martedì 5 aprile 2011

Oggi mio padre avrebbe novant'anni!

Che bella  giornata avrei trascorso oggi se il mio papà fosse stato ancora qui con noi. I novant'anni sono un grande traguardo e certo tutta la famiglia gli sarebbe stata in festa. Tante volte mi sono ritrovata a pensare mio padre  vecchio, me lo immaginavo scherzoso ed acuto come solo lui sapeva essere e  attorniato dall'affetto di tutti i familiari. Non è andata così, la vita ha deciso diversamente, ma oggi, accanto al rimpianto di averlo perduto 3 anni or sono, c'è la consapevolezza che la sua vita sia stata una vita piena e affrontata a viso aperto. Una vita certamente non facile ma vissuta in ogni momento con l' intensità e lo spirito di chi vuole vendere cara la pelle. Così un' infanzia trascorsa in un istituto e una giovinezza devastata dalla deportazione a Mauthausen,  sono stati episodi dolorosi che lui ha saputo bilanciare costruendo in positivo: un diploma, una appartenenza al Milan,  una bella famiglia, un grande successo professionale...insomma creando ciò che conta per  un uomo che si possa definire tale. Perfino alle gravi patologie che lo hanno colpito in vecchiaia non ha dato tregua, ha lottato fino alla fine per non soccombere e quando ha compreso che il tempo che era rimasto era poco, ha sfruttato questo tempo  per dispensare carezze, buffetti e sguardi pieni di affetto alle persone che amava. 
In questi giorni sto recuperando molti documenti che lo riguardano e che daranno una svolta molto interessante al libro che gli ho dedicato e che trovate su questo blog, è come se mi facesse sapere che c'è di più da scoprire e mi indirizza verso le persone giuste... anche questo è un modo di non mollare, lo fa attraverso me e io gli sono grata!!!!!

domenica 3 aprile 2011

Il Giardino dei giusti nel mondo e le storie di chi si è battuto per crearlo

Da dieci anni si  piantano alberi per ricordare gli eroi solitari che hanno salvato il mondo, ma la storia che sta dietro a questa bellissima iniziativa ha incontrato spesso attacchi violenti. Uno di questi giardini, semplici e maestosi allo stesso tempo, esiste anche a Milano (unico in Italia), nel parco del mio quartiere, su una spianata erbosa del Montestella.
Manuela Valletti

