lunedì 14 luglio 2014

Lettera aperta da una amica che vive a Tel Aviv



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12 luglio 2014 alle ore 15.28

Salve, il mio nome e Giulia e abito a Tel Aviv. Ci abito adesso, perche io non sono nata qui. Io sono di Rimini, la bella Rimini, in Romagna.

E semplicemete capitato che sia venuta a vivere in questo paese, non l'avrei mai detto. Io mi sono solo innamorata di un timido ragazzo incontrato per caso sui banchi di scuola all'universita, un ebreo e un israeliano.

Sono ormai due anni che mi sono trasferita e sento di dover condividere in questo delicato momento il mio bollettino. Io qui non ci sono nata, e non sono nemmeno ebrea. Ho guardato un po stupita , come spettatrice, questo mondo in cui mi trovo. E ho imparato. Ho imparato che gli isreliani sono un popolo forte. Piu forte di quello che avrei potuto immaginare. E allora voglio spiegare un po il perche.

Tra una telefonata e un facetime a casa, nell'ultima settimana, mi sono ritrovata a dover correre alla disperata ricerca di un rifugio per me ed il mio piccolo bimbo di 3 mesi, stretto stretto fra le mie braccia. E in questo momento e proprio da qui che sto scrivendo, dal bunker di cemento che hanno costruito dentro il mio appartamentino.

Mi ero svegliata non da molto (si sa, con un bambino cosi piccolo le notti sono ancora lunghe). Ero sul terrazzo, sulla mia sedia a dondolo rossa comprata in uno dei nostri afosi venerdi di luglio, in un piccolo mercatino arabo. Il mio bimbo mi stava regalando uno dei suoi primi sorrisi del mattino, quando improvvisamenre sento una sirena.

Non riesco a descrivere cosa siglifichi ascoltarla. Fra pochi ISTANTI un missile cadra qui vicino.

I primi attimi sono sempre gli stessi. Non penso sia piu di qualche secondo, ma inizialmente il mio cuore si ferma. Perde un battito. E mi chiedo se me lo stia immaginando, ancora. Perche da quando hanno cominciato a sparare i missili anche qui, io tutti i rumori li ascolto!

Alcune volte al giorno, se lavo i piatti mi fermo e spengo l'acqua, e ascolto. Ascolto se quel rumore e l'inizio di una sirena oppure un altro treno che passa vicino a casa mia. Perche io non sono mica nata qui. Mi ci devo abitauare. E questa volta e davvero.

E allora mi alzo subito dalla mia sedia a dondolo e trascino il mio cane, chiamo mio marito e la mia mamma, che mi e venuta a trovare per pochi giorni, per vedere il suo primo nipotino, e chiudo dietro di me la pesante porta del bunker.

Appena mi siedo, sento il mio cuore battere dentro le mie orecchie e un "boom" rimbomba nella stanza. Poi un altro. E un altro ancora. E la porta, che nella fretta non avevo chiuso a chiave. si apre improvvisamente. Noi non parliamo, per qualche secondo. Non sappiamo cosa sia successo, non lo possiamo sapere. E aspettiamo, in silenzio. Forse e finita per ora. Usciamo.

Che strana sensazione. Ho paura, ancora il cuore batte forte e il mio bimbo mi stringe il braccio, rannicchiato come un piccolo ranocchio. Eppure mi sento fortunata. Fortunata! Io ho fatto tutto questo forse in 45 secondi. La sirena mi da un margine di al massimo 1 minuto e mezzo. A non piu di 40 km da qui io forse non sopravviverei. Perche loro hanno 15 secondi. 15 SECONDI. Se avessi avuto un altro bimbo e una casa a 2 piani, non sarei nemmeno riuscita ad andare a prendere l'altro bambino per metterli al sicuro entrambi. E loro sono bombardati qusi senza tregua dal 2005, esattamente da quando l'esercito israeliano ha lasciato Gaza nella speranza di favorire un dialogo di pace.

Pero voglio dirvi qualcosa di chi sono io. Io sono una dottoressa. Ho studiato nella Bologna, La Rossa. E sono una ragazza normale, una piccola Romagnola. Sono cresciuta mangiando di gusto la piadina col prosciutto e andando alla spiaggia nelle affollate estati riminese. Sono anche cresciuta e stata educata in un ambente piuttosto di sinistra. Anche la mia mamma e una dottoressa, e la mia vita e stata sempre piuttosto tranquilla!

Quando mio marito, medico anche lui, mi ha chiesto dopo essersi laureato di trasferirmi a Tel Aviv, almeno per la nostra specializzazione, perche proprio gli mancava tanto casa sua, io quasi immediatamente e spontaneamente ho detto "si!".Nessun rimpianto.E da quando sono venuta a vivere qui ho incontrato tante persone cosi diverse da me, e ho conosciuto. E ho imparato. E non e stato sempre facile. Ho imparato che gli israeliani sono difficili. Che sono cocciuti. Che sono orgogliosi.

Ma ho anche imparato che gli israeliani sono persone buone. Che hanno un grande grande cuore. Che gli israeliani sono come una enorme, unica famiglia. Che sono solo 6 milioni. E che sono sognatori. E sanno combattere come nessun altro per i loro sogni.

Ma non mi si deve credere sulla parola. Voi non mi conoscete. Si deve venire. Tu, che controlli sdegnato gli aggiornamenti sul conflitto arabo-palestinese sul tuo giornale online. Tu che parli come se avessi la verita in mano, di quanto "gli israeliani potrebbero fare la pace con Hamas se solo veramente volessero". Tu che pubblichi su Facebook foto di cui non capisici minimanete il significato, VIENI QUA. Parla per la prima volta nella tua vita con un ebreo. E con un israeliano. Vieni a conoscerci. Prendi un biglietto, appena sara di nuovo un po piu calmo, prima che Hamas decida di bombardarci ancora, e invece di andare in vacanza altrove, prenditi qualche giorno per stupirti. Non hai idea di quello che vedrai. Della civilta meravigliosa e delle persone che incontrerai.

Prima di concludere, dal momento che voglio andare a far compagnia a mio marito, che in quanto pediatra e tornato da un turno di 26 ore dove ha dovuto prendersi cura di bambini (sapete, anche noi abbiamo dei bimbi che amiamo) terrorizzati dagli allarmi. voglio scrivere questa ultima cosa.

Io sono una specializzanda in Cardiochirurgia (chiedete pure quante donne sono chirurghe o addirittura cardiochirurghe in Italia) e nel mio ospedale almeno la meta della mia giornata lavorativa la passo in sala a operare bambini malati di patologie cardiache e provenienti da tanti Paesi in tutto il mondo. Questo e il risultato dell'enorme sforzo di una associazione israeliana , "save a child's heart" ,il cui scopo e di identificare bambini con patologie al cuore e che non potrebbero sopravvivere senza una complessa operazione che i medici dei loro paesi non sanno eseguire.

E allora grazie a donazioni di persone da tutto il mondo e di tantissimi israeliani, si riesce a portarli da noi, spesso con la loro mamma, dove vengono operati e curati.

