lunedì 14 febbraio 2011

Donne in piazza per la loro dignità?Qualcosa non torna..

Ieri ho assistito ad una grande mobilitazione di donne che scese in piazza in molte città italiane inneggiavano alla salvaguardia della propria dignità e, la maggior parte di loro, chiedeva le dimissioni del Premier colpevole, a loro dire, di aver oltraggiato con i suoi comportamenti la sensibilità delle donne.
Non voglio nascondermi dietro un dito e quindi scrivo che tutto ciò di cui Berlusconi è stato accusato ha molto infastidito anche me, non per una lesa dignità delle donne, le sue per altro consenzienti, ma per una sorta di delusione nei suoi confronti.
Detto questo, devo però specificare che il Premier è per ora solo accusato, continuerò a giudicarlo per la sua azione di governo e non per quello che fa sotto le lenzuola e attenderò che si chiarisca la sua posizione.
Ritornando alla mobilitazione al femminile però qualche cosa non torna. Come mai queste signore si indignano per una presunta accusa al premier e non per i moltissimi casi di ragazzini di 11 anni che assumono stupefacenti o per le ragazzine di 13 anni che si esibiscono sul cubo nelle discoteche milanesi? Sono questi i sintomi di una società malata, eh si, perchè la nostra società è malata davvero e molto gravemente, ma non per colpa di Berlusconi.
Dico alle donne di guardarsi in casa, sanno dove vanno le loro figlie, che cosa fanno i loro figli o pensano che sia la scuola a doverli educare? E poi quale scuola? Quella che li indottrina invece che istruirli? 
Qui non si tratta di combattere il modello " Drive in", qui si tratta di prendere coscienza che le radici di tutto questo sfascio affondano pervicacemente nel '68. Chi a quell'epoca predicava l'amore libero, il sesso ad oltranza, lo spinello, il sei politico, la famiglia allargata, oggi ha mansioni dirigenziali in ogni ambito di questa Nazione e probabilmente ha anche procreato e passato il testimone ai giovani di oggi che fortunatamente non sono tutti come i padri, ma certi valori non li posseggono proprio.
Una bella autocritica sulla nostra società e sull'origine dello sfascio dei valori a cui per anni l'Italia tutta ha fatto riferimento  a questo punto si  impone.
Un'ultima cosa: chi ha manifestato per la propria dignità di donna promuove poi a pieni voti l'aborto, il matrimonio tra gay e l'adozione di bimbi per le coppie omosessuali, forse una qualche contraddizione c'è, non vi pare?

mercoledì 9 febbraio 2011

Il mio libro "candidato" ad essere testo nelle scuole medie superiori

Ieri sera, sono stata invitata ad un incontro molto importante con esponenti del governo e  ho presentato in modo molto originale il mio libro "Deportato I57633 Voglia di non morire" che racconta la deportazione di mio padre Ferdinando a Mauthausen e i fatti incredibili che gli hanno consentito di salvarsi.
Ho letto brani del libro accompagnandoli con la visione di alcuni spezzoni di filmati originali dei campi di sterminio e della loro liberazione, alternandoli con brani musicali ad effetto e con la recitazione di due attori.  Il tutto è risultato molto suggestivo e molto coinvolgente, alla fine il pubblico ha lungamente applaudito. 
Sono molto soddisfatta per la serata e per le nuove prospettive che si aprono per il mio libro, ringrazio tutti i presenti e soprattutto un mio carissimo amico avvocato che ha procurato i filmati e i brani musicali. I due attori che hanno recitato alcune scene fanno parte di una compagnia di mimi.
Sarà possibile ripetere questa performance nuovamente in pubblico, appena ce ne sarà l'occasione.
Dal prossimo anno le scuole interessate al progetto potranno animare la lettura provvedendo alle musiche e alla recitazione. Sarà quindi possibile per i ragazzi "creare il ricordo" impegnandosi in prima persona.

LA PORCATA FINALE

Messaggini, tele­fonate, confi­denze: il gran­de fratello del­le procure, che ha punta­to il suo orecchio su chiunque avesse a che fa­re con Berlusconi, sforna nuovo materiale appeti­toso per guardoni. La cre­pa aperta dai pm di Mila­n­o sta diventando una vo­ragine e adesso si capisce perché la giustizia non funziona: buona parte dei magistrati italiani è da mesi impegnata a spia­re nella vita privata del premier e dei politici, spe­rando di trovare qualche cosa di piccante, se poi non è reato pazienza per­ché l’obiettivo è scredita­re, infangare. Ogni gior­no ha la sua novità, e le ul­time arrivano dalla Procu­ra di Napoli che non vuo­le rimanere indietro nel­l­a corsa all’ammazza Ber­lusconi. Migliaia di inter­cettazioni stanno per es­sere riversate nelle reda­zioni dei giornali, deliri di ragazze in alcuni casi anche probabilmente, o meglio evidentemente, in stato confusionale. Tutto questo è il segno che ormai siamo allo scontro finale. Tanto che la Procura di Milano ha deciso di forzare la mano al diritto e al buon senso chiedendo il processo im­mediato per Berlusconi non soltanto per l’ipotesi di concussione (la telefo­nata in questura sul caso Ruby) ma anche per lo sfruttamento della prosti­tuzione minorile (caso Ruby). Si dà il caso che il rito immediato si usi quando le prove sono schiaccianti, talmente evidenti da saltare la fase istruttoria del processo. Come si fa a ritenere «cer­ti » due reati nei quali le presunte vittime (il fun­zionario della questura e la ragazza) negano di es­sere tali? Non è questo sufficiente a dimostrare quanto meno un dubbio sulla fondatezza dell’ac­cusa? Lo sarebbe per qualsiasi caso, non lo è se di mezzo c’è Silvio Berlu­sconi. Per il premier la legge non si applica, si interpre­ta, e guarda caso sempre a favore dell’accusa. Co­sì, decaduto il legittimo impedimento, a marzo ri­prenderà anche il proces­so Mills (presunta corru­zione) nonostante la pras­si voglia che s­e il presiden­te della corte viene trasfe­rito ( come nel caso in que­stione) il dibattimento debba riprendere dall’ini­zio. Se la situazione non fos­se tragica, perché in gio­co ci sono le elementari li­bertà personali, il mo­mento si potrebbe defini­re comico. Ieri l’opposi­zione ha chiesto di poter ascoltare in Parlamento la giovane Ruby (forse vo­gliono sapere dettagli sui suoi gusti sessuali), e il sindacato delle prostitu­te ha annunciato che scenderà in piazza dome­nica c­ontro la strumenta­lizzazione che la politica sta facendo della profes­sione. Insomma è tutto un bordello, per di più ge­stito e orchestrato da una manica di moralisti pub­blici dalla dubbia morali­tà privata. Contro i quali Giuliano Ferrara, diretto­re del Foglio, ha chiama­to a raccolta per sabato a Milano il popolo degli uo­mini liberi. L’appunta­mento è al teatro Dal Ver­me al motto di: «In mutan­de ma vivi ». Noi non man­cheremo.
A. Sallusti - Il giornale