«C’è un albero per ogni uomo che ha scelto il bene», dice lo scrittore Gabriele Nissim. Ma non ci sarebbe se non esistesse un uomo, lui, che da dieci anni dedica la propria vita a piantare questi alberi, a farli crescere, ad annaffiarli tutti i giorni. Nissim ha creato la Foresta mondiale dei giusti dopo aver conosciuto Moshe Bejski, l’artefice del Giardino dei giusti di Gerusalemme, uno dei 1.200 «ebrei di Schindler» finiti sulla famosa «lista» dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che li salvò dai campi di sterminio.
Ogni anno, nel Giardino dei giusti di Milano, Nissim pianta un pruno e interra un cippo per ricordare a se stesso e al mondo intero che La bontà insensata - s’intitola così il suo nuovo libro edito da Mondadori - esisteva, esiste, esisterà sempre e può prendere il volto di chiunque, «nazisti o antinazisti, comunisti o anticomunisti, fondamentalisti islamici o musulmani moderati, secondini di un carcere o prigionieri di un lager, ladri o galantuomini». Per il 2011 gli alberi saranno cinque, dedicati ad altrettanti «testimoni inascoltati»: Romeo Dallaire, Jan Karski, Sophie Scholl, Alexandr Solzenicyn e Armin Wegner. Verranno messi a dimora giovedì prossimo, alle 11, nel parco di Monte Stella. Poi, alle 17.30, al teatro Franco Parenti, le storie dei cinque giusti saranno raccontate con l’aiuto del direttore d’orchestra Ignat Solzenicyn, figlio del premio Nobel per la letteratura, di Franz Müller, unico sopravvissuto della Rosa Bianca, di Misha Wegner, figlio di Armin, e di altri testimoni. Numerosi Giardini dei giusti sono nel frattempo fioriti per merito di Nissim a Yerevan, Salonicco, Sofia, Varsavia, Sarajevo, Washington, Firenze, Padova, Catania, Palermo, Bellaria, Linguaglossa, Levico Terme. L’ultimo sta sorgendo sulla collina di Kigali, in Ruanda.
Giornalista, saggista e storico, nato a Milano nel 1950, Gabriele Nissim in passato ha lavorato come documentarista per la televisione della Svizzera italiana e per Canale 5 e ha scritto per Giornale, Panorama, Mondo e Corriere della Sera. Oggi dirige Forestadeigiusti.it, sito e quotidiano online del comitato di cui è fondatore e presidente. Alcuni dei suoi bestseller sulle persecuzioni antisemite, tradotti in varie lingue, lo riguardano da vicino: ad Auschwitz perse tre bisnonni e due zii con la loro figlioletta. Suo padre Joseph, che oggi ha 92 anni, è uno dei 56.000 ebrei della comunità israelitica di Salonicco, che per il 98 per cento venne deportata e sterminata dai nazisti. Fu la sua intelligenza a salvarlo: a differenza del rabbino capo Zvi Koretz, non si fidò delle promesse dei tedeschi e fuggì su una nave prima del loro arrivo, arruolandosi come ufficiale paracadutista nell’esercito britannico e finendo a combattere ad El Alamein. In un campo profughi gestito dagli inglesi ad Aleppo, in Siria, conobbe la futura moglie Jeane, tuttora vivente.
Lei ha capovolto le liturgie dell’Olocausto. Non dev’essere stato facile, per un ebreo.
«Mi sono posto il problema di come si potesse conservare, accanto alla memoria del male, anche quella del bene. Una rottura che mi è costata parecchia ostilità, anche perché l’ho estesa dal nazifascismo a tutti i totalitarismi. Ricordo la reazione di Giorgio Bocca quando nel libro L’uomo che fermò Hitler raccontai per la prima volta la vera storia di Dimitar Pesev: “Ma era un fascista!”. Sì, però da vicepresidente del Parlamento bulgaro compì un atto pressoché unico nella storia dell’Olocausto: costrinse re Boris III a ordinare che i treni per Auschwitz non partissero, salvando così dalla deportazione 48.000 ebrei».
Un fascista buono. Come Giorgio Perlasca.
«Non è piaciuto che in Ebrei invisibili abbia scoperchiato il tema dei gulag e delle persecuzioni antiebraiche nell’Urss. E che in Una bambina contro Stalin abbia raccontato la storia di Gino De Marchi, militante piemontese del Pci che per punizione era stato spedito dal partito in Russia nel 1921, dove poi fu arrestato con la falsa accusa d’essere una spia fascista. Ai parenti dissero che era morto di peritonite. Solo l’ostinazione della figlia Luciana portò nel 1996 alla scoperta della verità: era stato fucilato nel 1938 a Butovo, su denuncia di alcuni comunisti italiani. Nel 2007 feci incontrare Luciana De Marchi con Piero Fassino nel cimitero di Levashovo, a San Pietroburgo. La donna scoppiò in un pianto liberatorio davanti alla lapide che ricorda i mille italiani vittime del terrore staliniano: aveva vinto la sua solitaria battaglia cominciata ad appena 13 anni, quando a Mosca, davanti ai compagni di classe, si rifiutò di rinnegare il padre come nemico del popolo. Il segretario dei Ds pronunciò un discorso in cui attaccava Palmiro Togliatti, che però non ebbe alcun seguito, né culturale né politico, in Italia. Qualcuno mi spiegò che s’era messo di mezzo Massimo D’Alema. Alcuni mesi dopo portai Luciana De Marchi da Giorgio Napolitano, il quale nelle stanze del Quirinale dimostrò un’insolita ritrosia, manco fosse lui l’ospite. Avrei voluto che parlasse più chiaro anche il presidente della Repubblica».
Perché s’è ispirato al giudice Moshe Bejski, che in Israele creò nel 1962 il primo Giardino dei giusti presso lo Yad Vashem, luogo della memoria della Shoah, e fece conoscere al mondo la storia raccontata da Steven Spielberg nel film Schindler’s list?
«Perché ne ho raccolto il testamento spirituale nel libro Il tribunale del bene. Avevamo dialogato per mesi a casa sua, ma soltanto negli ultimi incontri che ho avuto con lui nel 2006 in un ospedale di Tel Aviv, pochi mesi prima della morte, ho afferrato il senso profondo della sua esperienza. “Mi sono reso conto che non riusciremo mai a debellare dalla storia il male che gli uomini commettono”, mi disse. “I genocidi e i crimini contro l’umanità sono continuati nei gulag staliniani, in Biafra, in Ruanda, in Bosnia nonostante il trauma di Auschwitz”. Gli obiettai che mi sembrava troppo pessimista. “Non sono pessimista, sono realista”, rispose. “Ma possiamo sempre contare sull’opera degli uomini giusti che in ogni epoca hanno il coraggio di affrontare il male e che ogni volta salvano il mondo”. Bejski mi ha fatto capire che si può essere ragionevolmente ottimisti soltanto a partire da un ragionevole pessimismo».
La bontà insensata dello scrittore sovietico Vasilij Grossman.
«Grossman non si faceva nessuna illusione sulla possibilità degli uomini di resistere ai regimi totalitari perché l’umanità nasce imperfetta e nel totalitarismo persegue, almeno all’inizio, un sogno di perfezione, quindi ci cadrà sempre, come oggi dimostra l’avanzare del fanatismo islamico. Ma i regimi dittatoriali non riescono a piegare fino in fondo l’animo umano, perché è propria di ciascun individuo la capacità di comprendere, di cambiare, di commuoversi, di resistere, di provare vergogna, anche se pochi lo fanno. Indro Montanelli mi dava del pazzo quando gli mandavo al Giornale i miei pezzi sui dissidenti russi. Lui pensava, come il mio amico Jirí Pelikán, uno dei protagonisti della Primavera di Praga, che se mai il comunismo fosse caduto sarebbe stato solo per un intervento militare degli Stati Uniti. Le insurrezioni in corso dal Nord Africa alla Siria dimostrano invece che i regimi cadono quando si consorziano piccoli gruppi di persone amanti della libertà».
Bejski non ebbe vita facile in Israele per aver voluto parificare le due memorie, quella del male inflitto e quella del bene ricevuto.
«Sentiva il dovere di esprimere gratitudine ai tanti Schindler della storia, ma non veniva compreso. Da giudice della Corte costituzionale si scontrò con Moshe Landau, che aveva presieduto il processo contro Adolf Eichmann, scovato dal Mossad in Argentina nel 1960, rapito, portato in Israele, condannato a morte e impiccato. Io stesso nel corso di un incontro privato nel 1999 tentai di ricordare a Landau che la filosofa ebrea Hannah Arendt, assistendo al processo Eichmann, non aveva scorto nel carattere del criminale nazista nulla di demoniaco e di mostruoso, né tanto meno una sua propensione al sadismo, ma solo una preoccupante normalità».
La banalità del male, per rimanere al titolo del volume in cui la Arendt raccolse le sue corrispondenze sul processo pubblicate dal New Yorker.
«Esatto. Ma il giudice Landau, parecchio stizzito, mi stroncò con un verdetto inappellabile: “Non mi riconosco nella sua interpretazione. Eichmann ha fatto uccidere gli ebrei con profonda convinzione. Altro che banale! Amava con tutto il suo cuore il lavoro che faceva. Ha agito in questo modo perché pensava come un nazista, non perché si rifiutava di pensare”».
Chi è un giusto?
«La miglior definizione si trova nella Bibbia: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Il giusto non è un santo, non è un eroe, non è un individuo politicamente corretto. Agisce per rispetto di se stesso. Come ha ben spiegato la stessa Arendt, la risposta alla domanda “che cosa devo fare?” non dipende dagli usi e dai costumi, né da un comando di origine divina o umana: dipende solo da ciò che io decido di fare guardando me stesso. In altre parole, io non posso fare certe cose perché, se le facessi, poi non riuscirei più a vivere con me stesso».
La bontà insensata parte da Qohèlet, il testo biblico grondante di interrogativi sul bene e sul male, che esclude la possibilità di un lieto fine per l’umanità.
«Perché fare il bene? Perché conviene preservare ciò che di buono abbiamo. Marco Aurelio non consigliava alcunché di diverso: “Non sperare nella repubblica di Platone, ma accontentati che una cosa piccolissima progredisca, e pensa che questo risultato non è poi così piccolo”. La speranza realistica di Bejski è stata esattamente questa».
«Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto», esorta Qohèlet. Ma se io non credo in Dio, perché mai dovrei seguire i suoi comandamenti?
«Marek Edelman, il grande protagonista della rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia, era un laico socialista. Scrisse al suo amico Konstanty Gebert: “La fede mi è estranea, non mi piace quando la si ostenta. Io non so ancora se credere in Dio, ma la cosa più importante è che Dio possa credere in te, che possa credere che tu non sarai vile, che non fuggirai dalle tue responsabilità, che non tradirai il bene, indipendentemente dal fatto che tu creda o non creda”».
Lei è ebreo osservante?
«No».
Che atti di coraggio ha compiuto nella sua vita?
«Io non sono coraggioso. Anzi! Negli anni Settanta, alla Statale di Milano, ero vicino alle posizioni del Movimento studentesco. Un giorno, mentre stringevo la mano a un amico dai capelli rossi che non vedevo da una decina d’anni, sopraggiunsero tre studenti del servizio d’ordine che lo gettarono per terra e lo presero a calci in bocca. Io rimasi in silenzio. Feci finta di non conoscerlo perché era considerato un simpatizzante dell’estrema destra. Ma poi, tornato a casa, cominciai a provare disgusto per il mio silenzio. Cercai affannosamente sull’elenco telefonico il nome di quel ragazzo, senza trovarlo. Non lo rividi più. È un rimorso che mi porterò dietro per sempre».
Mi parli dei giusti per i quali pianterà un albero la prossima settimana.
«Aleksandr Solzenicyn credo che non abbia bisogno di presentazioni. Sophie Scholl era una studentessa di filosofia che a Monaco di Baviera cercò col gruppo universitario della Weiße Rose, la Rosa Bianca, di risvegliare le coscienze dei giovani tedeschi contro il Terzo Reich. Fu torturata dalla Gestapo per quattro giorni e infine ghigliottinata. Aveva 21 anni. Jan Karski fu il grande testimone inascoltato della Shoah: per due volte penetrò nel ghetto di Varsavia e portò al presidente americano Franklin Roosevelt e al ministro degli Esteri britannico Anthony Eden informazioni precise sullo sterminio degli ebrei in atto nella Germania nazista, ma nessuno gli diede retta. Romeo Dallaire, comandante canadese del contingente Onu in Ruanda, provò la medesima frustrazione nel 1994: si rivolse al presidente delle Nazioni Unite, Boutros Ghali, e a quello degli Stati Uniti, Bill Clinton, per denunciare l’imminente genocidio, ma non ottenne mai i caschi blu di rinforzo e un milione di tutsi finirono massacrati dagli hutu».
Infine Armin Wegner.
«Intellettuale volontario del servizio sanitario tedesco in Medio Oriente, fu il primo a documentare, anche fotograficamente, il genocidio degli armeni. Il 23 febbraio 1919 scrisse invano al presidente americano Woodrow Wilson per chiedere che il suo Paese venisse in soccorso della minoranza annientata dai turchi. Ma la sua lettera più famosa resta quella che spedì ad Adolf Hitler nel 1933, quando il Partito nazionalsocialista, da poco salito al potere, varò le prime misure antisemite: “Signor Cancelliere del Reich, non si tratta solo del destino degli ebrei, si tratta del destino della Germania! Fermate queste azioni senza senso!”. Fu arrestato, frustato a sangue e rinchiuso nei campi di concentramento. Riuscì a fuggire in Italia, dove visse fino alla morte, avvenuta nel 1978. Sul soffitto della casa che si era costruito sull’isola di Stromboli incise una scritta: “Ci è stato affidato il compito di lavorare a un’opera, ma non ci è dato di completarla”».
Teme un ritorno della follia antisemita che portò alle camere a gas?
«La storia non si ripete mai in modo uguale: ha troppa fantasia».
Perché nell’Italia di oggi c’è tutto questo odio?
«Abbiamo chiuso i conti col fascismo e col nazismo: oggi è normale indignarsi per questi mali assoluti. Ma non abbiamo ancora fatto i conti col comunismo, che ha introdotto la categoria del nemico. A me non piace un Paese dove c’è una guerra civile permanente, dove il dibattito politico è teso solo all’individuazione del nemico. Il valore più bello è la pluralità di pensiero, la possibilità di cambiare opinione. Io non voglio avere nemici. Quando incontro una persona che prima la pensava in un modo e ora ragiona diversamente, mi dico sempre: meno male».
(continua)

