lunedì 30 giugno 2008
L'APOCALISSE DI WALTER
Già l'incipit veltroniano evocava le miserie, le macerie, le tristizie, i lutti d'un Paese percorso dai lanzichenecchi, angosciato dalla fame, decimato dalla peste. Sentitelo: «L'Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali». E più avanti, nella stessa terrificante chiave, il leader - si fa per dire - del Partito democratico definiva l'attuale «il momento più drammatico della storia italiana».
Non vorrei essere frainteso. Stiamo vivendo una stagione di vacche magre pur tra esodi vacanzieri e squilli di telefonini. È un brutto periodo di un'Italia che tuttavia appartiene alla riserva «ricca» del pianeta. Ma il lamento veltroniano non voleva deplorare una stagnazione e un declino che tutti avvertiamo con disagio. No, era un lamento d'accusa. L'Italia soffre perché è agli ordini del Cavaliere, issato in sella da un'elezione trionfale.
Siamo uomini di mondo, disposti a concedere parecchio alla retorica di parte. Ma Veltroni, lo ripeto, esagera. Finge di ignorare che un'ondata straordinaria di favore popolare ha portato Berlusconi a Palazzo Chigi e ne ha sloggiato Romano Prodi: dalla gente comune e con il buon senso comune considerato il colpevole primo della situazione di sfascio, di indecisionismo cronico, di velleitarismo sterile in cui l'Italia si divincolava. Per quanti difetti possa avere, il governo Berlusconi non riuscirà mai - essendo l'impresa impossibile - a far rimpiangere quell'accozzaglia arrogante e impotente che era il governo precedente. Prodi sostenne, insediandosi, di voler dare serietà al potere. Sentitela la serietà, nelle parole almeno su questo punto sincere di Veltroni: «Prodi, dopo la vittoria del 2006, fu assediato dai partiti che lo costrinsero a fare un governo di cento persone». Tra i ministri che egli nominò c'era l'ex pm Antonio Di Pietro del quale ora Walter Veltroni dice che le questioni sociali «non sa nemmeno dove stiano».
Se vuole annunciare cataclismi, e imputarli al Cavaliere, Veltroni si diverta pure. Ma gli crederanno in pochi. Si sostiene che gli italiani hanno la memoria corta, ma non corta al punto d'aver dimenticato una dirigenza del Paese al cui confronto la prova d'orchestra di Fellini aveva una perfezione toscaniniana.
da IL GIORNALE
venerdì 27 giugno 2008
L'inno del Cirano de Bergerac
In tempi in cui valori e stili di vita sono quanto meno discutibili, questo inno insegna molto, ve lo propongo
L'inno del Cirano de Bergerac
"Orsù che dovrei fare?
Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,
e dell'ellera a guisa, che dell'olmo tutore
accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi, invece di salire per forza?
No, grazie! Dedicare come usa ogni ghiottone,
dei versi ai finanzieri. Far l'arte del buffone
pur di vedere alfine le labbra di un potente
schiudersi ad un sorriso benigno e promettente?
No, grazie! Saziarsi di rospi? Digerire
lo stomaco per forza dell'andare e venire?
Consumar le ginocchia? Misurar le altrui scale?
Far continui prodigi di agilità dorsale?
No, grazie! Accarezzar con mano abile e scaltra
la capra e intanto il cavolo annaffiare con l'altra?
E aver sempre il turibolo sotto dell'altrui mento
per la divina gioia del mutuo incensamento?
No, grazie! Progredir di girone in girone,
diventar un grand'uomo tra cinquanta persone,
e navigar con remi di madrigali, e avere
per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?
No, grazie! Pubblicare presso un buon editore,
pagando, i propri versi! No, grazie dell'onore!
Brigar per farsi eleggere papa nei concistori
che per entro le bettole tengono i ciurmatori?
Sudar per farsi un nome su di un picciol sonetto
anzi che scriverne altri? Scoprire ingegno eletto
agl'incapaci, ai grulli; alle talpe dare ali,
lasciarsi sbigottire dal rumor dei giornali?
E sempre sospirare, pregare a mani tese:
pur che il mio nome appaia nel Mercurio Francese?
No, grazie! Calcolare, tremate tutta la vita,
far più tosto una visita che una strofa tornita,
scriver suppliche, farsi qua e là presentare?
Grazie, no! grazie, no! grazie, no! Ma . cantare,
sognar sereno e gaio, libero, indipendente,
aver l'occhio sicuro e la voce possente,
mettersi quando piaccia il feltro di traverso,
per un sì, per un no, battersi o fare un verso!
Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia più gradito viaggio, nella luna!
Nulla che sia farina d'altri scrivere,
e poi modestamente dirsi: ragazzo mio,tu puoi
tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia,
pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!
Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,
non doverne darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta la palma della meta compita,
e, disdegnando d'essere l'ellera parassita,
pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto
salir anche non alto, ma salir senza aiuto!"
lunedì 23 giugno 2008
TRE DONNE AL TAVOLO DELL'EXPO
Tre donne che fino ad ora hanno ampiamente dimostrato, ciascuna nel proprio ambito, intelligenza, capacità, volontà e tenacia: solo Milano ha tante donne al potere. Sulle quali, quindi, si può contare guardando al percorso ancora impervio verso il 2015. Soprattutto la Bracco enfatizzerà, nel suo intervento, l'importanza che ricerca e innovazione, di cui Milano è da secoli la culla, hanno e sempre di più avranno per riportare le imprese italiane al massimo livello di competitività nel nuovo e più impervio scenario globale. Su questa via ineludibile, pena il declino, l'obiettivo dell'Expo è per l'industria milanese un traguardo ambizioso e quindi un ulteriore stimolo forte
giovedì 19 giugno 2008
Amministratore di sostegno
L’amministrazione di sostegno è una figura istituita con la Legge numero 6 del 9 gennaio 2004, a tutela di chi, pur avendo difficoltà nel provvedere ai propri interessi, non necessita comunque di ricorrere all'interdizione o all'inabilitazione.
Chi è
L’amministratore di sostegno è un tutore delle persone dichiarate non autonome, anziane o disabili. Viene nominato dal giudice tutelare e scelto, dove è possibile, nello stesso ambito familiare dell’assistito. Possono diventare quindi amministratori di sostegno il coniuge, purché non separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella, e comunque il parente entro il quarto grado.
Che cosa fa
L’ufficio di amministrazione di sostegno non prevede l'annullamento delle capacità del beneficiario a compiere validamente atti giuridici, e in questo si differenzia dall'interdizione.
I poteri dell'amministratore di sostegno vengono annotati a margine dei registri di stato civile, al fine di consentire a terzi il controllo sul suo operato.
Dura dieci anni, ma può essere rinnovato, a meno che si tratti di un parente o del coniuge o della persona stabilmente convivente, nel qual caso dura per sempre, salvo rinuncia o richiesta di revoca dello stesso interessato.
A chi si rivolge
L’amministratore di sostegno è una figura istituita per quelle persone che, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, si trovano nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di dover provvedere ai propri interessi.
Anziani o disabili, ma anche alcolisti, tossicodipendenti, carcerati, malati terminali, ciechi, potranno ottenere, anche in previsione della propria eventuale futura incapacità, che il giudice tutelare nomini una persona, che abbia cura della loro persona e del loro patrimonio.
Come fare
La persona interessata può mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata presentare la richiesta al giudice tutelare della propria zona di residenza o anche domicilio e entro sessanta giorni dalla data di presentazione della richiesta, il giudice provvederà alla nomina dell'amministratore. Il suo decreto diventa immediatamente esecutivo.
Inoltre i responsabili dei servizi sanitari e sociali, se a conoscenza di fatti tali da rendere necessario il procedimento di amministrazione di sostegno, devono fornirne notizia al pubblico ministero.
I giudici tutelari si trovano presso ogni Procura della Repubblica. Esiste anche il registro comunale degli amministratori di sostengo, il primo registro è nato a Roma dopo una fase di sperimentazione.
mercoledì 18 giugno 2008
E' finita la tregua, meno male.
Il Governo poggia su una maggioranza solida e gli italiani lo hanno votato in massa perchè governi e non perchè intrecci rapporti amichevoli con le opposizioni, di questo a noi non importa nulla. E' assolutamente inutile e anzi diventa una perdita di tempo cercare di trovare accordi quando questi accordi non è possibile trovarli. Ci sono temi che dividono così tanto le due fazioni che anche discutere giornate intere non porterebbe a nessun risultato, cito ad esempio la giustizia, la sicurezza, la concezione della famiglia, la scuola, insomma quasi tutto.
Inutile quindi fare esercizi empirici per andare d'accordo quando questo accordo non può esistere. Ognuno vada per la sua strada, alla fine gli elettori giudicheranno e il loro verdetto sarà inappellabile.
sabato 14 giugno 2008
Dopo le cliniche private ora indagate nelle RSA per anziani....
"I numeri sono pochi - spiega Fazio - e vanno compensati con i fattori di rischio dei pazienti e la gravità della loro malattia. I controlli effettuati dicono che per quanto riguarda locali, attrezzature e strutture queste sono in ordine. Alcune carenze vi sono solo per gli accessi delle ambulanze. Quanto ai controlli amministrativi che poteva fare, la Regione si è comportata bene. Ora stiamo mettendo in piedi sistemi di controlli più accurati e il ministero è attrezzato per realizzarli".
