domenica 2 maggio 2010

Alhzeimer: nuove terapie invece dei soliti farmaci dannosi

Sono lieta di riportare una notizia che apre il cuore alla speranza per chi è malato di Alzheimer e per i suoi famigliari, ricordo che ho provato di persona la positività della vicinanza dei cani con il mio papà che aveva proprio questa malattia, di loro racconto  ampiamente nel mio libro "Papà mi portava in bicicletta", chi volesse acquistarlo trova il link qui a lato.


Animali e musica contro l'Alhzeimer



Riducono disagi psichici della malattia
Le terapie non farmacologiche possono essere un valido aiuto per i malati di Alzheimer. La pet therapy, ovvero il compito di prendersi cura di un animale, oppure la possibilità di interagire con una bambola, o il fatto di ascoltare la musica non possono di certo bloccare la progressione della malattia, ma hanno un influsso positivo sui disagi psichici legati al male, come aggressività, agitazione, allucinazioni e insonnia, che possono ridursi anche del 60%.


I buoni risultati possibili con le cure non farmacologiche dell'Alzheimer sono stati presentati e discussi dagli esperti riuniti per il decimo Congresso dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria, a Gardone Riviera in provincia di Brescia.

E' noto che, quando ci si ammala di Alzheimer si perde man mano il contatto con il mondo: si dimentica il nome degli oggetti, non si riconoscono più le persone care, non si riesce più ad esprimersi e a parlare. Le terapie sono ancora scarse, ma le strategie alternative riescono a dare sollievo almeno in alcuni aspetti della malattia. ''I farmaci per la cura dell'Alzheimer possono solo rallentare la progressione dei sintomi - spiega Marco Trabucchi, presidente dell'Associazione Italiana di Psicogeriatria - Si sono quindi diffusi approcci di medicina alternativa, che hanno resistito alla prove di efficacia e vanno sempre più conquistandosi uno spazio tra le cure accettate a tutti i livelli": Tra queste ci sono la doll therapy e la pet therapy, che hanno lo scopo di focalizzare su un compito l'attenzione della persona ammalata di demenza, ad esempio quello di giocare con un cane, un gatto, un criceto o una bambola, evitando in questo modo di concentrarsi sulle idee che riempiono in maniera scoordinata il cervello, e che producono ansia, agitazione e uno stato permanente di disagio.

Una ricerca dell'università di Tolosa in corso di pubblicazione ha dimostrato che in questo modo si riducono del 60 per cento i disturbi comportamentali, si creano le condizioni per un miglior adattamento all'ambiente e il paziente riesce anche ad alimentarsi meglio. Gli esperti ricordano che la compagnia di un piccolo animale o di una bambola deve essere comunque mediata da un operatore, che indirizzi e aiuti il paziente: in questo modo si ottiene un ambiente più sereno, in grado di favorire i momenti di riposo e un'alimentazione più tranquilla. "Non sappiamo perché ciò accada - ha precisato Trabucchi - forse c'è una regressione all'età infantile, si attivano ricordi cancellati solo apparentemente dalla malattia, si riescono a sfruttare le capacità affettive residue". Purtroppo l'effetto di pet e doll therapy non dura più di un giorno, precisa l'esperto, ed il giorno successivo bisogna ricominciare da capo.

La terapia con la musica è invece più articolata. Secondo uno studio in via di pubblicazione su Aging and Mental Ealth, condotto dal gruppo di ricerca Geriatrica di Brescia coordinato sempre dal prof. Trabucchi, la musica funziona come una sorta di chiave per accedere alle emozioni dei malati: riduce l'ansia, la depressione l'aggressività e persino le allucinazioni dei malati, con effetti migliori anche dei farmaci e soprattutto senza effetti collaterali. Nel nostro Paese i malati di Alzheimer sono ormai 600.000, in crescita al ritmo di 150.000 nuovi casi ogni anno.

martedì 27 aprile 2010

"Papà mi portava in bicicletta" al Salone Internazionale del Libro di Torino

La bella notizie è arrivata ieri dal mio editore, che cosa possono dire... ne sono lieta. Amo molto questo mio libro, all'apparenza è un diario sofferto di quattro anni trascorsi accanto al mio papà ammalato di Alzheimer... in realtà è la memoria di eventi che hanno cambiamo la mia vita e che sono li, scritti nero su bianco a testimoniare il mio cambiamento. 
La narrazione è lieve e intensa nello stesso tempo, il grande amore che avevo e che ho per mio padre, morto il 23 luglio del 2007, traspare da ogni pagina del libro e mette in evidenza il rapporto speciale che io e lui abbiamo sempre avuto e che ha origini certamente da una affinità di carattere ma anche dal modo in cui "ci siamo conosciuti".. lui mi ha sempre detto di aver  lottato disperatamente per la sua salvezza nel Campo di Sterminio di Mauthausen perchè voleva conoscere il figlio che sapeva di aspettare, quella bimba ero io e mi vide per la prima volta quando avevo 10 mesi.
Pur essendo nato nel 2008, il libro è stato presentato solo ieri per la prima volta in pubblico a Forlì. Il dolore per ciò che è accaduto era ancora troppo vivo e io non riuscivo a parlarne, parlava il libro per me, ma non era la stessa cosa.
Nonostante questa mia reticenza il libro sta facendo un suo percorso di successo, è stato l'ispirazione di un "corto" e proprio in questi giorni sto ricevendo inviti da molti enti, che dopo averlo letto, desiderano che io ne parli.
La più grande intima soddisfazione che ho ricevuto dopo l'evento di Forlì  è stata una frase che mi ha rivolto una persona che ha assistito alla presentazione ed è stata questa: "La ringrazio perchè lei mi ha insegnato a non avere paura della malattia".. E' bellissimo.
Ora il Salone del Libro di Torino.... 