mercoledì 30 marzo 2011

I guai della vanità

Le persone veramente grandi sanno di valere. Dante sapeva di essere un sommo poeta e infatti si pone con sicurezza in mezzo ai sei più grandi poeti dell’umanità “io ero sesto fra cotanto senno “.Erano altrettanto sicuri di sè nella filosofia Socrate, nella pittura Giotto, nella scultura Michelangelo, nella musica Bach, Mozart, Verdi, nella scienza Galileo, Newton ed Einstein. E lo erano anche quando venivano perseguitati o addirittura condannati a morte come Socrate , come Dante. In epoca più recente ricordiamo personaggi come Dostoiewsky, Nietzsche, Proust coscienti di valere anche se non ebbero i riconoscimenti che meritavano.
All’estremo opposto di chi è cosciente del proprio valore anche di fronte alla condanna, alla persecuzione,all’ignoranza c’è il vanitoso. Il vanitoso è oscuramente consapevole di valere meno di quanto non pretenda la sua smisurata ambizione e, perciò, ha continuamente bisogno di riconoscimenti, premi, medaglie, onorificenze, certificati, diplomi, dell’applauso del pubblico, di gente che lo guarda, lo ammira, lo esalta, lo elogia. E che si da un immenso daffare per procurarseli.
Tutti gli esseri umani, ce lo ricorda Hegel, hanno bisogno del riconoscimento degli altri. Il valore non ce lo possiamo dare da soli. Il bambino cerca l’amore della mamma e del papà, l’ approvazione del maestro, i ragazzi quello del gruppo di amici.
Il pittore vuol avere successo nelle sue mostre, lo scrittore con i suoi libri, il regista e l’attore sognano il premio oscar, lo scienziato il premio nobel.
La bella ragazza sogna di diventar miss qualchecosa, di essere chiamata a fare la velina o a recitare in un una fiction televisiva. Il laureato alla Bocconi di diventare amministratore delegato di una importante società. Tutti indistintamente desideriamo essere bravi, ammirati, eccellere sugli altri, essere i primi.
Ma la persona sana di mente, ancorata al principio di realtà, riesce a fare comparazioni obbiettive, ad avere una idea delle proprie reali capacità. Ci sono solo due tipi di persone che non lo fanno: il matto e il vanitoso. Il matto perché, mancando del principio di realtà, non capisce. Dice e scrive assurdità e poi si sente un genio incompreso. Il vanitoso perché ha dei dubbi sul suo reale valore, anzi spesso è cosciente di non valere un granchè ma, per non ammetterlo, cerca affannosamente il riconoscimento dagli altri. C’è chi, non potendo fare altro, racconta a tutti quando siano bravi lui e la sua famiglia. Altri non mancano ad una festa, non perdono occasione di apparire in pubblico. C’è poi chi, pur di far parlare di se va in televisione a fare stranezze e a dire sciocchezze. E chi, approfittando del proprio ruolo, fa in modo di apparirvi tutti i giorni. Vi sono poi anche persone che, per snobismo non vanno in televisione, ma si danno un gran daffare per ottenere riconoscimenti solenni, ufficiali ed istituzionali. Siamo comunque sempre e soltanto di fronte alla vanità , che cerca l’ossequio esterno per far tacere il dubbio di non essere ciò che vorresti essere, di non avere, in realtà, fatto qualcosa che ha veramente valore e che merita di essere ricordato.

Come riconoscere i cialtroni

L'apparenza inganna, l’abito non fa il monaco. Proverbi stupidi che invitano alla pigrizia perche tutto ciò che noi siamo si oggettiva all’esterno. I nostri sentimenti, i nostri valori, i nostri vizi, le nostre virtù si stampano nel nostro volto, nei nostri gesti, nel nostro linguaggio, nel nostro abbigliamento, nelle cose che leggiamo o non leggiamo, nell’arrendamento della casa, dell’ufficio, nella scelta dei nostri amici, dei nostri collaboratori. Noi siamo dei libri aperti. Ma la gente o ha gli occhi chiusi, o non sa leggere o non lo legge con attenzione.
I grandi investigatori sono capaci di cogliere sfumature insignificanti, capiscono se uno è il gregario o il capo di una organizzazione malavitosa. Anche i grandi registi, i grandi scrittori sono abituati ad osservare e, con pochi particolari, sanno tratteggiarti un personaggio. Ma anche noi possiamo farlo con un po’ di attenzione. Ci si presenta un uomo elegante, vivace, si offre di aiutarìci. Lo cerchiamo nella sua impresa e risponde una centralinista sgraziata, ci passa un numero dove non risponde nessuno Guardiamo la sua Home Page su Internet, è caotica, disordinata. Ci basta. Inoltre la gente si tradisce sempre. Basta avere pazienza e ricordare cosa si è visto o sentito. A volte per capire se uno vi farà sbagliare basta dare ascolto a un senso di disagio interiore, ad un dubbio che vi ha afferrato mentre faceva la sua proposta.
A volte basta ricordare un frammento di conversazione udito per caso. Ricordo il caso di una signora affascinante di cui ero ospite a cena. Passando mi è capitato di sentirla parlare al telefono non so con chi. Vomitava minacce e oscenità, con tale furia, con tale odio da fare paura. Per sapere di più di una persona fatela parlare, datele corda, guardatela negli occhi e fate cenno di si con la testa come se foste affascinati e d’accordo. Poi ponete domande, chiedete chiarimenti dandole l’impressione di complicità. Faceva così l’avvocato Gianni Agnelli. È il metodo usato dall’investigatore Poirot nei libri di Agatha Christie.
Non fatevi trarre in inganno dagli stereotipi, dai pregiudizi e saprete sempre chi avete davanti.

martedì 29 marzo 2011

Al di la del tempo

Rivedo la camera grande dei miei genitori e il loro lettone, li rivedo  accanto, notte dopo notte, per una intera vita. Mia madre non amava dormire, era come se volesse resistere al sonno e si metteva a letto quasi seduta. Era come se non volesse arrendersi, diceva che  la notte le portava via del tempo prezioso e amava vedere gli spiragli dalle finestre per catturare la prima luce dell'alba.
Mio padre invece si distendeva nel letto per abbandonarsi ad un sonno ristoratore, la giusta ricompensa per un giorno funestato dalle ansie del vivere. Lui, inguaribile ottimista, in vecchiaia era diventato incerto e malinconico. I suoi sonni erano funestati dalle scene terribili della deportazione subita ma il suo risveglio era sempre sereno, non si lamentava mai.
Anche mia madre sognava spesso, i suoi sogni erano spesso premonitori e quasi sempre molto vissuti, la mattina ci intratteneva con il racconto meticoloso di un sogno quasi sempre surreale che finiva per lasciarla sconvolta.
Cominciavano insieme la giornata papà e mamma, li rivedo seduti attorno al tavolo del tinello con la loro tazza di tea e le brioche sul tavolo, era il loro volersi bene anche nelle piccole cose, ognuno con i propri pensieri e le proprie sensazioni ma insieme, lui molto affettuoso con lei e lei più schiva, dopo tanti anni insieme non riusciva ad essere espansiva come lui avrebbe voluto.
Poi la malattia di mio padre sconvolse tutti gli equilibri e gli affetti familiari e dopo qualche anno mia madre rimase sola, si ritrovò così in un letto troppo grande per lei, ma non smise di rifiutare il sonno, raccontava che di notte cercava mio padre allungando una gamba nell'altra metà del letto per poi ritrarla subito, sconsolata.
Ora se ne è andata anche lei e voglio pensare che abbiano ritrovato un grande letto morbido dove continuare i loro sogni senza ansie ed incubi, al di la del tempo.

