mercoledì 31 marzo 2010

Memoria dei lager nel nome di Valletti

Da un articolo apparso oggi sul giornale L'Arena a firma di Giancarla Gallo

Nasce sull’onda del documentario di Quattrina una fondazione che mira alla sensibilizzazione nelle scuole

Memoria dei lager nel nome di Valletti


La figlia del calciatore scampato a Mauthausen: «Il film ha colpito i ragazzi e a loro daremo voce»
Mercoledì 31 Marzo
i Un'associazione che si impegna per mantenere vivo il ricordo degli orrori del nazismo. Questo lo scopo dell'associazione culturale «Ferdinando Valletti», nata in sull'onda del successo che sta ottenendo il Documentario «Deportato I 57633- Voglia di non morire» realizzato da Mauro Vittorio Quattrina sul calciatore veronese Ferdinando Valletti, sopravvissuto a Mauthausen perché sapeva giocare a calcio, tratto dal libro della figlia Manuela, che ha lo stesso titolo.
«Ci siamo resi conto che il documentario è stato particolarmente apprezzato dagli studenti che lo hanno visto in occasione della Giornata della Memoria», racconta Manuela Valletti, figlia di Ferdinando, «oltre che nelle scuole di Verona e di altre città italiane. Alcuni insegnati dell'Istituto Virgilio di Milano mi hanno fatto sapere che i ragazzi tradurranno le emozioni che hanno provato guardando il film in lavori letterari e grafici. Questo mi ha fatto pensare che tanto entusiasmo debba essere premiato e la funzione dell' Associazione sarà anche questa», continua la Valletti.
«Non siamo ancora pronti ma è nostra intenzione promuovere dall'inizio del prossimo anno scolastico un concorso tra gli istituti superiori e probabilmente anche inferiori che, dopo aver assistito alla proiezione del documentario, realizzino prose, poesie, disegni, lavori teatrali sull’orrore dei campi di sterminio e il valore del ricordo». «In questo modo crediamo di interpretare fino in fondo il desiderio di mio padre Ferdinando che aveva dedicato alla sensibilizzazione dei giovani sugli orrori del nazismo buona parte della sua vita. Auspichiamo di lavorare in sintonia con l'Associazione Storia Viva che ha prodotto il documentario e con le istituzioni».
L' Associazione è no profit e si finanzia con quote associative, vendita dei prodotti editoriali e donazioni. «Mi auguro che siano in molti a aderire al progetto e di trovare sponsor per il concorso da proporre alle scuole. Per tutto ciò è possibile contattare il nostro presidente, Mario Ghezzi:

http://www.ferdinandovalletti.org

venerdì 26 marzo 2010

Orchi in difesa dei bambini

da IL FOGLIO

Perché la battaglia contro i preti pedofili è una battaglia per eliminare il cristianesimo
Invettiva cristianissima contro l’Europa pedofoba e il mondo infanticida
Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza. Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili. Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male.

L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli.

Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”. Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”.

A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”. La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa. Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari?

Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino? Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010).

Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve.
Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei. Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro.

Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo

venerdì 19 marzo 2010

Una tenera carezza per il mio papà


Oggi è la Festa del Papà e al mio papà, che certamente mi sta osservando mando una tenera carezza fatta di fiori di primavera, a lui voglio dire, anche se sono sicura che lo sa benissimo, che mi manca tanto, che tutte le volte che guardo il suo ritratto sorridente mi sembra impossibile che non sia più qui con me, mi aspetto sempre che varchi la soglia di casa mia, mi chiami con la sua voce squillante e mi dica …“Ciao… e allora come va? Ma sei qui da sola?” Questa frase mi è rimasta in mente e ora mi viene anche una risposta diversa da quella che gli davo allora…. “Si papà , sono qui da sola… ora che tu sei da un’altra parte,  sono proprio sola nell’anima”.
Un bacio papà, con tutto il mio cuore!


martedì 9 marzo 2010

Democrazia o fascismo

Come lo dobbiamo chiamare un partito che  scende in piazza perchè le liste del PDL non partecipino alle elezioni regionali del prossimo 28 marzo? Un partito che desidera essere l'unico partecipante alle elezioni come lo vogliamo chiamare?  Non pare anche a voi che questa non sia una scelta democratica? Non pare anche a voi che in presenza di errori nella presentazione delle liste del PDL (ma io vorrei che fossero visionate tutte le firme di tutti i partiti in corsa) i partiti della sinistra avrebbero dovuto fare un passo indietro e dire: in queste condizioni non votiamo?
Forse la democrazia che vorrei vedere in questo Paese è un mio personalissimo sogno, ma il disgusto che provo per questa situazione è veramente oltre ogni limite. Troppe meschinità, troppe bassezze e l'Italia va giù!

sabato 6 marzo 2010

Non apprezzo la "Festa della Donna"

Domani sarà l'8 marzo e io che sono "parte in causa" vorrei dirvi  non amo la "Festa della Donna" poichè non esiste una Festa dell'Uomo.. in altre parole non amo essere considerata  una "specie da proteggere" e  non ho rivendicazioni da fare che non siano quelle derivanti dal mio essere persona, dalle mie abilità, dalla mia intelligenza e dal mio merito.
So che nel mondo molte persone soffrono e sono private dei diritti umani, ma non sono solo donne. So che in molti Paesi i soggetti deboli non hanno vita facile, ma tra questi non metterei solo le donne, inserirei i bambini, i vecchi, i soggetti portatori di handicap. So che in Italia l'accesso a posti di responsabilità e di potere è più difficile per le donne ma la via per migliorare le cose non sono "le quote rosa" ma solo l'impegno e la meritocrazia, visto che ora sempre più professioni che erano esclusivamente maschili sono state "aperte" anche alle donne. 
Per tutte queste considerazioni: domani non mimose.. ma opere di bene. 