Il mio primario dr Sasson ne opera almeno 2 al giorno. Non si prende vacanze. Ritorna in ospedale a tutte le ore della notte. E solo perche lo sappiate, io questo non lo dico quasi mai, lo sapete da dove vengono la maggioranza dei bambini? Da Gaza. Io e con me tanti israeliani diamo i nostri risparmi per salvare il cuore e la vita di un bambino di Gaza. Quella stessa Gaza che adesso mi fa stare chiusa con il MIO bambino dentro questo bunker e minaccia di abbattere l'aereo che mia mamma potrebbe prendere nei prossimi giorni. E allora da qui dentro io voglio dire che nonostante i loro missili e le loro minacce, il mio cuore e pieno di forza, e che io posso solo essere orgogliosa di essere una cittadina di questo meraviglioso paese che è Israele.

FONTE: una amicizia su FB

mercoledì 11 giugno 2014

Il mio libro sull'Alzheimer ora si vende in USA

"Papa" mi portava in bicicletta" il mio libro sull'Alzheimer ora sarà venduto in USA e Canada... ecco il comunicato stampa per il lancio del libro che è acquistabile a questo link
http://www.americastarbooks.net/9781632492142.html.

For Immediate Release
Contact: Public Relations Department
PRDept@americastarbooks.com
www.americastarbooks.com

America Star Books Presents Papà Took Me Cycling: The Four Years That Changed My Life by Manuela Valletti Ghezzi Frederick, MD June 10, 2014 – America Star Books is proud to present Papà Took Me Cycling: The Four Years That Changed My Life by Manuela Valletti Ghezzi from Italy. One evening in 2003, after discovering that her dad was diagnosed with Alzheimer’s, the author decided to start a blog. She needed to find a way to deal with it and writing was her only comfort. When her father passed away, rereading what she had written over the course of four years made her realize that her father lived an extraordinary life, surrounded by people that mattered. From the online diary, a great book came about. It is a story of a father’s life taken too soon and the daughter’s struggle to fight for him and with him. Despite the pain it caused, life must go on. At one point, the author had to wonder if it is true that Alzheimer’s patients do not understand and do not recognize their loved ones, if they do not care at all. It is not. The readers will discover that the key to being able to communicate with them is love. Love is underrated and overrated at the same time, yet powerful beyond understanding. Alzheimer’s patients are and will remain the same people despite the struggle. They deserve the same care, love and respect, until the end. They are fighting, and we must, too. America Star Books is the home of almost 50,000 authors. America Star Books is a traditional publishing company whose primary goal is to encourage and promote the works of new, previously undiscovered writers. Like mainstream publishers, America Star Books pays its authors royalties and makes its books available through all bookstores. America Star Books offers a distinctly personal, supportive alternative to vanity presses and less accessible publishers. Visit us online at www.americastarbooks.com, Facebook and Twitter.

domenica 1 giugno 2014

"Farsi prossimo": una filosofia di vita

Convegno diocesano "Farsi prossimo": Duomo di Milano 15 novembre 1986, Centro congressi Milanofiori 21-23 novembre 1986



Sono passati molti anni da quel convegno che vedeva nella partecipazione attiva alla politica uno dei modi più alti del "farsi prossimo" di ogni cristiano, ho partecipato a quel convegno con molta emozione, ero presente nelle istituzioni e il mio impegno era sincero e la mia motivazione all'impegno era stata una presa di coscienza diretta della necessità di darsi da fare per migliorare la vita della gente della mia circoscrizione a Milano, per l'esattezza la circoscrizione 19.Sul palco del Teatro Lirico di Milano  aprii con altri colleghi consiglieri e con il Vicario Episcopale di Milano Mons. Marco Ferrari il convegno che poi per il proseguo dei lavori si trasferì ad Assago, ero emozionatissima ma certa che quella era la cosa da fare.
Il Cardinale Martini aveva preso a cuore l'impegno dei cristiani in politica e con quel convegno aveva istituito a Milano una sorta di scuola che conducesse all'impegno diretto di molti giovani nelle istituzioni a tutti i livelli, erano anni di grande speranza, erano anni in cui nessuno avrebbe potuto prevedere lo sfascio che solo pochi anni dopo avrebbe investito la politica e con essa le istituzioni.
Nel 1992, solo 6 anni dopo  la classe politica italiana venne spazzata via da Tangentopoli, da allora ad oggi anche la Chiesa è stata investita da molti scandali e l'Italia in questi anni sta toccando il fondo per quanto riguarda l'economia.
Dove sono finiti tutti quei giovani formati dalle scuole diocesane per la politica? Questa domanda rimane senza risposta e non per fare di tutta l'erba un fascio... esempi di coinvolgimento di cattolici, ad esempio di Comunione e Liberazione, in scandali più o meno gravi sono all'ordine del giorno.
Si dice anche che la magistratura abbia agito ad orologeria e nei confronti di alcuni partiti e non di altri, probabilmente è vero, ma questo non mi consola per nulla.
Dove può andare un Paese che perde fiducia nelle politica, nelle istituzioni, nella magistratura e nella Chiesa?
Ognuno di noi faccia leva sul suo personalissimo "farsi prossimo" che è valido in ogni campo e forse qualche cosa cambierà.... forse.

martedì 20 maggio 2014

Il Milan si accasa ma dimentica il grande cuore rossonero

Dopo una stagione molto deludente (e non solo una) i dirigenti del Milan hanno inaugurato ieri la nuova sede milanese della squadra, un grande palazzo tinto di rosso e nero molto moderno, tecnologico e forse un po' asettico, che dovrebbe offrire accoglienza a tutti gli sportivi milanisti insieme ad una serie di servizi, ristorante compreso.
Il Milan è la mia squadra del cuore, lo è  per la mia famiglia e per i miei figli, lo è stata per mio padre che ci ha giocato prima che io venissi al mondo e prima che venisse deportato a Mauthausen, quindi per una serie di ragioni molto comprensibili, voglio bene al Milan, vorrei ritornare a sognare con le sue vittorie spettacolari e respirare ancora quello spirito di squadra che lo ha fatto grande. Credo che questo lo vorrebbero tutti i suoi tifosi e sono moltissimi.
Ai primi di aprile sono stata contattata da una persona dello staff di Casa Milan, mi venivano richieste foto vecchie e documenti  inerenti all'appartenenza di mio padre alla squadra  che potessero  apparire a nel Museo storico del Milan. Ho provveduto naturalmente ad inviare il materiale, compreso il mio libro Deportato I 57633 Voglia di non Morire  e il documentario realizzato dal registra Mauro Vittorio Quattrina che ha lo stesso titolo.
Non ho più saputo nulla. Lunedì scorso, ho provato a ricontattare la persona del Milan Club per sapere come procedeva il lavoro dell'allestimento del Museo, mi è stato risposto che era tutto fatto, che mio padre era presente ma che non avendo io richiesto l'invito per l'inaugurazione non avrei potuto essere presente.
Ora, io non volevo certo essere invitata, direi che gli inviti si ricevono e non si richiedono,,, ma lasciamo perdere, da tutto questo ne ho però ricavata una  sensazione che non mi è nuova  e che non mi è piaciuta per nulla,  una mancanza di sensibilità verso chi  nel Milan ci ha giocato in tempi non sospetti, ossia quando al massimo ricevevi per la tua prestazione calcistica un buono pasto, parlo del 1941. Mio padre allora aveva vent'anni e il calcio era la sua passione, non certo la sua fonte di guadagno.
Mi è scappata una risposta molto dura  per il mio interlocutore, gli ho detto "Ricordi sempre amico mio, che è il Milan a dover essere onorato di aver avuto un giocatore come mio padre e non il contrario", ho capito di averlo mandato un po' in confusione, ma nulla di più.
D'altra parte questo Milan non sarebbe piaciuto a mio padre, non gli sarebbe piaciuto per nulla, lui metteva il cuore in tutto ciò che faceva, e in questo Milan il cuore non c'è. Questo non è il Milan che lui ha citato con orgoglio davanti alle SS naziste quando gli chiesero se sapeva giocare a calcio, Questo Milan non riesce a trasmettere la passione, l'orgoglio dell'appartenenza, è  troppo snob, manca di umiltà, manca di cuore e se non ritrova la sua gloriosa storia non ritornerà a vincere.