La mia intervista su WHOHUB si parla di GIORNALISMO


Le interviste realizzate per il sito WHOUB trattato moltissimi temi e vengono poi conservate sul sito stesso per uno scambio di opinioni tra professionisti dello stesso settore,
la mia tratta di GIORNALISMO e la trovate qui Manuela Valletti


Qual è la tua specialità? Che temi tratti?
Tratto argomenti sociali, politici e di costume. I temi che
tratto rappresentano anche il mio interesse personale 
verso gli altri e verso la gestione della cosa pubblica. 
Ho scritto molti articoli anche sugli animali, 
un'altra mia passione.
In che media hai lavorato?
Ho lavorato per alcuni periodici, ho diretto due giornali
di settore e un giornale on line.
Un indirizzo web dove possiamo vedere qualcosa 
su di te?
Cos'è la notizia per te?
Comunicare ad altri qualche cosa che è accaduto.
Cos'è per te l'obbiettività?
Credo che sia onesto dire che ognuno ha il proprio
punto di vista, nello scrivere una notizia occorre
cercare di non lasciare che il nostro punto di vistA
prenda il sopravvento.
Qual è il titolo miglior che abbia mai letto?
Ci sono i titoli che introducono nella notizia e altri
che fanno solo sensazione. Preferisco i primi con
un occhio ai secondi
Qual è il titolo che ti piacerebbe veder scritto un
 giorno sui giornali?
L'Italia al primo posto nel mondo come qualità
della vita.
Che giornale ti compri la domenica? Dove lo leggi?
Il giornale lo compro tutti i giorni e lo leggo 
ovunque mi trovo. Non acquisto settimanali o altro
Finisce la libertà d'espressione, lì dove inizia
la linea editoriale del media?
Non sempre, dipende da chi è l'editore. 
Ma spesso si.
Si sta perdendo il giornalismo di analisi e ricerca?
Senza dubbio si
Grazie alla macchina fotografica in ogni telefono,
ogni cittadino può essere un corrispondente?
Si se ha il senso della notizia, se ha la passione
di comunicare.
Come ti spieghi l'auge della cronaca rosa?
Me la spiego con la superficialità dei tempi
in cui viviamo
Qual è la tua posizione riguardo il diritto dei famosi 
alla loro intimità?
E' indubbiamente un diritto, va rispettato. 
In realtà l'argomento non mi interessa molto.
Cosa ci puoi insegnare sull'arte dell'intervista?
Credo che un'intervista debba partire da una 
buona preparazione,una buona dose di 
informazione su chi si deve intervistare
e le idee molto chiare su che cosa vuoi 
riuscire a sapere dal tuo intervistato.
Personaggi famosi che hai intervistato
Non so quanto famosi, ma tutti i politici 
delle istituzioni milanesi e i parlamentari
qualche anno fa, il Cardinal Martini.
Il giornalismo blog sta rivoluzionando
la professione?
Certo, può essere un ottimo strumento
di comunicazione.
Sparirà il giornalismo su carta?
Il problema del giornalismo su carta è legato 
ai costi della stampa e alla distribuzione. 
Oggi come oggi manca di immediatezza, 
molti giornali hanno copie on line, 
non così dettagliate, ma comunque ottime
come veicolo di informazione.
Cosa pensi dei giornali che si distribuiscono 
gratuitamente per le città?
Alcuni sono di buona qualità, sono letti da
molte persone soprattutto perchè non hanno
alcun costo
Qual è il libro che ti piacerebbe scrivere?
Ho scritto quattro libri partendo da esperienze
personali, mi piacerebbe scrivere un romanzo.
Qualche massima o principio etico che ti aiuta
a prendere una decisione in momenti difficili?
"La sicurezza è degli imbecilli".. quindi
meglio approfondire e poi decidere
Che consiglio daresti alle persone che sono
appena uscite dalla facoltà e che vogliono
introdursi nella professione?


La professione è dura e spesso occorre scendere
a compromessi.In italia manca il giornalismo di
inchiesta, quello serio che non venera il potere,
intraprendete questa strada e buona fortuna.


venerdì 25 marzo 2011

Abbiate pietà della famiglia di Yara!

Dal 26 di febbraio i genitori della piccola Yara Gambirasio stanno aspettando di poter rendere l'ultimo saluto alla loro bambina. Hanno bisogno di poterla veder riposare in pace, per lei hanno scelto una piccola zolla di terra accanto ai nonni paterni nel cimitero di Bonate Sopra.
Dopo la straziante attesa per un ritrovamento della ragazza che non è avvenuto, dopo il traumatico ritrovamento del suo cadavere, dopo le tante ipotesi sulla sua morte e peggio dopo che non esistono praticamente indizi per scovare il suo assassino, questi genitori si vedono anche negare la possibilità di fare un funerale alla figlia.

Il termine del 3 aprile indicato dalla Procura per la riconsegna del cadavere ai familiari sembra poter nuovamente slittare e il dolore dei genitori non può in alcun modo placarsi. C'è bisogno di riportare Yara a casa e poi di accompagnarla nella sua palestra dove le compagne e tutto il paese la saluteranno per l'ultima volta, c'è bisogno di sapere che la piccola è ritornata tra chi la ama e che nessuno le farà più del male, poi la accoglieranno i nonni e la proteggeranno loro.
Almeno questo ai Signori Gambirasio si potrebbe concederlo, si potrebbe donare loro un po' di pace.

giovedì 24 marzo 2011

Violazione del copyright

Credo sia utile a tutti conoscere come sono tutelati i  nostri scritti sul web, siano essi articoli o email.
Questo dice la legge:

Testi, scritti, articoli, e-mail - Ogni forma di testo, anche breve, è tutelata dalla normativa sul diritto d'autore e non può essere copiata, riprodotta (anche in altri formati o su supporti diversi), né tantomeno è possibile appropriarsi della sua paternità. L'unica eccezione prevista dalla legge (art. 70 l. 633/41) è quella di consentire il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o parti di opere letterarie (ma non l'intera opera, o una parte compiuta di essa) a scopo di studio, discussione, documentazione o insegnamento, purché vengano citati l'autore e la fonte, e non si agisca a scopo di lucro, sempre che tali citazioni non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera stessa. Solo in questa particolare ipotesi si può agire senza il consenso dell'autore.
Qualsiasi testo originale, che abbia il carattere minimo di creatività è dunque protetto di diritto, senza bisogno di particolari adempimenti o avvertenze, pure se espresso in forma orale (ad es. la fonoregistrazione di un'opera di teatro).
Nessun limite di legge sussiste invece per la riproduzione di testi di autori morti da oltre settant'anni.
Si deve comunque considerare che pure gli scritti dal carattere non specificatamente creativo (ma divulgativo, comunicativo, informativo), che vengono trasmessi attraverso la rete, beneficiano di tutela giuridica. è il caso ad esempio delle E-MAIL, che, rappresentando una forma di corrispondenza, sono sottoposte al divieto di rivelazione, violazione, sottrazione, soppressione previsto dagli artt. 616 e 618 del codice penale.

Fin qui la normativa, a questo si aggiunge il fatto che ove l'autore di un blog avverta che i suoi articoli NON sono riproducibili senza il suo consenso, fatta eccezione per i social network indicati sul blog stesso, è veramente arduo sostenere di avere diritto di appropriarsi dello suo scritto soprattutto se lo scopo non è così limpido come si vuol far credere.

Nel caso specifico di questo blog, sono molto chiare le note che danno indicazioni sulla non possibilità di copiare articoli senza il mio consenso, a questo scopo il blog è stato appositamente protetto da ulteriore copyright che si aggiunge al diritto naturale di ogni autore di non vedere il suo lavoro riprodotto su un altro sito.
Verificando ora il sito che ha pubblicato i miei scritti oggi - 25 marzo 2011 - ho notato sotto i miei articoli scritte giustificative... peccato che io sia in possesso di bel altro materiale dove la violazione del mio copyright era palese, vi sono riportate perfino l'immagine della testata del mio blog...in ogni modo attendo pazientemente che venga tolta dal suddetto sito la mia firma e se dovessero capitarmi guai per questa iniziativa scriteriata, il proprietario del sito se ne assumerà la responsabilità. La ricreazione è finita.