mercoledì 2 febbraio 2011

Dal ricordo alla triste realtà di oggi

Si vanno spegnendo gli echi della Giornata della Memoria e ognuno di noi ritorna alla realtà di tutti i giorni. E' stato commovente ricordare il sacrificio e la sofferenza di tante persone deportate nei lager nazisti, lo è stato tanto anche per me che ho ricordato mio padre in diversi Istituti superiori di Milano.
Tutta questa gente che cosa direbbe se vedesse ora il nostro Paese? Forse si domanderebbe per chi e per che cosa ha tanto sofferto. Non è certo questa la nazione per la quale si sono battuti, non è certo questa la classe politica che avrebbero voluto avere.
Mi sono posta questa domanda mentre guardavo negli occhi tanti ragazzi attenti e commossi, mentre rispondevo alle loro domande e quando con tanta emozione sono venuti a salutarmi. I giovani sono sani, hanno diritto di vivere in un Paese migliore di questo e la nostra Italia è una nazione da ricostruire dalle sue fondamenta.
Non voglio fare la predica a nessuno, probabilmente tutti noi adulti  abbiamo sbagliato, forse però tutti noi siamo ancora in tempo a rimediare, basterebbe imparare dai nostri vecchi e riscoprirne la fede, l'amore per la patria, i valori che li hanno animati per tutta la vita. Non è troppo tardi, non può essere troppo tardi!

giovedì 27 gennaio 2011

L'On. Walter Veltroni nella Giornata della Memoria ricorda Ferdinando Valletti e le vittime della Shoà

Nella "Giornata della Memoria" abbiamo chiesto all'On. Walter Veltroni di commemorare le tante vittime della barbarie nazifascista che vide perire milioni di innocenti durante il secondo conflitto mondiale. Fra i tanti che si distinsero per atti di eroismo ed umanità Walter Veltroni ricorda la figura di Ferdinando Valletti, ex calciatore del Milan e deportato nel campo di sterminio di Muthausen.
scritto per noi 
dall'On. Walter Veltroni

La vicenda umana di Ferdinando Valletti, così come affettuosamente ce la racconta la figlia Manuela, è quella di un eroe antieroe, prezioso per quello che ha fatto e per come lo ha fatto, per la semplicità dei suoi gesti di solidarietà e per l’impegno proseguito tutta la sua vita per non dimenticare. E’ bello che La Perfetta Letizia abbia deciso di ricordare il Giorno della Memoria e lo faccia con questa testimonianza semplice e toccante.
Perché ho definito Valletti un eroe-antieroe? Per mille motivi: è un ragazzo come tanti, un operaio e un calciatore (una cosa come questa oggi sembra impossibile, ma che sapore doveva avere quel calcio così lontano dai soldi e dai riflettori), un diciassettenne diplomato alle scuole tecniche, orgoglioso del suo posto in fabbrica come della maglia del Milan. 

Un giovane che gioca con Meazza ma che guida anche gli scioperi del marzo 1944 contro il fascismo, contro la fame e contro la guerra.Ecco, quello sciopero che costò il carcere e la deportazione a Ferdinando è ancora oggi ricordato dagli storici come il più grande moto di protesta e rivolta nell’Europa occupata dai nazisti: per giorni a Milano, come nelle altre grandi città industriali, fabbriche e servizi rimasero fermi, perfino il Corriere della Sera non arrivò nelle edicole. I tedeschi, che erano impegnati in una durissima campagna militare contro le formazioni partigiane, furono costretti a tornare nelle città. A chi parla della Resistenza italiana come un fatto di élite, sostanzialmente marginale e lontano dalle grandi masse, vorrei ricordare quegli scioperi, quegli operai come Valletti.
Così mi appare straordinario il racconto di Manuela Valletti di suo padre che gioca a pallone e che grazie a questo salva delle vite, lotta per sé e per gli altri. Che lezione in queste semplici e straordinarie azioni! I campi, quello di Mauthausen come il sottocampo di Gusen, sono i luoghi più tragici e più eroici del secolo che ci ha lasciato solo da 11 anni. Li ho visitati molte volte insieme ai ragazzi delle scuole romane.
Su un muro del campo di Bergen Belsen c’è un graffito, e ci sono delle parole, lasciate da un deportato. “Io sono qui – c’è scritto su quel muro – e nessuno racconterà la mia storia”. Ecco: la disperazione che questa frase reca con sé sintetizza, con una forza che ancora ferisce, la tragedia che fu la Shoah. La vergogna che furono i campi di sterminio. E dà ragione, questa frase, del motivo per cui noi, oggi, dobbiamo ricordare. E raccontare, trasmettere memoria e conoscenza, mettere in relazione il passato con il presente, l’esperienza degli anziani e degli adulti con quella dei giovani, con il futuro.
E’ per costruire il futuro che ha sentito il dovere della memoria anche chi avrebbe avuto, in realtà, mille motivi per dimenticare, per scordare il dolore, le sofferenze, l’orrore provato. Lo hanno fatto grandi scrittori come Primo Levi, che continuò a tormentarsi, a scavare nel proprio animo, per riuscire a raccontare. Hanno fatto così grandi scrittori, e premi Nobel, come Elie Wiesel ed Imre Kertesz. Hanno fatto così, e continuano a farlo nei nostri viaggi della memoria ad Auschwìtz, Piero Terracina, Shlomo Venezia, Enzo Camerino, Andra e Tatiana Bucci.
Ha fatto così anche Ferdinando Valletti.
E’ guardando indietro a tutto questo che diciamo “Noi ricordiamo”.
Perché osservare, riflettere, ascoltare, mantenere viva la memoria sono gli strumenti più efficaci per prevenire nuove sopraffazioni, per sconfiggere l’esclusione, l’intolleranza, ogni tipo di discriminazione che può presentarsi, oggi, sotto altri aspetti, facendo leva su suggestioni e argomenti differenti. E perché la memoria di ciò che è stato, della nostra storia, è parte fondamentale della nostra identità, della nostra unità nazionale.
Le nostre radici sono lì, in quel tempo. Dalla spinta verso la libertà e la democrazia che animò la scelta di tanti giovani, nacque la Repubblica. Grazie a un sentimento di comune appartenenza, a uno spirito di concordia e ad un senso delle istituzioni che riuscì ad essere più forte delle rispettive ragioni, fu scritta la nostra Costituzione, furono sanciti i principi e i valori grazie ai quali l’Italia è cresciuta e oggi è un grande Paese.
Ecco perché non dobbiamo dimenticare.