Nota nella nota
Quella che oggi è chiamata Festa della Donna ha una origine tragica, risale al l lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.
Come vedete siamo ben lontani dalla Festa della Donna che viene oggi strumentalizzata.


giovedì 4 marzo 2010

Il caos delle Liste PDL in Lombardia e Lazio


Vorrei dire una parola di chiarezza su questo argomento: l'esclusione delle liste PDL dalle votazioni per le Regionali di Lombardia e Lazio non permette a molti elettori di esprimere il proprio voto. Al di la delle responsabilità oggettive di questo partito nella presentazione della lista, tutti i democratici dovrebbero augurarsi che ai cittadini di queste due regioni fosse garantito il diritto/dovere di poter votare per la forza politica a cui fanno riferimento. Questo la Costituzione dice e questo è ciò che noi chiediamo per il bene della democrazia di questo Paese.

domenica 28 febbraio 2010

"Papà mi portava in bicicletta": una recensione lusinghiera e una sceneggiatura per un corto

Il mio libro "Papà mi portava in bicicletta" sta ottenendo un lusinghiero successo nonostante l'argomento che tratta sia ostico e delicato.
Ho ricevuto una recensione molto lusinghiera  che prelude la presentazione del  libro a diverse associazioni di Forlì e allo stesso tempo, il mio lavoro è servito a fornire lo spunto per la sceneggiatura di un cortometraggio sul morbo di Alzheimer.
Ringrazio Guido Passini per aver saputo cogliere il significato umano del libro ed averlo valorizzato.


Papà mi portava in bicicletta - di Manuela Valletti Ghezzi
Recensione di Guido Passini - Associazione culturale Poliedrica

Più volte ho iniziato le mie riflessioni dicendo che la conoscenza fa crescere l’uomo. La conoscenza attribuita al mondo odierno, a quello che ci circonda ogni giorno con tutte le sensazioni, le emozioni che ne competono. Ho il vizio di cercare e leggere dei libri che riportino spaccati di vita attuali, o comunque molto recenti. Leggo ciò che spesso ha a che fare con un dolore, forse per una certa predisposizione dovuta alla mia patologia, o forse solo perché oggi più che mai credo che temi sociali siano da portare alla luce tentando di invogliare non solo gli addetti, o i diretti interessati a libri che sono in grado di fare crescere l’uomo, crescere dentro. Aprire gli occhi e non nascondersi di fronte ad una malattia, come a una sindrome, come a un disagio. Mi rendo sempre più conto che le persone spesso sono indifferenti davanti a queste quotidianità, a volte sembra quasi ci sia il timore di essere a contatto con una persona “malata” solo per il semplice fatto che non si conosce la “malattia”.
In aiuto a questa situazione d’indifferenza giungono autori come Manuela Valletti Ghezzi, che ha messo a disposizione dei lettori un libro che parla di Alzheimer: Papà mi portava in bicicletta.
Leggere l’amore di una figlia per un padre affetto da questa sindrome, nel modo in cui ho avuto l’occasione di fare con questo libro sono certo abbia arricchito la mia persona. Per indole personale, prima di affrontare la lettura ho voluto approfondire un minimo la tematica Alzheimer. Un processo degenerativo che colpisce le cellule del cervello di cinquecentomila persone in Italia. Una malattia che è stata scoperta nel 1907 e a oggi ancora non si è giunti ancora da una cura definitiva. Cito brevemente un documento presente nel sito Alzheimer Italia che la definisce malattia delle quattro A: amnesia, afasia, agnosia e aprassia che corrispondono rispettivamente a una perdita significativa di memoria, l’incapacità di formulare e comprendere dialoghi orali, l’incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi, l’incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari, per esempio vestirsi.
Mi sono forse dilungato in spiegazioni, ma che ritengo importanti per entrare in sintonia da subito con lo stato d’animo dell’autrice.
“Papà mi portava in bicicletta”  è un libro estrapolato dagli articoli del blog di Manuela, aperto proprio al momento della scoperta di questo “evento” che ha in un qualche modo condizionato questi quattro anni narrati nelle pagine e continui a farlo tuttora nonostante tutto.
La struttura di questo libro ha la forma del diario, e la narrazione è lucida, delicata, sensibile ma soprattutto drasticamente vera. Immagino non sia stato facile per l’autrice riversare tutte le sue sensazioni ma al tempo stesso liberatorio. Un continuo svuotare l’anima e per forza di cose riempirlo nuovamente per poi ripetere il circolo instaurato.
L’impatto del libro è sicuramente positivo ed emotivamente forte, perché l’autrice non si sofferma solo ed esclusivamente sulla malattia, ma anche su altri eventi che hanno stimolato nel bene o nel male questo percorso chiamato vita. Più volte gli occhi si sono riempiti di lacrime leggendo queste pagine, commosso a tal punto da trovarmi alla fine affezionato al protagonista del libro. Mi rendo conto di questa mia stranezza, ma siamo di fronte ad un uomo che di certo ha lottato nella sua vita, un uomo che ha visto i lager nazisti, un uomo che ha visto crescere la sua famiglia nel migliore dei modi, un uomo che ha sempre cercato di mantenere una dignità di sé al massimo livello, senza mai lamentarsi, nonostante le piaghe da decubito, nonostante i dolori, nonostante il vedersi ogni giorno “in calo”.
La presenza di un uomo del genere nell’ambito familiare ha uno sviluppo importante, soprattutto per quel che riguarda il raffrontarsi con la vita, il volerla afferrare e il cercare continuamente la lucidità per essere uomo. Uomo ammirevole.
L’autrice essendone la figlia, non poteva mancare dal riuscire a rappresentare questo nei suoi scritti. L’amore per il padre, il rispetto è in ogni riga, in ogni capitolo, anche dove apparentemente non si parli di lui.
Mi colpisce molto la caparbietà di Manuela nel non nascondere nulla al lettore, né i riscontri sul padre, né le visioni politiche, non poteva quindi trasparire la forza di volontà che lo avvolge.
Un libro che può rappresentare un aiuto per ognuno di noi, ma soprattutto chi è a contatto con questa malattia, perché dalle esperienze altrui possiamo solo imparare. Non vorrei dilungarmi troppo in questa recensione a “Papà mi portava in bicicletta” perché andrei a svelare seguiti ed eventi che meritano di essere letti pagina per pagina, con una mano sul cuore, pensando: io nelle sue condizioni cosa avrei fatto?
Domanda che non troverà risposta, proprio come nemmeno io ho trovato.
Un papà che si perdeva nel tempo, dice l’autrice, mi permetto di aggiungere che il tempo, è uno spazio indefinito, e mai come ora è Ferdinando a scandirlo.
Motivo in più per l’acquisto di questo libro che aiuta IL CICLAMINO, un’associazione no profit, che si adopera per recuperare personale idoneo per l’assistenza ai soggetti deboli parzialmente o del tutto non autosufficienti. L’Associazione IL CICLAMINO è stata costituita in memoria di Ferdinando Valletti  e opera in Milano e provincia.
E’ bello vedere come quello che apparentemente sembra essere un semplice libro, si trasforma inesorabilmente in un grande dono. Questo l’augurio che mi sento di fare a Manuela: che per ogni emozione che questo libro ha saputo dare e saprà dare, corrisponda a una speranza in più, reale, per chi vive questo “tempo”.