domenica 20 marzo 2011

Una guerra che non mi piace

Sono molte le ragioni che preludono allo scatenarsi di una guerra, nessuna di queste è mai così nobile da giustificarla. Le guerre servono "per portare la pace", "per liberare gli oppressi", "per sistemare questioni interne alle Nazioni", "per ragioni economiche" e per "rifare il trucco a qualche capo di stato in cattive acque" e anche per una bella donna, ricordiamoci la guerra di Troia.
Le motivazioni addotte dall'Onu per  giustificare l'azione militare contro la Libia di Gheddafi oggi, sono almeno sospette e non mi convincono fino in fondo.
Sono sempre passata per una guerrafondaia :-)), ero infatti a favore degli interventi in Afghanistan ed in Iraq, sono molte le volte che sono stata contestata e coinvolta in mille polemiche in rete per la mia posizione, mi sono sempre  state rivolte accuse di tutti i generi per le mie crociate contro i pacifisti quindi non credo che il mio pensiero oggi possa essere accomunato ad una banale presa di posizione contro la guerra in generale, io sono contro questa guerra ed ecco perchè:

A- sono molte le emergente umanitarie nel mondo e nessuno se ne fa carico ( Darfur,Bahrain;Iran, Tibet ecc), si registrano e basta e allora come mai ci occupiamo ora e tardivamente della Libia?
B - la Francia e in particolare Sarkozy si era detto pronto ad intervenire da solo  fin da subito se l'Onu non avesse autorizzato l'operazione e infatti non ha aspettato nemmeno la risoluzione per andare a bombardare la Libia. Non lo ha fatto certo per una questione umanitaria, ricordiamoci che la Francia non ha mai mosso un dito in molte altre emergenze di questo tipo. Come mai qui è così interventista? Probabilmente ha una voglia matta di mettere le mani sul petrolio che una volta era nostro.
C - la situazione libica è caotica, non si sa chi si va ad aiutare. In Libia c'è una guerra civile e due fazioni che si combattono e noi in tutta onestà conosciamo solo il perfido Gheddafi.. ma gli altri chi sono? Potremmo trovarci ad aver soccorso (ammesso che vada così) anche un potenziale nuovo dittatore...e che cosa accadrà dopo? Quale è il progetto per la Libia?
D - l'intervento militare in atto ha già prodotto moltissimi morti e lo spiegamento di forze pronte ad intervenire mi fa pensare che non si tratti di creare una semplice No Fly Zone ma ben altro.

Posso anche capire che, visto la posizione Francese, l'Italia abbia dovuto per forza intervenire per salvare i propri interessi, ma è una gran brutta storia, una storia che non vorrei che il mio Paese fosse stato  costretto a scrivere.

sabato 19 marzo 2011

Giornalisti e velinari

In Italia i giornalisti vengono sovente  e da più parti messi sotto accusa, se ne contesta il ruolo, la professionalità e il loro condizionamento politico. Devo dire che in linea di massima condivido il fatto che nella nostra nazione la stampa segua spesso "l'onda" e che sia molto  difficile  assistere a dibattiti televisivi che vedano politici veramente messi in difficoltà da giornalisti con gli attributi, le domande sono spesso  addomesticate e l'onorevole di turno sfrutta l'occasione per farsi propaganda. Questo "sistema" è in uso sia in Tv che sulla carta stampata, oramai i cittadini sanno benissimo le tendenze di questo o quel quotidiano e spesso acquistano quello che sposa proprio il loro pensiero politico rinunciando così ad una informazione non di parte. In realtà per essere informati correttamente si dovrebbero acquistare almeno 6 quotidiani, ma visto i costi di un giornale, credo che pochi se lo possano permettere. Questa è  comunque storia nota ed è proprio per avere la libertà di esprimersi,  che chi scrive ha sempre esercitato la professione da freelance.
In questi giorni invece il dibattito si è spostato sui colleghi che si occupano di cronaca nera: i casi di Sara Scazzi e di Yara Gambirasio e le  cronache dalle varie procure hanno dato l'impressione di una diffusione  pura e semplice della voce degli inquirenti e non, invece, ad una cronaca giornalistica vera e propria.Si è in pratica evitato di esercitare il diritto di critica e questo è certamente  un male visto che   sono tanti e palesi  gli "errori" che  un bravo giornalista avrebbe dovuto rilevare sulle indagini di  uno e dell'altro caso, a cominciare, ad esempio, dalla mancata delimitazione della zona del crimine ad Avetrana per finire alle quasi certezze che gli inquirenti avevano sbandierato di ritrovare Yara viva a Brembate... 
Quello che servirebbe oggi è invece è un giornalismo investigativo che "non guardi in faccia nessuno" che indaghi anche sullo svolgimento delle indagini e che ne denunci puntualmente le carenze e i ritardi. Tutto ciò avrebbe l'indubbio merito di aiutare la giustizia e di nobilitare la professione.

L'iimagine di una tragedia e i soliti sciacalli


Ho scelto questa immagine per ricordare la tragedia del Giappone, non lo scempio delle città, non le tute bianche che richiamano la paura di un probabile disastro nucleare, ma l'immagine di una mamma con la sua bimba in braccio, il viso distrutto dal dolore e dalla stanchezza guarda  la bimba che pare dormire, entrambe ricoperte di fango. Forse non sapremo mai se la bimba è morta, noi speriamo di no, sta di fatto che  questa è l'immagine del coraggioso popolo giapponese, un popolo che ne ha passate tante e che anche oggi, davanti a questo immane disastro affronta con compostezza tutto quanto deve affrontare.
Noi speriamo con loro che le cose si risolvano presto, che il disastro nucleare sia contenibile e che alla fine riescano a seppellire tutti i loro morti. Ce la faranno e ricostruiranno  tutto, anche altre centrali nucleari, loro, proprio loro che hanno subito il disastro di Hiroschima, perchè i giapponesi  guardano in faccia alla vita sempre e comunque con la consapevolezza che il progresso ha i suoi costi e che senza nucleare non potrebbero sopravvivere.
Mentre accade questo, in Italia i soliti parolai hanno già lanciato il guanto di sfida contro il nucleare, sono gli stessi che magari si lamentano dei rincari energetici e che vedono con favore le centrali francesi e svizzere comunque a pochi passi da noi. Quanta ipocrisia da parte dei "signori del no" di quelli che si lamentano sempre e per tutto.
Che abbiano almeno la decenza di non strumentalizzare una tragedia che non è la loro e che deve essere vissuta con rispetto per le persone e per le loro scelte.


Il giorno della Memoria all'Istituto Lagrange Brera di Milano

La Proff.sa Di Gerolamo ieri mi ha gentilmente segnalato la pagina del sito dell'Istituto Lagrange Brera che ospita la cronaca della commemorazione della Giornata della Memoria che mi ha visto partecipe.
E' stato  un bellissimo regalo per me, ho potuto rivedere il video della mattinata e mi ha fatto davvero tanto, tanto piacere.
Riporto l'immagine dalla pagina web dell'istituto e vi invito a cliccare sul link che troverete sotto per approfondire.


giovedì 3 marzo 2011

"Quella bestia va punita"

Così i genitori di Yara Gambirasio si sono espressi per chiedere giustizia per l'omicidio della figlia. Mi viene da dire che forse stanno offendendo le bestie, anzi senza forse, ma su una cosa hanno assolutamente ragione, la richiesta di una giustizia rapida e giusta.
Questi genitori avevano avuto dagli inquirenti assicurazione che la figlia fosse viva, avevano atteso in silenzio proprio per questa speranza, invece le indagini non hanno fatto alcun passo avsanti dopo tre mesi dalla sparizione della ragazzina, anzi sono state prese alcune cantonate non indifferenti, una per tutte la questione del muratore marocchino arrestato sulla nave che lo stava riportando in Marocco per un errore di interpretazione di una sua intercettazione; mentre lui veniva riportato in Italia, la sua auto rimaneva sulla nave e proseguiva verso la sua meta. Se il ragazzo fosse stato colpevole i rilievi sulla sua auto sarebbero stati fondamentali. Ora pare che anche la seconda traduzione dell'intercettazione non sia quella giusta...
Quanta superficialità in questa vicenda e non solo in questa, le indagini della polizia sono sempre meno attendibili, basti dire che ad Avetrana la presunta scena del crimine non è mai stata nemmeno transennata e per ritornare a Yara, il campo dove è stato rinvenuto il suo cadavere è stato transennato per 24 ore, poi reso agibile e dopo un giorno nuovamente transennato.
Ci sono pochi commenti da fare, gli apparati dello stato connessi con la gestione della giustizia vanno profondamente rimodernati, i genitori di Yara chiedono una giustizia giusta, l'avranno? Lo  vedremo in questi giorni, ma se così non fosse saremmo davvero messi male, anzi malissimo.

domenica 27 febbraio 2011

Caino che cosa hai fatto?

