lunedì 16 settembre 2013

Parco Monte Stella, la montagnetta di Milano


Parco Monte Stella

La “montagnetta” di Milano: un parco creato nel dopoguerra dedicato dall’architetto Bottoni alla moglie Stella, nella zona nord-ovest di Milano nel quartiere QT8.
Vista aerea
Superficie: 311.200 m²
Anno di realizzazione: 1960
Progettista: Piero Bottoni

Storia e Architettura: Le vicende del parco Montestella sono strettamente legate a quelle del quartiere del QT8, che venne progettato come nuovo insediamento abitativo nel 1947 in occasione della VIII Triennale e che prevedeva alti edifici, una chiesa, diverse scuole, un mercato comunale coperto e soprattutto spazi verdi. L’impianto prospettava un’altura artificiale, di circa 90 metri, composta essenzialmente dai materiali provenienti dalle macerie dei palazzi bombardati durante la guerra. L’altezza fu poi ridimensionata, per problemi di stabilità, a circa 50 metri. L’area verde, completata all’inizio degli anni ‘60, fu destinata a parco urbano e arricchita di alberi solo nel 1971 e tra gli anni ‘70 e ‘90 fu utilizzata per manifestazioni sportive, feste di partito, fiere commerciali e spettacoli. A causa delle condizioni del parco e di alcuni smottamenti fu iniziato un intervento di recupero alla fine degli anni ‘90 con l’inserimento di nuove alberature disposte sulla collina per quattro livelli. La lenta salita alla sommità è ritmata da strade sterrate, vialetti e scalinate.

Beni architettonici e manufatti: Nel parco si trova la Scuola dell'Infanzia Santa Maria Nascente progettata da Arrigo Arrighetti. Nel 2003 è stato inaugurato il “Giardino dei giusti di tutto il mondo” dove ogni anno vengono intitolati dei ciliegi da fiore a delle personalità che hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare vite umane da persecuzioni razziali. La chiesa di Santa Maria Nascente è stata progettata da Vico Magistretti.

Flora: Principali specie arboree, acero riccio (Acer platanoides), negundo (Acer negundo), acero di monte (Acer
pseudoplatanus), acero argentato (Acer saccharinum), bagolaro (Celtis australis), olmo (Ulmus spp), robinia (Robinia pseudoacacia), carpino bianco (Carpinus betulus), quercia rossa (Quercus rubra), betulla bianca (Betula pendula), pioppo cipressino (Populus nigra ‘Italica’), tiglio (Tilia spp), ippocastano (Aesculus hippocastanum), faggio (Fagus sylvatica), abete rosso (Picea abies), pino nero (Pinus nigra), platano (Platanus spp), cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica), sofora (Sophora japonica).


FRUIZIONE

Coltura e Cultura
•Alberi protagonisti:
 esemplari di notevoli dimensioni di pioppo (Populus spp) e olmo (Ulmus spp) e nel Giardino dei Giusti un ciliegio (Prunus avium) e un cippo per ogni persona ricordata.

Benessere e sport
•Area giochi:
 2 nuove aree
•Correre nel parco: 1 percorso running di circa 2,5 km (vedi mappa scaricabile in fondo alla pagina).
•Percorsi vita: nel parco ci sono diversi percorsi
•Andare in bicicletta: percorsi per mountain bike
•Campo bocce: 1 campo da bocce in erba sintetica
•Attività sportive: un campo di calcio; il confinante Centro Sportivo XXV Aprile è dotato di attrezzature per
atletica leggera, campi da tennis e bocciodromo.

Pausa e caffè
•Chioschi e bar: 
un chiosco all’ingresso di piazza Santa Maria Nascente e un bar all’interno del mercato comunale adiacente.

Utilità e Servizi
•Istituti scolastici:
 Scuola dell'Infanzia Santa Maria Nascente
•Area cani: non ci sono aree dedicate
•Sicurezza: periodicamente è previsto un servizio di sorveglianza a cura delle GEV
•Parcheggi: è possibile parcheggiare nei pressi dell’ingresso in viale De Gasperi e in via Isernia
•Pavimentazione: asfalto, cemento e ghiaia
•Toilette: in primavera-estate postazioni con servizi igienici mobili (anche per disabili).

Info e gestione
Orario: 
il parco non è recintato e sempre accessibile
Indirizzo: via Cimabue, via Sant’Elia, via Terzaghi, via Isernia
Come arrivare: in metro con linea M1 (QT8); in bus con linea 40-68-69 e con le linee interurbane 560 e 560/ (Milano-Arese).

Uno scorcio nel parco e l'area del Giardino dei Giusti con il cippo principale

martedì 27 agosto 2013

Senza anima la politica fallirà

Che vuol dire spiritualismo politico? Vuol dire farsi guidare nelle scelte e nei comportamenti da una visione spirituale della vita. E opporsi a una concezione materialistica, utilitaristica, opportunistica della politica. In pratica a un arco pressocché onnicomprensivo della politica contemporanea, dalla sinistra di derivazione radicale e marxista allo scientismo e al liberismo, dal razzismo - che è materialismo biologico, anzi zoologico - al dominio planetario della tecnica e della finanza.

Ho ripensato allo spiritualismo politico leggendo un libro di Primo Siena, Incontri nella terra di mezzo. Profili del pensiero differente (Solfanelli, pagg. 215, euro 15). Siena è stato un intellettuale militante nella destra spiritualista del dopoguerra, dopo una giovanile esperienza nella Repubblica sociale. Lasciò l'Italia per andare a insegnare all'estero e da alcuni decenni vive in Sudamerica, a Santiago del Cile. La sua lunga lontananza dall'Italia ha salvaguardato (o ibernato, secondo i punti di vista) la sua concezione etica e spirituale fermandola agli anni della sua giovinezza. In questo libro, come in altri da lui scritti, Siena compone un breve atlante dello spiritualismo politico passando per Giovanni Gentile, Giovanni Papini, Julius Evola, Marino Gentile, Guido Manacorda, Attilio Mordini, Silvano Panunzio, Michele Federico Sciacca, Ferdinando Tirinnanzi, Emilio Bodrero, Vintila Horia, Russel Kirk, Romano Guardini, Charles Maurras, Carlo Alberto Disandro. Oltre questi autori, a cui dedica ampi profili, Siena richiama tra le sue pagine altri pensatori e scrittori come Armando Carlini, Padre Agostino Gemelli, Padre Raimondo Spiazzi, Carmelo Ottaviano, Domenico Giuliotti, Augusto del Noce, Umberto Padovani, Massimo Scaligero, Camillo Pellizzi, Vittorio Vettori, Antonino Pagliaro, Adolfo Oxilia e altri. E cita nell'ambito dello spiritualismo politico alcuni sodali di gioventù, da Giano Accame a Mario Marcolla, da Fausto Gianfranceschi a Roberto Melchionda, da Enzo Erra a Piero Buscaroli, da Pino Rauti a Franco Petronio, da Fausto Belfiori a Silvio Vitale, da Gino Agnese a Piero Vassallo, e altri ancora.

Il tratto comune di questo panorama in apparenza eterogeneo è appunto il primato della visione spirituale, non solo d'ispirazione cattolica. I riferimenti storici e ideali della visione politica di Siena, che negli anni cinquanta fondò e diresse la rivista Cantiere e poi curò con Gaetano Rasi la rivista Carattere, sono situati tra Josè Antonio Primo de Rivera e Corneliu Zelea Codreanu. Capi perdenti di uno spiritualismo eroico, morti sul campo per le loro idee. Non mancano i riferimenti politici al Msi, ma dei suoi leader politici Siena ne accenna solo di sfuggita, riservando solo a Nino Tripodi e Beppe Niccolai giudizi positivi. Questa corrente di pensiero, che solo in parte può definirsi come «cultura di destra», in realtà attraversa l'esperienza politica della destra neofascista ma non vi si identifica. E gli autori prima richiamati non possono certo ridursi a quel contesto politico o partitico. Ora, la corrente militante dello spiritualismo politico finisce, come è inevitabile, con la fine della loro esperienza storica. Ma le opere disseminate lungo il Novecento da autori e pensatori spiritualisti sono state rimosse e cancellate, come se non fossero mai esistite. Eppure costituiscono un tratto saliente della cultura italiana del secolo scorso. Lo spiritualismo, anzi, ha permeato il pensiero italiano assai più che il materialismo storico e il radicalismo, ma anche più dell'utilitarismo e del pragmatismo, del liberalismo e degli altri filoni di pensiero scientifici e strutturalisti, analitici ed esistenzialisti. E non solo: per un secolo almeno la scuola pubblica e l'università sono state permeate dall'umanesimo spiritualista. Missione dei docenti era educare i ragazzi a una concezione spiritualista ben riassunta nel dantesco «Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza». Non mancava l'abuso retorico e «nozionista» dello spiritualismo in versione scolastica che lo riduceva a manierismo e astrazione.