Suggerisco al Sottosegretario Fazio di predisporre controlli accurati anche nelle case di riposo per anziani, alcune delle quali nascondono dietro un nome prestogioso, carenze mediche e assistenziali gravissime e spesso fatali per i pazienti. Dopo lo scandalo della scorsa estate che ha riguardato il Trivulzio, sarebbe opportuno rivedere le convenzioni anche con RSA private ed effettuare controlli a tappeto.
mercoledì 11 giugno 2008
Lo schifo e l'orrore del S. RITA
lunedì 9 giugno 2008
E contro i «no» ora si può gridare Forza Italia
Si tratta di un panorama di riconciliazione di cui questo Paese ha un dannato bisogno proprio perché è dalla sua nascita condannato all’oblio e all’odio nella divisione. La nostra storia è fatta di blocchi di odio e di oblio: lo stesso Risorgimento alla vigilia delle celebrazioni dei 150 anni di unità d’Italia è un mistero, la rielaborazione di fascismo e antifascismo non valica la consolidata retorica, come la stagione della guerra fredda, del consociativismo fra Pci e Dc, dell’autonomismo craxiano, del berlusconismo e dell’antiberlusconismo viscerale. Oggi il Paese sembra ricomporsi sul presente e il futuro, ma esprimendo anche il bisogno di riconciliarsi, nella verità, con i macigni del suo passato.
In questo processo di ricomposizione del ben operare bisognerà che anche la Magistratura faccia la sua parte. Se è vero che i legislatori che siedono in Parlamento non si devono permettere di dire ai magistrati come fare il loro mestiere, è ancora più vero l’inverso: i magistrati non si devono permettere di dire ai legislatori come fare le leggi che poi devono applicare con scrupolo e intelligenza. Abbiamo invece assistito a due sgradevoli invasioni di campo, per non chiamarle ribellioni, in materia di intercettazioni e introduzione del reato di clandestinità. La protesta sulle intercettazioni, che non condividiamo affatto, potrebbe ancora considerarsi sensata perché le intercettazioni sono anche (oltre che un latente stato di polizia) uno strumento di lavoro investigativo. Ma che i magistrati, la cui legittimazione deriva da un concorso, si permettano di criticare e porre veti ai legislatori eletti dal popolo sulle leggi da fare, è un’anomalia che deve cessare perché è arrivata l’ora del ritorno alle regole, ai ruoli, e del rispetto delle linee di confine.
Paolo Guzzanti - IL GIORNALE
sabato 7 giugno 2008
Ricordando Bob Kennedy
martedì 3 giugno 2008
ll nuovo dogma: la Costituzione come l'Immacolata
Da sempre, per me il 2 giugno è l'unica festa civile italiana. A nemmeno 14 anni avevo una tessera in tasca, l' unica per me. Quella del partito repubblicano di Ugo La Malfa. Ci tengo, al no ai Savoia degli italiani nelle urne, sia pure con un Sud a larga maggioranza per il re. Per questo, il 2 giugno non va confuso con altro. Com'è invece rito. Come ha fatto anche ieri il Capo dello Stato. E come fa chi polemizza a vanvera con la Lega. (...) (...) Che cosa ha detto di fuorviante, secondo me, Giorgio Napolitano? Ve lo ripropongo: «Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale, prima espressione di voto a suffragio universale nella storia nazionale, gli italiani scelsero la Repubblica ed elessero l'Assemblea costituente, che, l'an no successivo, avrebbe approvato la Carta costituzionale, ispirazione e guida della ricostruzione materiale ed istituzionale dell'Italia e, da allora, simbolo e fondamento della democrazia del nostro Paese». Non ci siamo. Unire la scelta repubblicana espressa dagli italiani con la Costituzione «simbolo e fondamento» è storicamente sbagliato, e politicamente pericoloso. Ed è proprio questo binomio Repubblica-Costituzione, celebrato per 60 anni da tutti coloro che vogliono la Costituzione immodificabile, il retroterra poi delle polemiche infondate espresse ieri per la presunta assenza della Lega dal palco a via dei Fori Imperiali. Poiché la Lega nasce a fine anni Ottanta proprio come forza politica che programmaticamente chiede una riscrittura della Costituzione nella forma di Stato, ecco che il riflesso condizionato dei conservatori è di considerarla sediziosa. Come nella Prima Repubblica la sinistra faceva con il Movimento sociale di Almirante, estraneo al compromesso costituzionale. La polemica con la Lega dice tutto. A parte il fatto che sul palco a Roma c'era il vicepresidente del gruppo leghista al Senato, Sergio Divina. Soprattutto, il ministro dell'Interno Maroni presenziava alla cerimonia ufficiale di Varese. E che bisogna concluderne? Chi chi non sta sul