martedì 29 aprile 2014

Questa Europa continua a non piacermi

Sull'Europa non ho cambiato idea, pensavo che fosse un grande bluff quando ci veniva presentata come un miracolo di cooperazione, di guadagno, di integrazione dei popoli, lo penso ancora ora ma con una aggravante, la grande miseria che questa Europa ha creato a causa delle sue scelte economiche, delle sue ottusità sociali e della sua mancanza di idealità. No, questi non sono gli Stati Uniti d'Europa che in fondo tutti noi avevamo sognato, siamo rimasti divisi anche più diprima per le grandi diseguaglianze sociali che la politica è riuscita a creare.
Alla vigilia delle nuove elezioni Europee gli euroscettici sono in aumento e allora ho pensato di pubblicare qualche articolo a firma prestigiosa per conoscere anche le ragioni degli altri.
Inizio con questo articolo di Marcello Foa da Il Giornale

Gli euroscettici volano. Non è il caso di capire perché?

In Gran Bretagna, Nigel Farage vola nei sondaggi e alle prossime europee potrebbe risultare addirittura il primo partito. In Francia Marine Le Pen sta crescendo moltissimo. In Italia gli unici due partiti dichiaratemente anti euro, la Lega e Fratelli d’Italia, sono in ascesa mentre ancora non si capisce quale sia la posizione di Beppe Grillo. Persino in Germania  il nuovo partito Alternative für Deutschland, per non parlare della Grecia, dell’Olanda e di realtà di tanti altri Paesi europei. Sconosciute al pubblico. I media tacciono oppure se ne occupano per rimestare  la solita accusa di populismo o per ribadire i soliti luoghi comuni.
Pochi si interrogano, ad esempio, suelle ragioni che spingono il britannico Farage – a mio giudizio oggi il più brillante leader politico d’opposizione europeo – a distanziarsi dalla Le Pen. Per una ragione semplice: non conoscono né l’una né l’altra. Ecco perché ritengo meritevole l’iniziativa de ilgiornale.it – sito che ho avuto il piacere di dirigere e che ancora oggi ospita il mio blog – di mandare due inviati in giro per l’Europa a raccontare l’altra Europa, quella che i grandi media non raccontano. E di farlo chiedendo il sostegno dei lettori, attraverso il crowdfunding ovvero il finanziamento partecipativo (come potete leggere qui ), di solito usato per finanziare reportage di guerra.
Il giornalismo a cui credo è quello che si propone di capire e di spiegare prima di prendere posizione. Oggi in Europa, oltre a un deficit democratico c’è un evidente deficit informativo che i media affermati dovrebbero colmare non fosse che per dovere di cronaca e per permettere ai propri lettori di  formarsi un’opinione. Ecco perché auguro successo a questa iniziativa dei miei amici ed ex colleghi de ilgiornale.it
Dimenticavo: uno che non ha paura delle proprie opinioni è Claudio Borghi Aquilini, come dimostra in questa intervista . Leggete e poi dissentite. O assentite…

lunedì 24 marzo 2014

L'ultimo saluto: era io padre!


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Cinquanta giorni, un figlio li accompagna, All in Twilight del fotografo Antonio De Luca

L’ultimo saluto
Tutto in penombra

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Non chiedermi come sto, piango.
Non chiedermi se mi manca, è sempre con me. Era mio padre.
La stella polare è sempre stata un punto di riferimento fondamentale per il navigante così come il padre lo è per il proprio figlio. Una luce guida sempre tanto brillante: impensabile scoprire che un giorno possa spegnersi ma accade e quando la causa di tale estinzione è la malattia si cercano delle risposte che spesso non vengono trovate. Unica consolazione, se di consolazione si può parlare, è che il male, al contrario di una morte improvvisa, concede sempre del tempo che diventa prezioso e non va sprecato. È un tempo che aiuta a preparare dignitosamente lo spirito all’inevitabile estremo saluto. È un tempo che Antonio De Luca, figlio di Nicolò, ha coraggiosamente usato all’insegna dell’amore, dell’affetto, della dignità e della memoria.
Nicolò aveva 87 anni quando gli è stato diagnosticato il male. Un uomo non più giovanissimo la cui malattia potrebbe lasciare indifferenti i più che sono al di fuori della sua cerchia parentale o di conoscenze. Antonio, invece, con la sua coraggiosa dimostrazione d’affetto e il cuore gonfio d’orgoglio filiale, è riuscito a elidere il distacco emotivo che un estraneo potrebbe provare dinnanzi alla notizia della dipartita di un anziano sconosciuto.
Antonio De Luca è un artista, un fotografo che, metabolizzata la notizia della malattia che porterà alla morte il genitore, decide di scrivere il diario di quegli ultimi cinquanta giorni di vita. Lo fa col mezzo che meglio conosce, la fotografia, ed è proprio questa scelta tecnica che rende toccante e coinvolgente il suo dolore. Non è più la morte di un uomo qualunque di 87 anni.
Cinquanta giorni in bianco e nero, tutto in penombra perché certi momenti possono essere vissuti solo nell’intimità della penombra. All in Twilight, tutto in penombra, appunto, è il titolo che De Luca ha dato al suo racconto. Cinquanta giorni di vissuto quotidiano, i sorrisi di Nicolò alla fotocamera, le giornate in un letto d’ospedale circondato dai figli, amici, medici, infermieri, volontari e dalla moglie che in uno scatto rappresenta il momento più toccante e significativo di tutto “All in twilight”.
Proprio quella foto, intitolata “era mio padre”, ha l’immenso potere di muovere i sentimenti delle persone, degli “estranei” non più tali. È uno scatto nel quale ci si immedesima, ci si riconosce nella donna che con amore e dolore abbraccia e bacia con un ultimo saluto il suo amato.
Un reportage toccante che non trascura nulla di ciò che Nicolò ha vissuto durante quegli ultimi giorni, nemmeno le decine di flaconi di medicinali esauriti e accumulati tutt’insieme o la morfina per attenuare il dolore ma che nulla può contro il male che lo consuma. Quegli ultimi giorni, comunque, devono essere riempiti ancora dalle cose della vita come se la vita non lo stesse per lasciare ed è così che le sue passioni gli tengono compagnia: le schedine del superenalotto tra le mani e la sua copia della gazzetta dello sport… e sorrisi, tanti sorrisi delle persone che gli stanno accanto e non sono mai sorrisi di circostanza.
Antonio De Luca, con la complicità di Nicolò, ha voluto raccontare a tutti chi era suo padre. Fotografare, come lui stesso afferma, era diventata una sorta di gioco. Un rincorrersi e riprendersi i momenti di una vita. Un racconto che noi tutti ascoltiamo con attenzione e partecipazione.
Volendo cercare un parallelismo artistico si può pensare a un altro grande fotografo, al giapponese Nobuyoshi Araki che nel suo Winter journey ha realizzato una raccolta di scatti fatti alla moglie, morta di cancro alle ovaie nel 1990, durante i suoi ultimi giorni di vita.
Però non dobbiamo pensare al lavoro di De Luca come a una ricercata operazione artistica. Il suo è stato un sincero e intimo dialogo con suo padre durante quegli ultimi cinquanta giorni. Perché Nicolò era suo padre.