Chi volesse acquistare il libro, lo trova sulla banda laterale.

lunedì 26 aprile 2010

La bellissima esperienza di Forlì

Sono di ritorno da un weekend a Forlì dove ho presentato il mio libro "Papà mi portava in bicicletta". E' stata una bellissima esperienza! Premetto che questo libro è stato presentato ufficialmente in pubblico per la prima volta proprio in questa occasione, lo scorso anno il dolore per la mia vicenda personale era ancora troppo vivo  e non mi era possibile parlarne, ora le cose vanno meglio e finalmente ho potuto farlo.  La presentazione era stata preparata nei minimi dettagli, era accompagnata anche da slides che mostravano stralci della mia vita e le presenze erano  molto qualificata. L'evento è stato organizzato dall'Associazione Culturale Poliedrica e realizzato concretamente da Guido Passini e Silvia Navoni, era presenta il Comune di Forlì con l'Assessore Drei (Servizi Sociali), l'Assessore al Decentramento e il Presidente della Circoscrizione 2. I rappresentanti dell'Associazione " Rete Magica" (che supporta i malati di Alzheimer e le loro famiglie) ha introdotto l'argomento e ha raccontato come viene affrontata questa terribile malattia a Forli, credo che dovrebbe essere presa a modello in molte altre parti d'Italia. Io cercherò di farlo con la mia Associazione "Il Ciclamino". 
Ho presentato il libro e ho risposto ad una serie di domande intense sulla mia esperienza personale accanto al mio papà e  sulla necessità di mantenere i malati nel loro ambiente familiare quando possibile, sono emersi quadri di vita che hanno molto commosso i presenti che hanno a lungo applaudito e che alla fine si sono  complimentati.
Ho saputo proprio ora che il libro verrà inviato al Salone Internazionale del Libro di Torino, ne sono lieta.
L'unica considerazione che posso fare e questa: quando si scrive con il cuore e si ha il coraggio di mettere a nudo le proprie emozioni si trova sempre dall'altra parte persone dotate di grande umanità che apprezzano e alla fine si riesce anche a dare un contributo positivo a tanta sofferenza.

mercoledì 21 aprile 2010

Bella serata e grande successo!!!

Ieri sera nella sede istituzionale della circoscrizione 8 di Milano, è stato presentato il documentario DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE realizzato dal regista veronese Mario Vittorio Quattrina e tratto dal mio libro che porta lo stesso titolo. L'occasione era la celebrazione dell'anniversario della Liberazione.
Ho avuto il grande piacere di incontrare diverse insegnanti che conoscevano mio padre e che  ricordavano perfettamente il suo intervento nelle loro classi, è stato  un momento commovente che poi si è completato nella  visione del documentario. 
Erano presenti anche lo storico del Milan, dott. La Rocca, i rappresentanti dell'ANPI di zona, i rappresentanti del gruppo Anziani dell'Alfa Romeo con la loro gloriosa bandiera, tutti si sono stretti a me in un affettuoso abbraccio e per questo li ringrazio di cuore.
Il regista ha avuto i complimenti di tutta la platea per il bellissimo lavoro che ha svolto, 45 minuti di storia e di grande umanità, un modo di raccontare che tiene lo spettatore incollato alla poltrona. Alcuni passaggi del film sono veramente toccanti e la narrazione in prima persona di mio padre fa si che la sua presenza diventi palpabile.
Dal rappresentante del Milan sono state annunciate iniziative importanti sia per il documentario che per il progetto dell'Associazione Culturale Ferdinando Valletti che si impegnerà nelle scuole, in collaborazione con l'Associazione Storia Viva di Verona,  con un concorso grafico/letterario dal prossimo anno scolastico.

domenica 18 aprile 2010

Quando una partita di calcio ti salva la vita..



Nel documentario/fiction DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE, di cui vedete la locandina,  la storia di Ferdinando Valletti, ex giocatore del Milan, deportato a Mauthausen e la sua straordinaria vicissitudine
 Nell'ambito delle iniziative per la celebrazione del 25 Aprile - Festa di tutti gli Italiani - l'Associazione Culturale Ferdinando Valletti e il Consiglio di Circoscrizione 8 di Milano invitano i milanesi alla proiezione del documentario DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE realizzato dal regista Mauro Vittorio Quattrina e tratto dal libro di Manuela Valletti che racconta la deportazione del padre Ferdinando.
Il documentario narra la vicenda umana di Ferdinando Valletti che deportato a Mauthausen nel marzo del 1943 per aver partecipato allo Sciopero dell'Alfa Romeo, riuscì a salvare la sua vita e quella di molti compagni per aver accettato di giocare una partita di pallone con le SS.......
Sia Manuela Valletti, che il regista Mauro Vittorio Quattrina saranno presenti all'evento.
E' stato invitato anche lo Storico del Milano, Dott. Luigi La Rocca

20 APRILE 2010 - MILANO, VIA QUARENGHI 21 
SALA DEL CONSIGLIO DI CIRCOSCRIZIONE 8



ASSOCIAZIONE CULTURALE FERDINANDO VALLETTI

TELEFONO 02325820 - CELL.3926961133

lunedì 12 aprile 2010

Ma questo Paese si può pacificare?

