzioni, giornali nazionali e esteri. Ora ci si mette anche il presidente della Repubblica Napolitano... a me pare la strada giusta per la dittatura».

Ne abbiamo pescati a caso tra i tanti; sono sufficienti per capire lo spirito del giornalismo declinato nelle stanze di Repubblica. Un giornalismo che combina i buoni e i cattivi a seconda delle proprie convenienze. Ieri Napolitano è finito nella lista dei cattivi per il solo fatto che non ha tenuto bordone alla campagna di Repubblica.

Sia chiaro, ognuno è libero di interpretare il giornalismo come meglio crede, l’importante è che non abbia la spocchia di vendercelo come l’esempio più virtuoso. Qui di fatti non ce ne sono, c’è solo tanto antico livore.

da Libero

giovedì 25 giugno 2009

Moralisti a senso unico

Ora molti parlano di «emergenza morale» nel nostro Paese. Ebbene: se di emergenza morale si tratta (e sottolineo: se) se non altro, nel nostro Paese non è cominciata ora. È cominciata già da un pezzo, come dimostrano i documenti che pubblichiamo oggi. Sinceramente, avremmo voluto evitarlo: rovistare nei boudoir a destra o a sinistra non è proprio il sogno che abbiamo coltivato quando da bambini giocavamo al piccolo giornalista. Ma tant’è. Ci hanno costretto, da settimane, a parlare soltanto di veline e prostitute, lettoni grandi e autoscatti nelle toilette. E sostengono che sia obbligatorio farlo perché uno scandalo così (ma così come?) non si era mai visto. Ci danno a intendere che, prima che arrivasse Berlusconi, fossero tutti casti e puri, piccoli emuli di santa Maria Goretti prestati alla politica, candidi e immacolati come la neve. Ci vogliono far credere che nei palazzi della politica circolassero soltanto tomi di Schopenhauer e saggi sull’amore platonico o sul pensiero di Carlo Marx.
Non è così. E ve lo dimostriamo. Ciò che raccontiamo oggi, infatti, succedeva ai tempi del governo D’Alema. Fra i protagonisti ci sono alcuni amici del Baffino, proprio quello che oggi va in giro a sollevare il mustacchio scandalizzato. Erano tutti esperti di Carlo Marx, s’intende, e probabilmente anche di amore platonico: non solo di quello, però. E infatti in questa storia c’è una maîtresse, ci sono squillo, ci sono incontri che si consumano non in case private (come è e resta Palazzo Grazioli) ma addirittura dentro i palazzi dell’istituzione. C’è, insomma, un’emergenza morale a luci rosse, molto rosse, con fatti certi e assai più gravi delle accuse scagliate finora contro Berlusconi. Telefonate hard comprese.
Leggete bene gli articoli di Gian Marco Chiocci e, in parallelo, di Stefano Zurlo. Da una parte abbiamo alcuni episodi (di ieri) non lievi e indiscutibilmente documentati; dall’altra una serie di polveroni sollevati oggi senza che nessuno chiarisca in modo accettabile where is the beef, dov’è la ciccia, cioè dov’è il problema, dov’è lo scandalo (dopo aver scoperto che a Cortina si fanno le feste e che a casa, alla sera, qualche volta capita di giocare a poker: ma guarda un po’...). E allora perché oggi tutti, a cominciare proprio dagli ex libertini, dagli ex cantori dell’amore libero e del sesso estremo, di fronte a poco si scoprono bacchettoni e strillano all’emergenza morale, mentre dieci anni fa di fronte a molto stavano rigorosamente zitti?
Converrete con noi che, se tutte le domande sono legittime, anche questa si può fare. Ed è per fare questa domanda, solo per questo, che pubblichiamo i documenti sulle escort del clan D’Alema. Vogliamo chiedere: come mai allora l’inchiesta fu rapidamente archiviata e nessuno volle sfruttare politicamente quei fatti che pure (lo ripetiamo) sono assai più clamorosi di quelli che da qualche settimana Repubblica sta brandendo come una clava contro Berlusconi? Perché quei documenti non finirono ai giornali? Perché, anche se molti sapevano, nessuno osò parlarne?
Qualche lettore dirà: perché le luci rosse, in quel caso, erano rosse prima di tutto politicamente. Può essere. Per rendersi conto della doppia morale della sinistra basta leggere l’incredibile intervista di Ezio Mauro all’Avvocato Agnelli ai tempi del sexygate di Clinton: com’era indignato l’attuale direttore di Repubblica dall’uso politico dello scandalo! Com’era nauseato dalle bassezze americane e sicuro che, da noi, tal punto di infamia non si sarebbe raggiunto mai! Invece è stato raggiunto. Anzi, di più: è stato proprio lui a raggiungerlo. Che cosa è successo nel frattempo? Semplice e drammatico insieme: come abbiamo scritto nei giorni scorsi è stato rotto un patto silenzioso e antico, quello per cui la lotta politica si fermava davanti alla camera da letto, rispettava la vita privata e non s’intrometteva nell’educazione dei figli altrui. La rottura di quel patto è la vera sciagura che stiamo vivendo, il vero scandalo che dobbiamo temere. Abbiamo l’impressione infatti (ma più che un’impressione è una certezza) che d’ora in avanti, immondizia dopo immondizia, sarà sempre più difficile liberarci da questo fetore. A noi non piace, al Paese fa male. E allora a chi giova tutto ciò? Chi l’ha voluto, risponda.
M.Giordano