Siena definisce il filone spiritualista come pensiero differente o pensiero forte, in opposizione al predominante pensiero debole, conformista e nichilista. Lo spiritualismo politico è per lui permeato da un realismo metafisico e cristiano. La domanda che resta dopo la lettura del libro di Siena è se questo così ampio spiritualismo sia solo un reperto del passato, una traccia storica, affettiva e culturale di un pensiero ormai tramontato, legato ad un tempo ormai improponibile ed esaurito nella gran fiammata del novecento. O se invece non sia da consegnare a una passione antiquaria e nostalgica, ma possa essere ripensato oggi e riproposto domani, con nuovi percorsi e nuove linee di pensiero, nuovi autori e nuovi linguaggi. E la domanda si complica se si vuol dare una connotazione o una ricaduta politica a questa linea di pensiero che appare così inagibile prima che inattuale. Il dubbio finale è se si possa parlare oggi di spiritualismo, di visione spirituale della vita. Io credo di sì nonostante tutto, e il naufragio dei pensieri «corretti» e dei canoni ideologici che lo affossarono ne è ulteriore conferma. Anzi, si può arrivare a dire che una visione della vita o ha una sua matrice spirituale o visione non è. Ma l'impresa va tentata; nella peggiore delle ipotesi gioverà almeno allo spirito di chi la tenta, nella migliore lascerà qualche traccia in altre anime e produrrà qualche effetto nel pensiero e nella vita di una civiltà. E, comunque, se l'impresa è ardua e temeraria, è una ragione in più per tentarla. Il risveglio dello spirito nell'epoca degli automi.
da un articolo di Marcello Veneziani

giovedì 22 agosto 2013

GLI ASSASSINI DELLA LIBERTA' E DELLA DEMOCRAZIA



Li vedo là, allineati come un plotone di esecuzione, armati chi di penna, chi di sentenze e chi di voto. Li riconosco tutti, ad uno ad uno, sempre confusi e differenti tra loro, ma per l’occasione, ora uniti e compatti, addobbati diversamente, con toghe, parrucche e orecchini.
Un insieme grigio, tenebroso, quasi disgustoso. Inguardabile.
Donne, uomini, altri diversi: seri, scherzosi, preoccupati, beffardi, pensierosi come i personaggi di un film sugli alieni, uomini e donne che tra loro si consultano, si osservano, ridono, si salutano con atteggiamenti da persone sconfortate; alcuni si danno il cinque, come nello sport. Tutti recitano la loro parte migliore. Si nasce, si vive e si muore conservando sempre se stessi.
Solo alcuni sono assenti, non possono più partecipare alle parate: sono quelli chiamati a miglior vita.
Ma certamente ci sono anche loro. Sembra di vederli mentre assistono dall’alto, come dai loggioni di un teatro, senza perdersi una battuta di ciò che avviene sul palco sottostante.
Altri, per un pudore ipocrita, uomini abituati a tradire, restano coperti dal solito vile riserbo, non hanno neanche più la faccia di esporsi, ma sono presenti, nascosti dietro le quinte, come tutti i traditori, come tutti i falsi e gli ipocriti, e stanno anche loro in trepida attesa.
Non è una festa strapaesana, non ciò che resta del pur genuino provincialismo italiano: mancano i banchi con i pop-corn e le noccioline, mancano le salamelle e le birre.
E questa volta i "lor signori" non sono là schierati per farsi applaudire dalla gente a cui elargiscono promesse e favori, traendone linfa e vita, ma sottraendo loro il futuro.
Sono là in urlato silenzio, nella sintesi delle contraddizioni di una vita consumata nell’odio e nella furbizia.
Sono là nella piazza del Paese per godersi l’esecuzione.
Sono là gonfi di suspense, con l’adrenalina in circolo, pregustando lo spettacolo indecoroso.
Sono là, assetati del "sangue dei vinti” come nella tradizione della storia, sono gli ignavi, gli ipocriti, i falsi, i mistificatori, i traditori, i violenti, i ladri di speranza e di ricchezze, gli imbroglioni, i truffatori, i sabotatori, gli abusivi, i servi, i mafiosi, i saccheggiatori, gli uomini tronfi di potere, i cinici, gli intolleranti ed i violenti.
Sono là, tutti insieme e tutti accecati dall’orrore.
Sono là tutti insieme, in collettivo, a compiere il delitto di massa della libertà e della democrazia.
Ed anche in questa circostanza, però, vedrete che ci sarà chi si porrà il pensiero se la propria assenza potrà notarsi di più della propria presenza.
Un dilemma vero che tormenta da sempre la sinistra italiana.
Perché tutto resti per loro, come era prima.
di Vito Schepisi

mercoledì 21 agosto 2013

Joseph Ratzinger: ecco perchè ho lasciato

Ho rinunciato all'incarico di Pontefice perché "me l'ha detto Dio". Così il Papa emerito, Benedetto XVI, avrebbe risposto a chi gli ha chiesto le ragioni della sua storica rinuncia, comunicata al mondo l'11 febbraio 2013. E' la ricostruzione che l'agenzia cattolica Zenit fa sulla base di quanto riferito da ospiti che hanno avuto occasione di incontrare Joseph Ratzinger in questi ultimi tempi.
"Nonostante la vita di clausura, Ratzinger concede infatti - sporadicamente e solo in determinate occasioni - alcune visite privatissime nel Mater Ecclesiae. Durante questi incontri, il Papa emerito non commenta, non svela segreti, non si lascia andare a dichiarazioni che potrebbero pesare come 'le parole dette dall'altro Papa', ma mantiene la riservatezza che lo ha sempre caratterizzato", spiega Zenit.

"Al massimo - prosegue - osserva soddisfatto le meraviglie che lo Spirito Santo sta facendo con il suo successore, oppure parla di sé, di come questa scelta di dimettersi sia sta un'ispirazione ricevuta da Dio". Così avrebbe detto Benedetto ad uno degli ospiti di questi rari incontri. "Me l'ha detto Dio" è stata la risposta del Pontefice emerito alla domanda sul perché abbia rinunciato al Soglio di Pietro. Ha poi subito precisato che non si è trattato di alcun tipo di apparizione o fenomeno del genere; piuttosto è stata "un'esperienza mistica" in cui il Signore ha fatto nascere nel suo cuore un "desiderio assoluto" di restare solo a solo con Lui, raccolto nella preghiera.

Quello di Benedetto XVI, dunque, non è stato un fuggire dal mondo, ma un rifugiarsi in Dio e vivere del suo amore. Lo stesso Ratzinger, ha rivelato la fonte di Zenit che preferisce rimanere anonima, ha dichiarato che questa "esperienza mistica" si è protratta lungo tutti questi mesi, aumentando sempre di più quell'anelito di un rapporto unico e diretto con il Signore. Inoltre, il Papa emerito ha rivelato che più osserva il "carisma" di Francesco, più capisce quanto questa sua scelta sia stata "volontà di Dio".

lunedì 12 agosto 2013

Ma quali fratelli islamici?

Papa Francesco ieri in Piazza San Pietro si è rivolto agli islamici chiamandoli fratelli. Ovviamente il Papa fa il Papa. ma questo pontefice tanto amato, pare aver almeno in tre occasioni deluso parte dei suoi sostenitori, almeno quelli che possiedono una fede non priva di criticità, mi riferisco alla sua visita a Lampedusa, alla stretta di mano alla Presidente del Brasile, la compagna Dilma Rousseff erede di Lula, e ora alla faccenda dell'Islam.
Essere cristiano non significa assolutamente dover accettare tutto e il contrario di tutto, ma avere anche uno spiccato senso della giustizia e della verità. Proprio per amore di giustizia e verità direi che l'Islam attualmente non può e non deve essere chiamato Fratello, il percorso per  poterlo essere passa attraverso la sua volontà di esserlo e le azioni conseguenti per esserlo in un mondo che rifiuta la violenza.
Il Cristianesimo ha annoverato nei tempi che furono  orrendi crimini in nome del suo credo, ma ora il fatto  di  "siamo tutti fratelli" si basa sull'amore per l' individuo e non sul potere della Chiesa, per l'Islam non è così, gli islamici per la loro religione uccidono, stuprano, sgozzano donne e bambini  e questo è inaccettabile, soprattutto se pretendono di farlo nel nostro Paese contravvenendo alle nostre leggi.
Sento spesso dire che il pericolo sono gli estremisti, bene...ma quanti sono gli estremisti islamici? Pochi, molto pochi, solo una piccola frazione di tutto l’Islam: ma questa riposta che pare essere molto tranquillizzante,  in realtà non deve trarre in inganno perché contiene una insidia che spesso passa inosservata.
Se ci chiediamo quanti erano i nazisti negli anni 20 ne vediamo pochissimi, si parla del putch della birreria come di un fatto quasi ridicolo. E quanti erano i marxisti in Russia nel 17 ? . Ben pochi in Russia conoscevano non dico il pensiero ma anche solo il nome di Marx. Eppure in pochi anni nazismo e comunismo si affermarono a livello di massa, forse come nessun altro movimento prima. Anche ora vi sono movimenti neo nazisti e tanti comunisti (diciamo neo leninisti): tuttavia nessuno pensa che ci potranno essere a breve termine regimi nazisti e comunisti (di tipo sovietico). Occorre tener conto infatti delle condizioni storiche nella possibilità o meno di affermazioni di certi movimenti e non solo il numero di quelli che vi aderiscono in un certo momento
Allora la domanda cruciale è se attualmente nel mondo islamico vi sono condizioni di carattere sia culturali psicologiche che economiche politiche sociali che rendano possibile una vasta affermazione dell’islam estremista, la risposta purtroppo non è tranquillizzante.