Agli italiani le riforme istituzionali fanno venire sonno o irritazione ai testicoli per tre ragioni chiarissime: perché riguardano il Palazzo e non il Paese che avverte ben altre priorità; perché sfilano i soliti modellini stranieri che appassionano solo i collezionisti di ingegneria istituzionale e i loro indossatori politici; perché si dicono ma poi non si fanno, sono solo gravidanze isteriche.
Ma potrebbero diventare più interessanti se fossero tradotte in vita reale. Ovvero: se garantissero ai cittadini governi di legislatura con pieni poteri e piene maggioranze, senza più alibi di comodo e inconcludenti mediazioni; se fossero inserite in una riforma della politica che dimezzasse il numero dei politici e i costi, magari con un sistema elettorale che restituisse ai cittadini la piena facoltà di scegliersi i propri rappresentanti; e se fossero fatte sul serio, realizzate e vigenti già dalle prossime elezioni politiche. Traduco ancora più chiaramente: se tu sai che con la riforma avrai governi che durano cinque anni e che hanno maggioranze solide, del 60 per cento; se tu sai che i parlamentari passano da mille a cinquecento, che si dimezzano gli enti locali, le authority e si sfoltiscono le assemblee; se tu sai che questa è veramente la volta buona perché ci sono tempi (tre anni di calma) e voti (in caso di mancato accordo c’è una larga maggioranza), allora il discorso cambia. Così la riforma istituzionale servirebbe per governare meglio e realizzare le riforme che interessano davvero la gente, togliendo alibi a chi governa e ricatti a chi non vuol far governare.
Ma l’utilità di una riforma istituzionale sarebbe anche un’altra: creerebbe una tregua sostanziale fra i leader. Perché è inutile menarsela: dietro ogni progetto di riforma non c’è il bene del Paese ma c’è la carriera dei leader, la loro collocazione e il loro tornaconto. Non nascondiamocelo. Allora lasciamo da parte i discorsetti astratti del tipo sistema francese o giapponese e vediamo il caso italiano: qui il problema è dare una prospettiva ai leader, alle eventuali new entry in lista d’attesa e sbloccare la situazione: dico Fini e Casini, Tremonti e i leghisti, Bersani e Di Pietro, Draghi e Montezemolo, solo per fare qualche esempio di outsider. E dico, prima di tutti, Berlusconi. Non per tifoseria ma perché il sistema bipolare regge sull’amore-odio per Berlusconi e dunque se non si concerta una soluzione per lui e con lui, che detiene il pacchetto di maggiore consenso reale, non si va da nessuna parte.
Hanno cercato di farlo deragliare con le inchieste, con i pentiti del Pdl, con il voto. Ma non ci sono riusciti. Allora le soluzioni sono due: una, drastica e criminale, è quella di eliminarlo fisicamente, lanciandogli non la statuina del Duomo ma l’originale addosso, così magari si prendono due piccioni con una fava, colpendo pure la Chiesa. L’altra, più ragionevole e vantaggiosa, è accordarsi con lui. E quale può essere la soluzione? Negoziare con lui per avere campo libero alle prossime elezioni politiche senza di lui che catalizza i consensi e i dissensi. E come si può fare? Facendolo governare in pace per tre anni, dandogli cioè la piena possibilità di realizzare le riforme, comprese le riforme istituzionali. E poi mandandolo al Quirinale. Ma se ci va dopo una riforma all’americana, diventa l’asso pigliatutto, perché da capo dello Stato sarebbe pure capo del governo. E gli altri non ci stanno, è comprensibile. Allora, approfittando dell’età sua e della necessitàsuper partes, e così si libera la competizione su chi governa in Italia.


Senza Berlusconi in lizza, tutti escono allo scoperto. E si dà vita a una democrazia davvero bilanciata, in cui la forte personalità di Berlusconi e il suo largo consenso popolare sarebbero un bel contrappeso a un premier eletto dal popolo che guidi un governo di legislatura con una maggioranza solida e ampia. Così cesserebbe la guerra a Berlusconi, che avrebbe un ruolo di garante, ma sarebbe anche a sua volta garantito. E gli altri finalmente si conterebbero sul campo, senza addurre l’alibi della presenza di Berlusconi. E nessuno potrebbe parlare di svolta autoritaria, presidenzialismo come anticamera del ducismo.
A me sembra la soluzione più ragionevole: e mi pare cretino continuare a dire che il premierato non c’è in altri Paesi europei, o in Israele è andato male. Non c’è un grande Paese europeo che abbia un sistema uguale all’altro: forme di premierato ci sono in Inghilterra e in Germania (cancellierato), e noi avremmo la nostra forma originale, più adatta alla realtà dell’Italia e al nostro quadro politico.
L’unica riforma che ha funzionato in Italia è stata l’elezione diretta del sindaco: dunque estendiamola al premier. Ma poi, al di là delle ingegnerie istituzionali, la ragione per fare la riforma è garantire governi stabili e in grado di decidere e poi di rispondere direttamente ai cittadini nel quadro di una democrazia responsabile. Allora perché cambiare la Costituzione con il presidenzialismo quando è possibile rendere esplicito il premierato implicito già vigente con l’indicazione del premier accanto alle liste? Non capisco perché Fini e gli altri non puntino su questa ipotesi. Gli unici a rimetterci sarebbero i convinti berlusconiani che dovrebbero accettare l’idea di un cambio di guardia al governo fra tre anni.So l’obiezione e la condivido: se Berlusconi è l’unico che oggi può governare il Paese, perché dovremmo privarcene fra tre anni e mandarlo al Quirinale? Perché un Paese non può confidare solo in un uomo in eterno, perché si deve pur scommettere fra tre anni sul futuro, perché Berlusconi allora avrà l’età giusta per il Quirinale più che per Palazzo Chigi. E sarebbe meglio per lui: se fa questi tre anni a cavallo tra buone riforme e veri risultati, e se poi assume la massima carica dello Stato, esce alla grande, tra la storia e il mito; e può spegnere in sette anni super partes quel livore che lo assedia da vent’anni. Pensateci, è l’ipotesi più bipartisan che io conosca, contiene meno fregature per tutti e per ciascuno. E fa più bene all’Italia.

articolo di Marcello Veneziani- Il giornale

sabato 10 aprile 2010

MEMORIA

È la memoria una distesa di campi assopiti
e i ricordi in essa chiomati di nebbia e di sole. 
Respira una pianura 
rotta solo dagli eguali ciuffi di sterpi: 
in essa unico albero verde 
la mia serenità. 

David Maria Turoldo

domenica 4 aprile 2010

Il male, Dio e gli uomini

GUARDATE QUESTO VIDEO ECCEZIONALE....
Dedicato a chi :
..... ha l'odio nel cuore
..... la colpa è sempre degli altri
......io non commetto mai errori
e ancora a chi:
.. non pensa mai di fare un minimo di autocritica
...pratica la maldicenza
...fa del male agli altri senza porsi il problema
...bada solo al suo tornaconto personale

A questi soggetti che popolano la nostra società e  la rendono peggiore di quello che potrebbe essere solo con la loro presenza  auguro comunque  Buona Pasqua e per  tutti gli altri, quelli che subiscono  e che sono i più, ripeto ciò che disse Gesù: "Abbiate fiducia : io ho vinto il mondo !" (Gv 16,33).


sabato 3 aprile 2010

Riflessione Pasquale: un segno di speranza per tutti!