“La partita del cuore” di Ferdinando Valletti

“Vi voglio raccontare la storia di un uomo che fini deportato nei lager nazisti a 23 anni e che grazie al suo coraggio, al suo grande cuore e a un pizzico di fortuna riuscì a tornare a casa dal campo di sterminio di Mauthausen e a salvare molti suoi compagni di prigionia. Quell’uomo si chiamava Ferdinando Valletti ed era mio padre.”

di Manuela Valletti

Ferdinando Valletti, classe 1921, mediano del Milan a fianco di Meazza, giocò la sua ”partita del cuore” nel capo di calcio di Mauthausen e fu una partita che salvò la sua vita e quella di alcuni suoi compagni di prigionia.
Cominciamo dall’inizio: Ferdinando Valletti, veronese, classe 1921, va a Milano nel 1938 fresco di diploma di perito industriale dell’Itis Galileo Ferraris, con un lavoro certo all’Alfa Romeo, e proprio alla scuola della fabbrica milanese diventa Maestro d’Arte. Nando ha sempre avuto la passione per il calcio tanto che a Verona si era messo in evidenza giocando nell’Hellas. Appena giunto a Milano gioca nel Seregno e viene notato dal Milan: così nel campionato’42/’43 gioca con la maglia rossonera. La sua promettente carriera è però brutalmente interrotta quando viene catturato dalla milizia fascista e consegnato alle SS tedesche, tradito dai suoi stessi compagni di stabilimento che lo indicano come principale organizzatore dello sciopero del marzo del 44.
Valletti, con altri 22 operai dell’Alfa Romeo, viene incarcerato a San Vittore ed è tra i tanti milanesi che partono dal tristemente noto Binario 21 della Stazione Centrale: la sua destinazione è Mauthausen. Dopo qualche mese di lavoro alla cava di pietra del lager viene trasferito nel sottocampo di Gusen, dove condivide la prigionia con il pittore milanese Aldo Carpi, che salverà più volte da morte certa.

La vita a Gusen è durissima ma il milanista Valletti non sa ancora che a salvarlo da fine certa saranno proprio la sua incrollabile fede e la sua abilità di calciatore. Appena fuori dal lager di Mauthausen esiste un campo di calcio e le SS organizzano tornei tra di loro; un giorno si trovano senza un giocatore e affidano ad un Kapò il compito di trovare un sostituto. Il Kapò si affaccia alle baracche e chiede ai deportati se qualcuno di loro se la sente di giocare, Valletti non si tira indietro e diventa (ironia della sorte) la riserva ufficiale delle squadre naziste: è allo stremo delle forze, è denutrito, ma capisce subito che giocare in squadra con i suoi aguzzini è sì un rischio grandissimo, ma anche una straordinaria opportunità di salvezza. Nando gioca con la sua tenuta da deportato, a volte non ha nemmeno le scarpe ma non molla e finalmente grazie al suo bel gioco ottiene un “premio” importantissimo: diventa sguattero nelle cucine, lavoro ambito perché meno faticoso di tutti gli altri e perchè assicura il rancio. Il mediano Valletti sfrutta l’occasione e si adopera pertutti suoi compagni di prigionia – questo Carpi lo ricorda bene nel suo «Diario di Gusen» – nascondendo negli zoccoli del cibo che distribuisce ai deportati nella sua baracca.
Il 5 maggio del ’45 Ferdinando Valletti è di nuovo un uomo libero, ma per le condizioni di salute viene inviato in un centro medico americano e vi rimane due mesi, poi torna a Milano con altri 4 alfisti, gli unici che si sono salvati con lui. Negli anni seguenti, Nando riprende il suo lavoro in fabbrica e intraprende una brillante carriere lavorativa, diventa dirigente e colleziona numerose onorificenze, tra cui l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano e l’attestato di Maestro del lavoro dal Presidente della Repubblica.
Negli anni della vecchiaia Ferdinando Valletti si impegna a testimoniare nelle scuole le atrocità subite nei lager senza mai scordare di raccontare ai giovani che a volte anche una partita di pallone può salvare delle vite se si mettono in campo la fede, la tenacia e una disperata voglia di non morire.