Riporto le riflessioni del prof.Giovanni De Sio Cesari
Vediamo un po' di avvenimenti storici recenti .
Nel 1979 l’Iran appariva un paese sulla via della modernizzazione e del laicismo, stabile e sicuro alleato dell’Occidente sotto la guida che sembrava saldissima dello Scia mentre l’ayatollah Komeini era sconosciuto ( in Occidente ) e anche in Iran nessuno poteva mai immaginare che avrebbe preso il posto dello scia. Eppure bastarono pochi mesi di rivolta popolare contro il malgoverno dello Scia ( salutata in Occidente come una di indirizzo progressista e di sinistra) perchè tutto il popolo iraniano, con una impressionante movimento di massa che ha pochi precedenti nella storia aderisse profondamente al credo Komeinisti: una intera generazione iraniana, qualche anno dopo si sacrificò con entusiastico zelo religioso nella guerra in Iraq lasciando 700 .000 mila inutili morti.
In Algeria, europeizzante, laica imbevuta di cultura e lingua francese il movimento integralista stava per avere una vittoria elettorale del tutto imprevista alle autorità che sospesero le lezioni scatenando una lunga terribile guerra civile costata centinaia di migliaia di vittime , il numero esatto non si saprà mai.
In Palestina il movimento palestinese ebbe fino agli anni ottanta un indirizzo decisamente laico, il più laico del Medio Oriente vicino alla sinistra europea: ma di colpo movimenti integralisti come Hamas, Jihad, Hezbollah hanno conquistato la scena politica tingendo la questione palestinese di una colore e di un fervore religioso dapprima del tutto sconosciuto.
E poi guardiamo anche alla Cecenia: la rivolta contro i Russi non aveva niente a che fare con il fatto religioso, viene ripetuto anche ora dai Ceceni: pero è anche innegabile che una guerra da nazionale (e di interesse petrolifero) ha avuto uno sbocco di guerra religiosa: i Ceceni sono accorsi in massa sotto le bandiere di al Qaeda. Si veda poi anche nella vicina Bosnia: scontro etnico, la questione religiosa pareva esclusa in un paese laico dopo tanti di comunismo che professava l’ateismo di stato:eppure anche in Bosnia accorsero da ogni parte islamici pronti a morire nel Jihad : la Bosnia è stata anche un punto di forza dello sviluppo del terrorismo.
E cosa accadde quando ci fu l’attacco all’ America.
Quando le torri di New York caddero una ondata di entusiasmo religioso attraversò il mondo mussulmano: ecco Allah ha permesso che solo 17 shaid abbiano inferto un tale colpo all'america , a che le sono serviti i suoi missili e suoi apparati di sicurezza, cosa possono contro la volontà di Allah l'onnipotente? Le t-shirt con le immagini di bin laden andavano a ruba da Timor al Marocco , mussulmani nati e cresciuti in Europa correvano ad arruolarsi in al qaeda, Pakistani in frotte attraversava la frontiera per unirsi ai talebani e in tutto il Pakistan folle immense scendevano in piazza ed erano fronteggiate da soldati con le armi in pugno e nessuno sapeva che sarebbe successo .
Solo i successi rapidi degli americani e degli alleati portarono il mondo islamico a considerare con maggiore obbiettività la realtà
Ci pare quindi suffragata dalla esperienza che il piccolo numero di integralisti trova condizioni oggettive tali che in certi casi possano guadagnare le masse in modo analogo a quanto avvenne in Germani o in Russia per i nazisti o per i comunisti.
Bisogna infatti tener presente fattori che ai quali brevemente accenniano

CONTESTI
CONTESTO RELIGIOSO: la fede mussulmana è costituita essenzialmente da una serie di prescrizioni dettagliate e precise che si ritiene essere state consegnate direttamente e nella forma riportata al profeta Muhammed e che vengono apprese a memoria e in lingua araba perchè quella è la lingua usata da Allah. Per sua natura quindi è piuttosto difficile pensare che tali norme possano esser reinterpretate secondo una visione moderna, fra l’altro estranea alla tradizione islamica e che proviene invece proprio dal mondo degli infedeli. Se Allah ha stabilito il posto della donna quello è il suo posto: se seguendo gli infedeli vogliamo che il suo ruolo sia modificato andiamo contro una delle norme divina e non si può mettere in dubbio una sola delle norme divine senza mettere in dubbio la fede nel suo complesso. In base a tale ragionamento è facile tacciare di apostasia e di idolatria i regimi politici che si ispirano all’Occidente.

CAUSE CULTURALI ogni civiltà ritiene di essere la migliore, vi è sempre una naturale autoreferenzialità : avviene pero che l’Islam negli ultimi secoli si sia come ripiegato su se stesso ed è stato superato non solo dagli europei, ma anche dalle altre grandi civiltà soprattutto dalla Cina. Tutto ciò porta a una profondo senso di frustrazione e umiliazione e quindi a una forte spinta nazionalistica: la decadenza del mondo islamico può essere facilmente attribuita non a carenze proprie ma all’influsso pernicioso degli Occidentali e quindi la illusione che se le usanze straniere degli infedeli venissero respinte si potrebbe tornare allo splendore di Harun el Rascid o di Solimano il magnifico.

CONTESTO POLITICO: il tessuto politico appare molto instabile: da una parte vi sono conflitti interni fra etnie e gruppi religiosi e dall’altra il potere politico è gestitola da elittes politiche più o meno corrotte e comunque con scarsa legittimazione popolare. In realtà figure come Saddam Hussein non sono la eccezione ma piuttosto la regola. Ed è quindi abbastanza facile chiamare alla rivolta contro la corruzione dei ceti dirigenti o intraprendere lotte contro questo o quel gruppo In tale contesto dare una colorazione religiosa è cosa molto facile e proficua.

CONTESTO ECONOMICO SOCIALE: in alcuni paesi vi sono notevoli proventi derivanti dal petrolio: in realtà pero essi non sono stati usati per lo sviluppo economico generale ma ad esclusivo vantaggio di gruppi e sperperati per armamenti ,spese folli di rappresentaza (palazzi di Saddam, panfili da favola). La povertà generale contrapposta alla immenso ricchezza dei pochi naturalmente fornisce una miscela esplosiva particolarmente atta a a incendiasi ai richiami etici e religiosi.

CONCLUSIONE
Con questo non si vuol affermare che necessariamente l’estremismo islamico si diffonderà. Anzi riteniamo che la cosa sia molto improbabile perché appare abbastanza chiaro che esso non può risolvere i problemi che vuole affrontare e che esso infatti in realtà ha fallito dovunque si è manifestato .
Ma non bisogna sottovalutare l’immenso potere di suggestione soprattutto emotivo e considerarlo quindi un fenomeno marginale interessante un limitato numero di seguaci: sarebbe una sottovalutazione estremamente pericolosa


PS, - è stata diffusa poco minuti fa la notizia dell'uccisione di padre Dall'Oglio, la notizia mi rattrista molto.

sabato 13 luglio 2013

Figli non amati



A MIA MADRE
Parlami madre
raccontami
delle tue rughe
testimoni di fatiche
e di passi pesanti.
Siedimi accanto
e dimmi
dei tuoi sogni
di bambina
consumati
tra le pieghe
di un tempo ostile.
Poggia lievemente
la tua anima
tra le mie mani
perchè io possa
adornarla
di baci e carezze
e restituirti la vita
che quel giorno
dal tuo grembo
mi donasti.
Respira insieme a me
il mio perdono
per quelle tue carezze
non date.
...Quel dolore
ora dorme acquietato
dentro il mio cuore
libero.

NdM


Quanti di voi potrebbero ammettere di non essere stati amati da un padre, da una madre o da entrambi i genitori? Probabilmente nessuno, ma ognuno di voi potrebbe magari raccontare un episodio della propria infanzia in cui si è sentito solo o ha sentito la mancanza dei propri genitori, gli riuscirà così meno dolorosa la sua mancanza di amore.
Le persone non amate nell'infanzia riportano grandissimi danni psicologici, una sorta di insicurezza che li accompagna per tutta la vita.
La liberazione da questo stato di cose si ottiene solo con l'acquisire la consapevolezza di non essere stati amati, nell'ammetterlo pienamente e nel riuscire a perdonare chi vi ha fatto soffrire.
La struggente poesia che riporto sopra è stata scritta da una persona che ha superato il suo disagio.

mercoledì 10 luglio 2013

Analisi di una morte annunciata

Berlusconi spazzato via dalle sue colombe, da Gianni Letta, dalla Cassazione, da S&P e da Napolitano
Chissà se il povero SB è finalmente riuscito a capire che la responsabilità della sua fine politica (e non solo politica) ricade innanzi tutto sulle colombe del Pdl? Probabilmente no. Perché SB, da 20 anni, si è lasciato stoppare in ogni iniziativa intelligente - sul fronte interno e su quello internazionale - dalla criminale genia delle sue colombe. 
L'Italia poteva crescere economicamente conquistando i mercati dell'Europa dell'Est, dell'Asia Centrale, del Vicino Oriente? E le colombe frenavano. Gli suggerivano boicottaggi suicidi, rinunce a commesse fondamentali. 
SB pensava alla riforma della giustizia? E le colombe a dirgli di no, per non infastidire il Capo dello Stato, per non creare tensioni con la sinistra. Le reti Mediaset potevano essere uno strumento per la comunicazione politica? E le colombe a fargli assumere giornalisti e conduttori di sinistra, per non avere ostacoli nella raccolta di pubblicità per programmi di stupidità assoluta..... e via di questo passo.
Ora, però, si arriva alla resa dei conti. Il Pdl insiste sulla cancellazione dell'Imu? E piomba S&P che declassa l'Italia spiegando che l'Imu deve restare. Ma le colombe a sopire, a frenare. La Cassazione è pronta a spedire SB al gabbio e a farlo decadere da parlamentare? E le colombe a tubare, a dire che non è nulla, che non bisogna arrabbiarsi perché se no la Napolitano si offende. Quell Napolitano che, di fronte alla scalata Fiat del Corriere e di Rcs, non trova nulla da dire: è il mercato, bellezza. Sarebbe anche una questione di libertà di stampa, di libertà tout court. Ma è un tema che può infastidire chi esultava per i carri armati a Budapest. E allora facciam finta di niente se il Corriere chiede un giudizio immediato per SB e la Cassazione si adegua. 
Coincidenze, assicurano le colombe. Quelle colombe organizzate dal conte-zio Gianni Letta per eliminare SB ed affidare la distruzione dell'Italia al governo Alfetta: il nipotino Enrico e l'inetto Alfano. Ma bisogna abbassare i toni e fare un passo indietro....
dal profilo FB di Patrizia Rametta

lunedì 8 luglio 2013

Ecco come ritroveremo i nostri cari

L’anima risiede all’interno delle cellule cerebrali
La Fisica dei Quanti o, più propriamente, Meccanica Quantistica, ha rivoluzionato la visione scientifica della realtà ed offre una solida base di conoscenza per ampliare i propri orizzonti mentali.

Due scienziati di fama mondiale, esperti in fisica quantistica, dicono che si può dimostrare l’esistenza dell’anima, basandosi sulla fisica quantistica.

Lo studioso americano Stuart Hameroff e il fisico inglese Roger Penrose hanno sviluppato una teoria quantistica della coscienza, affermando che le anime sono contenute all’interno di strutture chiamate microtubuli che vivono all’interno delle cellule cerebrali (neuroni).

L’anima sarebbe composta da prodotti chimici quantistici, che nel momento della morte fuggono dal sistema nervoso per entrare l’universo. La loro idea nasce dal concetto del cervello visto come un computer biologico.

La coscienza sarebbe una sorta di programma per contenuti quantistici nel cervello, che persiste nel mondo dopo la morte di una persona. Le anime degli esseri umani sarebbero perciò molto più che la semplice interazione dei neuroni nel cervello: sarebbero della stessa sostanza dell’universo ed esisterebbero sin dall’inizio dei tempi.