Nel corso della vita attraversiamo dei momenti in cui ci troviamo di fronte delle difficoltà spaventose impossibili da prevedere. Forze che distruggono tutto ciò che amiamo e allora siamo presi dal dolore, dallo sconforto ed abbiamo l’impressione di una profonda abissale ingiustizia. Non riusciremmo a vivere comportandoci moralmente se, nel profondo del nostro animo non fossimo convinti che al di là delle apparenze, esiste nella società e nel mondo una sotterranea armonia, una “sensatezza” etica. Ci aspettiamo un qualche rapporto fra meriti e ricompense. Per cui se hai agito bene alla fine otterrai un sostegno, un qualche riconoscimento, non sarai ripagato solo con il dolore.
Per questo, di fronte al no, alla sciagura che ci colpisce improvvisamente quando abbiamo agito in modo esemplare, o quando sono stati altri a mandarti allo sbaraglio e ti hanno tradito, ti afferra un immenso dolore morale. Hai l’impressione di una mostruosità, qualcosa in contrasto con le leggi della logica, della giustizia e della natura che dovrebbero essere alla base del cosmo. Ti trovi svuotato, senza energia, in un mondo privo di senso, in balia di forze irrazionali e malvagie. 
Ricordiamoci che di fronte alla catastrofe non dobbiamo mai arrenderci alla disperazione. Quando tutto ci appare assurdo, ingiusto e irrazionale dobbiamo reagire con fermo coraggio e razionalità conservando intatta la vigilanza, la lucidità, la volontà di trovare una soluzione. La troveremo sempre. 

mercoledì 31 marzo 2010

Memoria dei lager nel nome di Valletti

Da un articolo apparso oggi sul giornale L'Arena a firma di Giancarla Gallo

Nasce sull’onda del documentario di Quattrina una fondazione che mira alla sensibilizzazione nelle scuole

Memoria dei lager nel nome di Valletti


La figlia del calciatore scampato a Mauthausen: «Il film ha colpito i ragazzi e a loro daremo voce»
Mercoledì 31 Marzo
i Un'associazione che si impegna per mantenere vivo il ricordo degli orrori del nazismo. Questo lo scopo dell'associazione culturale «Ferdinando Valletti», nata in sull'onda del successo che sta ottenendo il Documentario «Deportato I 57633- Voglia di non morire» realizzato da Mauro Vittorio Quattrina sul calciatore veronese Ferdinando Valletti, sopravvissuto a Mauthausen perché sapeva giocare a calcio, tratto dal libro della figlia Manuela, che ha lo stesso titolo.
«Ci siamo resi conto che il documentario è stato particolarmente apprezzato dagli studenti che lo hanno visto in occasione della Giornata della Memoria», racconta Manuela Valletti, figlia di Ferdinando, «oltre che nelle scuole di Verona e di altre città italiane. Alcuni insegnati dell'Istituto Virgilio di Milano mi hanno fatto sapere che i ragazzi tradurranno le emozioni che hanno provato guardando il film in lavori letterari e grafici. Questo mi ha fatto pensare che tanto entusiasmo debba essere premiato e la funzione dell' Associazione sarà anche questa», continua la Valletti.
«Non siamo ancora pronti ma è nostra intenzione promuovere dall'inizio del prossimo anno scolastico un concorso tra gli istituti superiori e probabilmente anche inferiori che, dopo aver assistito alla proiezione del documentario, realizzino prose, poesie, disegni, lavori teatrali sull’orrore dei campi di sterminio e il valore del ricordo». «In questo modo crediamo di interpretare fino in fondo il desiderio di mio padre Ferdinando che aveva dedicato alla sensibilizzazione dei giovani sugli orrori del nazismo buona parte della sua vita. Auspichiamo di lavorare in sintonia con l'Associazione Storia Viva che ha prodotto il documentario e con le istituzioni».
L' Associazione è no profit e si finanzia con quote associative, vendita dei prodotti editoriali e donazioni. «Mi auguro che siano in molti a aderire al progetto e di trovare sponsor per il concorso da proporre alle scuole. Per tutto ciò è possibile contattare il nostro presidente, Mario Ghezzi:

http://www.ferdinandovalletti.org

venerdì 26 marzo 2010

Orchi in difesa dei bambini

da IL FOGLIO

Perché la battaglia contro i preti pedofili è una battaglia per eliminare il cristianesimo
Invettiva cristianissima contro l’Europa pedofoba e il mondo infanticida
Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza. Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili. Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male.

L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli.

Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”. Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”.

A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”. La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa. Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari?

Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino? Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010).

Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve.
Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei. Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro.

Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo

venerdì 19 marzo 2010

Una tenera carezza per il mio papà


Oggi è la Festa del Papà e al mio papà, che certamente mi sta osservando mando una tenera carezza fatta di fiori di primavera, a lui voglio dire, anche se sono sicura che lo sa benissimo, che mi manca tanto, che tutte le volte che guardo il suo ritratto sorridente mi sembra impossibile che non sia più qui con me, mi aspetto sempre che varchi la soglia di casa mia, mi chiami con la sua voce squillante e mi dica …“Ciao… e allora come va? Ma sei qui da sola?” Questa frase mi è rimasta in mente e ora mi viene anche una risposta diversa da quella che gli davo allora…. “Si papà , sono qui da sola… ora che tu sei da un’altra parte,  sono proprio sola nell’anima”.
Un bacio papà, con tutto il mio cuore!