Antonio Delluzio

venerdì 21 marzo 2014

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche tu non fossi il mio 

Padre, se anche tu non fossi il mio 
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t'amerei.
Ché mi ricordo d'un mattin d'inverno
Che la prima viola sull'opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell'altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l'attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l'avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t'amerei.


(Camillo Sbarbaro) 

mercoledì 12 marzo 2014

Se eri un bambino negli anni '50 '60 '70 '80

Ecco come eravamo

 1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…
 2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo...
 3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo. 
 4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.
 5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco. 
6.- Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale… 
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto! 
8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile…. 
9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta la famiglia (si, anche con il papà). 
10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi. 
11.- Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare… 
12.- Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo. 
13.- Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi , televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet … Avevamo invece tanti AMICI. 
14.- Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare. 
15.- Si! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma. 
16.- Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno. 
17.- Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità … e imparavamo a gestirli. 

 La grande domanda allora è questa: Come abbiamo fatto a sopravvivere? E a crescere e diventare grandi? 

(Paulo Coelho)

mercoledì 5 marzo 2014

LA GRANDE BELLEZZA.... una grande boiata

In una delle prime inquadrature della “Grande bellezza”, alla base della statua di Garibaldi al Gianicolo, si legge “Roma o morte”. Nelle successive due ore e passa, Sorrentino prova a correggere la risorgimentale asserzione: “Roma e morte”, o più nettamente “Roma è morte”. Perché funeraria è la città raccontata, intrisa di personaggi squallidi e improbabili, una pozzanghera morale, programmaticamente cinica, umanamente fetida: la Grande Monnezza. In linea con lo spirito di molti “stranieri” a Roma, anche Sorrentino assorbe e rilancia la maestosità cariata della capitale, affascinato e insieme ammorbato da un soverchiante splendore estetico completamente ribaltato dalla vita sociale che si svolge in quel contesto. Lampante e stracitato il canone FF (Fellini-Flaiano, o forse sarebbe il caso di scrivere Flaiano-Fellini) per quanto tra “La dolce vita” e “La grande bellezza” ci sia lo stesso rapporto che intercorre tra la carriera militare di Napoleone e il gioco del Risiko. E questo non tanto o non solo per un abisso di talento tra i due poli, ma anche per l’oggetto. Pur nella mostruosità del tratto felliniano, la Roma del ’60 è la capitale di un Paese in pieno boom, ha ospitato uno degli eventi mondiali più memorabili del Dopoguerra come la XVII Olimpiade, è una delle capitali mondiali del cinema, è un riferimento del gusto: dipende anche da questo se “dolce vita” o “paparazzo” entrano nel vocabolario del mondo, se la fontana di Trevi irrompe nell’immaginario collettivo. La Roma d’oggi è una città completamente sbandata, dove – politica a parte – non si produce nulla che abbia riflessi appena sopra Viterbo. E questo castra anche inconsapevolmente la fantasia nell’inquadrarla se l’obiettivo è farne il fuoco di un racconto morale contemporaneo: certe suggestive immagini notturne sembrano uscite da un catalogo dell’assessorato al turismo, le suore e le nane e i cardinali mondani sono un fellinismo piuttosto inappropriato, molte scelte stilistiche suonano puramente decorative: dalla musica onnipresente, a certi dolly usati fino alla nausea, fino alla scena di un personaggio che nuota sott’acqua per ritrovar se stesso, scena che è tanto poetica e infatti è presente praticamente in ogni film d’autore italiano degli ultimi anni. Entrando in sala, si pensa di vedere un film su Roma, ma per mancanza di materiale si entra in un viaggio dentro certe ossessioni dell’autore, acquisito cittadino romano. Un viaggio certamente condotto da un grande regista quale Sorrentino è. Ma il risultato è questo. Meglio saperlo. Per accertarlo, basta confrontarsi con i personaggi. Non uno davvero riuscito. Jep Gambardella-Toni Servillo sarà pure al centro della mondanità, ma professionalmente è un mezzo sfigato (a un certo punto lo mandano in trasferta all’Isola del Giglio per la Concordia incidentata, capirai...), non ha nemmeno il successo effimero e prezzolato della tv, non è ricco di famiglia, come perciò possa permettersi un attico super terrazzato con vista sul Colosseo è un mistero: segno che, nel caso di specie, la scenografia ha contato assai più della sceneggiatura. Come nei peggiori copioni, c’è bisogno di un flashback perché il suo malessere esistenziale abbia una comprensione e uno sfogo. Per tutto il film sputa sentenze, anzi aforismi, magari in voce off perché fa più uomo dai pensieri profondi, e quando ha un drink in mano biascica un napoletano che così ridicolo non s’è mai sentito. Carlo Verdone è uno scrittorello fallito che annoia già al primo sguardo. Galatea Ranzi, Isabella Ferrari e Pamela Villoresi in trio hanno una resa da "Centovetrine"; assai meglio Sabrina Ferilli, al di sopra del personaggio che le tocca in sorte, una spogliarellista agé nel locale del padre, malata non si capisce bene di che, con Wojtyla tatuato sul braccio... Mah, forse mischiare Oldoini e Antonioni non fa granché bene. La recitazione è caricaturale e grottesca, il film è lento e pesante e noioso, è una Roma piena di personaggi squallidi e di vizi che sembra più vicina a Sodoma e Gomorra che alla “città eterna”. Il tutto con una regia pretenziosa e strabordante. Manca una vera sceneggiatura e si dà troppa importanza agli attori che gigioneggiano. Le inquadrature sembrano uno spot del turismo di Roma capitale. Pessimo film, pessimi attori, pessimo tutto. L’ultimo grande film su Roma, città smodata e odiosa e mondana e clericale e abbacinante e misteriosa, è stato “L’ora di religione” di Marco Bellocchio. Per il resto, l’Urbe è stata pura presenza scenografica. “La grande bellezza” non sfugge a questa traccia, in cui si impantana anche il talento di Sorrentino. Un talento straordinario nel biopic visionario, che si tratti del Divo Andreotti o della splendida coppia dell’ “Uomo in più” dove genialmente – come orme degli anni Ottanta marci e scintillanti – si intrecciano le vite di un cantante di night alla Califano o Gagliardi e un calciatore alla Di Bartolomei. Ma quando il campo è aperto, il regista imbizzarrito gira in cerchio sfiancandosi senza avanzare, e tende al simbolico, allo schematico, al ripetitivo, talora al velleitario. Forse per lui è ora di aprire coraggiosamente una nuova stagione. In genere coincide con scelte drastiche. Anche Fellini a un certo punto fece a meno di Flaiano e Mastroianni.
 una riflessione di Alberto Alfredo Tristano

venerdì 28 febbraio 2014

Nostalgia!

 Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita.
 F. Pessoa

 altre opere di Pessoa su
clickmilano.com

sabato 22 febbraio 2014

Povera Italia tra acquiescenza ed emigrazione.

In Ucraina divampa la rivolta, tanto che il presidente Viktor Yanukovych è stato defenestrato, il Paese è in miseria e il suddetto presidente reggeva un sistema di corruzione senza precedenti. Detto questo ci si potrebbe domandare che cosa ci sia di diverso tra l'Ucraina e l'Italia: non certo la situazione politica, non certo la situazione economica...i nostri politici sono per lo più corrotti,  noi come loro siamo senza lavoro e molti italiani sono sotto la soglia di povertà e allora? La diversità c'è eccome ed è nel coraggio degli ucraini e nell' acquiscenza soporifera degli italiani che pare non abbiano nessuna intenzione di tutelare il loro futuro e quello dei loro figli.
Gli italiani non riescono a reagire, si limitano ad aspettare...i fautori  del compromesso  e delle raccomandazioni, della furbizia e del bisogno irresistibile di fare i furbi e di fottere gli altri,  hanno perso il senso dell'appartenenza e  si limitano a commemorare  il passato, a portare corone nei luoghi delle stragi che dopo 40 anni non hanno ancora colpevoli. Troppo poco!
Coloro che negli anni della seconda guerra mondiale sono riusciti ad abbattere il fascismo se ne sono andati o sono centenari, i loro figli  hanno i capelli bianchi e magari si impegnano anche per spiegare ai ragazzi che cosa accadde nei campi di sterminio dei nazisti e poi ci sono i quarantenni e i giovani che hanno sempre avuto una vita facile e che non ci pensano nemmeno a ribellarsi, vivono con i genitori, non si sposano, non hanno figli... 
Se è questa la situazione della società italiana che cosa possiamo prevedere per il nostro Paese? Difficile dirlo. I giovani più volonterosi cercano lavoro all'estero, i pensionati che non ce la fanno più emigrano verso la Tunisia o la Bulgaria, vogliono terminare la loro vita con dignità e senza pensieri e gli altri? E i bambini? 
Non so darvi risposte, fosse per me uscirei dall'Euro e mi riprenderei la sovranità decisionale, se l'Euro ci ha ridotto così (certo con la complicità dell'alta finanza e di molti politici italiani) meglio ritornare alla nostra vecchia lira.
Ma le decisioni non dipendono da me, io la mia parte l'ho fatta con un impegno politico di dieci anni, ora tocca agli altri, a gente giovane che abbia coraggio, il coraggio di far cambiare le cose a qualsiasi costo.

martedì 18 febbraio 2014

Segreto tra Francesco e Benedetto


Tra Francesco e Benedetto c’è un segreto sul papato
"Non può esserci un Pontefice emerito", aveva detto padre Lombardi. E invece... È un mistero. Illuminato da alcune parole di Ratzinger: "Sempre e per sempre"



È stato ricordato, l’11 febbraio scorso, l’anniversario della «rinuncia» al papato di Benedetto XVI. Il 28 febbraio sarà un anno dalla fine del suo pontificato. Ma è sempre più misterioso ciò che accadde in Vaticano un anno fa, proprio in questi giorni. E qual è la vera natura del «ritiro»  di Benedetto XVI. Nei casi precedenti infatti i papi dimissionari sono sempre tornati al loro status di cardinale o religioso: il famoso Celestino V, eletto nel 1294, dopo cinque mesi abdicò e tornò ad essere l’eremita Pietro da Morrone. 
E il papa legittimo Gregorio XII che, per ricomporre il grande scisma d’Occidente, si ritirò dall’ufficio papale il 4 luglio 1415, fu reintegrato nel Sacro Collegio col titolo di cardinale Angelo Correr, andando a fare il legato pontificio nelle Marche. Visti i precedenti lo stesso portavoce di Benedetto, padre Federico Lombardi, durante un briefing con i giornalisti, il 20 febbraio dell’anno scorso, alla domanda «e se decidesse di chiamarsi Pontefice Emerito?», rispose testualmente: «Lo escluderei. “Emerito” è il vescovo che pure dopo le dimissioni mantiene comunque un legame… nel caso del ministero petrino è meglio tenere le cose separate».
Le ultime parole famose. Appena una settimana dopo, il 26 febbraio, lo stesso padre Lombardi dovette comunicare che Benedetto XVI sarebbe rimasto proprio «Papa emerito» o «Romano Pontefice Emerito», conservando il titolo di «Sua Santità». Egli non avrebbe più indossato l’anello del pescatore e avrebbe vestito la talare bianca semplice. In questi giorni inoltre Benedetto XVI ha rifiutato il cambiamento del suo stemma pontificio, bocciando sia il ritorno a un’araldica cardinalizia, sia lo stemma da papa emerito. Intende conservare lo stemma da papa, con le chiavi di Pietro. 
Che significa tutto questo? Ovviamente è esclusa ogni vanità personale per un uomo che ha dato prova del più totale distacco dalle cariche terrene (del resto qui si tratta di cose teologiche, non certo di beni mondani). Dunque può esserci solo una ponderata ragione storico-ecclesiale, probabilmente legata ai motivi del suo ritiro (per il quale tanti hanno premuto indebitamente). Ma qual è questa ragione? 
L’unica spiegazione ufficiale si trova nel suo discorso del 27 febbraio 2013, quello in cui chiarì i limiti della sua decisione: «Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore». Attenzione, sottolineo quell’espressione «sempre e per sempre», perché il Papa poi la spiegò così: «Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa (…) non appartiene più a se stesso».
Poi aggiunse testualmente: «Il “sempre” è anche un “per sempre” - non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo». È incredibile che una frase simile sia passata inosservata. Se le parole hanno un senso, infatti, qua Benedetto XVI afferma che rinuncia «all’esercizio attivo del ministero», ma tale ministero petrino, per quanto lo riguarda, è «per sempre» e non è revocato. Nel senso che la sua rinuncia riguarda solo «l’esercizio attivo» e non il ministero petrino. 
Quale diverso significato possono avere quelle parole? Io non lo vedo. Per questo ci si deve chiedere che tipo di «ritiro» sia stato quello di Benedetto XVI. Sempre in quel discorso del 27 febbraio sembrò confermare la distinzione fra «esercizio attivo» ed «esercizio passivo» del ministero petrino. Disse infatti: «Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio». 
Di fatto a queste parole, alle espressioni «per sempre» e «ministero non revocato», si sono aggiunti poi gli atti di cui abbiamo parlato, ovvero la permanenza del nome Benedetto XVI, della veste, del titolo «Sua Santità» e dello stemma pontificio. Peraltro perfettamente riconosciuti da papa Francesco che l’11 febbraio scorso diffondeva questo tweet: «Oggi vi invito a pregare per Sua Santità Benedetto XVI, un uomo di grande coraggio e umiltà». Si tratta di una situazione totalmente nuova nella storia della Chiesa. Nei secoli passati infatti ci sono stati, e più volte, contrapposizioni di papi e antipapi, perfino tre per volta. 
Non c’erano mai stati invece due papi in comunione, che si riconoscevano a vicenda. Ho detto «due papi» considerando che uno dei due è il papa precedente, diventato «papa emerito», e che si tratta di una figura del tutto inedita. Qual è infatti il suo status teologico? E cosa significa il ritiro dal solo «esercizio attivo» del ministero petrino? Benedetto XVI, parlando ai cardinali prima del Conclave, ha anticipato la sua reverenza e obbedienza al successore. Tale è in effetti l’atteggiamento di Benedetto verso Francesco. E si è resa visibile la comunione tra i due quando hanno scritto a quattro mani l’enciclica “Lumen fidei”. Però colpisce il fatto che nel filmato del loro incontro a Castelgandolfo, come pure nella cerimonia tenutasi nei giardini vaticani per benedire la statua di S. Michele, si vedono i due uomini di Dio che si abbracciano come fratelli e non c’è da parte di nessuno dei due il gesto del bacio dell’anello del pescatore. Viene da chiedersi: ma chi è il Papa? 
C’è forse un segreto, fra loro, che il mondo ignora? O vanno considerati sullo stesso piano? Sappiamo che così non può essere perché per divina costituzione la Chiesa può avere solo un papa. Ma allora? Si aprono problemi nuovi e sorprendenti alla luce dei quali alcuni potrebbero anche attribuire significati inattesi a certi gesti di Francesco, come l’essersi presentato sulla loggia di San Pietro solo come «vescovo di Roma», senza paramenti pontifici o la mancanza del pallio nel suo stemma papale (il pallio è oggi il simbolo dell’incoronazione pontificia avendo sostituito il triregno).
Di certo chi oggi tenta di usare uno contro l’altro fa un atto arbitrario. Del resto certi lefebvriani e i sedevacantisti che contestano l’autorità di Francesco sono egualmente ostili a Benedetto. La preghiera costante di Benedetto per Francesco e per la Chiesa è forse il grande segno profetico di questo momento storico. Tuttavia non si può fingere che tutto sia normale, perché la situazione è quasi apocalittica. E non si possono evitare le domande: sulle ragioni delle dimissioni di Benedetto, su quanti le hanno volute, sulle pressioni indebite che le hanno provocate. E sul suo status attuale. 
Nei giorni successivi all’annuncio del ritiro, prima che egli precisasse la sua nuova situazione, anche “Civiltà Cattolica”, come padre Lombardi, aveva fatto una gaffe. Pubblicò infatti un saggio del canonista Gianfranco Ghirlanda dove si affermava: «È evidente che il papa che si è dimesso non è più papa, quindi non ha più alcuna potestà nella Chiesa e non può intromettersi in alcun affare di governo. Ci si può chiedere che titolo conserverà Benedetto XVI. Pensiamo che gli dovrebbe essere attribuito il titolo di vescovo emerito di Roma, come ogni altro vescovo diocesano che cessa». 
In ogni caso non «papa emerito». E invece Benedetto ha scelto di essere proprio «papa emerito». Deve esserci una ragione assai seria per decidere di «permanere» così. E le conseguenze sono evidenti. I suoi sono segnali molto importanti mandati a chi deve intenderli e a tutta la Chiesa. Segnala che egli continua a difendere il tesoro della Chiesa, sia pure in un modo nuovo. E sembra ripetere quanto disse nella sua messa d’insediamento: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi».