Il dottor Hameroff, professore emerito nel Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia, nonché Direttore del Centro di Studi sulla Coscienza dell’Università dell’Arizona, ha basato gran parte della sua ricerca negli ultimi decenni nel campo della meccanica quantistica, dedicandosi allo studio della coscienza. Con il fisico inglese Roger lavora sulla teoria dell’anima come composto quantistico dal 1996.

I due studiosi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato degli effetti di gravità quantistica all’interno dei microtubuli. In una esperienza di pre-morte i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni contenute in essi non vengono distrutte. In parole povere, l’anima non muore ma torna l’universo. Con la morte, “il cuore smette di battere, il sangue non scorre, i microtubuli perdono il loro stato quantico”, ha detto il dottor Hameroff.

L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, si distribuisce soltanto e si dissipa nell’universo in generale, ha aggiunto.

Se colui che ha avuto un’esperienza di pre-morte risuscita, rivive, questa informazione quantistica può tornare nei microtubuli. In caso di morte è possibile che questa informazione quantistica possa esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato, come anima.

Il dottor Hameroff dice che gli effetti quantistici, che svolgono un ruolo in molti processi biologici come l’odore, la navigazione degli uccelli o il processo di fotosintesi, stanno cominciando a convalidare la sua teoria.

Fonte: segnida

domenica 7 luglio 2013

L' Invito all'ascolto della vita


Non mi interessa che cosa fai per vivere; voglio
sapere che cosa ti fa spasimare e se osi sognare
di andare incontro all'anelito del tuo cuore.

Non mi interessa quanti anni hai; voglio sapere
se rischieresti di passare per stupida per amore,
per un sogno, per l'avventura di essere viva.

Non mi interessa quali pianeti siano in
quadratura con la tua luna. Voglio sapere se hai
toccato il centro del tuo dispiacere, se i
tradimenti di una vita ti hanno aperta oppure ti
hanno raggrinzita e chiusa per paura di altro dolore.

Voglio sapere se riesci a sederti con la
sofferenza, la mia o la tua, senza muoverti per
nasconderla, né per sedarla, né per mandarla via.

Voglio sapere se riesci a stare con la gioia, la
mia o la tua, se riesci a ballare selvaggiamente
lasciando che l'estasi ti riempia fino alle
estremità delle dita delle mani e dei piedi senza
ricordarci di stare attenti, o di essere
realistici, né per rammentarci i limiti
dell'essere umano.

Non mi interessa se la storia che mi stai
raccontado è vera. Voglio sapere se riesci a
deludere un altro pur di essere sincera con te
stessa. Se riesci a sopportare l'accusa di
tradimento senza tradire la tua anima. Se riesci
a essere senza fede e perciò degna di fede.

Voglio sapere se riesci a vedere ogni giorno la
bellezza anche quando non è pittorica; e se
riesci a far scaturire la tua vita dalla sua
presenza.

Voglio sapere se riesci a vivere col fallimento,
il tuo e e il mio, e tuttavia, sul bordo del
lago, a gridare al plenilunio d'argento il tuo
«Sì!».

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi
hai. Voglio sapere se riesci ad alzarti dopo una
notte di dolore e di disperazione stanca e con le
ossa a pezzi e a fare ciò che va fatto per dar da
mangiare ai bambini.

Non mi interessa ciò che sai né come sei giunta
qui. Voglio sapere se starai nel centro del fuoco
con me senza tirarti indietro.

Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai
studiato. Voglio sapere che cosa ti sostiene da
dentro quando tutto il resto crolla.

Voglio sapere se riesci a stare sola con te
stessa e se ti piace davvero la compagnia che ti
fai nei momenti vuoti.

ORIAH MOUNTAIN DREAMER ( Vecchio Indiano )

venerdì 5 luglio 2013

Mondo arabo. Rivoluzione e rivoluzioni. Siamo forse giunti alla resa dei conti?

Il generale malessere del mondo, la crisi presente in molti paesi europei, la situazione di stallo segnata dai paesi arabi nei quali troppo presto e con scarsa cognizione di causa si era parlato di “primavera”, l’incerto e contraddittorio ritorno di alcune potenze occidentali (segnatamente la Francia) a strumentalizzare i movimenti islamisti, il disagio registrato da quelle che potrebbero venir presentate come “rivolte antifondamentaliste” in Egitto e in Turchia, hanno ricondotto d’attualità presso i media una domanda per molti versi drammatica: non c’è forse ormai bisogno di una rivoluzione per ridefinire gli immensi problemi che ormai si stanno intrecciando fra loro e magari azzerarli e ricominciare? Ma è possibile tale rivoluzione? Ed è possibile che essa si verifichi sul serio in qualche parte del mondo, oppure la realtà globalizzata è tale ch’essa stessa, per riuscire, dovrebbe essere globale? Proviamo, per avviare una risposta storica a tale questione, a precisare alcuni punti.
Il concetto di “rivoluzione” è, in origine, astronomico: indica il giro completo che nel sistema solare i pianeti compiono attorno al sole per tornare al punto di partenza. Ma la parola, che per noi è ormai sinonimo di totale e sconvolgente mutamento di assetto sociopolitico, per giunta di solito rapido e violento, fu impiegata nella sua accezione attuale per la prima volta nell’Inghilterra del Seicento, col significato di un movimento che, attraverso una pratica di cambiamento radicale della situazione politica, mirava a riacquistare e a imporre di nuovo sulla terra e nella storia l’originaria condizione umana di libertà e di uguaglianza, quindi a compiere l’opera divina di Redenzione. Tale la natura del concetto di “rivoluzione” in quel movimento che alla fine del Seicento condusse al trono Guglielmo di Orange e che fu la glorious revolution.