©Guido Passini – 28/02/2010

Scrivere

Ho una fede nel cuore. Un credo radicato. Vivo nelle emozioni e non le nascondo più. Vivo di verità. Amo la trasparenza, l'intimità e la presenza. Scrivere è il mio comandamento, ciò per cui sono nata. 
Scrivo solo ciò che vivo poichè è impossibile per me descrivere ciò che non è stato ancora attraversato nel corpo e nell'anima ed elaborato in esperienza.

Scrivere è presentare le cose nella loro verità. Dire la cosa vera, la successione dei movimenti e dei fatti che producono l'emozione e che resta valida per un anno e per dieci anni o, se siete stati fortunati e se l'avete espressa con una grande purezza, per sempre.

giovedì 25 febbraio 2010

Intervista alla radio dell'Università di Salerno


Questa mattina e per 30 minuti sonostata ospite dell'Unisaund, la radio dell'Università di Palermo.
L'intervista che mi è stata dedicata ha trattato della mia attività editoriale ma è stata focalizzata sui due libri che ho dedicato a mio padre Ferdinando Valletti, "Papà mi portava in bicicletta" e "Deportato I57633 voglia di non morire", sul documentario che da questo  ultimo libro è stato tratto e dalla nascita della Associazione Culturale che porta il suo nome.
Le domande che mi hanno fatto più piacere sono state quelle che riguardavano la figura del mio papà, la sua deportazione ma anche i suoi successi professionali  e sono state molte.
La nascita dell'Associazione Culturale FERDINANDO VALLETTI   presuppone un nostro impegno  diretto per mantenere vivo il suo ricordo e il ricordo dell'orrore dei campi di sterminio  ed è in questo senso che il mio interlocutore, il giornalista Vincenzo Greco mi ha suggerito di far si che  il libro che racconta la sua deportazione e il DVD del documentario entrino a far parte della dotazione libraria delle scuole.
Quindi, oltre al concorso letterario, ora ci proporremo come obiettivo anche questo.
Un ringraziamento sentito alla stazione radio e al giornalista Vincenzo Greco da parte mia e dell'Associazione che rappresento.



E' possibile riascoltare o scaricare, suhttp://iunisa.unisa.it/PODCAST-8.html, la trasmissione "TRENTA MINUTI....CON MANUELA VALLETTI" andata in onda ieri, 25 febbraio, su unis@und.

iunisa.unisa.it
Unis@und la webradio dell' Università degli Studi di Salerno


martedì 23 febbraio 2010

E' nata l'Associazione Culturale FERDINANDO VALLETTI


L' Associazione Culturale FERDINANDO VALLETTI è una associazione no profit nata per tenere vivo il ricordo di Ferdinando  Valletti attraverso azioni concrete che   promuovano i  valori che hanno ispirato tutta la sua vita: la libertà,  il rispetto della persona, la valorizzazione della famiglia, la tutela dei giovani, la promozione del sapere, il rifiuto di qualsiasi forma di totalitarismo,  il ricordo delle atrocità del nazismo.
L' Associazione intende promuovere iniziative  finalizzate  a trasmettere questi valori  attraverso la diffusione di  pubblicazioni e filmografie, la promozione di concorsi letterari e incontri di carattere culturale, si rivolge  essenzialmente ai giovani perchè sono loro la speranza per una società migliore, ma  i valori che hanno ispirato la vita di Ferdinando Valletti siamo patrimonio di ogni essere umano e che quindi saranno molte le persone che condivideranno il  loro cammino.
La sede dell’Associazione è a  Milano
Recapiti: fax.02700415618 – cell. 3926961133
L’Associazione vive del  contributo dei soci, della vendita dei prodotti editoriali e delle donazioni di chi si indentifica nei principi che l'Associazione promuove.
Per aderire, prenotare interventi e proeizione di documentari e per fare donazioni visitare il sito ASSOCIAZIONE CULTURALE FERDINANDO VALLETTI

giovedì 18 febbraio 2010

Rubare e mentire, non è umano


Il Papa: «Rubare e mentire, non è umano»

Benedetto XVI (Ansa)
Benedetto XVI (Ansa)
CITTÀ DEL VATICANO - «Non si dica più "ha mentito: è umano; ha rubato: è umano"». Lo chiede il Papa nel discorso rivolto al clero di Roma. «Questo non è il vero essere umani. Essere umani è invece essere generosi, essere a immagine di Dio», ha aggiunto Benedetto XVI. «Il peccato non è mai solidarietà, è sempre desolidarizzazione».
OBBEDIENZA - Poi Joseph Ratzinger, commentando la Lettera agli Ebrei, ha parlato dell’obbedienza. «È una parola che non piace nel nostro tempo, viene interpretata come alienazione, atteggiamento servile, sottomissione alla volontà di un altro, mentre l’autodeterminazione sarebbe la vera esistenza umana». Per il Papa, invece, libertà obbedienza sono «due cose che vanno insieme», in quanto «l’obbedienza a Dio, cioè la conformità alla verità del nostro essere, è la vera libertà, è la divinizzazione».
Nota: Come sempre ci giungono da questo grande Pontefice parole di verità.
Non ho mai avuto dubbi in proposito: rubare e mentire non sono azioni degne di esseri umani nel senso più alto del termine, che poi vengano praticate diffusamente e a tutti i livelli non può certo consolarci. Quante volte siamo costretti ad ascoltare gente che dice di aver mentito perchè la verità sarebbe troppo dolorosa , o peggio, perchè la verità li avrebbe danneggiato il loro futuro?
Spesso menzogne e ladrocini vanno di pari passo e se questa nostra società malata è incline ad accettare qualsiasi cosa e a calpestare chiunque in nome del benessere, del divertimento, del denaro da accumulare, la voce del Pontefice condanna senza appello chi fa di questi comportamenti uno stile di vita,

mercoledì 10 febbraio 2010

dal Blog di Vitoschepisi per assoluta condivisione!

10 febbraio 2009 Il Giorno del Ricordo: la Storia fatta di silenzi

La storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mistificazioni, non è maestra di vita.