martedì 9 marzo 2010

Democrazia o fascismo

Come lo dobbiamo chiamare un partito che  scende in piazza perchè le liste del PDL non partecipino alle elezioni regionali del prossimo 28 marzo? Un partito che desidera essere l'unico partecipante alle elezioni come lo vogliamo chiamare?  Non pare anche a voi che questa non sia una scelta democratica? Non pare anche a voi che in presenza di errori nella presentazione delle liste del PDL (ma io vorrei che fossero visionate tutte le firme di tutti i partiti in corsa) i partiti della sinistra avrebbero dovuto fare un passo indietro e dire: in queste condizioni non votiamo?
Forse la democrazia che vorrei vedere in questo Paese è un mio personalissimo sogno, ma il disgusto che provo per questa situazione è veramente oltre ogni limite. Troppe meschinità, troppe bassezze e l'Italia va giù!

sabato 6 marzo 2010

Non apprezzo la "Festa della Donna"

Domani sarà l'8 marzo e io che sono "parte in causa" vorrei dirvi  non amo la "Festa della Donna" poichè non esiste una Festa dell'Uomo.. in altre parole non amo essere considerata  una "specie da proteggere" e  non ho rivendicazioni da fare che non siano quelle derivanti dal mio essere persona, dalle mie abilità, dalla mia intelligenza e dal mio merito.
So che nel mondo molte persone soffrono e sono private dei diritti umani, ma non sono solo donne. So che in molti Paesi i soggetti deboli non hanno vita facile, ma tra questi non metterei solo le donne, inserirei i bambini, i vecchi, i soggetti portatori di handicap. So che in Italia l'accesso a posti di responsabilità e di potere è più difficile per le donne ma la via per migliorare le cose non sono "le quote rosa" ma solo l'impegno e la meritocrazia, visto che ora sempre più professioni che erano esclusivamente maschili sono state "aperte" anche alle donne. 
Per tutte queste considerazioni: domani non mimose.. ma opere di bene. 


Nota nella nota
Quella che oggi è chiamata Festa della Donna ha una origine tragica, risale al l lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.
Come vedete siamo ben lontani dalla Festa della Donna che viene oggi strumentalizzata.


giovedì 4 marzo 2010

Il caos delle Liste PDL in Lombardia e Lazio


Vorrei dire una parola di chiarezza su questo argomento: l'esclusione delle liste PDL dalle votazioni per le Regionali di Lombardia e Lazio non permette a molti elettori di esprimere il proprio voto. Al di la delle responsabilità oggettive di questo partito nella presentazione della lista, tutti i democratici dovrebbero augurarsi che ai cittadini di queste due regioni fosse garantito il diritto/dovere di poter votare per la forza politica a cui fanno riferimento. Questo la Costituzione dice e questo è ciò che noi chiediamo per il bene della democrazia di questo Paese.

domenica 28 febbraio 2010

"Papà mi portava in bicicletta": una recensione lusinghiera e una sceneggiatura per un corto

Il mio libro "Papà mi portava in bicicletta" sta ottenendo un lusinghiero successo nonostante l'argomento che tratta sia ostico e delicato.
Ho ricevuto una recensione molto lusinghiera  che prelude la presentazione del  libro a diverse associazioni di Forlì e allo stesso tempo, il mio lavoro è servito a fornire lo spunto per la sceneggiatura di un cortometraggio sul morbo di Alzheimer.
Ringrazio Guido Passini per aver saputo cogliere il significato umano del libro ed averlo valorizzato.


Papà mi portava in bicicletta - di Manuela Valletti Ghezzi
Recensione di Guido Passini - Associazione culturale Poliedrica