domenica 9 febbraio 2014

CHI HA SPINTO PAPA BENEDETTO A MOLLARE (E PERCHE’)


CHI HA SPINTO PAPA BENEDETTO A MOLLARE (E PERCHE’)

Chi, come e perché ha determinato quel “ritiro” di Benedetto XVI – esattamente un anno fa – che rappresenta un evento unico nella storia della Chiesa, traumatico e tuttora non chiaro nelle sue implicazioni e nelle sue conseguenze?
Spesso si è buttata la croce addosso al povero Paolo Gabriele, il cameriere di Vatileaks, ma è vero l’esatto contrario: se c’era una persona che avrebbe voluto che papa Benedetto potesse esercitare pienamente il suo mandato era proprio lui.
Del resto il mio scoop, uscito su queste colonne il 25 settembre 2011, dimostra che Ratzinger aveva già deciso quel “ritiro” ben prima dell’inizio di Vatileaks e l’aveva previsto – come scrissi – allo scoccare degli 85 anni. Esattamente quello che poi è avvenuto.
Ma allora chi, come e perché – prima di Vatileaks - ha creato una situazione che ha indotto il papa a valutare di non poter più sostenere la lotta?

UN GIGANTE

Ratzinger è uno dei giganti della Chiesa del Novecento ed è molto vasta la mappa di coloro che, nel corso dei decenni, anche su fronti contrapposti, hanno individuato il loro Nemico in quest’uomo mite e sapiente.
Anzitutto egli entra in scena come uomo del Concilio: è colui che, scrivendo il discorso del cardinale Frings, abbatterà il vecchio S. Uffizio di Ottaviani, l’inquisizione. 
Nel postconcilio diventerà il nemico di tutti coloro che pretendevano di usare il Vaticano II per spazzar via la Chiesa di sempre e costruirne una prona al mondo e alle ideologie: da Rahner ad Hans Kung, fino a Martini che – come cardinale – si è opposto frontalmente a Ratzinger e a papa Wojtyla.
Non erano destinati a procurargli amici, poi, i suoi due primi interventi, quando fu chiamato da Giovanni Paolo II alla guida della retta dottrina: quello in cui ribadì la condanna cattolica della massoneria e i testi che confutarono e condannarono la Teologia della liberazione. 
Infine sarà sempre Ratzinger a denunciare in mondovisione, durante l’ultima solenne via crucis di Giovanni Paolo II, “la sporcizia nella Chiesa”, con parole durissime e drammatiche. 
Sarà lui che realizzerà una purificazione radicale della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili, con provvedimenti drastici e un ribaltamento totale di certa mentalità clericale.
Ancora lui infine scandalizzerà gli ecclesiastici progressisti (tanto da suscitare la ribellione aperta di diversi vescovi) quando – in linea vera con il Concilio – cercherà di riportare all’unità la Fraternità S. Pio X e restituirà libertà alla liturgia tradizionale della Chiesa.
Era stato lui con Giovanni Paolo II che aveva valorizzato i tanti nuovi movimenti fioriti nella Chiesa, specie fra i giovani, e che ha colto e denunciato la “questione antropologica” che oggi nel mondo sta bombardando i valori della vita, della famiglia e della dignità umana.
Ha fondato il dialogo della Chiesa con la modernità e la vera laicità, così da affascinare intellettuali come Habermas, Tronti, Ferrara e Barcellona.
Eppure fin dall’inizio, dalla sua elezione, c’è stata l’occulta e pesante opposizione di un establishment cardinalizio oscuro e pronto – per delegittimarlo – perfino allo spergiuro.