Oltre 60 anni di silenzi e di omissioni. Ma nascondere la storia delle viltà è come esser vili due volte!
Sono stato a Basovizza due anni fa. E’ una località appena fuori Trieste in cui è presente una cavità utilizzata tra l’aprile ed il maggio del 1945 dalle milizie comuniste di Tito per occultare i cadaveri di italiani, in particolare triestini, contrari al comunismo ed all’invasione degli slavi a Trieste.
A Basovizza c’è una delle cavità carsiche chiamate “foibe”, una delle due rimaste in territorio italiano (anche se, a differenza di altre, in origine la cavità di Basovizza era un vecchio pozzo minerario di carbone). Dal 1992 è monumento nazionale.
Ho girato per quei luoghi, sono stato oltre l’attuale confine, in territorio sloveno e croato, già terre italiane. Ed è facile in quei posti lasciarsi trasportare dai ricordi storici e dalla memoria delle tensioni politiche. Ho raccolto così il ricordo delle mie letture sulla fine del fascismo, sulla repubblica sociale di Salò, fino alla conquista della democrazia in Italia. Ho ripercorso le tappe che hanno segnato la storia di queste terre italiane, luoghi bellissimi che ci sono rimasti cari: un territorio così crudelmente martoriato e ferito.
Ho ricordato il Trattato di Pace di Parigi, nel 1947, che tolse alla sovranità italiana Zara, Fiume e l’Istria e pose Trieste ed il suo territorio circostante sotto controllo delle Nazioni Unite. Il Territorio Libero di Trieste. Il fantasma di una nuova entità nazionale mai sorta. E poi nel ’54 la divisione del T.L.T. in due zone, la A e la B, ed il passaggio della città di Trieste sotto controllo italiano, ma anche l’ulteriore tristezza dell’occupazione slava della zona B a sud di Trieste. Capodistria ed altre piccole realtà abitate prevalentemente da italiani dove la pulizia etnica era iniziata da subito dopo il 25 aprile, subito dopo la fine della guerra di liberazione.
Il 25 aprile per Trieste è stato l’inizio di una immane tragedia: un incubo per gli abitanti e per coloro che sognavano un’Italia libera dagli orrori della guerra e delle dittature. Un sogno vilmente infranto nella indifferenza del mondo, ma anche, e ciò è ancora più doloroso, nella disattenzione della politica e della informazione italiana.La divisione geopolitica delle due zone di Trieste fu poi sancita definitivamente con il Trattato di Osimo del 1975.
Una lunga storia di deportazioni, di omicidi, di violenze, di repressione, di pulizia etnica, di crudeltà, di barbarie. Come dimenticare la storia degli esuli istriani e degli italiani cacciati o messi in condizione di lasciare le loro terre ed i loro averi, sottoposti alle angherie del regime comunista del Maresciallo Tito?
I morti si sono contati a decina di migliaia, anche se non è stato mai possibile un censimento. 350.000 sono stati valutati gli esuli fuggiti in Italia: uomini, donne, vecchi e bambini derubati di tutto, senza un soldo, un lavoro, spesso solo con i vestiti indossati e spinti oltre frontiera dal terrore di essere percossi, trucidati, ammazzati.
Il ricordo dei martiri ricorda la Shoah, l’Olocausto infame verso il popolo ebraico, e come questa tragedia ha valore universale, per non dimenticare, perché non sia solo il consueto e generico omaggio alle vittime, ma un monito alle coscienze.
Ciò che è successo a Trieste ed in Istria va oltre gli atti di guerra: si è trattato di crimine. E’ nostro dovere gridarlo e ricordarlo in ogni occasione. Il crimine non può passare sotto silenzio, non lo si può liquidare soltanto come le azioni di comune viltà che ogni conflitto propone.
Il tentativo, per molti anni, di nascondere, di far finta di niente, di sottacere e di compiacere è stato vile. Fu viltà anche quella degli italiani militanti nel pci che si prestarono a collaborare con la ferocia dei comunisti slavi a danno di altri italiani. A Trieste, ad esempio!
La lotta di liberazione in Italia per alcuni fu solo l’occasione per tentare la conquista del potere, il pretesto per esercitare le vendette politiche e personali, un teatro in cui rappresentare le proprie spinte ideologiche: è la verità della storia che emerge!
Non fu vile, infatti, l’azione di Togliatti quando spingeva a barattare Gorizia con Trieste? Non fu vile il cosiddetto “Migliore” nel minimizzare e parteggiare con quei dittatori che usavano gli stessi metodi dei nazifascisti? Non fu vile, oltre che falso, affermare che “
la maggioranza del popolo di Trieste, secondo le mie informazioni, segue oggi il nostro partito”? E che dire dell’odioso cinismo della sua affermazione sulle vittime delle foibe: “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”?
Non avevo idea di queste cavità carsiche ed in verità continuo a non averne. Ho trovato un grosso coperchio di ferro, un quadrato di circa 20 metri di lato che copriva la bocca della cavità. Mi è rimasta la curiosità di queste gole in verticale tra le rocce. Mi aspettavo di vedere questo buco nero nella terra che poi è tra i buchi oscuri della nostra storia nazionale: quella che finora nessuno ha avuto il coraggio di raccontare per davvero e fino in fondo. Tutto intorno una pavimentazione pietrosa con sensazione di trascuratezza e di abbandono. In verità, sono rimasto deluso!
Mi aspettavo un luogo ben curato, come accade per i sacrari in Italia. Ma non ho avuto, invece, la percezione della sacralità e dell’invito a riflettere. Solo la sensazione di un posto come tanti, come uno dei tanti luoghi teatro della nostra storia, ma senza particolare rilievo. Come se non fossero stati nostri fratelli da onorare quei morti, tra cui vecchi, donne e bambini, colpevoli solo d’essere italiani. Ho avuto l’idea che tutti avessero voluto dimenticare e nascondere.
Se si leggono le cronache dell’epoca, le testimonianze dei profughi, se si legge la storia, emerge invece quanto questa terra fosse stata amata e quanto i suoi abitanti avessero sentito fortemente l’attaccamento all’identità nazionale italiana. Un cippo con l’indicazione negli anni delle profondità poi ricoperte con residuati bellici, scarichi di materiali di risulta e di corpi umani di provenienza diversa. Tra questi appunto quelli dei molti italiani che sul finire della guerra, anzi a guerra finita, sono stati trucidati o gettati ancora vivi dai comunisti del maresciallo Tito.
Qualche corona d’alloro rinsecchita, un muro, una scritta, due lapidi: una in memoria di 97 finanzieri italiani trucidati e l’altra in ricordo di tutti i militari italiani e stranieri uccisi nel maggio-giugno 1945 a guerra finita. Tutto qui! Tutto qui a Basovizza per ricordare quanto l’Italia civile abbia pagato per la follia del fascismo e per la viltà del comunismo.
Che pericolo l’Italia ha corso! Subito il pensiero, atroce: e se le truppe di Tito al finire della guerra non fossero state fermate dagli alleati a Trieste? Un brivido gelido lungo la schiena: l’Italia ha rischiato davvero!
Il 10 febbraio di ogni anno è ciò che ci resta. E’ il giorno del ricordo per non dimenticare. Per non dimenticare la storia dei profughi. Per non dimenticare la viltà dei sindacalisti della Camera del Lavoro di Bologna che impedirono la sosta del treno carico di profughi istriani affamati ed assetati, in transito mentre erano diretti a Roma. Per non dimenticare il vile giudizio, severo e sommario, che i comunisti italiani tranciarono su questi fratelli italiani fuggiti dall’orrore.
Così scriveva l’Unità, organo ufficiale dei comunisti italiani: 
“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori”.Eserciti liberatori …la milizia comunista di Tito? …se non fu questa viltà?
Come si può essere orgogliosi d’essere italiani, se non si è in grado di aver dolore e pietà per coloro che sono morti invocando la libertà ed il riconoscimento della propria identità nazionale?
“tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi
ed il silenzio dei morti”
Vito Schepisi