Più volte ho iniziato le mie riflessioni dicendo che la conoscenza fa crescere l’uomo. La conoscenza attribuita al mondo odierno, a quello che ci circonda ogni giorno con tutte le sensazioni, le emozioni che ne competono. Ho il vizio di cercare e leggere dei libri che riportino spaccati di vita attuali, o comunque molto recenti. Leggo ciò che spesso ha a che fare con un dolore, forse per una certa predisposizione dovuta alla mia patologia, o forse solo perché oggi più che mai credo che temi sociali siano da portare alla luce tentando di invogliare non solo gli addetti, o i diretti interessati a libri che sono in grado di fare crescere l’uomo, crescere dentro. Aprire gli occhi e non nascondersi di fronte ad una malattia, come a una sindrome, come a un disagio. Mi rendo sempre più conto che le persone spesso sono indifferenti davanti a queste quotidianità, a volte sembra quasi ci sia il timore di essere a contatto con una persona “malata” solo per il semplice fatto che non si conosce la “malattia”.
In aiuto a questa situazione d’indifferenza giungono autori come Manuela Valletti Ghezzi, che ha messo a disposizione dei lettori un libro che parla di Alzheimer: Papà mi portava in bicicletta.
Leggere l’amore di una figlia per un padre affetto da questa sindrome, nel modo in cui ho avuto l’occasione di fare con questo libro sono certo abbia arricchito la mia persona. Per indole personale, prima di affrontare la lettura ho voluto approfondire un minimo la tematica Alzheimer. Un processo degenerativo che colpisce le cellule del cervello di cinquecentomila persone in Italia. Una malattia che è stata scoperta nel 1907 e a oggi ancora non si è giunti ancora da una cura definitiva. Cito brevemente un documento presente nel sito Alzheimer Italia che la definisce malattia delle quattro A: amnesia, afasia, agnosia e aprassia che corrispondono rispettivamente a una perdita significativa di memoria, l’incapacità di formulare e comprendere dialoghi orali, l’incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi, l’incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari, per esempio vestirsi.
Mi sono forse dilungato in spiegazioni, ma che ritengo importanti per entrare in sintonia da subito con lo stato d’animo dell’autrice.
“Papà mi portava in bicicletta”  è un libro estrapolato dagli articoli del blog di Manuela, aperto proprio al momento della scoperta di questo “evento” che ha in un qualche modo condizionato questi quattro anni narrati nelle pagine e continui a farlo tuttora nonostante tutto.
La struttura di questo libro ha la forma del diario, e la narrazione è lucida, delicata, sensibile ma soprattutto drasticamente vera. Immagino non sia stato facile per l’autrice riversare tutte le sue sensazioni ma al tempo stesso liberatorio. Un continuo svuotare l’anima e per forza di cose riempirlo nuovamente per poi ripetere il circolo instaurato.
L’impatto del libro è sicuramente positivo ed emotivamente forte, perché l’autrice non si sofferma solo ed esclusivamente sulla malattia, ma anche su altri eventi che hanno stimolato nel bene o nel male questo percorso chiamato vita. Più volte gli occhi si sono riempiti di lacrime leggendo queste pagine, commosso a tal punto da trovarmi alla fine affezionato al protagonista del libro. Mi rendo conto di questa mia stranezza, ma siamo di fronte ad un uomo che di certo ha lottato nella sua vita, un uomo che ha visto i lager nazisti, un uomo che ha visto crescere la sua famiglia nel migliore dei modi, un uomo che ha sempre cercato di mantenere una dignità di sé al massimo livello, senza mai lamentarsi, nonostante le piaghe da decubito, nonostante i dolori, nonostante il vedersi ogni giorno “in calo”.
La presenza di un uomo del genere nell’ambito familiare ha uno sviluppo importante, soprattutto per quel che riguarda il raffrontarsi con la vita, il volerla afferrare e il cercare continuamente la lucidità per essere uomo. Uomo ammirevole.
L’autrice essendone la figlia, non poteva mancare dal riuscire a rappresentare questo nei suoi scritti. L’amore per il padre, il rispetto è in ogni riga, in ogni capitolo, anche dove apparentemente non si parli di lui.
Mi colpisce molto la caparbietà di Manuela nel non nascondere nulla al lettore, né i riscontri sul padre, né le visioni politiche, non poteva quindi trasparire la forza di volontà che lo avvolge.
Un libro che può rappresentare un aiuto per ognuno di noi, ma soprattutto chi è a contatto con questa malattia, perché dalle esperienze altrui possiamo solo imparare. Non vorrei dilungarmi troppo in questa recensione a “Papà mi portava in bicicletta” perché andrei a svelare seguiti ed eventi che meritano di essere letti pagina per pagina, con una mano sul cuore, pensando: io nelle sue condizioni cosa avrei fatto?
Domanda che non troverà risposta, proprio come nemmeno io ho trovato.
Un papà che si perdeva nel tempo, dice l’autrice, mi permetto di aggiungere che il tempo, è uno spazio indefinito, e mai come ora è Ferdinando a scandirlo.
Motivo in più per l’acquisto di questo libro che aiuta IL CICLAMINO, un’associazione no profit, che si adopera per recuperare personale idoneo per l’assistenza ai soggetti deboli parzialmente o del tutto non autosufficienti. L’Associazione IL CICLAMINO è stata costituita in memoria di Ferdinando Valletti  e opera in Milano e provincia.
E’ bello vedere come quello che apparentemente sembra essere un semplice libro, si trasforma inesorabilmente in un grande dono. Questo l’augurio che mi sento di fare a Manuela: che per ogni emozione che questo libro ha saputo dare e saprà dare, corrisponda a una speranza in più, reale, per chi vive questo “tempo”.


©Guido Passini – 28/02/2010

Scrivere

Ho una fede nel cuore. Un credo radicato. Vivo nelle emozioni e non le nascondo più. Vivo di verità. Amo la trasparenza, l'intimità e la presenza. Scrivere è il mio comandamento, ciò per cui sono nata. 
Scrivo solo ciò che vivo poichè è impossibile per me descrivere ciò che non è stato ancora attraversato nel corpo e nell'anima ed elaborato in esperienza.

Scrivere è presentare le cose nella loro verità. Dire la cosa vera, la successione dei movimenti e dei fatti che producono l'emozione e che resta valida per un anno e per dieci anni o, se siete stati fortunati e se l'avete espressa con una grande purezza, per sempre.

giovedì 25 febbraio 2010

Intervista alla radio dell'Università di Salerno


Questa mattina e per 30 minuti sonostata ospite dell'Unisaund, la radio dell'Università di Palermo.
L'intervista che mi è stata dedicata ha trattato della mia attività editoriale ma è stata focalizzata sui due libri che ho dedicato a mio padre Ferdinando Valletti, "Papà mi portava in bicicletta" e "Deportato I57633 voglia di non morire", sul documentario che da questo  ultimo libro è stato tratto e dalla nascita della Associazione Culturale che porta il suo nome.
Le domande che mi hanno fatto più piacere sono state quelle che riguardavano la figura del mio papà, la sua deportazione ma anche i suoi successi professionali  e sono state molte.
La nascita dell'Associazione Culturale FERDINANDO VALLETTI   presuppone un nostro impegno  diretto per mantenere vivo il suo ricordo e il ricordo dell'orrore dei campi di sterminio  ed è in questo senso che il mio interlocutore, il giornalista Vincenzo Greco mi ha suggerito di far si che  il libro che racconta la sua deportazione e il DVD del documentario entrino a far parte della dotazione libraria delle scuole.
Quindi, oltre al concorso letterario, ora ci proporremo come obiettivo anche questo.
Un ringraziamento sentito alla stazione radio e al giornalista Vincenzo Greco da parte mia e dell'Associazione che rappresento.