Manuela Valletti, giornalista e scrittrice, ha deciso di continuare l’impegno del padre e alla sua morte ha dato vita all’Associazione Culturale Ferdinando Valletti e ha dedicato alla sua vicenda un libro dal titolo: “DEPORATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE”, dal suo libro è stato tratto un documentario che porta lo stesso titolo realizzato dal regista veronese Mauro Vittorio Quattrina.
Sul sito http://milanometropoli.com/ferdinandovalletti troverete ulteriori informazioni sul libro e sulla vicenda di Ferdinando Valletti - Altre notizie su Ferdinando Valletti:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Valletti
http://www.magliarossonera.it/protagonisti/Gioc-Valletti.html


Per approfondire:
L'On. Walter Veltroni nella Giornata della Memoria ricorda Ferdinando Valletti e le vittime della Shoà

domenica 23 gennaio 2011

Preparano la ghigliottina

Riporto un grande articolo di Mario Sechi (IL TEMPO)
Lascio a voi ogni commento....

Preparano la ghigliottina
Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali e foto sul Cavaliere. Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario.

Roma, basilica della Minerva, vicino al Pantheon. Un politico è seduto sui banchi della chiesa, prega di fronte alla Vergine Maria. Esce. Saluta i cronisti. Sale in macchina. Destinazione carcere di Rebibbia. Alle 16.35 di un pomeriggio grigio e piovoso Totò Cuffaro non è più un uomo libero. È una scena carica di dolore, intrisa di pietas.

***

Stesso giorno, stesso pomeriggio piovoso, stesso penitenziario dove sono rinchiusi essere umani. Un’entità di uomini e donne che si fa chiamare «popolo viola» festeggia l’ingresso in carcere di Cuffaro offrendo cannoli. Niente dolore. Niente pietas.

***

Stesso giorno, stesso pomeriggio, altra metropoli. Genova, università degli Studi. Roberto Saviano riceve una laurea honoris causa in giurisprudenza. Ringrazia. E nel momento solenne della celebrazione dedica il riconoscimento ai magistrati della procura di Milano che indagano contro Berlusconi. Nessun umanissimo dubbio su dove sia il torto e il diritto. Niente pietas.

***

Altra città, le tenebre si sono fatte avanti, è sera, è l’ora degli sciacalli. Reggio Calabria, parla Gianfranco Fini: «Il giustizialismo è un male, ma non può esserci giustizialismo quando si ribadisce che la presunzione di innocenza non possa essere confusa con la presunzione di impunità». Immagino sia lo stesso Fini che quando l’ex moglie fu indagata disse: «Le gogne mediatiche non fanno onore a chi le mette in campo». Niente pietas.

Una serie di fatti distinti, storie in apparenza lontane l’una dall’altra, ma in realtà con un terribile tratto comune: il rumore sordo della cavalcata dei mozzaorecchi, il rullo dei tamburi degli squadroni che portano i ceppi, il digrignare di denti e la bava alla bocca di chi urla «nessuna pietà». Ha ragione la tostissima Marina Berlusconi quando dice che le parole di Saviano le fanno «orrore», ma vorrei ricordarle che quella cultura talebana, intollerante, giustizialista, illiberale, a senso unico, è ben veicolata proprio dalla Mondadori, la sua casa editrice che, en passant, pubblica Saviano e molti altri paladini della libertà. Faccia uno sforzo, lasci perdere i guru del marketing di Segrate e scorra con attenzione le collane di libri, saggi, romanzi e tutto il resto della paccottiglia da libreria da rive gauche che sfornano quelli del laghetto. Scoprirà che il pluralismo culturale è ben diverso dalla narrazione di una società a una dimensione costruita con i soldi del Cavaliere Nero. Voglio esser chiaro, a costo di scartavetrare le parole. A Berlusconi non è stato risparmiato nulla, ma anche lui non si è risparmiato nulla. Doveva essere un falco, è rimasto una colomba. La sua avventura politica resta incompiuta proprio perché non ha fatto le riforme più dure e coraggiose.

Serviva una dose massiccia di reaganismo e thatcherismo per smantellare il sistema che impedisce all’Italia di crescere come potrebbe. Abbiamo atteso invano. È dovuto arrivare sedici anni dopo un signore che si chiama Sergio Marchionne per far saltare il sistema corporativo. Silvio invece ha perso tempo a mediare, a occuparsi di cose che non servivano a niente, a vedere improbabili amici e aspiranti cortigiani che gli hanno procurato solo guai e rotture di scatole. Doveva usare il napalm per defoliare la giungla dello Stato parassita ed entrare nel pantheon dei riformatori al titanio, rischiamo di vederlo ricordato solo per le evoluzioni arcoriane con quella sventolona della Nicole Minetti. Eppure, se si lasciano perdere i cani rabbiosi che abbaiano e mostrano le zanne, la vista dei suoi accusatori fa riflettere. I tifosi dei tribunali del popolo sono antropologicamente contrari all’idea di democrazia. Sono una massa informe che se ti vede per strada ti sputa addosso perché la pensi diversamente, perché sostieni che le ipotesi di reato restano ipotesi finché non c’è una sentenza definitiva; perché ricordi loro che tutti sono presunti innocenti fino al terzo grado di giudizio; perché fai presente che la presunzione di colpevolezza non si è mai trasformata in voti vincenti; perché en passant fai notare che tutte le accuse vanno provate; perché in punta di diritto il pm è una parte, quella dell’accusa, e non il giudice terzo; perché spieghi sommessamente che i governi cadono per mano degli elettori non delle procure che selezionano i bersagli politici; perché dici che è una barbarie pubblicare online il numero di telefonino del presidente del Consiglio o di qualsiasi altro cittadino per poi procedere a un insultificio elettronico; perché fino a prova contraria in casa propria ognuno di noi fa quel che crede finché non limita la libertà di un altro. Il problema è che sta saltando tutto e forse è davvero troppo tardi. Nei Paesi decenti sono abituati a mettere a posto anche l’indecenza con una soluzione a presa rapida che si chiama «ragion di Stato».