giovedì 18 giugno 2009

I CORVI GELATI DA UN SORRISO

È la foto che li avvelena: Obama che sorride a Berlusconi, la mano che s’appoggia sulla spalla del premier. Poi la frase: «È bello vederti amico mio». L’amicizia destabilizza sempre chi è in malafede. Qui in Italia ce ne erano un sacco: tutti quelli che avevano previsto a priori il fallimento dell’incontro Obama-Berlusconi, tutti i portatori sani della convinzione di una nuova antipatia americana verso Roma, tutti i presunti conoscitori del presidente Usa, certi che ci avrebbe bastonati, criticati e allontanati.

Obama sorride, perché è più intelligente di loro. Obama saluta, parla e trova accordi. Berlusconi vince. Una pacca sulla spalla è il sole che distrugge i vampiri della diplomazia, livorosi al punto di augurare all’Italia una brutta figura, salvo poi fare marcia indietro a successo ottenuto. Sul carro, ancora. Sul carro come Paese e non come governo, perché non sia mai: il rispetto che ci ha riservato la Casa Bianca corrode le loro certezze. Chissà che cosa scriverà oggi l’Unità che ieri è stata in grado di relegare l’incontro a pagina 21: cronaca puntuale, dettagliata e informata, compreso il dettaglio della mezzora in più del colloquio. Poi questo titolo: «Caffè amaro per il premier». Perché mai? Così, per sport o per abitudine. Perché l’articolo non lo spiega. Ma i professionisti delle certezze a prescindere evidentemente avevano già titolato, perché per loro era ovvio e scontato che qualcosa sarebbe andato storto.

Loro comunque avevano anche sostenuto che l’incontro non ci sarebbe mai stato. Che abbiano raccontato il fatto, quindi, dev’essere stato già abbastanza duro. Chi non è riuscito a titolare a prescindere ha comunque trovato il modo per dire che ci siamo salvati. L’ha fatto Vittorio Zucconi su Repubblica: «È andata bene perché non è accaduto nulla che possa crearci imbarazzi». L’uomo e il giornale che hanno considerato epocale anche una pipì di Obama, adesso parlano di «non evento». Troppo duro ammettere, troppo difficile accettare. Così adesso tace Massimo D’Alema che poche ore prima dell’incontro aveva sostenuto che la visita di Berlusconi a Washington fosse arrivata tardi. Ma come? L’Italia è il secondo Paese europeo a essere ospitato alla Casa Bianca dalla nuova amministrazione. Prima c’è stata solo l’Inghilterra e non vorremo mica metterci in competizione con gli inglesi nei rapporti con gli Stati Uniti. Zitto anche Franceschini che, qualche mese fa, aveva previsto guai per l’Italia con Obama per colpa di alcune battute del premier. Muto Di Pietro che si è lamentato del fatto che Berlusconi abbia ospitato Gheddafi mentre gli altri avevano fatto gli onori di casa con Barack. L’Italia è andata a trovarlo, il che forse vale di più. Però non per tutti, non per chi non riesce a togliersi il pregiudizio e il preconcetto, non per chi non ce la fa ad accettare che il presidente che piace alla gente che piace, piace anche a Berlusconi e con il premier italiano va d’accordo. «Amico», dice. Amico fa salire l’ulcera a chi Obama ha cercato di vederlo alla Convention di Denver millantando affinità e comunanza di progetti e invece s’è ritrovato con un umiliante biglietto prestampato con la firma digitale di Barack.