Un centinaio di anni dopo, nella Parigi dei philosophes e dei giacobini, tutto era cambiato. Era già stato il cristianesimo a sostituire l’idea del tempo lineare, con un principio e una fine, a quella ch’era stata la tenace idea tradizionale del tempo circolare e dell’Eterno Ritorno, i cristiani ne avevano sostituita un’altra che aveva come perno l’incarnazione e come estremi la Creazione e la Fine del Mondo: tuttavia l’anno liturgico e l’anno lavorativo agrario, entrambi radicati nel ritmo circolare delle stagioni, aveva a lungo mantenuta viva nei popoli l’idea del tempo ciclico, magari corrotta dal pessimismo esiodeo e lucreziano in un susseguirsi spiraliforme di ere l’una peggiore dell’altra (d’oro, d’argento, di bronzo, di ferro), giù fino alla ferrea proles, il kali-yuga dei Veda.
Ma con la Rivoluzione si aprì un’età nuova: e, come il Carducci fa dire al Goethe all’indomani della battaglia di Valmy, una “novella istoria”. La rivoluzione inglese, per quanto giunta al termine di una lunga gestazione durante la quale si era addirittura potuto decapitare un re, nel ridefinire i patti tra il sovrano e il popolo con la nuova casa d’Orange rafforzò, rinnovandola, la monarchia. La rivoluzione, dopo i suoi primi incerti e contraddittorii inizi, al contrario non solo rovesciò il trono e l’altare e decapitò la coppia regale, ma sostituì al principio della fedeltà incrollabile alla corona e alla dinastia quello della fedeltà a qualcosa di vecchio quanto al nome, ma di nuovo quanto al concetto: la nazione. Il Settecento è difatti non solo il secolo dell’invenzione della tradizione, come l’ha definita Eric Hobsbawm, bensì anche quello dell’invenzione della nazione come realtà etno-socio-linguistico-culturale non tanto nuova in sé – di nationes già si parlava nell’impero romano e come gentes o nationes si qualificavano nelle traduzioni latine della Bibbia i popoli non-ebrei – quanto nuova nella misura in cui, fra i suoi diritti primari, le si rivendicava quello di costruire uno stato di sua esclusiva pertinenza, uno “stato nazionale”.
La Rivoluzione francese sta quindi all’inizio di un complesso e polimorfo movimento dinamico che anima e informa di sé i sue secoli presenti: afferma solennemente i principii di libertà individuale ma al tempo stesso di eguaglianza tra individui e tra qualunque tipo di forma societaria, incurante delle divergenti dinamiche che i due princìpi in realtà avviavano e della paradossale loro reciproca incompatibilità se assunti in senso assoluto, dal momento che la libertà di ciascuno uccide fatalmente l’uguaglianza, e questa non può se non affermarsi distruggendo quella. Non solo: distinguendo una liberta di (di parola, di pensiero, di espressione, di confessione religiosa, di proprietà) da una libertà da (dalla dogmatica, dall’autoritarismo, dalla tirannia, dalla fame, dalla malattia, dalla paura), si traccia privilegiando quest’ultima la strada verso l’uguaglianza non solo giuridica, bensì anche economica e sociale. In questo senso però la rivoluzione francese, sfociando nelle soluzioni “borghesi” e “liberali” di Termidoro e dell’autoritarismo militarista napoleonico, resta “incompiuta” e in parte nega se stessa – da qui le tesi di chi vorrebbe far cominciare la Restaurazione non già dalla caduta dell’imperatore dei francesi, bensì al contrario proprio dal consolato e poi dall’impero -: liberalismo e socialismo, in effetti, risultano strettamente collegati e in qualche modo complementari, o quanto meno questo il naturale esito sotto forma di reazione rispetto a quello.
Durante il XIX secolo e poi all’inizio del XX, abbiamo assistito alla corsa all’egemonia tra le potenze europee due delle quali (Francia e Inghilterra) avevano imboccato senza sostanziali esitazioni la strada capitalistica e il sistema democratico rappresentativo liberale, mentre altre due (Prussia-Germania e Austria-Ungheria) mostravano di voler accompagnare allo sviluppo capitalistico e liberistico un sistema politico fondato su forme di rappresentanza a carattere sostanzialmente consultivo e altre due ancora (impero czarista russo e impero sultaniale ottomano) apparivano intente ad affrontare i problemi della multinazionalità/pluriculturalità e della modernizzazione, per il secondo dei quali necessitavano in vari e differenti modi del sostegno finanziario, imprenditoriale e tecnologico delle potenze occidentali, in cambio accettando con certe limitazioni la loro alleanza (la Russia) o la loro penetrazione egemonica (l’impero ottomano). Frattanto, in Asia, altre compagini imperiali si stavano ponendo il problema della modernizzazione-occidentalizzazione (il Giappone, la Cina, la Persia), mentre non insensibili al fascino dell’occidente e alle idee nazionali- per loro del tutto nuove – apparivano i paesi arabi. Queste differenti e contrastanti prospettive determinavano delle fatali rotte di scontro: tra la Russia e l’Inghilterra per l’egemonia sull’Asia centrale (il Great Game); tra la Russia e la Turchia ottomana per quella sul Mar Nero e sugli Stretti (Bosforo-Mar di Marmara) in quanto la Russia czarista intendeva affacciarsi sul Mediterraneo; ancora tra la Russia e l’Austro-Ungheria per la spartizione dell’area balcanica nella quale la potenza sultaniale stava sbriciolandosi (e in quell’area la Russia intendeva non solo raggiungere anche là il Mediterraneo, ma anche proporsi come stato-guida del mondo slavo e della compagine religiosa ortodossa); tra l’Inghilterra e la Turchia in quanto Sua maestà Britannica, una volta aggiunta alle sue corone quella imperiale d’India, aveva bisogno di egemonizzare il Vicino Oriente per mantenersi libero il passaggio del Canale di Suez e assicurarsi che mai sarebbero sorte potenze sue concorrenti sulle coste settentrionali e occidentali dell’Oceano Indiano. La detenzione e il controllo sia di Gibilterra, sia di Suez, sia della fortezza di Malta, faceva intanto sì che l’Inghilterra potesse considerare il Mediterraneo un “lago britannico”: ma ciò sottintendeva la necessità di controllare in quel settore gli sviluppi navali sul piano tanto militare quanto civile e commerciale di Francia e di Spagna, e stabilire una sorta di “alleanza egemonica” con Portogallo e Italia. Infine, quando con Guglielmo II anche il capitalismo e il militarismo tedesco ebbero scelto di giocare a loro volta a fondo le carte del colonialismo africano e della corsa allo sviluppo cantieristico e nautico, quindi dell’accesso della Germania a una politica egemonica oceanica in concorrenza con l’Inghilterra, tutto sarebbe stato pronto per lo scoppio della “guerra dei Trent’anni”, quella 1914-1945, che vanno considerate congiunte in quanto la seconda rappresenta un’inevitabile prosecuzione della prima a causa degli iniqui patti di pace di Versailles alla fine di essa e dell’insorgere dei totalitarismi, che è necessario interpretare come una risposta al fallimento della gestione liberal-liberistica della “questione sociale” nata nell’Ottocento e aggravatasi nel Novecento e dell’incapacità della classe dirigente capitalistica dell’Europa occidentale di risolvere i problemi delle società di massa. A tutto ciò vanno uniti almeno tre ulteriori, decisivi fattori: primo, l’insorgere della questione petrolifera a causa degli sviluppi della tecnologia moderna e delle scoperte dei giacimenti soprattutto vicino-orientali: secondo, il progressivo affermarsi della nuova potenza statunitense con una progressiva azione egemonica sul mondo; terzo, lo sviluppo in funzione prima anticolonialistica, quindi – dopo il secondo conflitto mondiale – antineocolonialistica delle istanze di libertà e di affermazione nazionale dei nuovi paesi emersi dallo scomporsi del sistema coloniale.
Oggi, siamo pervenuti a una fase critica del cosiddetto processo di globalizzazione, avviatosi nei secoli XVI-XVIII con le grandi scoperte geografiche, le invenzioni, lo sviluppo scientifico e la prima “rivoluzione industriale” e giunto quindi alle ulteriori rivoluzioni – la petrolifera, la nucleare, la tecnologico-spaziale, al tecnologico-genetica, l’informatico-telematica – che hanno in pochi decenni sconvolto il panorama ecoantropologico e messo profondamente in discussione il rapporto, già del resto dinamico, tra uomo, cosmo e natura. D’altronde, il netto predominio dell’Europa e di quello che dal Settecento in poi si è autodefinito l’Occidente nei confronti del resto del mondo è stato caratterizzato dalla violenza e dallo sfruttamento colonialistici e dal drenaggio continuo delle ricchezze dei continenti extraeuropei messo in atto attraverso l’economia-mondo e il cosiddetto “scambio asimmetrico”. Nonostante segnali importanti come l’abolizione dello schiavismo (del resto coincidente con il crescente e sistematico sfruttamento dei ceti subalterni all’insegna di un’uguaglianza giuridico-formale che nascondeva profonde disuguaglianze), nessun occidentale pareva curarsi – al di là delle denunzie di alcuni spiriti eletti – che le premesse eticosociali delle grandi rivoluzioni settenovecentesche, con i loro valori “universali”, erano tutte disattese dalla pratica della dominazione coloniale. Contraccolpi come il diffondersi del socialismo in Asia, Africa e America latina durante la seconda metà del Novecento e l’insorgere poi del fondamentalismo musulmano, radicato nella frustrazione e nella delusione del mondo islamico nei confronti delle mancate promesse e degli inganni, erano del tutto prevedibili e sono stati storicamente parlando ovvi e legittimi. Anche se e nella misura in cui non hanno conseguito sempre e del tutto gli scopi che si erano prefissi. Al riguardo, si è obbligati a segnalare con energia un grossolano e gravissimo inganno che alcuni governi e alcuni media hanno cercato di perpetrare ai nostri danni a proposito dei movimenti musulmani cosiddetti “fondamentalisti”, ora elogiati come “combattenti della libertà” (dall’Afghanistan del tempo della guerra di liberazione antisovietica fino alle vicende del Kosovo e, più di recente, a proposito della Libia e della Siria), ora implacabilmente demonizzati com’è accaduto all’indomani dell’11 settembre 2001, una tragedia il carattere della quale resta ancora nell’ombra – nonostante la trionfalistica conclusione di troppe fasulle inchieste – e che è stata cinicamente strumentalizzata per aggredire l’Afghanistan nel 2001 e l’Iraq nel 2003, scatenando disordini, guerre civili e forme d’ingovernabilità ormai cronicizzatesi. Quelle aggressioni hanno prodotto anche autentici mostri sotto il profilo del diritto internazionale, come il carcere di Abu Ghraib dove si torturavano orribilmente i detenuti e quello di Guantanamo che continua a sussistere nonostante la sua evidente illegalità della quale è responsabile il governo degli Stati Uniti d’America. E si è altresì costretti a denunziare l’illusione e la truffa delle cosiddette “primavere arabe”, un’invenzione mediatica escogitata per giustificare in qualche modo dinanzi all’opinione pubblica mondiale la cacciata dalla Tunisia e dall’Egitto di due dittatori feroci e corrotti, entrambi amicissimi dei governi occidentali, ed elaborata in modo da mascherare la feroce repressione che alcuni governi arabi sunniti tanto religiosamente esclusivisti quanto politicamente filoccidentali (l’Arabia Saudita e gli emirati del Qatar, del Bahrein, dell’Oman) mettevano in atto per scatenare una durissima persecuzione contro i loro stessi sudditi di confessione sciita, esportando poi la fitna (guerra civile nei paesi musulmani) in direzione della Libia prima, della Siria poi, e nelle intenzioni forse perfino verso l’Iran. Ai giorni d’oggi, gli stessi governi islamistici sunniti moderati, come Turchia ed Egitto, stanno subendo nei loro paesi il contrattacco di forze che all’esterno i media presentano come “laiche”, mentre il fatto che lo stesso governo israeliano si sia dimostrato come tutt’altro che entusiasta dinanzi alla prospettiva di una vittoria delle forze ribelli in Siria (temendo non ingiustificatamente che esse una volta al potere riaprirebbero la questione del Golan, che il governo assadista di Damasco si è nella sostanza rassegnato a lasciare nelle mani d’Israele) ha preso di contropiede quegli occidentali che si erano dimostrati più nethanyahunisti di Nethanyahu, quali gli impagabili Bernard-Hénri Lévi e Magdi Allam.

Il quadro è quindi complesso, ma siamo quindi giunti forse adesso alla resa dei conti. Se per rivoluzione la Modernità ci ha abituati a intendere un radicale e profondo mutamento negli equilibri non solo giuridici, civili, economici e sociali, ma anche nelle prospettive etiche e addirittura esistenziali, possiamo dire che dopo il blocco rappresentato dalle quattro grandi rivoluzioni sociopolitiche dei secolo XVIII-XX (l’americana, la francese, la sovietica, la cinese) noi siamo oggi chiamati ad affrontare una nuova rivoluzione di portata epocale, i tratti fondamentali della quale sono due. Primo: l’eclisse per ora irreversibile delle istituzioni pubbliche, anzitutto di quelle statali, accompagnata dalla crescente importanza di lobbies multinazionali private sottratte a qualunque controllo, con la conseguente riduzione dei governi statali e delle classi politiche a “comitati d’affari” e, parallelamente, l’avanzare di un “irresistibile” (che qualcuno vorrebbe presentare come “inarrestabile”, con non disinteressato determinismo) processo di concentrazione della ricchezza, di proletarizzazione dei ceti medi e di generale impoverimento della società civile del mondo, già caratterizzata da abissali e intollerabili sperequazioni. Secondo: il passaggio – mirabilmente interpretato da Zygmunt Bauman – dalla “Modernità solida”, caratterizzata da una tensione verso l’individualismo il più possibile assoluto e dalla volontà di potenza della società occidentale, con il correlativo processo di secolarizzazione, alla “Modernità liquida” (il “Postmoderno”) nella quale questi valori e atteggiamenti sono messi in crisi, si contesta l’individualismo, rinascono forme di solidarismo, si ricercano nuovi stili qualitativi di vita, riaffiorano le esigenze religiose. Terzo: l’affacciarsi alla ribalta della storia di nuovi popoli e di nuovi stati, specie asiatici, africani e latino-americani, che contestano il carattere eurocentrico e occidentocentrico della storia così com’è stata interpretata fino ad oggi e rimettono all’Occidente il conto di un’egemonia durata mezzo millennio durante il quale i governi liberali occidentali hanno usato quegli stessi metodi che l’Occidente ha rimproverato ai totalitarismi quando essi li hanno usati all’interno della sua compagine.
La rivoluzione del futuro, quella che ci sta davanti mentre avanzano le nuove potenze del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina, cui si dovrà forse aggiungere tra non molto l’Iran), dovrà pertanto, se vorrà aver caratteristiche positive per l’intero genere umano, essere caratterizzata da due elementi: primo, una profonda ridistribuzione a livello mondiale della ricchezza, che riequilibri i rapporti internazionali e quelli interni a ciascuna compagine civile rappresentando così da sola un importante fattore di pace altrimenti inconseguibile in quanto senza giustizia sociale la pace è impensabile; secondo, una vera e propria rivoluzione sul piano dei consumi, del rapporto con l’ambiente, degli stili di vita. Questa rivoluzione potrà anche non verificarsi, oppure fallire: ma allora saremo tutti condannati.