Qui non esiste né lo Stato né tantomeno la ragione, perché i nuovi giacobini sono impegnati a issare la ghigliottina virtuale e ne sono fieri. Nei prossimi giorni usciranno altri verbali, altre intercettazioni e foto sul Cavaliere a luci rosse. Poi passeranno alla fase delle monetine in piazza e al giudizio sommario, è solo una questione di tempo. Ho già visto montare questo clima durante Mani Pulite. Ne ho un ricordo vivissimo. Arresti in massa. Manette. Suicidi. Fughe. Esili. Vigliaccate. E un’opinione pubblica che chiedeva la testa dei segretari politici del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani) in nome di una rivoluzione che in poco tempo si rivelò falsa e strumentale. La differenza tra ieri e oggi è che ieri la caccia al «Cinghialone» (Craxi) avveniva in presenza di uno scollamento fortissimo tra l’opinione pubblica e i leader di partito, mentre oggi la caccia al Cavaliere e alla politica tout court (non si illudano le altre sagome del Palazzo, la stessa furia colpirà anche loro) si svolge in uno scenario in cui gli elettori sostengono le proprie fazioni e i consensi di Berlusconi per ora sono solidi. Per questo una caduta rovinosa del Cavaliere oggi sarebbe un evento traumatico come pochi, un problema istituzionale che non si risolverebbe voltando pagina e facendo finta di niente.

Avanti così, senza una soluzione e un soft landing per il premier, sarà un disastro assicurato. Mi viene in mente uno straordinario testo teatrale di Georg Buchner, «La morte di Danton». Qui si racconta come Robespierre decida di decapitare Georges Jacques Danton, uno dei protagonisti della Rivoluzione francese. Viene fatto tutto in fretta e furia, non c’è bisogno di prova e processo, perché «la rivoluzione sociale non è ancora finita, chi fa una rivoluzione a metà si scava da sé la propria fossa. La buona società non è ancora morta, la sana forza popolare si deve mettere al posto di questa classe rovinata in ogni senso. Il vizio dev’essere punito, la virtù deve dominare per mezzo del terrore». Buona fortuna, Italia.


Mario Sechi

sabato 22 gennaio 2011

27 GENNAIO 2011- GIORNO DELLA MEMORIA

”Spaventa il pensiero di quanto potrà accadere fra una ventina d’anni quando tutti i testimoni saranno spariti. Allora i falsari avranno via libera, potranno affermare o negare qualsiasi cosa.” 
 Primo Levi

Proprio per questo motivo, perchè molti testimoni se ne sono andati per sempre, sento il dovere morale di continuare ciò che il mio papà Ferdinando Valletti aveva iniziato a fare negli  ultimi anni della sua vita, testimoniare nelle scuole, ai giovani e ovunque ove se ne senta la necessità, la tragedia della deportazione nei lager nazisti.
Ecco brevemente la sua storia, la trovate per esteso sul mio libro "Deportato I57833 voglia di non morire" che in questi giorni presento in diverse scuole.
Mio padre venne deportato a Mauthausen nel marzo 1943 a seguito degli scioperi che coinvolsero le gradi fabbriche del Nord, venne indicato dai suoi compagni come uno degli organizzatori delle scioperi all'Alfa Romeo di Milano, venne arrestato dalla Muti e dopo un breve soggiorno nel carcere di San Vittore, tradotto su un piccolo camion con altri 49 prigionieri, al Binario 21, il binario sotterraneo tragicamente noto proprio perchè da li partivano i carri bestiame diretti ai campi di sterminio nazisti.
Giunto a destinazione con altri 22 compagni dell'Alfa, subi tutto quanto è umanamente possibile subire in quel maledetto campo, si prodigò per i compagni, ne salvò alcuni fino a che  un giorno gli venne chiesto se lui, ex mediano del Milan, fosse stato in grado di giocare a calcio... 
Sembra incredibile ed invece quella fu per mio padre, "la partita del cuore"... rispose al Kapò che lo aveva interpellato che lui giocava bene a calcio e si trascinò su quel campo dove i giocatori erano SS e l'erba era mista alla cenere che  usciva dai forni crematori, giocò scalzo e con la divisa a righe, cercò di non sbagliare.. sapeva che se lo avesse fatto sarebbe stato ucciso all'istante, la sua vita valeva molto meno del pallone che stava calciando. Ci riuscì, giocò bene e venne chiamato altre volte in campo quando mancava qualche SS per fare la squadra. Si guadagnò un posto nelle cucine e la sera tornava in baracca con gli avanzi nasconsti tra il piede e gli zoccoli per aiutare i cuoi compagni.Rimase nei campi di Mauthausen e Gusen fino al maggio 1945, seguì gli americani in un campo medico, le sue condizioni fisiche non gli consentivano di venire subito in Italia. Non parlò mai degli orrori che aveva vissuto, ma mi raccontò spesso che il pensiero di avere una figlio che ancora non conosceva lo aveva aiutato a tenere duro e la sua fede aveva fatto il resto.
Proseguì la sua vita da uomo libero senza mai voltarsi indietro, non manifestò mai rancore per il male che aveva subito, ma la deportazione rimase dentro di lui  come un tarlo e nonostante una carriera professionale densa di successi ed encomi (divenne dirigente dell'Alfa Romeo e Maestro del Lavoro e insignito dell'Ambrogino d'Oro dal Sindaco Aniasi) decise di dedicare gli ultimi anni della sua vita a raccontare la sua vicenda nelle scuole.
Da quando mio padre mi ha lasciato ho scoperto che la sua deportazione fa parte anche di me e che quindi ora sono io a dover raccontare la sua storia, lo faccio con molta semplicità, con rigore storico, ma soprattutto con il cuore, ogni volta che qualcuno manifesta il desiderio di non dimenticare...
Manuela Valletti

lunedì 17 gennaio 2011

Il problema è gravissimo, ma non è il Bunga Bunga

Oggi in rete è passato di tutto, sui blog e su FB in particolare sono stati pubblicati stralci dei documenti inviati dalla Procura di Milano alla Giunta per le Autorizzazioni a Procedere della Camera dei Deputati. Questi documenti erano a disposizione di pochissimi deputati eppure sono stati divulgati liberamente. Così i  nomi di molte persone  sono diventati di dominio pubblico senza alcun rispetto per la loro privacy, queste persone potrebbero non avere nulla a che vedere con l'inchiesta eppure la marchiatura a fuoco che da ora in poi avranno addosso gli procurerà un gravissimo danno morale. C'è una sola parola che mi sento di dire e la dico da giornalista a tanti miei colleghi: VERGOGNA!
Vergogna a quella stampa che strumentalizza tutto pur di far cassetta, a quei giornalisti che per un odio politico calpestano le più elementari regole di rispetto per le persone.
Riporto qui sotto un articolo di Ostellino apparso oggi sul Corriere della Sera, nonostante questo anche il Corriere ha dato fiato alle trombe, come tanti altri giornali.
Manuela Valletti