Amico è più di alleato, ovvero l’altra parola usata dal presidente con Berlusconi. Questa Italia prende strette di mano, pacche, sorrisi, accordi e progetti e se li porta a Roma. Era già successo con Clinton, altro presidente amato in Europa: prima che la magistratura cambiasse le carte della partita, nel 1994 Berlusconi e Clinton si videro e si capirono. Poi è successo con George W. Bush. La verità è che l’Italia è amica degli Stati Uniti e lo è di più ogni volta che a tenere i rapporti è stato Berlusconi. A Washington l’hanno capito prima di quanto abbiamo fatto noi. Quando c’è stato l’unico momento di frizione tra noi e gli Usa dopo l’inizio della seconda Repubblica? Con Romano Prodi premier e Massimo D’Alema ministro degli Esteri entrato in rottura con Condoleezza Rice. Pregiudizio anche allora, pregiudizio sempre.

L’Italia flirtò troppo con Chavez all’Onu per cercare di smarcarsi dall’America. Non piaceva la politica militarista dell’amministrazione repubblicana e D’Alema ne andava orgoglioso: «C’è amicizia, ma abbiamo posizioni divergenti». Ci chiesero più militari in Afghanistan e la prima risposta fu un no. La stessa cosa che ci chiede Obama adesso ricevendo un sì, perché la differenza è che i democratici americani guardano al contenuto, quelli italiani alla convergenza preventiva e vagamente ideologica. Non c’è partita, non c’è neanche paragone. Ogni inquilino della Casa Bianca negli ultimi quindici anni ha voluto avere un buon rapporto con l’Italia di Berlusconi. Ci avevano raccontato di un Obama freddo e distaccato, l’abbiamo visto cordiale e interessato. Magari adesso funzionerà anche quello che per i profeti della sventura precotta era il punto debole del governo: l’ospitata di Gheddafi e l’amicizia con Putin. Obama è più intelligente di chi pensa di imitarlo in Italia: cerca mediatori. E trova amici.

lunedì 15 giugno 2009

BaLLOTTAGGIO A MILANO - un consiglio a Podestà

Il vantaggio di Guido Podestà è di 162.336 voti o, se preferite, di dieci punti percentuali. Niente male, davvero. Ma il 21 e 22 giugno (si vota di domenica e lunedì sino alle 15) occorre ritornare ai seggi, alle urne e riconfermare il sostegno al candidato della nuova Provincia. Occorre fare un nuovo piccolo sforzo per cambiare, per dare smalto all’amministrazione di via Vivaio. O, se lo ritenete, per ribadire il vostro voto a favore dell’inquilino uscente. Che, consiglia Riccardo Sarfatti, dovrebbe «imparare a parlare a tutte le classi» e, magari, darsela a gambe «dalle periferie che sono più conservatrice rispetto al mondo delle libere professioni». Suggerimenti da sinistra, da chi fu però sconfitto da Roberto Formigoni nel 2005. Sconfitta che nel 2006 toccò all’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante - pure lui sostenuto dalla sinistra - che dopo quella lezione non ha dubbi: «L’asso nella manica di Podestà sono i leader della coalizione che scendono in piazza con lui» e che disertano invece gli appuntamenti con Penati. Ma se Sarfatti non si sbilancia sul risultato, Ferrante scommette sulla vittoria di Podestà. E lo stesso fanno sia Sandro Antoniazzi che Ombretta Colli. Il primo - sfidò Gabriele Albertini nel 2001 - ammette che recuperare dieci punti è «un’impresa» e che Penati dovrebbe scendere tra la gente. La seconda, Ombretta Colli, non ha consigli da dare a Guido Podestà - «è uomo del fare e dell’agire, con esperienza in Europa - se non quello di «non tormentare gli elettori con l’appello al voto dell’ultimo minuto». Ma per cambiare Provincia bisogna spronare al voto.

venerdì 12 giugno 2009

Veronica e questo suo bisogno di comunicare a mezzo stampa....