A cura di Franco Cardin

martedì 2 luglio 2013

Le riflessioni di Carl Gustav Jung sulla morte

Riporto  una bellissima riflessione di Jung sulla morte citando le sue parole. 
Il pensiero della morte credo costituisca la più grande preoccupazione di moltissime persone specialmente quando sono avanti con l'età e comprometta molti momenti belli dell'esistenza proprio nel timore di non poter prevedere l'imprevedibile. E' proprio la consapevolezza di non poter conoscere quando si fermerà il nostro orologio biologico che dovrebbe spingerci ad apprezzare e a  godere di ogni singolo attimo che la vita ci offre. La frase di Jung "la morte come un fine e non come una fine" sta a significare che la morte non è la fine di tutto ma soltanto il traguardo ineludibile dell'esistenza fisica e dovrebbe essere vissuto senza alcun  timore  proprio per poter vivere pienamente il tempo concessoci.





"Più di una volta mi è stato chiesto che cosa io pensi della morte, di questa non dubbia fine della singola esistenza umana. (...)
Rispetto alla morte la vita ci appare come un fluire, come il cammino di un orologio caricato, il cui arresto finale è evidente. Non siamo mai tanto convinti del "fluire" della vita come quando una vita umana giunge al suo termine dinanzi ai nostri occhi; e mai si impone in modo più stringente e penoso il problema del significato e del valore della vita come quando assistiamo all'ultimo respiro che abbandona un corpo vivo sino a un attimo prima. (...)
Siamo invece a tal punto convinti che la morte sia soltanto la fine di un fluire, che di solito non ci accade di concepire la morte come uno scopo o un compimento, come si fa per le mete e i progetti di una vita giovanile, in fase ascendente.
La vita è un fluire di energia. Ma ogni processo energetico è irreversibile per principio e quindi diretto in modo univoco verso una meta: e tale meta è uno stato di riposo. (...)
Anzi la vita è quanto vi è di più teleologico; ESSA È DI PER SÈ TENDENZA A UN FINE; e il corpo vivente è un sistema di finalismi che tendono alla propria realizzazione.
La fine di ogni fluire è una meta. (...)
Ardore giovanile rivolto al mondo e alla vita e al compimento di tese speranze e di mete lontane, questo è l'esplicito finalismo della vita, che si tramuta in angoscia, in resistenze nevrotiche, in depressioni e fobie ogniqualvolta essa rimanga in qualche modo fissata al passato o indietreggi di fronte a quei rischi senza i quali le mete prefissate non possono essere raggiunte.
Pervenuto alla maturità e al vertice della vita biologica, che coincide all'incirca con la metá della sua durata, il finalismo della vita non viene meno per questo.
Con la stessa intensità e irresistibilitá con cui esso tirava in salita nella prima metà , ORA ESSO TRASCINA IN DISCESA, chè il traguardo non sta nel vertice, ma nella valle dove era iniziata l'ascesa.
La curva della vita psicologica non vuole tuttavia adattarsi a questa legge naturale.
Le discordanze possono cominciare ben presto, anche durante l'ascesa.
Uno rimane indietro rispetto ai propri anni, conserva la propria infanzia, come se non potesse staccarsi dal suolo; trattiene la lancetta e immagina che con ciò il tempo si arresti. E se alla fine è giunto con qualche ritardo alla cima, torna a fermarsi anche lì, psicologicamente; e quantunque sia evidente che sta giá scivolando dall'altra parte , si aggrappa - non fosse altro con lo sguardo che persiste a volgersi indietro- all'altezza giá raggiunta. COME LA PAURA LO TRATTENEVA PRIMA DI FRONTE ALLA VITA, COSÌ ESSA LO TRATTIENE ORA DI FRONTE ALLA MORTE.
Inoltre, essendosi attardato in salita per paura della vita, pretenderebbe ora di trattenersi sulla cima raggiunta per indennizzarsi del ritardo. Si è reso conto che la vita, nonostante tutte le resistenze l'ha spuntata su di lui, ma ciò nonostante tenta ancora di fermarla. Con ciò la psicologia di quest'uomo perde il suo terreno naturale: la sua coscienza rimane sospesa nell'aria, mentre sotto di lui la parabola scende con moto accelerato. IL TERRENO DA CUI TRAE NUTRIMENTO L'ANIMA È LA VITA NATURALE.
Chi non la segue rimane disseccato e campato in aria. Perciò molti uomini si inaridiscono con l'etá: si volgono indietro con una segreta paura della morte nel cuore. Si sottraggono, almeno psicologicamente, al processo vitale; (...).
Nella seconda metá dell'esistenza rimane vivo soltanto chi, CON LA VITA, VUOLE MORIRE.
Perchè ciò che accade nell'ora segreta del mezzogiorno della vita è l'inversione della parabola, è la NASCITA DELLA MORTE.
La vita dopo quell'ora non significa più ascesa, sviluppo, aumento, esaltazione vitale, ma morte, dato che il suo scopo è la fine. "DISCONOSCERE LA PROPRIA ETÀ" significa "RIBELLARSI ALLA PROPRIA FINE".
Entrambi sono un "NON VOLER VIVERE" ; giacchè "NON VOLER VIVERE" e "NON VOLER MORIRE"sono la stessa cosa.
DIVENIRE E PASSARE APPARTENGONO ALLA MEDESIMA CURVA.
La coscienza fa quel può per non accogliere questa verità pur incontestabile. In genere si resta attaccati al proprio passato, fermi nell'illusione di restare giovani. Essere vecchi è estremamente impopolare.
Non ci si rende conto che il " non poter invecchiare" è cosa da deficienti, come lo è il non poter uscire dall'infanzia . (...)
L'attuale durata media della vita relativamente più lunga di prima, come è stato provato statisticamente, è un prodotto della civitá. I primitivi raggiungono un'età avanzata solo eccezionalmente. (...)
È come se la nostra coscienza si fosse un poco spostata , sdrucciolando dalla propria base, e non riuscisse più a ritrovarsi completamente col tempo naturale. E pare quasi che la coscienza, per una sua alienazione, ci tragga in inganno, facendoci apparire i tempo della vita come pura illusione che può essere mutata a volontá. ( Rimane da chiedersi donde tragga la coscienza propriamente la sua capacità di essere contro natura, e che cosa significhi quel suo arbitrio.)
Così come la traiettoria di un proiettile termina al bersaglio, la vita termina nella morte, che è quindi il bersaglio, LO SCOPO DI TUTTA LA VITA. (...)
La nascita dell'uomo è densa di significato, e perchè non dovrebbe esserlo la morte? L'uomo giovane viene preparato per vent'anni e più al pieno sviluppo della sua esistenza individuale; e perché non dovrebbe per vent'anni e più preparare la sua fine? (...)
Ma che cosa si ottiene con la morte? (...)
Pare dunque che risponda meglio all'anima collettiva dell'umanità considerare la morte come un compimento del significato della vita e come scopo specifico di essa, che non come una mera cessazione priva di significato. Chi dunque si associa all'opinione illuministica rimane psicologicamente isolato e in contrasto con quella realtà umana universale a cui appartiene egli stesso. (...)
Giacchè - illuminismo o no, coscienza o no - la natura si prepara alla morte. (...)
Col passare degli anni, i pensieri della morte si fanno straordinariamente più frequenti. Lo voglio o no, l'uomo che invecchia si prepara alla morte.
Penso proprio che la natura stessa provveda a una preparazione in vista della fine.
Di fronte a ciò è indifferente, da un punto di vista obbiettivo, quel che pensi sull'argomento la coscienza individuale; ma soggettivamente fa una gran differenza se la coscienza vada di pari passo con l'anima oppure si abbarbichi a pensieri che il cuore ignora. Giacchè il non prendere posizione di fronte alla morte come scopo è nevrotico quanto il reprimere durante la giovinezza le fantasie rivolte all'avvenire.
Nella mia non breve esperienza psicologica io ho fatto una lunga serie di osservazioni su persone di cui ho potuto seguire l'attività psichica inconscia fino all'immediata prossimità della morte. In genere la fine vicina veniva indicata con i simboli con cui anche nella vita normale si allude a mutamenti di stato psicologico: SIMBOLI DI RINASCITA, MUTAMENTI DI LUOGO, VIAGGI e simili. Parecchie volte ho potuto seguire, in lunghe serie di sogni, per più di un anno, gli accenni alla morte prossima: e ciò anche quando la situazione esteriore non giustificava pensieri di tal genere. IL MORIRE COMINCIAVA DUNQUE ASSAI PRIMA DELLA MORTE EFFETTIVA.
Ciò si rivela del resto, anche più sovente, con un tipico mutamento di carattere, che può precedere di molto la morte. La morte dovrebbe quindi essere un qualche cosa di relativamente inessenziale, oppure la nostra anima non si cura affatto di quel che accade all'individuo. Pare invece che l'inconscio si preoccupi assai più del MODO come si muore: E CIOÈ SE L'ATTEGGIAMENTO DELLA COSCIENZA CORRISPONDA O NO AL MORIRE."