sabato 30 gennaio 2010

MILANO: BUONA ACCOGLIENZA AL DOCUMENTARIO SU MIO PADRE

Ieri mattina nell'Aula Magna dell'Istituto Superiore Virgilio, è iniziato Milano day del documentario DEPORTATO I57633 VOGLIA DI NON MORIRE di Quattrina, tratto dal mio libro omonino.
Oltre 300 ragazzi hanno assistito in religioso silenzio la proiezione e alla fine uno scrosciante battimani e tanta commozione ha sancito l'indiscusso successo del lavoro di Quattrina. Molte domande sono state rivolte anche a me, i ragazzi volevano approfondire, molti di loro hanno acquistato sia il DVD che il mio libro. 
La sera poi abbiamo ripetuto il nostro exploit nella sala consiliare della circoscrizione 3 alla presenza del Vice Presidente del Consiglio Comunale di Milano Andrea Fanzago, al capogruppo del PDL Giulio Gallera, al Presidente della Commissione Cultura della circoscrizione 3 Gianluca Boari e dello storico ufficiale del MILAN dott. Luigi La Rocca.
Il documentario è piaciuto , la storia di Ferdinando Valletti che si salva la vita per una partita di pallone, prima ha incuriosito e poi ha commosso moltissimo. La serata è stata molto bella e densa di emozioni.

Mentre scorrevano i titoli di coda del documentario pensavo a mio padre, alla gioia che certamente ha provato nel vedere realizzato un suo grande desiderio, quello di sensibilizzare i giovani sugli orrori dei lager. Credo che d'ora in avanti portare avanti questo impegno per me sarà più facile. 
NdR

GRANDE SUCCESSO per il documentario DEPORTATO 157633 VOGLIA DI NON MORIRE di Mauro V.Quattrina sulla deportazione di Ferdinando Valletti e la sua incredibile vicenda! Ecco una occasione per vederlo in TV: SABATO 30.01.2010 ore 17.45 TELEPACE Canale 802, questo canale trasmette in tutto il mondo"


Il libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE è disponibile anche in versione E-BOOK immediatamente scaricabile cliccando qui

giovedì 28 gennaio 2010

Una vita da mediano per salvarsi dal lager


Una vita da mediano per salvarsi dal lager

di Daniele Abbiati - IL GIORNALE  pagine nazionali
27 gennaio 2010 - Giorno della Memoria

Ferdinando Valletti giocava nel Milan e fu deportato a Mauthausen. Fu risparmiato perché ai nazisti mancava un difensore: scelsero lui
Sarebbe bello prendere in prestito il titolo del film di John Huston e chiamarla Fuga per la vittoria. Purtroppo, non fu né una fuga, né, tantomeno, una vittoria. Al massimo, possiamo dire che qualcuno si salvò momentaneamente in calcio d’angolo. Anche se il campo di concentramento di Mauthausen era, fra il 1943 e il ’44, il peggiore angolo del mondo dove si potesse finire.
Fra gli altri, vi era finito Ferdinando Valletti (nella foto è l'ultimo a destra). La carriera da mediano, prima all’Hellas Verona, poi al Seregno, quindi nelle retrovie del Milan, durò poco, e non per colpa di un menisco capriccioso. Per colpa di uno sciopero, invece, quello dell’1 marzo 1943. Lo avevano indetto gli operai dell’Alfa Romeo di Milano e il ventiduenne Ferdinando vi aveva svolto, da buon gregario, un ruolo marginale: volantinaggio. Tutt’altro che un fuoriclasse con il pallone fra i piedi, con i libri se la cavava piuttosto bene, tanto che alla scuola interna della fabbrica aveva raggiunto il diploma di perito industriale. Fieno in cascina per il futuro. I fascisti, però, non gradirono quell’azione «sovversiva». Pochi giorni dopo, bussarono alla porta di casa sua, in via Cesare Ajraghi 44, dove viveva con la moglie, da poco in un’attesa che non sarà dolce, ma piena d’angoscia, quella della figlia Manuela. «Vieni giù un momento, dobbiamo fare quattro chiacchiere». Lui scende, in ciabatte. È l’inizio della fine. Prima il carcere di San Vittore, poi il famigerato binario 21, destinazione Mauthausen, la trasferta più lunga.
Dai sogni di scudetto e di libertà alle pietre della cava, dove il cuore batte forte al ritmo delle martellate. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, la fabbrica dell’orrore e dell’umiliazione produce a ciclo continuo, mentre i forni crematori bruciano, con i corpi dei compagni, ogni speranza di salvezza.
Ma accade l’imponderabile. Alle belve non basta prendere a calci le vite altrui, si dilettano anche a tormentare la sfera di cuoio. Partitelle in famiglia, amichevoli, cameratesche. Una volta, però, manca all’appello un elemento. Che si fa? Non si gioca? Nein, vediamo se fra i relitti della cava s’annida una potenziale riserva. Proviamo con quello targato I (come Italia) 57633. Sotto il numero pesantissimo della casacca ci sono i 39 chilogrammi di pelle e ossa appartenenti proprio a Valletti. Coraggio, si torna in campo. Ferdinando, raccogliendo chissà dove le energie, fa conto di essere all’Arena Civica di viale Gadio, e ci dà dentro. I rudimenti dell’arte pedatoria sono sopravvissuti all’inferno, così il provino viene superato a pieni voti. Da panchinaro rossonero a panchinaro al servizio dei nazisti, un bel salto all’indietro, nelle gerarchie dell’umanità.
«Promosso» per conseguenza a sguattero, il Nostro s’impegna a «trafugare» gli scarti delle cucine e a passarli, con tutte le cautele del caso, a chi è più sfortunato di lui. I mesi trascorrono così, fra un passaggio destinato agli attaccanti in camicia bruna e una buccia di patata allungata a un compagno moribondo. E quando, il 5 maggio del ’44, arriva l’ormai insperata liberazione, non c’è tempo né voglia di festeggiare il gol più bello. Bisogna rimettere insieme i cocci di un’esistenza presa per i capelli a un passo dal baratro.
«Quando tornò a casa - ricorda oggi la figlia Manuela, che all’odissea di papà ha dedicato il libro Deportato I 57633. Voglia di non morire (ed. Boopen, Napoli, 2008) - era in condizioni pessime. Io avevo 10 mesi. Per molti anni non volle parlarci della sua esperienza. Riprese il lavoro, tenendosi in contatto con alcuni amici che si erano salvati. Gli diedero anche l’“Ambrogino d’Oro”. Soltanto ultimamente (Valletti è morto nel luglio del 2007, ndr) aveva accettato di raccontarsi ai ragazzi delle scuole, togliendo il velo dietro cui nascondeva il tormento dei ricordi. Nel ’50 era tornato, con alcuni colleghi dell’Alfa Romeo, a Mauthausen».