palco romano non commemora a dovere il 2 giugno? Allora aboliamo tutti i festeggiamenti ufficiali nei capoluoghi italiani. Ma, ripeto, è ovvio che il problema non è affatto questo. Sta proprio nell'endiadi riproposta ieri da Napolitano, tra scelta repubblicana degli italiani e vincolo della Costituzione. No, gli italiani non scelsero affatto la Costituzione oggi vigente, quel 2 giugno. NO ALLA MONARCHIA Si pronunciarono solo sulla fondamentale questione istituzionale, tra monarchia e Repubblica. E lo fecero grazie a un decreto luogotenenziale emanato da Umberto II, il numero 98 del 1946, voluto dai monarchici, convinti di avere la maggioranza degli italiani. Mentre il precedente decreto luogotenenziale che aveva, rispetto allo Statuto albertino, posto le basi giuridiche del governo provvisorio del Cln, il numero 152 del 1944, aveva rimesso tutte le scelte sulle nuove istituzioni dello Stato all'Assemblea costituente che, quel 2 giugno, contestualmente al referendum venne eletta dagli italiani. La Costituzione fu il frutto del confronto tra partiti, fino a febbraio del '47 nella redigente "commissione dei 75" guidata da Meuccio Ruini e articolata in tre sottocommissioni, e poi, da febbraio del 1947 fino al 22 dicembre quando vi fu l'approvazione finale, nel plenario della Costituente. Pezzi interi furono riscritti, in aula. E per quanto piaccia giustamente a molti ricordare che alla fine ben 453 su 556 membri della Costituente furono i voti favorevoli al testo che entrò in vigore dal primo gennaio 1948, le due crisi politiche attraversate dai governi De Gasperi avevano segnato in profondità l'atmosfera costituente stessa. E rimasero un caposaldo nell'intero cinquantennio successivo. A febbraio del '47 la prima crisi vide la scissione socialista, con Saragat che abbandonò il frontismo di Nenni per il campo democratico e occidentale. A maggio, la rottura "epocale" della Dc col Pci di Togliatti. Roba non da ridere, visto che i socialisti e comunisti sommati, scelti dagli italiani alla Costituente quel 2 giugno, erano 219 rispetto ai 207 della Dc. Ma questo, appunto, riguarda la storia. Ciò che conta, politicamente, è che gli italiani dissero sì alla Repubblica. Non si espressero invece mai, sulla Costituzione. Ed è almeno da una ventina d'anni ormai, che tra crisi e travagli profondi e laceranti del sistema politico-istituzionale italiano, avremmo dovuto tutti capire - in primis i politici, e più i Capi dello Stato, da Cossiga in avanti - che proprio per salvaguardare la Repubblica scelta e voluta tra tante sofferenze dagli italiani, occorre essere pronti a modificare anche profondissimamente la Costituzione. Essa è figlia del grande compromesso tra tre forze - democristiani, socialisti e comunisti - che non esistono più nell'Italia di oggi. Ma questo fatto da solo, pur molto significativo, non sarebbe in sé decisivo. Se il compromesso disegnato in quel testo si fosse provato tanto lungimirante da reggere sessant'anni con solida e intatta capacità di disegnare attribuzioni e contrappesi ancora efficienti. PREMIER OSTAGGIO Sappiamo tutti che non è così. Non è così nella forma di governo, visto che il parlamentarismo perfetto della Costituzione del '48 disegna un premier senza poteri ostaggio dei partiti. Tanto che gli italiani hanno fatto da sé. Prima coi referendum elettorali, che hanno superato il proporzionalismo esasperato. Poi, sposando energicamente e al volo lo schema non solo nettamente bipolare ma tendenzialmente bipartitico, offerto loro il 14 aprile scorso, da Berlusconi come da Veltroni. Nella forma-Stato, poi, un vero federalismo istituzionale e fiscale è ormai parte coessenziale dell'orizzonte attuativo di questa legislatura. È confermato anche dal sondaggio in cui, per la prima volta, scende sotto il 50% la percentuale di italiani che dichiara per il 2 giugno al Corriere della sera di riconoscersi nell'identità unitaria italiana. L'Italia "una" non ha funzionato. Quella federale è da fare. Per difendere la Repubblica, perché non cada sotto il peso delle proprie inefficienze. Per questo, il 2 giugno non è la festa dell'attuale Costituzione. Come tutte le norme frutto di compromessi politici, la Costituzione si cambia tutte le volte che serve. Il rispetto per la volontà diretta degli italiani è sacro. Quello per i compromessi dei partiti, no. E quando gli uomini delle istituzioni difendono i compromessi politici dietro lo schermo di volontà che il popolo non ha espresso, essi servono i partiti e non le istituzioni.