«Cosa hai fatto?» disse Dio a Caino... «Meglio sarebbe per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» disse Gesù..... ma nonostante questo Caino è tra noi ancora oggi e per via di quel libero arbitrio che è proprio  dell'uomo, colpisce inesorabilmente creature innocenti. Il sorriso di Yara Gambirasio è stato spento per sempre, da ieri lo sappiamo tutti e lo sa anche la sua famiglia.
Una ragazzina di tredici anni rapita, uccisa e poi abbandonata a marcire in un campo.. che cosa può esserci di più crudele di un gesto simile, come faranno la sua mamma e il suo papà a ritornare a vivere? Dopo Sarah Scazzi, Yara e con un numero che è una costante diabolica, il 26... il 26 di agosto sparì Sarah e il 26 novembre Yara che venne poi ritrovata il 26 febbraio, ieri appunto.
Ora sentiremo le solite frasi di circostanza, i soliti servizi televisivi, assisteremo allo scandagliare impietoso nelle vite dei protagonisti di questa tragedia e vedremo la piccola ginnasta nelle foto che la ritraggono sorridente con le sue compagne. Ma l'assassino lo vedremo? Lo vedremo in faccia questo mostro? E soprattutto questo mostro verrà punito in modo esemplare o farà i soliti 10 anni di galera e poi sarà libero come Erica e Omar, coma la Franzoni, come molti altri mostri che hanno insanguinato questa  nostra epoca?
Caino continua a colpire inesorabilmente ma non c'è nessuno che gli mette  "al collo una macina girata da asino, e lo getta negli abissi del mare" e io questo vorrei, lo vorrei per Yara, per Sarah, per Samuele e per tutti quei poveri angeli che in questi anni hanno trovato la morte e che ora  possono solo sperare in una giustizia giusta e inflessibile.

martedì 22 febbraio 2011

Per i lettori de IL FATTO chi è di centro destra merita un nuovo Piazzale Loreto


Ricordate Gabrielle Giffords? È la deputata del Congresso americano che rimase gravemente ferita nella sparatoria dell’8 gennaio scorso a Tucson, in Arizona. Un balordo, Jared Lee Loughner, uccise sei persone durante un comizio della Giffords, vero bersaglio dell’attentato. Pesanti critiche travolsero il mancato vicepresidente repubblicano Sarah Palin, che aveva redatto una «target list» di avversari politici tra cui figurava anche la deputata ferita. Fu accusata di fomentare odio e violenza come «mandante morale» della strage.

Chissà allora come si dovrebbe definire l’ultima trovata dell’allegra brigata del Fatto Quotidiano, che ieri sul sito internet diretto da Peter Gomez hanno lanciato il «concorsone del Misfatto». Mentre si moltiplicano gli appelli a raffreddare il clima politico e moderare i toni, la gazzetta delle procure lancia un sondaggio online per votare il miglior «giustificatore dell’ingiustificabile». Cioè una lista di proscrizione con i peggiori «berluscones».

Una goliardata? Tutt’altro, a leggere gli accenti del testo che presenta la «Travaglio’s list»: «Perché in questo Paese gareggiano solo i cantanti a Sanremo? Sono solo costoro a sudare come suini per argomentare tesi eteree? E Belpietro, dove lo mettiamo? Probabilmente insieme a Cicchitto, quindi in posti da frequentare con cautela. E Rotondi? Ogni giorno vediamo sfilare gli stessi volti agghiaccianti di vassalli sguinzagliati in difesa dell’indifendibile, a sostegno dell’insostenibile».

Così il Fatto passa dal televoto del festival al tiro al bersaglio su internet, compresi gli accessori «come la capigliatura da opossum applicato sul cranio della Bernini o lo sguardo ammaliatore di Mario Sechi». Sono 13, numero del malaugurio. Vanno da Daniela Santanchè a Ignazio La Russa, da Belpietro a Sallusti, da Capezzone alla De Girolamo. Ma i lettori si lamentano: troppo pochi questi «lacché». Dove sono Lupi, Rotondi, don Verzé, la Carfagna, la Brambilla? Perché mancano quelli della Lega? E il «repellente Sacconi» (Brulollo)? «Quel ributtante di Ferrara e quella lingua color marrone di minzolino» (roberto291961)? Vorrebbero addirittura «il Pacciani» (tizi66). E naturalmente «tutta la redazione di Libero, il Giornale, Il Foglio e Europa e manca anche Sgarbi» (Catilina).
Hai voglia a dire che non si tratta di una campagna d’odio né di spandifango, appellativi riservati alle inchieste del Giornale.

La verità è che i lettori del Fatto hanno preso la cosa tremendamente sul serio. Alle 20 di ieri erano stati superati i 20mila voti (la Santanché stravince su Capezzone), con un migliaio di segnalazioni su Facebook e 565 feroci commenti contro «i peggiori giustificatori di B». Eccone alcuni, testuali.
«Avete preso un pugno di viscidi vermi e vorreste che noi votassimo il più ripugnante» (filpa52186). «Non sarebbe meglio farli visitare da dottori capaci?» (agnes). «Bisognerebbe istituire un accalappia-politici che ci tolga gli esemplari socialmente patologici» (Johnny). «Sono tutti da portare in discarica» (dopa). «Sono tutti spazzatura umana non riciclabile» (Fabio62). «La lista è composta da nomi appartenenti alla categoria dei “diversamente umani”» (Jack Flash). «Fanno schifo e vomito, fanno paura ai bambini» (mortealtiranno). «Come si può giudicare in una mandria di porci che sguazzano nel loro letame qual è il più pulito?» (asterisco). «Un bel branco di berluscani rabbiosi» (bfuoridaic).
E questi sono i più minacciosi, roba da scongiuri (o da scorta). «Se dovesse accadere l’irreparabile (mister B. continua così) il popolo li cercherà e per loro non sarà una bella esperienza. Quando il popolo si muove le leggi non esistono più...» (Marco_it). «E se smettessimo di ridercela e cominciassimo a muoverci?» (Maria Vittoria). «Morto il re muoiano tutti questi traditori dell’Italia!» (Liberty). «Io mi accontenterei di una semplice inserzione funebre» (Fabrizio Rudian su Facebook). «Quanto mi piacerebbe vederli tutti insieme al loro padrone pagatore a fare l’altalena dalla balaustra di un distributore!» (Cartouche). «...a testa in giù, ovviamente!» (roberto291961). «Un falò e dentro tutti» (Franco Pellizzari). E ad accendere la pira, la carta del Fatto.
da IL GIORNALE - Filippo Facci 

lunedì 14 febbraio 2011

Donne in piazza per la loro dignità?Qualcosa non torna..

Ieri ho assistito ad una grande mobilitazione di donne che scese in piazza in molte città italiane inneggiavano alla salvaguardia della propria dignità e, la maggior parte di loro, chiedeva le dimissioni del Premier colpevole, a loro dire, di aver oltraggiato con i suoi comportamenti la sensibilità delle donne.
Non voglio nascondermi dietro un dito e quindi scrivo che tutto ciò di cui Berlusconi è stato accusato ha molto infastidito anche me, non per una lesa dignità delle donne, le sue per altro consenzienti, ma per una sorta di delusione nei suoi confronti.
Detto questo, devo però specificare che il Premier è per ora solo accusato, continuerò a giudicarlo per la sua azione di governo e non per quello che fa sotto le lenzuola e attenderò che si chiarisca la sua posizione.
Ritornando alla mobilitazione al femminile però qualche cosa non torna. Come mai queste signore si indignano per una presunta accusa al premier e non per i moltissimi casi di ragazzini di 11 anni che assumono stupefacenti o per le ragazzine di 13 anni che si esibiscono sul cubo nelle discoteche milanesi? Sono questi i sintomi di una società malata, eh si, perchè la nostra società è malata davvero e molto gravemente, ma non per colpa di Berlusconi.
Dico alle donne di guardarsi in casa, sanno dove vanno le loro figlie, che cosa fanno i loro figli o pensano che sia la scuola a doverli educare? E poi quale scuola? Quella che li indottrina invece che istruirli? 
Qui non si tratta di combattere il modello " Drive in", qui si tratta di prendere coscienza che le radici di tutto questo sfascio affondano pervicacemente nel '68. Chi a quell'epoca predicava l'amore libero, il sesso ad oltranza, lo spinello, il sei politico, la famiglia allargata, oggi ha mansioni dirigenziali in ogni ambito di questa Nazione e probabilmente ha anche procreato e passato il testimone ai giovani di oggi che fortunatamente non sono tutti come i padri, ma certi valori non li posseggono proprio.
Una bella autocritica sulla nostra società e sull'origine dello sfascio dei valori a cui per anni l'Italia tutta ha fatto riferimento  a questo punto si  impone.
Un'ultima cosa: chi ha manifestato per la propria dignità di donna promuove poi a pieni voti l'aborto, il matrimonio tra gay e l'adozione di bimbi per le coppie omosessuali, forse una qualche contraddizione c'è, non vi pare?