L’ATTACCO OCCULTO

Lo dimostra un fatto dimenticato che segnò l’inizio della guerra interna contro papa Ratzinger. Benedetto XVI era appena stato eletto, nel 2005, e dall’anonimo mondo cardinalizio (più o meno di Curia), attraverso il vaticanista Lucio Brunelli, fu fatto pubblicare un presunto diario delle votazioni del Conclave da cui emergevano dettagli delegittimanti del nuovo pontificato. 
Un vaticanista autorevole come Sandro Magister scrisse: la lettura di quel testo “suggerisce che l’‘intenzione’ di pubblicarlo sia stata molto più militante” che storico-giornalistica. E lo si sia fatto “per mostrare che la vittoria di Ratzinger non è stata per niente ‘plebiscitaria’, che è stata in forse fino all’ultimo, che è stata indebitamente favorita dal suo essere decano dei cardinali, che i tempi sono maturi per un papa ‘nuovo’, magari latinoamericano e che a questi suoi limiti Benedetto XVI dovrebbe rassegnarsi”.
Così scriveva Magister il 7 ottobre 2005. Forse si sottovalutò la gravità di quel segnale anonimo, basato peraltro su dati delle votazioni che non risultano ad altri. 
Ripensandoci oggi fa impressione che per un tale gesto pubblico di sfida, una fazione di cardinali sia stata pronta a sfidare pure Dio con un pubblico spergiuro (perché ogni cardinale aveva giurato solennemente sul Vangelo di mantenere il segreto su Conclave e votazioni). 
Negli anni successivi il tema della spaccatura e il fantasma dello scisma più volte è stato ventilato oscuramente e certo Ratzinger ha sempre voluto evitarlo in ogni modo (anche a costo di dimettersi).

ODIO CONTRO IL PAPA

Benedetto ha avuto poi altri nemici interni, nella Curia e nell’establishment ecclesiastico, che hanno contestato o boicottato o rifiutato il suo magistero, quello tradizionale della Chiesa, avendo i media dalla loro.
Poi Ratzinger ha avuto molti nemici esterni ed è stato sottoposto a un bombardamento mediatico senza fine culminato con il cosiddetto “scandalo pedofilia” con cui si è preteso di trasformare la Chiesa in “imputato globale” (la Chiesa che è perseguitata in mezzo mondo nell’indifferenza generale).
Ma paradossalmente i maggiori danni per il pontificato di Benedetto sono forse arrivati dalla Curia e dai più stretti collaboratori. 

L’ERRORE

Bisogna riconoscere l’errore, forse il maggiore di Benedetto XVI, che – per evitare certe potenti realtà curiali (ad esempio facenti capo al cardinal Sodano) – chiamò nel ruolo strategico di Segretario di Stato un ecclesiastico che conosceva da anni e che credeva potesse essergli di aiuto: il cardinale Bertone.
La plateale inadeguatezza dell’uomo per quel ruolo delicato e decisivo – a parere dei più, anche dei ratzingeriani più convinti – è ciò che ha fatto precipitare la situazione. Che a un certo punto si è fatta drammatica.
Il “cameriere del Papa”, pur sbagliando gravemente nel metodo, ha fatto emergere una realtà inaudita dove il Pontefice sembrava pressoché esautorato. Lo ha dichiarato di recente il cardinale Maradiaga: dalla vicenda Vatileaks “pareva che alcuni documenti non arrivassero nelle mani del Papa”.
Addirittura monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI, in una intervista al “Messaggero” del 22 ottobre, una settimana dopo le dimissioni di Bertone, ha candidamente riferito che “Benedetto XVI aveva chiamato Gotti Tedeschi allo Ior per portare avanti la politica della trasparenza”, ma nonostante fosse stato lui stesso a volerlo lì, quando costui fu defenestrato, il Papa non ne sapeva niente e “restò sorpreso, molto sorpreso per l’atto di sfiducia al professore. Il Papa lo stimava e gli voleva bene”.
Un fatto emblematico della situazione oltretevere, anche se ci sarebbe da chiedersi cosa faceva, nel frattempo, don Georg vedendo questa realtà….

IL MISTERO DI OGGI

Col più grande gesto di umiltà Benedetto, alla fine, ha ritenuto di aiutare la Chiesa azzerando tutto, a cominciare da se stesso. E si concepisce ora nel ruolo di Mosè che prega sulla montagna mentre Giosuè combatte. 
Tuttavia anche per Giosuè-Francesco sono cominciati in questi giorni gli attacchi e le prove più dure: da quelli esterni (vedi l’incredibile denuncia dell’Onu) a quelli interni che puntano a usare il prossimo Sinodo per ribaltare la Chiesa.
Se, per la prima volta nella storia, oggi la Chiesa si trova con due papi è davvero il segno che è un tempo di prova senza eguali. 
Un dettaglio. Ratzinger non solo ha voluto restare “nel recinto di Pietro”, ha voluto conservare il titolo di “papa emerito” e l’abito bianco, ma – si è saputo di recente – ha gentilmente declinato la proposta dell’arcivescovo Montezemolo di cambiare il suo stemma araldico. 
Il Vaticano ha così fatto sapere che Benedetto “preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino”. Se è un segnale significa che papa Benedetto c’è. Che il Cielo protegga la sua vita.
Antonio Socci

martedì 21 gennaio 2014

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lunedì 13 gennaio 2014

Diluente


La vicina del numero quattordici rideva oggi sulla porta
da dove un mese fa è uscito il funerale del figlio piccolo.
Rideva in modo naturale con l’anima nel volto.
D’accordo: è la vita.
Il dolore non dura perchè il dolore non dura.
D’accordo.
Ripeto: d’accordo.
Ma il mio cuore non è d’accordo.
Il mio cuore romantico fa delle sciarade con l’egoismo della vita.
Ecco la lezione, o anima di gente!
Se la madre dimentica il figlio che uscì da lei ed è morto,
chi si prenderà la briga di ricordarsi di me?

Sono solo al mondo, come un mattone rotto...
Posso morire come la rugiada si asciuga...
Per un’arte naturale della natura solare...
Posso morire per volontà dell’oblio,
posso morire come nessuno...
Ma questo duole,
questo è indecente per chi ha un cuore...
Questo...
Sì, questo mi rimane nella strozza come un sandwich alle lacrime...
Gloria? Amore? L’anelito di un’anima umana?
Apoteosi alla rovescia...
Datemi acqua minerale, che voglio dimenticare la Vita!...
Fernando Pessoa
Amo moltissimo questo poeta, lo trovo di una dolcezza infinita, spero piaccia anche a voi

sabato 11 gennaio 2014

Due nuovi film da vedere

Carlo Verdone torna dietro la macchina da presa con il suo nuovo film "Sotto una Buona Stella".Nel cast attori d'eccezione come lo stesso Verdone, nei panni del protagonista Federico Picchioni, e Paola Cortellesi, che interpreta invece una timida vicina di casa. Il film si presenta come una commedia corale, caratterizzato da tanti spunti di riflessione e diversi punti di vista.Verdone si conferma genio assoluto della commedia italiana, capace di interpretare la vita di tutti giorni sul grande schermo con la naturalezza e la maestria che da sempre ha caratterizzato la sua carriera.