E' possibile riascoltare o scaricare, suhttp://iunisa.unisa.it/PODCAST-8.html, la trasmissione "TRENTA MINUTI....CON MANUELA VALLETTI" andata in onda ieri, 25 febbraio, su unis@und.

iunisa.unisa.it
Unis@und la webradio dell' Università degli Studi di Salerno


martedì 23 febbraio 2010

E' nata l'Associazione Culturale FERDINANDO VALLETTI


L' Associazione Culturale FERDINANDO VALLETTI è una associazione no profit nata per tenere vivo il ricordo di Ferdinando  Valletti attraverso azioni concrete che   promuovano i  valori che hanno ispirato tutta la sua vita: la libertà,  il rispetto della persona, la valorizzazione della famiglia, la tutela dei giovani, la promozione del sapere, il rifiuto di qualsiasi forma di totalitarismo,  il ricordo delle atrocità del nazismo.
L' Associazione intende promuovere iniziative  finalizzate  a trasmettere questi valori  attraverso la diffusione di  pubblicazioni e filmografie, la promozione di concorsi letterari e incontri di carattere culturale, si rivolge  essenzialmente ai giovani perchè sono loro la speranza per una società migliore, ma  i valori che hanno ispirato la vita di Ferdinando Valletti siamo patrimonio di ogni essere umano e che quindi saranno molte le persone che condivideranno il  loro cammino.
La sede dell’Associazione è a  Milano
Recapiti: fax.02700415618 – cell. 3926961133
L’Associazione vive del  contributo dei soci, della vendita dei prodotti editoriali e delle donazioni di chi si indentifica nei principi che l'Associazione promuove.
Per aderire, prenotare interventi e proeizione di documentari e per fare donazioni visitare il sito ASSOCIAZIONE CULTURALE FERDINANDO VALLETTI

giovedì 18 febbraio 2010

Rubare e mentire, non è umano


Il Papa: «Rubare e mentire, non è umano»

Benedetto XVI (Ansa)
Benedetto XVI (Ansa)
CITTÀ DEL VATICANO - «Non si dica più "ha mentito: è umano; ha rubato: è umano"». Lo chiede il Papa nel discorso rivolto al clero di Roma. «Questo non è il vero essere umani. Essere umani è invece essere generosi, essere a immagine di Dio», ha aggiunto Benedetto XVI. «Il peccato non è mai solidarietà, è sempre desolidarizzazione».
OBBEDIENZA - Poi Joseph Ratzinger, commentando la Lettera agli Ebrei, ha parlato dell’obbedienza. «È una parola che non piace nel nostro tempo, viene interpretata come alienazione, atteggiamento servile, sottomissione alla volontà di un altro, mentre l’autodeterminazione sarebbe la vera esistenza umana». Per il Papa, invece, libertà obbedienza sono «due cose che vanno insieme», in quanto «l’obbedienza a Dio, cioè la conformità alla verità del nostro essere, è la vera libertà, è la divinizzazione».
Nota: Come sempre ci giungono da questo grande Pontefice parole di verità.
Non ho mai avuto dubbi in proposito: rubare e mentire non sono azioni degne di esseri umani nel senso più alto del termine, che poi vengano praticate diffusamente e a tutti i livelli non può certo consolarci. Quante volte siamo costretti ad ascoltare gente che dice di aver mentito perchè la verità sarebbe troppo dolorosa , o peggio, perchè la verità li avrebbe danneggiato il loro futuro?
Spesso menzogne e ladrocini vanno di pari passo e se questa nostra società malata è incline ad accettare qualsiasi cosa e a calpestare chiunque in nome del benessere, del divertimento, del denaro da accumulare, la voce del Pontefice condanna senza appello chi fa di questi comportamenti uno stile di vita,

mercoledì 10 febbraio 2010

dal Blog di Vitoschepisi per assoluta condivisione!

10 febbraio 2009 Il Giorno del Ricordo: la Storia fatta di silenzi

La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita.

Oltre 60 anni di silenzi e di omissioni. Ma nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!
Sono stato a Basovizza due anni fa. E’ una località appena fuori Trieste in cui è presente una cavità utilizzata tra l’aprile ed il maggio del 1945 dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione degli slavi a Trieste.
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “
la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: 
“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”.Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale?
“tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi
ed il silenzio dei morti”
Vito Schepisi

sabato 30 gennaio 2010

MILANO: BUONA ACCOGLIENZA AL DOCUMENTARIO SU MIO PADRE

Ieri mattina nell'Aula Magna dell'Istituto Superiore Virgilio, è iniziato Milano day del documentario DEPORTATO I57633 VOGLIA DI NON MORIRE di Quattrina, tratto dal mio libro omonino.
Oltre 300 ragazzi hanno assistito in religioso silenzio la proiezione e alla fine uno scrosciante battimani e tanta commozione ha sancito l'indiscusso successo del lavoro di Quattrina. Molte domande sono state rivolte anche a me, i ragazzi volevano approfondire, molti di loro hanno acquistato sia il DVD che il mio libro. 
La sera poi abbiamo ripetuto il nostro exploit nella sala consiliare della circoscrizione 3 alla presenza del Vice Presidente del Consiglio Comunale di Milano Andrea Fanzago, al capogruppo del PDL Giulio Gallera, al Presidente della Commissione Cultura della circoscrizione 3 Gianluca Boari e dello storico ufficiale del MILAN dott. Luigi La Rocca.
Il documentario è piaciuto , la storia di Ferdinando Valletti che si salva la vita per una partita di pallone, prima ha incuriosito e poi ha commosso moltissimo. La serata è stata molto bella e densa di emozioni.

Mentre scorrevano i titoli di coda del documentario pensavo a mio padre, alla gioia che certamente ha provato nel vedere realizzato un suo grande desiderio, quello di sensibilizzare i giovani sugli orrori dei lager. Credo che d'ora in avanti portare avanti questo impegno per me sarà più facile. 
NdR

GRANDE SUCCESSO per il documentario DEPORTATO 157633 VOGLIA DI NON MORIRE di Mauro V.Quattrina sulla deportazione di Ferdinando Valletti e la sua incredibile vicenda! Ecco una occasione per vederlo in TV: SABATO 30.01.2010 ore 17.45 TELEPACE Canale 802, questo canale trasmette in tutto il mondo"


Il libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE è disponibile anche in versione E-BOOK immediatamente scaricabile cliccando qui

giovedì 28 gennaio 2010

Una vita da mediano per salvarsi dal lager


Una vita da mediano per salvarsi dal lager

di Daniele Abbiati - IL GIORNALE  pagine nazionali
27 gennaio 2010 - Giorno della Memoria