Jung, Anima e morte
tratto dal gruppo Carl Gustav Jung - Italia

mercoledì 26 giugno 2013

Lotta tra i poteri dello Stato: come non accorgersene

Premetto che non voglio scrivere a favore di Berlusconi, anche se ritengo la sua condanna una ingiustizia, quello che mi sta a cuore è altro, è la giustizia nel nostro Paese e la lotta tra i poteri dello Stato.
Il  processo Ruby è la goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi meraviglio che solo un collega giornalista abbia messo a fuoco un aspetto del problema che è assolutamente grave.
Per comporre il mosaico che ci fa comprendere meglio le cose occorre risalire ai tempi di tangentopoli, in quell'anno assistemmo alla cancellazione  di una intera classe politica ad opera della magistratura di Milano, solo un partito rimase ai margini e fu il Partito Democratico (allora PDS).
Esaltati dalla cadenza allucinante  degli arresti di imprenditori e politici,  gli italiani  non si resero conto che l'intervento della magistratura aveva probabilmente un significato  prioritario rispetto a quello di fare pulizia nella corruzione, i giudici di Milano volevano creare le condizioni per portare la sinistra al Governo del Paese.
Dopo il terremoto di tangentopoli le forze politiche in campo cambiarono radicalmente, DC e PSI, i due partiti che avevano governato l' Italia  dal dopoguerra, si dissolsero e arrivò la Lega che convogliò su di se  tutti  i consensi  del nord tanto da riuscire ad eleggere un Sindaco leghista a Milano, Formentini.
Alle successive elezioni politiche scese in campo inaspettatamente Berlusconi e divenne un enorme inghippo nel programma "politico" della magistratura di Milano.... la storia è nota e arriva fino ai nostri giorni con un susseguirsi di intercettazioni, di indagini e di rinvii a giudizio per il cavaliere e per tutti coloro che in qualche modo avrebbero potuto aiutarlo, vedasi ad esempio Bertolaso.
Arriviamo ad oggi per verificare come il progetto dei magistrati milanesi non sia per nulla cambiato,  il messaggio che oggi inviano  ad una  politica spesso disattenta ed inetta, è quello di poter decidere le sorti politiche del paese, abbattendo chi non è a loro gradito per via giudiziaria.
Noi ci scandalizziamo e a ragione, ma, se ci pensate bene, che ci vuole?  Basta fare scattare un'indagine per le ammissioni del solito pentito, ad esempio, a Firenze, se a Firenze c'è un Renzi che sta sulle scatole....oppure, per contro,  affossare lo scandalo MPS a Siena per non portare alla luce nomi di personaggi  che magari sono graditi.  E poi si può usare la televisione per rincarare la dose, qualche trasmissione compiacente c'è sempre, e qualche giornalista che pubblica,  con una bella esclusiva e con dovizia di particolari,  tutte le intercettazioni  del caso, si trova sempre.
Non dobbiamo nemmeno dimenticare che i magistrati tutti si sono battuti per non modificare una virgola delle leggi che riguardano la loro attività... niente divisione delle carriere, niente blocco delle intercettazioni ...ecc ecc e che avrebbero permesso alla giustizia italiana di diventare più efficiente, più moderna  e più giusta.
A questo punto tutti noi dobbiamo capire molto bene che siamo in presenza di un potere dello Stato, quello Giudiziario, che si arroga il diritto di fare scelte politiche e le fa usando le armi che ha a sua disposizione,  siamo quindi in presenza di una grave anomalia costituzionale, uno scontro tra poteri dello Stato di estrema gravità.
In ultima analisi, questo stato di cose vanifica il voto dei cittadini e lo fa nel modo più subdolo e ingiusto possibile. Le conseguenze di questa anomalia potrebbero essere estreme.

martedì 25 giugno 2013

Il baratro della giustizia italiana

Un caro amico ha postato su FB questo post, ritengo sia molto esauriente e fotografi perfettamente la situazione della giustizia in Italia.

"Nessuno sarebbe mai stato in grado di mostrare in quale baratro stia precipitando la giustizia italiana se non la stessa magistratura.
Non alludo alle tre penose comparse togate mandate davanti alle telecamere a recitare un copione già scritto da mesi, ma a chi, a livelli ben superiori, sta realizzando con determinazione e scientificamente quello che ormai nessuno, nemmeno i compagni meno dotati di autonomia cerebrale, può fingere di non sapere: quello delle toghe è un golpe vero e proprio e chi si nasconde vigliaccamente dietro il solito dito (le sentenze non si discutono ma si rispettano) è complice ed ultimo beneficiario allo stesso tempo.
Un complotto perfetto, poco importa che non ci siano reati né prove: quando mai i tribunali speciali hanno avuto bisogno di queste sciocchezze? E quando mai le dittature si sono preoccupate di applicare la giustizia? O almeno di fingere di contare su un sistema giudiziario e su tribunali giusti ed imparziali?
Hanno gettato la maschera, mostrando il loro infame ghigno satanico, tanto sono loro a comandare nel nostro Paese, non pagheranno mai per i loro crimini contro la verità, non finiranno mai in manette, sputtanati davanti al mondo intero.
E chi osa rifiutarsi di sposare le loro tesi accusatorie viene intimidito, minacciato, trascinato al banco degli imputati. In Italia i diritti della difesa sono minacciati da questa giustizia letame, i testimoni vengono immediatamente indagati, i verdetti sono palesemente preconfezionati. Ma la sinistra tace, quando le fa comodo.
Cane non mangia cane, un PM che lavora nella stanza accanto a quella del giudice, che con lui scambia opinioni, progetti, tattiche e strategie, è normale?
Come fanno certi personaggi squallidi, maestri d'ipocrisia, a conservare fiducia nella giustizia italiana? Forse solo quando sotto la mannaia del boia ci finisce un avversario politico... Perchè solo quelli evidentemente commettono reati, oppure solo quelli non sono degni di sedere in Parlamento. Se fossero persone oneste, corrette e degne sarebbero votate nelle liste della sinistra, questo è ovvio.
E fa un discreto effetto comico vedere Vendola, l'orecchione alla pugliese, che discetta di moralità, di etica e di virtù private.
Dopodomani tutto sarà come ieri, chi ha una poltrona da difendere garantirà che le sentenze ridicole e strampalate non avranno ripercussioni sul governo Letta, chi da anni aspetta il momento di liberarsi del “nemico” (non combattendolo alle elezioni ma lasciando il compito di farlo fuori all'amica corporazione delle toghe rosse) farà fatica a nascondere il proprio meschino entusiasmo.
Il "diritto" in coma e una corporazione di incredibili fabbricanti di teoremi a stabilire i destini di questo Paese, degli italiani alla canna del gas, delle imprese in agonia e di un sistema politico che ha bisogno di ghigliottine per conquistare il potere."
E.S.

sabato 22 giugno 2013

Una speranza dalla medicina contro il gioco d'azzardo

L’AMANTADINA E’ IL PRIMO POSSIBILE FARMACO CONTRO LE LUDOPATIE


"Nella cura dell’azzardo patologico sono disponibili alcuni farmaci, ma nessuno di loro ha dimostrato di essere adatto come terapia standard. L’amantadina, invece, per la prima volta, ha davvero il potenziale di trattare la dipendenza da gioco d’azzardo. Tuttavia, siamo ancora in fase di sperimentazione e c’e’ bisogno di più dati per confermare i nostri risultati". Lo ha dichiarato Giovanni Martinotti, un ricercatore dell'Università Gabriele D'Annunzio di Chieti nel corso del 23° meeting dell’European Neurological Society (Ens) in corso a Barcellona. L’amantadina è un farmaco usato da tempo per il trattamento e la prevenzione del virus dell’influenza A e recentemente è impiegato anche contro il morbo di Parkinson. In alcuni casi persone affette da questa malattia hanno dimostrato una certa propensione al gioco patologico. Di qui l'associazione degli scenziati e se i risultati fossero confermati, si tratterebbe di una scoperta in netto contrasto con le cure sperimentate fino a ora. In particolare l’amantadina agisce sulla regione cerebrale conosciuta come nucleus accumbens, che ha avuto un ruolo chiave anche nella ricerca dei farmaci per curare altre dipendenze. In una serie di casi seguiti dagli scienziati italiani, questa sostanza avrebbe ridotto la voglia e il pensiero di giocare e anche i problemi personali associati con questa abitudine nei ludopatici. I partecipanti al test sono stati valutati utilizzando il Symptom Assessment Scale Gambling. A seguito di questo successo iniziale, Martinotti pensa che l’amantadina si potrebbe rivelare efficace non solo contro il gioco d’azzardo patologico, ma forse anche nel trattamento di disturbi simili che coinvolgono il controllo degli impulsi, come la dipendenza da shopping o la dipendenza dal web.

http://www.sanitanews.it/quotidiano/intarticolo.php?id=7438&sendid=880

mercoledì 19 giugno 2013

LA LEGGENDA DELLE LUCCIOLE

Mi è capitato di recente di rivedere dopo tanti anni un allegro girotondo di lucciole, la mente mi ha subito riportato ai miei sogni di bambina e ho provato una grande tenerezza per quegli esserini così fragili che mi regalavano ancora una volta la loro presenza.
Girovagando in rete ho trovato questa leggenda che parla proprio di loro e sono certa che la leggerete volentieri perchè in ognuno di noi c'è un po' del bimbo che era....