Diconnect: il nuovo film di Henry-Alex Rubin Un avvocato infaticabile vive incollato al cellulare tanto da non riuscire a trovare tempo da dedicare alla moglie e ai due figli adolescenti. Una coppia in crisi usa internet come via di fuga da un matrimonio ormai finito. Un ex-poliziotto vedovo si scontra ogni giorno con il figlio che pratica bullismo in rete ai danni di un compagno di classe. Una ambiziosa giornalista crede di potere fare carriera usando la storia di un ragazzino che si esibisce su siti per soli adulti.Sono sconosciuti, vicini di casa, colleghi, e le loro storie si incrociano in questo avvincente film che racconta la vita di persone comuni alla disperata ricerca di un contatto umano.Disconnect esplora le conseguenze della tecnologia moderna e come questa possa influenzare e modificare le nostre esistenze.Un film incredibilmente attuale: il nostro modo di vivere "digitale" di ogni giorno alla fine non e? mai davvero "connesso" con il mondo reale.Disconnect fotografa in maniera drammatica una realta? molto cupa e ci svela profonde verita?. E’ un film che parla di tutti noi.Girato con grande realismo, segna il debutto di Henry-Alex Rubin al lungometraggio; il regista era gia? stato candidato all’Oscar per il documentario Murderball.Disconnect e? prodotto da Mickey Liddell e Jennifer Monroe della LD Entertainment, e William Horberg della Wonderful Films, ed è tratto dalla sceneggiatura originale di Andrew Stern. 




giovedì 2 gennaio 2014

BUON ANNO A TUTTI


Tanti auguri per uno sfavillante 2014,

 tanti cari auguri a tutti

lunedì 23 dicembre 2013

BUON NATALE A TUTTI

Ci siamo, è un'altra volta Natale. 
Quest'anno molte famiglie italiane sono in difficoltà, siamo schiavi di una classe politica che vorremmo  far sparire con un colpo di bacchetta magica, il nostro Paese perde colpi in Europa e nel mondo. Colpa della crisi? Non dimentichiamo che la crisi economica viene creata dal malgoverno, quindi non colpa della crisi ma degli uomini che l'hanno provocata... incapaci, inetti o semplicemente ladri.
Ma in un lontano Natale, nel 1944, c'erano Italiani che stavano peggio di noi, erano quelli deportati nei campi di sterminio, i militari prigionieri in Germania, i soldati in guerra da una parte o dall'altra .
Poi la guerra è finita, alcuni di loro sono tornati a casam si sono tirati su le maniche e hanno cominciato a ricostruire. Sono arrivati gli anni 60 con  il boom economico e l'Italia è rifiorita.
Ricordiamoli questi Italiani valorosi, che non hanno avuto paura e ce l'hanno fatta, pensiamo a loro in questo Natale un po' triste per tutti noi, e speriamo di riuscire anche noi a ricostruire...


Il meraviglioso Presepio di Wietzendorf, realizzato dai militari italiani prigionieri, è ritornato in Italia e si trova a Milano nella Basilica di S. AMBROGIO


domenica 8 dicembre 2013

LA DECADENZA E' IN NOI!

Era dai tempi del liceo che non assistevo a una lezione così intensa sul decadentismo. Stavolta dal vivo. La Prima della Scala era da sempre il momento simbolo dei sogni, degli slanci, delle belle illusioni, di un romanticismo vitale e spontaneo, certe volte sfrenato ed eccessivo, ma pur sempre contagioso.


Niente, è cambiato il vento. Certo non era indispensabile venire alla Scala per rendersene conto, ma in nessun altro luogo si può toccare con mano una così perfetta sintesi dell'attuale sentimento italiano.
Per quanto il cardinale Scola si batta per invocare proprio qui, a Milano, l'inizio di un nuovo umanesimo, non è possibile andare oltre il semplice auspicio. La realtà è un'altra. E chissà fino a quando. Tutto ora è decadenza. E' decaduto da poco il nemico numero uno, buttato fuori dal Parlamento un minuto prima che sostanzialmente decadesse pure lo stesso Parlamento. Con effetto a cascata, decadono ad uno ad uno anche i nemici giurati del nemico, gente che per vent'anni ha costruito il proprio pensiero e il proprio fatturato in funzione di un bersaglio, senza mai immaginare di potersene costruire di nuovi e autonomi, non necessariamente contro.
Dilaga lo smarrimento, è la crisi delle antiche certezze, e nell'immediato non se ne intravedono di alternative. Come denuncia la stilista Curiel, è la decadenza anche del lusso e di conseguenza del business: una volta creava una ventina di abiti specialissimi per la Prima, stavolta è ferma a quattro. Decade forse anche il gusto? Certo decade la voglia di spendere e spandere, forse più ancora decade l'ostentazione. L'epopea della sobrietà e del loden sopravvive anche a molti mesi di distanza. Decade in generale la voglia di eccitarsi e di entusiasmarsi. E' una Prima che si sforza di essere sempre la Prima, ma sul santuario della lirica sembra aleggiare la fosca penombra più intonata a un'Ultima. Sono fiacchi e decadenti persino i settori della protesta, chiusi nelle transenne, ma chiusi soprattutto in uno stanco rituale ripetitivo. Per la cronaca, l'edizione 2013 segnala urla e striscioni di: Cub, Centri sociali, giovani di Forza Italia. Nient'altro. Non un uovo lanciato, almeno in nome dell'antica tradizione.
Decade tutto: è la Prima finale del sovrintendente Lissner, poi anch'egli decadrà per andare all'Opera di Parigi. Decade visibilmente la civetteria al silicone delle damazze, mai così dimesse e defilate: compaiono certo scollature, gioielli, cotonature, di roba ce n'è, ma niente che esca dalla consuetudine e dalla normalità. Per dire la decadenza del settore, assenti persino le immancabili Marta Marzotto e Valeria Marini. E la politica? Ci sono più ministri decaduti (Monti, Severino, Passera) che ministri viventi (Bray, Mauro). Al loro posto gli istituzionali di rigore: dal presidente europeo Barroso a quello italiano Napolitano, giù a scendere Grasso (Senato), Maroni (Lombardia), Pisapia (Milano). C'è pure il presidente del Togo, e con tutto il rispetto come non scambiare pure questo per un chiaro segnale di decadenza, almeno sul piano del puro prestigio internazionale.
E la coreografia, santo cielo: quanta mestissima decadenza. In questa piazza una volta c'era il tram rivestito di Swarovski, c'erano i carabinieri a cavallo, c'erano fioriere alle balconate. Ora non c'è una luce natalizia, non un fiore, e i carabinieri sono venuti in moto. E' un quadro così, che sa di crisi epocale e di stanchezza. Poi è chiaro che tutti quanti cercano di aggrapparsi a qualcosa di positivo e rassicurante, come l'omaggio a Mandela, come il vecchio inno di Mameli, come lo stesso Verdi, da duecento anni icona nazionale buona per tutte le stagioni. Inevitabilmente viene spontaneo aggrapparsi anche allo scontatissimo trionfo finale (mai sentito parlare alla Scala di uno spettacolo disastroso, come succede allo stadio o al cinema). Tutto bene, niente da dire. Ma diciamoci la verità: è poco, sa di magra consolazione. A dirla tutta, è una Prima niente di che. Sicuramente non è la metafora eccitante della riscossa generale che tutti aspettiamo. Ma forse è stupido e infantile attribuire alla Prima della Scala i segni inconfondibili della decadenza. Da parecchio tempo, la decadenza l'abbiamo dentro.
Da il GIORNALE