Anche Mauro Vittorio Quattrina è stato da quelle parti. Per realizzare un documentario sulla prigionia di Valletti. Presentato in anteprima a Verona il 21 gennaio scorso, verrà proiettato oggi alle 10 al Polo universitario di Imperia (via Nizza, 8), domani alle 20.30 a Verona (Aula Magna delle scuole Fincato/Rosani in Via Badile, Borgo Venezia), venerdì alle 21 a Milano (Sala Consiliare del Consiglio di Zona 3, Via Sansovino, 9), sabato a Peschiera del Garda (Sala Conferenze della Biblioteca di Peschiera). «A ogni proiezione abbiamo avuto centinaia di presenze - spiega Quattrina -. E molti mi dicono “perché non ne fate un film?”. Io sarei pronto a farlo, visto che la sceneggiatura l’ho già scritta. Ma le televisioni che ho interpellato, di Stato e non, sembrano poco interessate alla cosa. Io sono qui, se nel frattempo qualcuno avesse cambiato idea».
Questa è una partita troppo importante, merita di finire ai tempi supplementari.

mercoledì 27 gennaio 2010

RICORDIAMO, RICORDIAMOLI!

Oggi si celebra in tutto il mondo la GIORNATA DELLA MEMORIA, io lo farò a RAI NEWS 24 alle ore 11.30 parlando di mio padre Ferdinando Valletti e del documentario che racconta della sua deportazione e della sua voglia di non morire. Mio padre è tornato a casa e ora che non c'è più continua a vivere nel mio ricordo e nel ricordo dei molti che hanno letto e leggeranno il mio libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE e che vedranno il documentario di Mauro Vittorio Quattrina.che porta lo stesso titolo.


martedì 24 novembre 2009

La seconda edizione del libro "Deportato I57633 Voglia di non morire

E' uscita la seconda edizione del mio libro "Deportato I57633 Voglia di non morire". Il libro è stato arricchito con nuova documentazione, con altre foto e con le mie riflessioni su che cosa ha significato per me essere figlia di una deportato, una esperienza che mi appartiene  dalla nascita e di cui solo ora che mio padre se ne è andato, riesco a comprendere il profondo significato.
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"Deportato I57633 Voglia di non morire" lo potete acquistare on line

lunedì 16 novembre 2009

Manuale di Pronto Soccorso Veterinario

L'Associazione Proprietari Responsabili, che da anni si batte per una perfetta integrazione cani-padroni-società, ha promosso un volumetto di grande interesse, si tratta di un Manuela di Pronto Soccorso Veterinario molto pratico ed essenziale che consente ai proprietari di cani e gatti di prendersi cura dei loro amici in qualsiasi evenienza e con efficacia in attesa dell'arrivo di  un veterinario in carne ed ossa.

"Che cosa fare se il tuo cane o gatto ha un incidente? Come provargli la febbre, come fare una fasciatura o una iniezione, come estrarre un corpo estraneo dalla gola e molto altro ancora, partendo da nozioni di base e dalla conoscenza del proprio animale."

Ecco il Manuale, chi volesse acquistarlo lo può fare on line cliccando questo link , ne esiste anche un versione
E-BOOK, immediatamente scaricabile sul computer che è più economia di rapida consultazione, per l'edizione E-BOOK cliccate qui

lunedì 2 novembre 2009

Presenze

Oggi è una giornata piovosa, tipica "da giorno dei morti", sento ancora la voce della mia nonna che usava questa espressione. La mia squadra oltre il ponte si è fatta più numerosa con il passare del tempo, ora accanto alle mie nonne, a qualche mia zia, c'è il mio papà ed è a lui che penso in giornate come queste.
La sua foto mi sorride, è una immagine bellissima che mette in risalto il suo volto aperto e sincero, i suoi occhi che  brillano, proprio come accadeva quando era particolarmente felice e il suo entusiasmo era contagioso; per questioni familiari piuttosto sgradevoli non ho la possibilità di portargli  un fiore, ma il mio colloquio con lui non è mai terminato,  a lui racconto  tutto quanto mi accade e se ho bisogno di aiuto la sua risposta arriva sempre. Farò così anche oggi. Credo che questo rapporto così bello, così intenso di scambievole affetto sia possibile solo tra persone che si sono volute tanto bene e noi due ce ne siamo voluto tantissimo. 
E' rassicurante sapere che il mio papà mi è accanto....oggi voglio regalargli  un abbraccio lieve come una carezza e dirgli  "Ti voglio bene papà"!