L'attacco alle libertà individuali
Qui sono in gioco persone la cui privacy e dignità
sono state violate due volte

Se la magistratura volesse intercettare il presidente del Consiglio dovrebbe chiederne l'autorizzazione al Parlamento; che (probabilmente) non la concederebbe. Così, gli inquirenti del «caso Ruby» - non potendo intercettare il presidente del Consiglio - hanno monitorato in vari modi le persone che ne frequentavano le abitazioni private e che perciò stesso sono finite sui giornali. Uomini che, nell'immaginario collettivo, sono, ora, l'archetipo del vecchio porcaccione; ragazze che una certa opinione pubblica immagina - diciamo così - disposte a concedersi a chiunque in cambio di una raccomandazione.

Qui, le (supposte) «distrazioni» di Berlusconi - delle quali, se passibili di sanzione giudiziaria, risponderà eventualmente in Tribunale - non c'entrano; qui sono in gioco persone le cui libertà individuali, fra le quali quella alla privatezza e alla dignità, sono state violate due volte: innanzi tutto, per essere state monitorate solo perché avevano frequentato le abitazioni private del presidente del Consiglio; in secondo luogo, per essere, adesso, segnate con un marchio morale di infamia agli occhi dell'opinione pubblica. Diciamola tutta: da che mondo è mondo, se si dovessero pubblicare le generalità di uomini e di donne dediti a certi esercizi non basterebbero le pagine degli elenchi telefonici, altro che le pruriginose cronache dei giornali! E, poi, a che pro? Mettiamola, allora, per un momento, sul paradosso. Personalmente, non ho alcuna familiarità con Silvio Berlusconi, non sono mai stato invitato in una della sue abitazioni; tanto meno in compagnia di ragazze di bella presenza. Ma, dopo quanto ho letto sui media, dico subito che se, per una qualsiasi ragione, il presidente del Consiglio mi volesse vedere, lo pregherei di incontrarci a Palazzo Chigi, magari in presenza del mio vecchio collega e amico Gianni Letta, o lo inviterei io stesso in qualche ristorante milanese dove vado con mia moglie e i miei nipotini. La prospettiva di finire sui giornali, dopo un incontro ad Arcore, come partecipe di un rito «bunga bunga» - che, a dire la verità, non ho neppure ancora capito che diavolo voglia dire; i lettori mi perdoneranno, sono un uomo all'antica - la trovo francamente surreale e inaccettabile.

Per essere ancora più chiaro. Di fronte a un'ipotesi di reato - e soprattutto un'ipotesi di reato che riguardi la prostituzione di una minorenne - è legittimo che la magistratura chiami Berlusconi a risponderne ed è, altresì, sperabile che lui vada a difendersi in un'aula di tribunale (invece di farne una questione politica) come ogni altro cittadino, fatte salve le prerogative proprie del suo ruolo, come ha riconosciuto la stessa Corte costituzionale. Non mi pare, invece, né consono a uno Stato di diritto né, tanto meno, a un Paese di democrazia liberale, diciamo pure, civile, che - per suffragare le accuse nei suoi confronti - si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale essa sia o si presuma che sia. L'idea che, d'ora in poi, sul bavero delle giacche di un certo numero di cittadini sia stato applicato, ancorché metaforicamente, un marchio quasi razzistico - ai maschi, il distintivo delle proprie senili debolezze; alle donne, quello della propria (supposta) disponibilità a soddisfarle - per il solo fatto di aver frequentato certe abitazioni, dovrebbe essere, per la coscienza di ciascun italiano, una mostruosità non solo giuridica, ma morale. Il Paese dovrebbe rifletterci se non vuole precipitare definitivamente nella barbarie.

L'agenzia inglese Reuters - si badi, inglese, un Paese dove la presunzione di innocenza è scritta nella tradizione, nel costume, nella storia, prima che nella legge - nel dare la notizia delle accuse a Berlusconi, ha rivelato anche la fonte dalla quale le aveva apprese: ambienti vicini agli stessi inquirenti. Anche qui non voglio entrare nel merito delle accuse. Mi limito a segnalare che, per ora, in attesa che la magistratura ne precisi la natura attraverso una serie di prove fattuali in sede di giudizio, tutto ciò che appare dai media è che anche al bavero della giacca dell'«inquisito» Silvio Berlusconi è stato applicato un marchio di infamia morale e che ciò, quale sia poi l'esito di un eventuale processo, è già sufficiente ad averne infangato l'immagine e la reputazione.

Questa non è una difesa del capo del governo, cui già provvedono lui stesso e i suoi avvocati, ma di alcuni principi che dovrebbero presiedere a ogni inchiesta giudiziaria e al giudizio di ciascuno di noi. Berlusconi ne risponda in un'aula di tribunale, dove, i suoi legali - che, finora, non hanno di certo goduto degli stessi mezzi di indagine, per non dire della complicità di certi media, di cui ha goduto la magistratura inquirente - sarebbero finalmente su un piano di parità con l'accusa.
Contemporaneamente, però, la domanda alla quale forze politiche, media, opinione pubblica, perché no, la stessa magistratura, mi piacerebbe volessero rispondere è se lo spettacolo cui stiamo assistendo sia quello di cui andare fieri come cittadini di un Paese appena normale. Tanto dovevo, non a Berlusconi, ma a quello straccio di verità cui dovrebbe sempre tendere ogni spirito libero.