mercoledì 9 febbraio 2011

Il mio libro "candidato" ad essere testo nelle scuole medie superiori

Ieri sera, sono stata invitata ad un incontro molto importante con esponenti del governo e  ho presentato in modo molto originale il mio libro "Deportato I57633 Voglia di non morire" che racconta la deportazione di mio padre Ferdinando a Mauthausen e i fatti incredibili che gli hanno consentito di salvarsi.
Ho letto brani del libro accompagnandoli con la visione di alcuni spezzoni di filmati originali dei campi di sterminio e della loro liberazione, alternandoli con brani musicali ad effetto e con la recitazione di due attori.  Il tutto è risultato molto suggestivo e molto coinvolgente, alla fine il pubblico ha lungamente applaudito. 
Sono molto soddisfatta per la serata e per le nuove prospettive che si aprono per il mio libro, ringrazio tutti i presenti e soprattutto un mio carissimo amico avvocato che ha procurato i filmati e i brani musicali. I due attori che hanno recitato alcune scene fanno parte di una compagnia di mimi.
Sarà possibile ripetere questa performance nuovamente in pubblico, appena ce ne sarà l'occasione.
Dal prossimo anno le scuole interessate al progetto potranno animare la lettura provvedendo alle musiche e alla recitazione. Sarà quindi possibile per i ragazzi "creare il ricordo" impegnandosi in prima persona.

LA PORCATA FINALE

Messaggini, tele­fonate, confi­denze: il gran­de fratello del­le procure, che ha punta­to il suo orecchio su chiunque avesse a che fa­re con Berlusconi, sforna nuovo materiale appeti­toso per guardoni. La cre­pa aperta dai pm di Mila­n­o sta diventando una vo­ragine e adesso si capisce perché la giustizia non funziona: buona parte dei magistrati italiani è da mesi impegnata a spia­re nella vita privata del premier e dei politici, spe­rando di trovare qualche cosa di piccante, se poi non è reato pazienza per­ché l’obiettivo è scredita­re, infangare. Ogni gior­no ha la sua novità, e le ul­time arrivano dalla Procu­ra di Napoli che non vuo­le rimanere indietro nel­l­a corsa all’ammazza Ber­lusconi. Migliaia di inter­cettazioni stanno per es­sere riversate nelle reda­zioni dei giornali, deliri di ragazze in alcuni casi anche probabilmente, o meglio evidentemente, in stato confusionale. Tutto questo è il segno che ormai siamo allo scontro finale. Tanto che la Procura di Milano ha deciso di forzare la mano al diritto e al buon senso chiedendo il processo im­mediato per Berlusconi non soltanto per l’ipotesi di concussione (la telefo­nata in questura sul caso Ruby) ma anche per lo sfruttamento della prosti­tuzione minorile (caso Ruby). Si dà il caso che il rito immediato si usi quando le prove sono schiaccianti, talmente evidenti da saltare la fase istruttoria del processo. Come si fa a ritenere «cer­ti » due reati nei quali le presunte vittime (il fun­zionario della questura e la ragazza) negano di es­sere tali? Non è questo sufficiente a dimostrare quanto meno un dubbio sulla fondatezza dell’ac­cusa? Lo sarebbe per qualsiasi caso, non lo è se di mezzo c’è Silvio Berlu­sconi. Per il premier la legge non si applica, si interpre­ta, e guarda caso sempre a favore dell’accusa. Co­sì, decaduto il legittimo impedimento, a marzo ri­prenderà anche il proces­so Mills (presunta corru­zione) nonostante la pras­si voglia che s­e il presiden­te della corte viene trasfe­rito ( come nel caso in que­stione) il dibattimento debba riprendere dall’ini­zio. Se la situazione non fos­se tragica, perché in gio­co ci sono le elementari li­bertà personali, il mo­mento si potrebbe defini­re comico. Ieri l’opposi­zione ha chiesto di poter ascoltare in Parlamento la giovane Ruby (forse vo­gliono sapere dettagli sui suoi gusti sessuali), e il sindacato delle prostitu­te ha annunciato che scenderà in piazza dome­nica c­ontro la strumenta­lizzazione che la politica sta facendo della profes­sione. Insomma è tutto un bordello, per di più ge­stito e orchestrato da una manica di moralisti pub­blici dalla dubbia morali­tà privata. Contro i quali Giuliano Ferrara, diretto­re del Foglio, ha chiama­to a raccolta per sabato a Milano il popolo degli uo­mini liberi. L’appunta­mento è al teatro Dal Ver­me al motto di: «In mutan­de ma vivi ». Noi non man­cheremo.
A. Sallusti - Il giornale

mercoledì 2 febbraio 2011

Dal ricordo alla triste realtà di oggi

Si vanno spegnendo gli echi della Giornata della Memoria e ognuno di noi ritorna alla realtà di tutti i giorni. E' stato commovente ricordare il sacrificio e la sofferenza di tante persone deportate nei lager nazisti, lo è stato tanto anche per me che ho ricordato mio padre in diversi Istituti superiori di Milano.
Tutta questa gente che cosa direbbe se vedesse ora il nostro Paese? Forse si domanderebbe per chi e per che cosa ha tanto sofferto. Non è certo questa la nazione per la quale si sono battuti, non è certo questa la classe politica che avrebbero voluto avere.
Mi sono posta questa domanda mentre guardavo negli occhi tanti ragazzi attenti e commossi, mentre rispondevo alle loro domande e quando con tanta emozione sono venuti a salutarmi. I giovani sono sani, hanno diritto di vivere in un Paese migliore di questo e la nostra Italia è una nazione da ricostruire dalle sue fondamenta.
Non voglio fare la predica a nessuno, probabilmente tutti noi adulti  abbiamo sbagliato, forse però tutti noi siamo ancora in tempo a rimediare, basterebbe imparare dai nostri vecchi e riscoprirne la fede, l'amore per la patria, i valori che li hanno animati per tutta la vita. Non è troppo tardi, non può essere troppo tardi!

giovedì 27 gennaio 2011

L'On. Walter Veltroni nella Giornata della Memoria ricorda Ferdinando Valletti e le vittime della Shoà

Nella "Giornata della Memoria" abbiamo chiesto all'On. Walter Veltroni di commemorare le tante vittime della barbarie nazifascista che vide perire milioni di innocenti durante il secondo conflitto mondiale. Fra i tanti che si distinsero per atti di eroismo ed umanità Walter Veltroni ricorda la figura di Ferdinando Valletti, ex calciatore del Milan e deportato nel campo di sterminio di Muthausen.
scritto per noi 
dall'On. Walter Veltroni

La vicenda umana di Ferdinando Valletti, così come affettuosamente ce la racconta la figlia Manuela, è quella di un eroe antieroe, prezioso per quello che ha fatto e per come lo ha fatto, per la semplicità dei suoi gesti di solidarietà e per l’impegno proseguito tutta la sua vita per non dimenticare. E’ bello che La Perfetta Letizia abbia deciso di ricordare il Giorno della Memoria e lo faccia con questa testimonianza semplice e toccante.
Perché ho definito Valletti un eroe-antieroe? Per mille motivi: è un ragazzo come tanti, un operaio e un calciatore (una cosa come questa oggi sembra impossibile, ma che sapore doveva avere quel calcio così lontano dai soldi e dai riflettori), un diciassettenne diplomato alle scuole tecniche, orgoglioso del suo posto in fabbrica come della maglia del Milan. 