Eccola là. La Veronica imbuca un'altra lettera. Stavolta, post-elezioni, la signora in rosa è più soft, moderata, neo romantica, tre metri sopra il cielo. Forse è perché chiede spazio al più equilibrato Corriere della Sera, anziché alla centrale del Pd, la Repubblica. O forse è mera questione di alimenti ed eredità. Fatto sta che con la sua nuova posta del cuore la signora Lario, in sostanza, ci dice che non abbiamo capito un tubo. La collezione Harmony, a questo punto, le fa un baffo. Per settimane ci siamo ammazzati a interpretare le sue parole, sulle minorenni, sul marito quasi malato, su Noemi e compagnia cantante. Lei è rimasta lì a guardarci, silente e sofferente, e ora -ora- ci dice che siamo storditi: non abbiamo nemmeno vagamente intuito il tumulto della sua vita sentimentale. Non abbiamo capito un tubo. Dircelo prima del voto, ovviamente, non l'è sovvenuto. Ecco le parole dolci della Veronica: «In queste settimane ho assistito in silenzio, senza reagire mediaticamente, al brutale infangamento della mia persona, della mia dignità e della mia storia coniugale. Certo è che la verità del rapporto tra me e mio marito non è neppure stata sfiorata, così come la ragione per cui ho dovuto ricorrere alla stampa per comunicare con lui. Certo è che l’ho sempre amato e che ho impostato la mia vita in funzione del mio matrimonio e della mia famiglia». E tutto questo cancan per una donna innamorata che fa fatica a comunicare con il coniuge? I due punti in meno alle elezioni, lo scandalo morale per quella frase inquietante sulle minorenni, tutta la campagna elettorale trash di queste settimane, il ciarpame, le veline, tutto era solo un banale problema di linee del telefono interrotte? Un fax, un cellulare, un sms, una mail, una chat su fb, un piccione viaggiatore, niente. Veronica proprio, ci dice, non ha trovato altro mezzo per dire al marito Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio che la loro storia non andava, se non la cassetta della posta de La Repubblica. E oltretutto abbiamo frainteso. La verità del rapporto tra loro, noi non l'abbiamo neppure sfiorata. No: non abbiamo proprio capito un tubo. Ci spiegasse, la Veronica, una volta per tutte, questa verità. Siamo proprio curiosi, ora.


giovedì 11 giugno 2009

ELEZIONI

Indaffarata come ero, ho dimenticato di scrivere un piccolo commento al risultato elettorale, lo faccio ora in modo molto sintetico.

Per le elezioni Europee la coalizione di governo ha vinto ( il raffronto è con le precedenti europee) anche senza Storace e compagnia cantante, il Pd è crollato e le varie sinistre dai nomi fantasiosi ma dal simbolo univoco della falce e martello, sono state spazzate via dagli elettori. Idv cresce slassando il PD (contenti loro..).

Per le Provinciali la vittoria del Centro Destra è eclatante, le provincie conquistate a scapito del PD sono oltre 29 e occorre aspettare i ballottaggi per aggiornare questo numero.

Che volete che vi dica..... è andata alla grande! L'attacco dei giudici, Veronica, Noemi, il papi, le foto di Villa Certosa e Repubblica che ha inventato il quotidiano Beautiful non hanno prodotto nulla se non una dequalificazione della nostra immagine all'estero.
Gli italiani hanno capito e non hanno gradito.