Piero Ostellino

lunedì 10 gennaio 2011

CELEBRAZIONE GIORNATA DELLA MEMORIA

Il 27 gennaio ricorre  la GIORNATA DELLA MEMORIA dedicata ai milioni di persone che sono state deportate nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Come ogni anno, il mio gruppo su Facebook "BINARIO 21" ha organizzato un intero giorno on line per diffondere filmati, poesie, libri, video dedicate a chi ha sofferto ed è morto nei lager.
Personalmente invece sono stata invitata in molti contesti  per ricordare la figura di mio padre Ferdinando Valletti, deportato a Mauthausen e Gusen per 18 mesi e fortunatamente rientrato in Italia nell'agosto del 1945 dopo essersi salvato la vita grazie alla sua abilità nel gioco del calcio e aver salvato diversi compagni di sventura.  Per parlare di lui e ricordarlo ho scritto il libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE, libro che solitamente porto con me per presentarlo ai miei interlocutori, siano essi ragazzi delle scuole superiori con i loro insegnanti, o circoli culturali.
Chi volesse partecipare alla giornata on line dedicata alla memoria ci raggiunga su FB  cliccando qui http://www.facebook.com/event.php?eid=165535766824978, lo scorso anno eravamo in 25.000.
Chi avesse piacere invece di invitarmi per parlare insieme della deportazione di mio padre e ricordare quei tragici eventi, mi contatti direttamente o tramite l'associazione Ferdinando Valletti

mercoledì 29 dicembre 2010

Ma che medaglia.. e soprattutto ma quale onore?

Oggi, dopo almeno 2 anni di attesa, ho ricevuto la Medaglia d'Onore che avevo richiesto per mio padre, l'ho ricevuta per posta in un piccolo pacchetto raccomandato dalla Prefettura di Milano...
Certe cose non si possono accettare, certe cose offendono la memoria di chi ti è caro e allora ho scritto al Governo, al Prefetto e buona parte della stampa...

"Sono Manuela Valletti, sono una giornalista e scrivo libri. Mio padre Ferdinando Valletti, cattolico liberale, già giocatore del Milan venne deportato a Mauthausen in seguito allo sciopero dell'Alfa Romeo del 1944 e si salvò e salvò
molti amici proprio perchè sapeva giocare a calcio. Dopo 18 mesi rientrò in Italia, pesava 39 Kg , ne aveva persi 40, ma non si lagnò, si rimboccò le maniche e nel tempo divenne dirigente dell'Alfa Romeo, Maestro del Lavoro e ricevette l'Ambrogino d'Oro, morì il 23 luglio del 2007 dopo una lunga malattia.

Per onorare la sua memoria ho scritto il libro DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE che è un buon successo editoriale, da questo libro è stato tratto un bellissimo documentario che porta lo stesso titolo e che è stato realizzato dal regista Mauro Vittorio Quattrina, dallo scorso anno il documentario e il libro girano nelle scuole superiori nei giorni della memoria, a lui sarebbe piaciuto, anche se non gli ho mai sentito dire una parola contro i Nazisti.


Quasi due anni fa sentii dell'esistenza di questa Medaglia d'Onore e decisi di richiederla per lui che se ne era appena andato, oggi ho ricevuto la medaglia PER POSTA, in una piccola busta raccomandata con un dattiloscritto credo a firma del prefetto.... due righe di circostanza per una medaglia di circostanza...


Mi sono indignata per il poco rispetto per le persone, mi sono indignata perchè mio padre, come i molti altri deportati che subiranno probabilmente lo stesso trattamento irriguardoso, è stato un cittadino benemerito di questa città ed è
stato un galantuomo che si è fatto onore per tutta la vita e meritava l'attenzione di qualche carica istituzionale.
Credo che restituirò la medaglia, non voglio l'elemosina di un pezzo di bronzo se a questo pezzo di bronzo non si da un valore istituzionale sincero che vuole dire ricordo, che vuole dire onore, che vuole dire gratitudine.
Io credo che molte persone si debbano vergognare per questa triste vicenda e certamente non sono i deportati che, con o senza medaglia, saranno ricordati da chi li ama e con loro ama la patria e la libertà.
Ecco chi era mio padre, indipendentemente da questa medaglia che credo proprio verrà rispedita al mittente.
http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Valletti

Manuela Valletti

giovedì 23 dicembre 2010

L'augurio di ogni anno: BUON NATALE!

Ogni anno il Natale ritorna e noi, nella nostra pochezza di uomini, cerchiamo di predisporre il nostro cuore al suo arrivo e dimentichiamo che dovremmo celebrare il Natale ogni giorno, ogni minuto della nostra vita.
A Natale dobbiamo essere più buoni o almeno fingere di esserlo, ecco che allora ci cimentiamo nel rito dei regali confondendo spesso il significato del dono del nostro amore con un banale dono materiale.
Passata la festa ci ritroviamo con tutte le nostre miserie e scopriamo che in realtà non siamo stati affatto più buoni, forse solo un po' più opportunisti del solito.
Sono anni che rifuggo i regali, in famiglia ci limitiamo a  stare insieme per il piacere di ritrovarci, tagliamo  una fetta di panettone e speriamo in un mondo migliore.
Il Natale in compenso mi regala sempre una dolce malinconia, la tavola attorno alla quale ci riuniamo è diventata più piccola e i posti a sedere si sono ridotti. La mia nostalgia per la grande famiglia che eravamo non si è mai placata e non si placherà nemmeno quest'anno, ma ora ho imparato ad apprezzare ciò che ho e non è davvero poco: mio marito, i miei figli, mia nuora, il mio nipotino e anche la mia cagnolona e poi tanti amici, direi  fratelli, con i quali ci vedremo nel pomeriggio all'ora del tea.
Ecco questo è il regalo che il buon Dio mi fa per Natale e io ringrazio di cuore e auguro a tutti voi altrettanta calda intimità familiare.
Possa Gesù che viene trovare calde braccia pronte ad accoglierlo.
Buon Natale cari amici!

mercoledì 22 dicembre 2010

Qualcuno era (ed è) Milanista …

Qualcuno era (ed è) Milanista …

Parafrasando una canzone del grande Giorgio Gaber. Frammenti di fede rossonera.