 

martedì 27 ottobre 2009

La Procura s’inventa la legge a due velocità


Il bollettino della sconfitta è un foglio apparentemente insignificante, uno dei tanti moduli prodotti ogni giorno dalla burocrazia italiana. Eppure è con queste poche righe prestampate che la Procura della Repubblica di Milano prende atto di una realtà che ormai è sotto gli occhi di tutti: la sua incapacità di dare risposta alla richiesta di giustizia che viene dai milanesi. Denunce e querele presentate ormai da quasi un anno giacciono abbandonate in un ufficio al pianterreno senza che nessuno si sia mai occupato di indagare. Anzi, nessuno ha mai compiuto nemmeno l'atto più elementare, quello che dà il via alla azione della magistratura: l’iscrizione della denuncia nel registro delle notizie di reato, il gesto che trasforma la denuncia di un cittadino in un procedimento penale.
Quel gesto dovrebbe essere automatico e immediato. Invece il modulo intestato «Procura della Repubblica» dice che non è sufficiente presentare una denuncia perché ad essa venga dato il seguito previsto dalla legge. Il cittadino che - magari mesi fa, a volte un anno fa - ha sporto la sua denuncia senza che accadesse nulla, deve tornare in tribunale. E chiedere all’«Illustrissimo Procuratore della Repubblica» che la sua denuncia venga finalmente iscritta nel registro.
Ma non basta. Il cittadino deve anche specificare - in una e riga e mezzo di spazio - i motivi che lo spingono a chiedere che la giustizia faccia quello che è obbligata a fare. Il modulo, insomma, teorizza una sorta di doppio binario: da una parte le denunce che si possono considerare carta da macero, dall’altra quelle di cui il cittadino ha davvero diritto (dopo averne specificato i motivi, come si trattasse di una sua pretesa) che la giustizia prima o poi si occupi.
Il modulo non fa riferimento - come invece accade di solito - ad alcun articolo del codice di procedura penale. E non potrebbe essere diversamente, per il semplice motivo che il codice stabilisce in tutt’altro modo come dovrebbe funzionare la faccenda. All’articolo 335 («Registro delle notizie di reato») si legge che «il pubblico ministero iscrive immediatamente nell’apposito registro custodito presso l’ufficio ogni notizia di reato che gli perviene». La legge non prevede altre strade, domande, tempi, moduli, spiegazioni. «Immediatamente», dice.
Come e perché si sia arrivati a questa situazione non è facile da capire. Il sindacato punta da sempre l’indice contro le carenze di personale che di fatto renderebbero impossibile lo smaltimento del massiccio carico di lavoro dell’ufficio notizie di reato, dove sono presenti solo trenta impiegati invece dei novantasei che dovrebbero esserci. Ma la carenza di personale è un guaio storico del palazzo di giustizia milanese. Ed è difficile negare che una Procura che dieci anni fa era una macchina da guerra di straordinaria efficienza oggi appaia in affanno sul piano dell’organizzazione: che, per un ufficio-azienda con cento pubblici ministeri, centinaia di cancellieri, assistenti, agenti di polizia giudiziaria, è un piano cruciale.
Certo, si potrebbe obiettare che la grande parte delle trecentomila denunce in attesa di giustizia riguardano reati minori: furti d’auto, danneggiamenti, truffe, molestie. Ma sono molti gli avvocati che lamentano come il «tappo» creato dall’ufficio al pianterreno impedisca di ottenere giustizia anche per reati che - grandi o piccoli che siano per la legge - incidono pesantemente sulla vita del cittadino qualunque.




da il Giornale - Luca Fazzo

Nota a margine
La notizia si commenta da sola, consideriamo poi che ai tempi lunghi per l'avvio dell'azione penale o civile che sia, ci sono poi i tempi per lo svolgimento della causa o del processo (3 anni circa ), i probabili tempi per il ricorso in appello e poi per la pronuncia definitiva della Cassazione, se diciamo che una sentenza definitiva potrebbe intervenire in circa 10 anni non andiamo molto lontano dalla realtà.

mercoledì 21 ottobre 2009

Le persone

Le persone sono spesso irragionevoli, illogiche ed egocentriche;
Perdonale comunque.

Se sei gentile, le persone potrebbero accusarti di essere egoista, di avere secondi fini;
Sii gentile comunque.

Se hai successo, troverai dei falsi amici e dei veri nemici;
Abbi successo comunque.

Se sei onesto e franco, le persone potrebbero ingannarti;
Sii onesto e franco comunque.

Ciò che per anni hai costruito, potrebbe essere improvvisamente distrutto da qualcuno.
Costruisci comunque.

Se trovi la serenità e la pace, esse potrebbero essere invidiose;
Sii felice comunque.

Il bene che oggi fai, domani le persone potrebbero dimenticarlo;
Fa' il bene comunque.

Da' al mondo il meglio che hai e potrebbe non essere mai abbastanza;
Da' al mondo il meglio che hai comunque.

Come vedi, in ultima analisi, tutto avviene tra te e Dio.
Non è mai stato in alcun modo tra te e loro

Madre Teresa di Calcutta



Nota: ringrazio il mio caro amico Stefano per avermi inviato questa bellissima nota di Madre Teresa, l'ultimo capoverso ha  il potere di riportare tutto ciò che ci accade nella giusta dimensione, anche se poi non è così semplice farne uno stile di vita.

martedì 20 ottobre 2009

La battaglia di Papa Benedetto è la nostra battaglia!



Benedetto XVI contro l'Ue "Radici cristiane ignorate, così si snatura l'identità"
Compito dell’Europa di oggi è quello di riaffermare la propria eredità umanistica e cristiana in base alle quale deve difendere "la vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale". È quanto ha affermato questa mattina il Papa ricevendo le lettere credenziali del capo delegazione della Commissione della Comunità europea presso la Santa Sede, il francese Yves Gazzo. Secondo il Santo Padre, infatti, i valori sui quali si fonda l’Unione europea "sono il frutto di una storia lunga e sinuosa nella quale, nessuno lo può negare, il Cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano".

La difesa del matrimonio "Le immense risorse intellettuali, culturali, economiche del continente - ha detto il Papa - continueranno a dare dei frutti se saranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea". "Questa tradizione umanistica - ha aggiunto il Pontefice - nella quale si riconoscono correnti di pensiero anche molto differenti fra loro, rende l’Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione". "Si tratta principalmente - ha detto ancora Benedetto XVI - della questione del giusto e delicato equilibrio fra l'efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell’ ambiente e soprattutto dell’indispensabile e necessario sostengo alla vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e alla famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna".