Un giovane che gioca con Meazza ma che guida anche gli scioperi del marzo 1944 contro il fascismo, contro la fame e contro la guerra.Ecco, quello sciopero che costò il carcere e la deportazione a Ferdinando è ancora oggi ricordato dagli storici come il più grande moto di protesta e rivolta nell’Europa occupata dai nazisti: per giorni a Milano, come nelle altre grandi città industriali, fabbriche e servizi rimasero fermi, perfino il Corriere della Sera non arrivò nelle edicole. I tedeschi, che erano impegnati in una durissima campagna militare contro le formazioni partigiane, furono costretti a tornare nelle città. A chi parla della Resistenza italiana come un fatto di élite, sostanzialmente marginale e lontano dalle grandi masse, vorrei ricordare quegli scioperi, quegli operai come Valletti.
Così mi appare straordinario il racconto di Manuela Valletti di suo padre che gioca a pallone e che grazie a questo salva delle vite, lotta per sé e per gli altri. Che lezione in queste semplici e straordinarie azioni! I campi, quello di Mauthausen come il sottocampo di Gusen, sono i luoghi più tragici e più eroici del secolo che ci ha lasciato solo da 11 anni. Li ho visitati molte volte insieme ai ragazzi delle scuole romane.
Su un muro del campo di Bergen Belsen c’è un graffito, e ci sono delle parole, lasciate da un deportato. “Io sono qui – c’è scritto su quel muro – e nessuno racconterà la mia storia”. Ecco: la disperazione che questa frase reca con sé sintetizza, con una forza che ancora ferisce, la tragedia che fu la Shoah. La vergogna che furono i campi di sterminio. E dà ragione, questa frase, del motivo per cui noi, oggi, dobbiamo ricordare. E raccontare, trasmettere memoria e conoscenza, mettere in relazione il passato con il presente, l’esperienza degli anziani e degli adulti con quella dei giovani, con il futuro.
E’ per costruire il futuro che ha sentito il dovere della memoria anche chi avrebbe avuto, in realtà, mille motivi per dimenticare, per scordare il dolore, le sofferenze, l’orrore provato. Lo hanno fatto grandi scrittori come Primo Levi, che continuò a tormentarsi, a scavare nel proprio animo, per riuscire a raccontare. Hanno fatto così grandi scrittori, e premi Nobel, come Elie Wiesel ed Imre Kertesz. Hanno fatto così, e continuano a farlo nei nostri viaggi della memoria ad Auschwìtz, Piero Terracina, Shlomo Venezia, Enzo Camerino, Andra e Tatiana Bucci.
Ha fatto così anche Ferdinando Valletti.
E’ guardando indietro a tutto questo che diciamo “Noi ricordiamo”.
Perché osservare, riflettere, ascoltare, mantenere viva la memoria sono gli strumenti più efficaci per prevenire nuove sopraffazioni, per sconfiggere l’esclusione, l’intolleranza, ogni tipo di discriminazione che può presentarsi, oggi, sotto altri aspetti, facendo leva su suggestioni e argomenti differenti. E perché la memoria di ciò che è stato, della nostra storia, è parte fondamentale della nostra identità, della nostra unità nazionale.
Le nostre radici sono lì, in quel tempo. Dalla spinta verso la libertà e la democrazia che animò la scelta di tanti giovani, nacque la Repubblica. Grazie a un sentimento di comune appartenenza, a uno spirito di concordia e ad un senso delle istituzioni che riuscì ad essere più forte delle rispettive ragioni, fu scritta la nostra Costituzione, furono sanciti i principi e i valori grazie ai quali l’Italia è cresciuta e oggi è un grande Paese.
Ecco perché non dobbiamo dimenticare.

“La partita del cuore” di Ferdinando Valletti

“Vi voglio raccontare la storia di un uomo che fini deportato nei lager nazisti a 23 anni e che grazie al suo coraggio, al suo grande cuore e a un pizzico di fortuna riuscì a tornare a casa dal campo di sterminio di Mauthausen e a salvare molti suoi compagni di prigionia. Quell’uomo si chiamava Ferdinando Valletti ed era mio padre.”

di Manuela Valletti

Ferdinando Valletti, classe 1921, mediano del Milan a fianco di Meazza, giocò la sua ”partita del cuore” nel capo di calcio di Mauthausen e fu una partita che salvò la sua vita e quella di alcuni suoi compagni di prigionia.
Cominciamo dall’inizio: Ferdinando Valletti, veronese, classe 1921, va a Milano nel 1938 fresco di diploma di perito industriale dell’Itis Galileo Ferraris, con un lavoro certo all’Alfa Romeo, e proprio alla scuola della fabbrica milanese diventa Maestro d’Arte. Nando ha sempre avuto la passione per il calcio tanto che a Verona si era messo in evidenza giocando nell’Hellas. Appena giunto a Milano gioca nel Seregno e viene notato dal Milan: così nel campionato’42/’43 gioca con la maglia rossonera. La sua promettente carriera è però brutalmente interrotta quando viene catturato dalla milizia fascista e consegnato alle SS tedesche, tradito dai suoi stessi compagni di stabilimento che lo indicano come principale organizzatore dello sciopero del marzo del 44.
Valletti, con altri 22 operai dell’Alfa Romeo, viene incarcerato a San Vittore ed è tra i tanti milanesi che partono dal tristemente noto Binario 21 della Stazione Centrale: la sua destinazione è Mauthausen. Dopo qualche mese di lavoro alla cava di pietra del lager viene trasferito nel sottocampo di Gusen, dove condivide la prigionia con il pittore milanese Aldo Carpi, che salverà più volte da morte certa.

La vita a Gusen è durissima ma il milanista Valletti non sa ancora che a salvarlo da fine certa saranno proprio la sua incrollabile fede e la sua abilità di calciatore. Appena fuori dal lager di Mauthausen esiste un campo di calcio e le SS organizzano tornei tra di loro; un giorno si trovano senza un giocatore e affidano ad un Kapò il compito di trovare un sostituto. Il Kapò si affaccia alle baracche e chiede ai deportati se qualcuno di loro se la sente di giocare, Valletti non si tira indietro e diventa (ironia della sorte) la riserva ufficiale delle squadre naziste: è allo stremo delle forze, è denutrito, ma capisce subito che giocare in squadra con i suoi aguzzini è sì un rischio grandissimo, ma anche una straordinaria opportunità di salvezza. Nando gioca con la sua tenuta da deportato, a volte non ha nemmeno le scarpe ma non molla e finalmente grazie al suo bel gioco ottiene un “premio” importantissimo: diventa sguattero nelle cucine, lavoro ambito perché meno faticoso di tutti gli altri e perchè assicura il rancio. Il mediano Valletti sfrutta l’occasione e si adopera pertutti suoi compagni di prigionia – questo Carpi lo ricorda bene nel suo «Diario di Gusen» – nascondendo negli zoccoli del cibo che distribuisce ai deportati nella sua baracca.
Il 5 maggio del ’45 Ferdinando Valletti è di nuovo un uomo libero, ma per le condizioni di salute viene inviato in un centro medico americano e vi rimane due mesi, poi torna a Milano con altri 4 alfisti, gli unici che si sono salvati con lui. Negli anni seguenti, Nando riprende il suo lavoro in fabbrica e intraprende una brillante carriere lavorativa, diventa dirigente e colleziona numerose onorificenze, tra cui l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano e l’attestato di Maestro del lavoro dal Presidente della Repubblica.
Negli anni della vecchiaia Ferdinando Valletti si impegna a testimoniare nelle scuole le atrocità subite nei lager senza mai scordare di raccontare ai giovani che a volte anche una partita di pallone può salvare delle vite se si mettono in campo la fede, la tenacia e una disperata voglia di non morire.


Manuela Valletti, giornalista e scrittrice, ha deciso di continuare l’impegno del padre e alla sua morte ha dato vita all’Associazione Culturale Ferdinando Valletti e ha dedicato alla sua vicenda un libro dal titolo: “DEPORATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE”, dal suo libro è stato tratto un documentario che porta lo stesso titolo realizzato dal regista veronese Mauro Vittorio Quattrina.
Sul sito http://milanometropoli.com/ferdinandovalletti troverete ulteriori informazioni sul libro e sulla vicenda di Ferdinando Valletti - Altre notizie su Ferdinando Valletti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Valletti
http://www.magliarossonera.it/protagonisti/Gioc-Valletti.html


Per approfondire:
L'On. Walter Veltroni nella Giornata della Memoria ricorda Ferdinando Valletti e le vittime della Shoà