"Si perde nella notte dei tempi la leggenda del fiore più bello.
Il fiore che allieta le notti di tutti gli uomini insonni perché li attende sveglio d’estate quando non riescono a prendere sonno: le belle di notte.
Una notte, tanto tempo fa, un pianto lungo e sommesso si aggiungeva ai rumori dell’oscurità. Questo pianto si ripeté a lungo, finché la Luna decise di trovarne la fonte.
A lungo girò intorno a tutto il pianeta e, quando aveva ormai perso del tutto le speranze, lo scorse.
Un piccolo punto luminoso: era da lì che proveniva il pianto.
La Luna scese dal suo cocchio e si avvicinò.
Accanto ad un pozzo, ai margini del bosco, era seduta una lucciola. “Chi sei tu? E perché rattristi con il tuo pianto tutte le mie stelle? “ chiese la Luna. La lucciola spaventata alzò gli occhi e rimase stupita nel vedere il suo interlocutore.
Allora disse: “Deve scusarmi, signora Luna, non volevo mettere tristezza alle sue stelle!”
“Io sono Lumil, il principe delle lucciole!”
“Perché piangi principe Lumil?” chiese la luna.
“Si avvicina la primavera e il mio popolo comincerà a vagare per i prati e i giardini, per illuminare le calde notti” disse Lumil “Ma noi non troveremo nessuna corolla dischiusa ad attenderci. Solo tanto verde!”
“E qual è il problema? “ chiese la Luna. “Il tuo popolo, da quando è stato creato, è sempre stato il popolo della notte! Voi avete un ruolo importante: dovete illuminare, come me e le stelle, le notti degli alberi”.
“E questo compito ci onora !” rispose Lumil. “Ma, vede signora Luna, c’è un sogno che ogni lucciola ha da quando nasce: io questo sogno lo faccio da sempre!”
“E qual è questo sogno?” chiese la Luna.
“Uscire dalla nostra casa, volare in un prato e trovare, almeno per una volta, un fiore che ci attenda e poterci posare sui suoi petali!” esclamò Lumil.
“Ma è un sogno, e solo un sogno rimarrà. Buona notte signora Luna e mi perdoni se l’ho disturbata”. E così dicendo Lumil volò via.
La Luna ritornò in cielo, ma non riusciva a smettere di pensare a Lumil e al sogno delle lucciole.
Le notti passavano e il pianto di Lumil le riempiva, ma all’improvviso il pianto cessò.
Sirio, una delle stelle, andò dalla luna e le disse: “Mamma ascolta!”e la invitò a tendere l’orecchio.
“Cosa devo ascoltare?”chiese la Luna.
“Il principe triste! Questa notte il suo pianto non si sente.” rispose Sirio.
“E’ vero ! esclamò la Luna . Non odo il suo lamento!”
“E se gli fosse accaduto qualcosa?” aggiunse Sirio molto preoccupata. “Ti prego mamma va a vedere!”
E cosi fu. La Luna salì sul suo cocchio e andò in cerca del pozzo presso il quale aveva incontrato Lumil per la prima volta.
Quando lo ebbe trovato, si fermò e si avvicinò.
Ferme, vicino al pozzo, trovò tante lucciole e ad una di loro chiese:
“Cosa accade?”la risposta la rattristò.
“Il nostro principe si è ammalato. Era molto triste perché sapeva che i suoi giorni stavano finendo, e che non sarebbe mai riuscito a realizzare il sogno del suo popolo. E il dispiacere lo ha consumato.”
La Luna rimase lì ferma ad attendere di poter vedere il principe Lumil.
Quando la vide il principe disse: “Signora Luna, come mai è ritornata?Io non ho pianto questa notte!”
“Ero preoccupata per te, ragazzo mio e volevo assicurarmi che tu stessi bene!” rispose la Luna dolcemente.
“Non deve preoccuparsi per me. Il mio tempo ormai è finito.
Raggiungerò i miei antenati con un unico rimpianto: non aver potuto realizzare il sogno del mio popolo. Spero che il prossimo principe ci riesca!”
Le forze stavano abbandonando il principe delle lucciole.
Tutto il suo popolo era preso da grande tristezza.
L’amore che le lucciole dimostravano al loro principe e la dolcezza di Lumil colpirono al cuore la Luna.
“Lumil la tua luce si spegnerà presto, questo io non posso evitarlo, ma – disse la Luna – andrai via sapendo di aver realizzato il sogno del tuo popolo. Guarda……..”
La Luna si strappò una ciglia, la prese tra le mani e la posò in terra di fianco a Lumil.
Come d’incanto dalla terra cominciarono a spuntare foglie.
Le foglie presero a germogliare, d’improvviso una gemma si schiuse e fece capolino un bel fiore giallo e fucsia.
“Ecco Lumil!Questo sarà il fiore delle lucciole, per sempre, e si chiamerà come te: Lumil, che nella lingua delle lucciole significa colui che rende bella la notte!” Lumil pianse di gioia e disse: “Grazie o luminosa Luna, sarà bella di notte per il mio popolo!”
E con tutta la forza che gli rimaneva, accese la sua lucina e volò sul suo fiore. E lì si spense felice.
Da quella notte, tante volte la Luna si è levata in cielo, ma ancora oggi quando, nelle notti d’estate guarda i prati, sorride.
Ogni notte le lucciole raggiungono le belle di notte che si schiudono solo per loro e c’è soltanto una pianta, la più bella, che non permette a nessuna lucciola di sedersi sui suoi petali e illuminarla: è la pianta nata vicino al pozzo ed è la sola che non ha bisogno di luce perché nei suoi fiori vive Lumil."



martedì 11 giugno 2013

Gli esami durano tutta la vita

A ben guardare nella vita siamo costretti a dare un sacco di esami, iniziamo molto presto, addirittura a cieci anni alla fine delle elementari e poi continuiamo quando di anni ne abbiamo tredici con la licenza delle medie inferiori e via via, fino alla maturità e alla laurea, in realtà queste sono solo alcune delle prove che ci aspettano nel nostro percorso terreno e probabilmente le più semplici perchè in fondo a queste ci si può preparare per tempo.
Eppure agli esami non ci si abitua mai, ogni volta siamo colti dall'ansia, dal timore di non essere ben preparati e così riusciamo a dimostrare di saper meno di quello che in realtà sappiamo. Quando poi gli esami li danno  i nipoti allora l'ansia è ancora maggiore, pensiamo a quel povero "bambino indifeso" alle prese con quegli "orchi" di professori e la fantasia ci gioca brutti scherzi.
Nella maggior parte dei casi i bambini non sono affatto indifesi, i professori non sono orchi e alla fine gli esami sono solo il bilancio di un anno di scuola, nulla d più, ma questo lo di capisce dopo..
Sono nonna e il mio nipotino ha iniziato oggi gli esami per la licenza media, in casa eravamo tutti agitati, lui è l'unico nipotino e quindi il primo della nuova generazione che si sottopone alla "tortura". In verità il mio cuore era accanto a mio figlio, che era in trepidazione per il suo... e così la catena va avanti.
Essere nonni  è anche questo, non si è più in prima linea come quando i figli erano piccoli, ma le ansie sono moltiplicate per due.
In ogni modo Emanuele ha fatto bene il tema, dovrebbe essere andato tutto alla grande.
Vedremo domani..

sabato 8 giugno 2013

Quegli insegnanti violenti tradiscono noi genitori



Lettera di Biancamaria, mamma di una ragazza autistica

La realtà di una vita, invece, esposta ad accogliere scherno anziché dolcezza e amore.Sono entrate anche a casa mia le immagini del telegiornale sulla scuola di Vicenza, dove alcune insegnanti, tradendo la loro missione di educatrici, maltrattavano un ragazzo «speciale», con gesti inaccettabili.Non conosco il suo nome, né la sua storia, ma io oggi mi sono sentita anche un po' sua madre. 
Certo è difficile confrontarsi quotidianamente con l'autismo, ne sono consapevole, proprio per questo non si può tacere!Il muro delle emozioni che circonda questi ragazzi, deve essere abbattuto ogni giorno mattone dopo mattone, con la sola forza straordinaria che viene generata dall'amore. Distruggiamo ogni giorno i gradini dell'indifferenza con la caparbietà di genitori indomiti, prefissando traguardi da raggiungere che per altri figli neanche si porrebbero.Sono stata male pensando a lui, e ai suoi genitori che avevano affidato il proprio figlio alla massima Istituzione Educativa: la Scuola! Luogo sacro per l'apprendimento e la comprensione, «appendice» di famiglia e quindi di quotidianità. Io, mamma fortunata, ho cercato la mano di mia figlia e l'ho abbracciata dicendole che ci sarò e che vigilerò per lei, come ho fatto fin'ora, e allora, anche queste mie parole scritte, vogliono significare cura e attenzione verso chi ha maggiore bisogno.A voi Insegnanti di quel ragazzo mi rivolgo; non nascondete la vostra incapacità ad amare e a donare con le solite frasi di convenienza, «assenza di motivazioni, periodo di crisi, momento di sconforto...».Siete dei traditori, avete tradito il vostro mandato educativo e formativo, e la fiducia di un ragazzo che a voi era stato affidato. Noi siamo abituati ad «entrare nelle scarpe» dei nostri ragazzi, e sappiamo quanto bene si può fare loro con una carezza o con un bacio, a voi spero sia concesso il tempo di riflettere su questo.

venerdì 7 giugno 2013

LA CIA CI SPIA


L’agenzia per la sicurezza nazionale (NSA) e l’FBI possono controllare direttamente i server di 9 società internet Usa, estraendo video, audio e foto che consentano di seguire i movimenti delle persone e i loro contatti. A rivelarlo è il Washington Post parlando del programma Prism, nato nel 2007, che sarebbe tra le fonti primarie della NSA. Le società sono Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, PalTalk, Aol, Skype, Youtube e Apple.
Non avevo dubbi e mi meraviglia che alcuni ora siano esterrefatti da questa rivelazione. Da sempre la Cina, Russia e altre nazioni più attente a non farsi controllare dagli USA hanno fatto i loro motori di ricerca, i loro Social Network e addirittura i loro sistemi operativi per i computer.
Lasciare la comunicazione in mano alle grandi aziende americane significa essere colonizzati e controllati in un settore strategico come le comunicazioni e le informazioni. Non a caso i cinesi tentano, quando gli riesce, di acquistare pezzi di aziende di telefonia e comunicazioni (ad esempio con il tentativo, in questi giorni, da parte di H3G di acquistare Telecom Italia).
Le comunicazioni sono strategiche e possono essere utili in attività di spionaggio di aziende estere per favorire quelle del paese che detiene il controllo delle informazioni.
Siamo una colonia, non dobbiamo mai dimenticarcelo… e poi noi abbiamo l’innovativo digitale terrestre con cui vedere Udinese-Milan, chi ci ammazza :D

Started by Riccardo Scandellari, New Media Specialist @ NetPropaganda s.r.l.