La natura dell'Europa "L’Europa - ha, quindi, spiegato Benedetto XVI - sarà realmente sè stessa solo sapendo conservare l’originalità che ha costruito la sua grandezza e che è in grado di fare di essa, domani, uno degli attori maggiori nella promozione dello sviluppo integrale delle persone che la Chiesa cattolica considera come l’unica via capace di rimediare agli squilibri presenti nel mondo". Se viene meno il riferimento all’eredità cristiana europea, aveva spiegato poco prima il Papa, c’è il rischio che i valori fondanti della tradizione europea possano essere "strumentalizzati da individui o gruppi di pressione desiderosi di far valere degli interessi particolari a svantaggio di un progetto collettivo" che ha come obiettivo principale "la cura del bene comune degli abitanti del continente".

martedì 13 ottobre 2009

ALLA GUERRA DELLE DONNE IO NON ANDRO'!

Dopo il caso Bindi, l'opposizione chiama all'adunata generale, ma da anni definisce fasciste o gallinelle le esponenti del centrodestra. La verità è che questa è solo l'ennesima campagna di odio contro Berlusconi


di Giorgia Meloni Ministro da il Giornale


Alla guerra delle donne ci si deve andare con i capelli tagliati corti, la gonna lunga, lo sguardo truce, e slogan di quarant'anni fa, tipo «fallo a pezzi!». Anche se questa volta si tratta del Capo del governo. Oppure si può scegliere di non partecipare all'ennesima guerra tra italiani, tra donne, tra donne e uomini, in nome dell'ennesima ideologia. Si può scegliere, semplicemente, di lavorare per se stesse, per la propria gente, per la nazione, senza per forza buttarsi in politica. O ancora si può scegliere di fare politica nel centro-destra. Si può persino scegliere di non odiare gli avversari, mettendo in discussione le proprie convinzioni, confrontandole quotidianamente con la realtà che ci sta intorno, consapevoli di non avere alcuna supremazia
Non combatterò questa guerra: la solidarietà a senso unico mi scoccia morale o intellettuale da esibire, ma solo idee diverse per il bene di tutti.
Alla guerra delle donne, io non andrò per diversi motivi.
Innanzitutto perché, come ho già avuto modo di rimarcare un paio di giorni fa, mi scoccia profondamente la solidarietà a senso unico. Quella che chiama all'adunata generale per una battuta poco elegante del premier, ma non si smuove mai per le volgarità e il violento disprezzo che quotidianamente si riversano sulle donne che hanno scelto di votare o impegnarsi nel Popolo della Libertà. Anzi ci si sghignazza sopra, ci si rotola dentro, ci si accuccia sotto. E sì che ogni giorno ce ne sarebbe una per indignarsi in difesa di queste donne. Sono anni che le donne che assumono incarichi di responsabilità nel centrodestra vengono descritte come fasciste esaltate, o prostitute, o magari «gallinelle del potere» (copyright Giorgio Bocca).
Sono anni che perfino le donne che scelgono semplicemente di votare per il Popolo della Libertà odi militare nel centrodestra vengono villaneggiate, dipinte come stupide borghesi o povere schiave di «Beautiful» e della «Ruota della fortuna». Ciononostante, queste donne non hanno mai chiesto solidarietà a nessuno, né si sono mai abbandonate all'odio per chi votava un altro partito. Piuttosto, hanno continuato a lavorare, a crescere figli, a svolgere dignitosamente la propria esistenza, e talvolta il proprio impegno politico e civile.
Alla guerra delle donne, io non andrò anche per solidarietà nei confronti del Capo del governo, liberamente eletto dal popolo italiano. Perché è legittimo contestare la battuta di Berlusconi a Rosy Bindi, e io stessa me ne sono dispiaciuta, ma allora si deve avere anche l'onestà intellettuale di prendere le distanze dall'uso quotidiano di insulti che viene fatto nei confronti del Premier. Provateci voi a sopportare, ogni singolo giorno, l'accusa di essere mafiosi o pedofili, «ominicchi» o «psiconani», tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Sì, perché anche l'estetica può essere un ragionevole motivo per insultare l'avversario, basta che questi sia di centrodestra. E che a insultare siano un Franceschini o un Di Pietro qualunque.
Alla guerra delle donne non andrò perché non voglio diventare un politico incapace di rispettare chi viene scelto dal popolo italiano, a meno che non sia lo stesso votato da lui. Una persona incapace di amare la propria gente a prescindere dalle idee politiche che esprime. Una donna che non sa resistere al bando di arruolamento di una nuova campagna di odio della sinistra e delegittima se stessa nello strumento di un'altra guerra più bella che intelligente.

domenica 11 ottobre 2009

Anziani poveri e soli, abbandonati anche dalle famiglie


Il Papa: «Anziani poveri e soli, abbandonati anche dalle famiglie»

«Le nostre società devono riscoprire il posto e l'apporto di questo periodo della vita»



Benedetto XVI (Ansa)
Benedetto XVI (Ansa)
ROMA - «Tante persone anziane soffrono di molteplici povertà e di solitudine, essendo a volte anche abbandonate dalle loro famiglie». Lo ha detto papa Benedetto XVI parlando di una dei cinque nuovi santi proclamati domenica, santa Maria della Croce, che dedicò all'assistenza degli anziani buona parte della sua esistenza.
Le nostre società - ha detto il Papa - «devono riscoprire il posto e l'apporto unico di questo periodo della vita», seguendo il «faro» di santa Maria della Croce, al secolo Juanne Jugan, che si prese cura non solo delle piaghe e delle sofferenze degli anziani, ma soprattutto «della dignità dei suoi fratelli e delle sue sorelle in umanità resi vulnerabili dall'età, riconoscendo in loro la persona stessa di Cristo». Un rispetto che sarebbe dovuto da tutti, ma che santa Maria della Croce portò con gioia alle estreme conseguenze. «Questo sguardo compassionevole sulle persone anziane, attinto dalla sua profonda comunione con Dio, - ha sottolineato il pontefice - Jeanne Jugan l'ha portato nel suo servizio gioioso e disinteressato, svolto con dolcezza e umiltà di cuore, facendosi povera tra i poveri», «accettando serenamente il nascondimento e la spoliazione fino alla morte».
da: Il corriere della sera