Giusto adeguare gli stipendi al costo della vita nelle varie regioni

Bisogna sfuggire dal termine gabbie salariali. Ricorda un processo burocratico con il quale venivano centralisticamente definite le retribuzioni anche se in modo differenziato. Niente di più sbagliato in un mondo produttivo che è costretto a cambiare alla velocità della luce. Resta però il principio sacrosanto: allineare le retribuzioni all’effettivo costo della vita. Occorre rottamare per sempre quel nefasto principio per cui il salario è una variabile indipendente. Da tutto. Dagli utili della società come dal costo della vita. La Lega ha intuito per tempo questa discrasia e la cavalcherà. C’è da scommetterci. Così come ha fatto con il federalismo fiscale. Ma bisogna ricondurre il dibattito sui binari della razionalità economica. L’adeguamento degli stipendi al costo della vita, non ha la sua ragione d’essere principale nella penalizzazione di chi oggi è avvantaggiato da questo assurdo livellamento. Ecco alcune ragioni tutte economiche.
1. Rendere più territoriale il proprio stipendio porta con sé il vantaggio di depotenziare i contratti nazionali, ridicolizza la caratteristica tutta italiana di avere quasi cento diversi contratti di categoria. I contratti nazionali si potrebbero limitare a quattro-cinque macrocategorie (pubblico impiego, industria, servizi, commercio e artigiano, per esempio). In maniera tale da stabilire i fondamentali dettagli a livello territoriale e aziendale. Nel primo ambito valorizzando il diverso costo della vita. E nel secondo la diversa produttività tra azienda e azienda. Sì certo: più competizione e meno appiattimento.
2. Le burocrazie sindacali, sia dei lavoratori sia degli imprenditori, perderebbero quel potere di veto nazionali. Chi conta è chi è sul territorio. Chi si sporca le mani. Chi conosce le aziende e il costo della vita angolo per angolo. Il peso della grande impresa sarebbe subordinato alla realtà dell’Italia: che invece è fatta di milioni di piccole e medie.
3. Infine le aree più svantaggiate, a minor costo della vita, avrebbero stipendi più bassi. Per questa via esse potrebbero iniziare un cammino di sviluppo. Perché investire all’estero quando in casa si possono avere condizioni di lavoro favorevoli? Il caso romeno è significativo. Molti imprenditori hanno là impiantato le proprie industrie per godere del minor costo del lavoro. Ma proprio grazie a questo intervento l’asticella delle retribuzioni, oltre che il Pil, di quel Paese si è alzato. Insomma un modo di mercato per lo sviluppo del Sud. Altro che penalizzazione.

La Torre Galfa, un grattacielo finito in soffitta

a questione dei grattacieli nella nostra città è una vicenda sempre tormentata, criticata e discussa. Gli ultimi fatti, come lo stop delle diverse parti alla costruzione di via Botticelli e l’abbandono dopo tanto chiasso del cantiere della Torre delle Arti in via Principe Eugenio, si sommano alla inconsueta situazione del quarto edificio per altezza nella storia di Milano di oggi: il grattacielo Torre Galfa. Così chiamato dalle iniziali delle due vie che lo affiancano, Galvani e Fara, rappresenta oggi uno dei vecchi protagonisti di quella Milano che, al fuori di ogni esibizione figurativa, esprimeva concetti di modernità e di appartenenza della città a una cultura internazionale, in una stagione irripetibile e allo stesso tempo un vero simbolo dell'evoluzione tecnologica applicata all'architettura.
Parte integrante di quel centro direzionale della capitale finanziaria italiana mai terminato, il Galfa fu ideato nel 1956 dall'architetto Melchiorre Bega e abitato nel 1959. Nacque come sede della Sarom e della B.P Italiana, ma nella metà degli anni Settanta passò alla Banca Popolare di Milano, che lo usò per circa 30 anni. Nel 2006 fu venduto ad una società e da allora risulta vuoto in attesa di una ristrutturazione. Un'opera architettonica non certo di secondo piano, se il grande Giò Ponti, che praticamente in contemporanea lavorava al Pirelli, così si espresse: «La Torre Galfa che con la sua altezza arricchisce lo spettacolo dell'architettura di Milano, là dove essa, nel quartiere direzionale, si rappresenta nella sua vitalità, costituisce una parte eminente di quella creazione ambientale i cui aspetti milanesi suscitano tanto interesse non solo in Europa».
La questione grattacieli non potrà che trovare un suo equilibrio e un suo volto definitivo non prima che tutte l'area di Porta Nuova sia terminata, anche se contraddizioni e polemiche tra città e architettura difficilmente si chiuderanno.