Ferdinando Valletti giocava nel Milan e fu deportato a Mauthausen. Fu risparmiato perché ai nazisti mancava un difensore: scelsero lui
Sarebbe bello prendere in prestito il titolo del film di John Huston e chiamarla Fuga per la vittoria. Purtroppo, non fu né una fuga, né, tantomeno, una vittoria. Al massimo, possiamo dire che qualcuno si salvò momentaneamente in calcio d’angolo. Anche se il campo di concentramento di Mauthausen era, fra il 1943 e il ’44, il peggiore angolo del mondo dove si potesse finire.
Fra gli altri, vi era finito Ferdinando Valletti (nella foto è l'ultimo a destra). La carriera da mediano, prima all’Hellas Verona, poi al Seregno, quindi nelle retrovie del Milan, durò poco, e non per colpa di un menisco capriccioso. Per colpa di uno sciopero, invece, quello dell’1 marzo 1943. Lo avevano indetto gli operai dell’Alfa Romeo di Milano e il ventiduenne Ferdinando vi aveva svolto, da buon gregario, un ruolo marginale: volantinaggio. Tutt’altro che un fuoriclasse con il pallone fra i piedi, con i libri se la cavava piuttosto bene, tanto che alla scuola interna della fabbrica aveva raggiunto il diploma di perito industriale. Fieno in cascina per il futuro. I fascisti, però, non gradirono quell’azione «sovversiva». Pochi giorni dopo, bussarono alla porta di casa sua, in via Cesare Ajraghi 44, dove viveva con la moglie, da poco in un’attesa che non sarà dolce, ma piena d’angoscia, quella della figlia Manuela. «Vieni giù un momento, dobbiamo fare quattro chiacchiere». Lui scende, in ciabatte. È l’inizio della fine. Prima il carcere di San Vittore, poi il famigerato binario 21, destinazione Mauthausen, la trasferta più lunga.
Dai sogni di scudetto e di libertà alle pietre della cava, dove il cuore batte forte al ritmo delle martellate. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, la fabbrica dell’orrore e dell’umiliazione produce a ciclo continuo, mentre i forni crematori bruciano, con i corpi dei compagni, ogni speranza di salvezza.
Ma accade l’imponderabile. Alle belve non basta prendere a calci le vite altrui, si dilettano anche a tormentare la sfera di cuoio. Partitelle in famiglia, amichevoli, cameratesche. Una volta, però, manca all’appello un elemento. Che si fa? Non si gioca? Nein, vediamo se fra i relitti della cava s’annida una potenziale riserva. Proviamo con quello targato I (come Italia) 57633. Sotto il numero pesantissimo della casacca ci sono i 39 chilogrammi di pelle e ossa appartenenti proprio a Valletti. Coraggio, si torna in campo. Ferdinando, raccogliendo chissà dove le energie, fa conto di essere all’Arena Civica di viale Gadio, e ci dà dentro. I rudimenti dell’arte pedatoria sono sopravvissuti all’inferno, così il provino viene superato a pieni voti. Da panchinaro rossonero a panchinaro al servizio dei nazisti, un bel salto all’indietro, nelle gerarchie dell’umanità.
«Promosso» per conseguenza a sguattero, il Nostro s’impegna a «trafugare» gli scarti delle cucine e a passarli, con tutte le cautele del caso, a chi è più sfortunato di lui. I mesi trascorrono così, fra un passaggio destinato agli attaccanti in camicia bruna e una buccia di patata allungata a un compagno moribondo. E quando, il 5 maggio del ’44, arriva l’ormai insperata liberazione, non c’è tempo né voglia di festeggiare il gol più bello. Bisogna rimettere insieme i cocci di un’esistenza presa per i capelli a un passo dal baratro.
«Quando tornò a casa - ricorda oggi la figlia Manuela, che all’odissea di papà ha dedicato il libro Deportato I 57633. Voglia di non morire (ed. Boopen, Napoli, 2008) - era in condizioni pessime. Io avevo 10 mesi. Per molti anni non volle parlarci della sua esperienza. Riprese il lavoro, tenendosi in contatto con alcuni amici che si erano salvati. Gli diedero anche l’“Ambrogino d’Oro”. Soltanto ultimamente (Valletti è morto nel luglio del 2007, ndr) aveva accettato di raccontarsi ai ragazzi delle scuole, togliendo il velo dietro cui nascondeva il tormento dei ricordi. Nel ’50 era tornato, con alcuni colleghi dell’Alfa Romeo, a Mauthausen».

Anche Mauro Vittorio Quattrina è stato da quelle parti. Per realizzare un documentario sulla prigionia di Valletti. Presentato in anteprima a Verona il 21 gennaio scorso, verrà proiettato oggi alle 10 al Polo universitario di Imperia (via Nizza, 8), domani alle 20.30 a Verona (Aula Magna delle scuole Fincato/Rosani in Via Badile, Borgo Venezia), venerdì alle 21 a Milano (Sala Consiliare del Consiglio di Zona 3, Via Sansovino, 9), sabato a Peschiera del Garda (Sala Conferenze della Biblioteca di Peschiera). «A ogni proiezione abbiamo avuto centinaia di presenze - spiega Quattrina -. E molti mi dicono “perché non ne fate un film?”. Io sarei pronto a farlo, visto che la sceneggiatura l’ho già scritta. Ma le televisioni che ho interpellato, di Stato e non, sembrano poco interessate alla cosa. Io sono qui, se nel frattempo qualcuno avesse cambiato idea».
Questa è una partita troppo importante, merita di finire ai tempi supplementari.

mercoledì 27 gennaio 2010

RICORDIAMO, RICORDIAMOLI!

Oggi si celebra in tutto il mondo la GIORNATA DELLA MEMORIA, io lo farò a RAI NEWS 24 alle ore 11.30 parlando di mio padre Ferdinando Valletti e del documentario che racconta della sua deportazione e della sua voglia di non morire. Mio padre è tornato a casa e ora che non c'è più continua a vivere nel mio ricordo e nel ricordo dei molti che hanno letto e leggeranno il mio libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE e che vedranno il documentario di Mauro Vittorio Quattrina.che porta lo stesso titolo.