Qualcuno era milanista perché attratto dai colori voluti da Kilpin, il padre fondatore: rosso come i diavoli e nero come la paura da incutere agli avversari.

Qualcuno era milanista perché non sopportava gli sbruffoni

Qualcuno era milanista perché amava Stendhal

Qualcuno era milanista perché gli piaceva la fiaschetteria di via Berchet e il suo profumo di vino

Qualcuno era milanista perché mal tollerava i voltagabbana


Qualcuno era milanista perché sul Monte Piana conobbe il tenente Erminio Brevedan e in un lager nazista Ferdinando Valletti, piedi da mediano e cuore da fuoriclasse

Qualcuno era milanista nonostante quasi mezzo secolo senza titoli

Qualcuno era milanista perché il Paron era inimitabile

Qualcuno era milanista perché folgorato dalla classe di Schiaffino e Rivera

Qualcuno era milanista perché alzare per primi, in Italia, una Coppa dei Campioni è da milanisti

Qualcuno era milanista perché anche in B non rinnegò i colori rossoneri

Qualcuno era milanista perché il padre lo era ed anche il fratello maggiore

Qualcuno era milanista malgrado un padre bauscia e un fratello gobbo

Qualcuno era milanista perché il Gre-No-Li era la sintesi della completezza trinitaria trasferita nel piccolo mondo calcistico

Qualcuno era milanista perché solo i casciavit potevano uscire indenni dall’inferno argentino

Qualcuno era milanista perché prediligeva la classe giornalistica e letteraria di Beppe Viola … quello che “la difesa oggi è sistemata a presepe”

Qualcuno era milanista perché Van Basten era una delle meraviglie del calcio

Qualcuno era milanista perché la rovesciata del Cigno di Utrecht agli svedesi, “il coast to coast” di George e il “pallonetto ateniese” di Dejan non erano gol ma opere d’arte

Qualcuno era milanista perché quando Hateley prese l’ascensore, il bauscia fu annichilito

Qualcuno era milanista perché aveva vinto la Mitropa contro il Vitkovice

Qualcuno era milanista perché c’era Franco Baresi: due retrocessioni, nessun lamento, linea di condotta combattimento

Qualcuno era milanista perché attratto dalla maglia nera di Cudicini, da quella gialla di Albertosi e da quella verde di Piotti

Qualcuno era milanista per il sorriso sdentato di “Squalo” Jordan

Qualcuno era milanista dopo aver ammirato il creolo con le treccine rasta, maramaldo davanti al “pibe de oro”

Qualcuno era milanista perché con Sacchi, Capello e Ancelotti era facile inebriarsi di rossonero

Qualcuno era milanista malgrado Blissett, Moreno e il buio di Marsiglia

Qualcuno era milanista anche quando si giocava a Campobasso, Rimini e a Cava dei Tirreni.

Qualcuno era milanista perché non bastava aver buttato una Champions League per perdere la fede in questi colori

Qualcuno è milanista a prescindere da presidenti, allenatori e giocatori

Qualcuno è Milanista perché, parafrasando Camus, gran parte di quello che ha appreso dalla vita lo ritrova nella storia del club rossonero

Qualcuno è Milanista perché è uomo semplice e la complicazione è la forma moderna di stupidità … ed è anche malafede.

Buon Natale a tutti
by Sertac

venerdì 17 dicembre 2010

La presentazione della scultura "Voglia di non Morire" nelle Marche


Grande successo alla Personale del Maestro Angelo Melaranci, tra le opere più ammirate  la scultura "Voglia di non Morire" dedicata a Ferdinando Valletti e donata dal Maestro all'Associazione Culturale Ferdinando Valletti.

Un grazie sentito ad Angelo a nome mio e dell'Associazione nata per ricordare mio padre.
Manuela Valletti

giovedì 9 dicembre 2010

La gang degli irresponsabili

Riporto un articolo apparso su Il Culturista a firma dell'amico Vito Schepisi .

Se un esperto di questioni economiche, neutrale, magari non italiano, venisse in Italia a prendere atto delle condizioni della nostra economia, informatosi sul clima politico interno, sorriderebbe. Con ironia anglosassone gli sfuggirebbe quell’espressione molto consueta fuori d’Italia: “Italians!”, che sintetizza le nostre contraddizioni. Chiederebbe poi divertito se il circo dei pazzi avesse, per caso, messo le tende sulla Penisola.
Dopo l’attimo d’ironia, richiesto di esprimersi nel merito, con la serietà per la delicatezza dell’argomento, avrebbe detto che l’Italia è un Paese che non smette mai di sorprendere. Nel bene e nel male. Un’Italia che, nel giro di attimi, sa essere lucida e folle. Prima dimostra, in economia, in una congiuntura molto difficile e pericolosa, come quella della recente crisi mondiale dei mercati, d’essere un grande Paese, con tanta inventiva, con molto carattere e con tanta caparbia volontà di risollevarsi. Subito dopo, invece, alla responsabilità l’Italia fa seguire segnali d’instabilità, e mostra tanto pressapochismo incosciente nel voler aprire una crisi politica al buio, in un momento, invece, in cui apparirebbero più auspicabili la coesione e la responsabilità per favorire la ripartenza.
Prima le lodi a Tremonti per il rigore e la fermezza delle misure adottate, rivelatesi assolutamente vincenti in un Paese gravato da un massiccio debito pubblico, poi le perplessità per la linea delle opposizioni e di parte delle rappresentanze sociali, alle quali si sono associate anche alcune frange della maggioranza, di opporsi al contenimento della spesa, se non persino di pensare ad allargarla.
L’osservatore neutrale avrebbe anche attestato che, all’estero, il nostro Ministro dell’economia è molto stimato e avrebbe osservato come il Ministro abbia contribuito, nei due anni trascorsi, a rilanciare l’immagine dell’Italia fino a farne una protagonista di rilievo sulla scena internazionale e nei vertici tra le più importanti economie industriali della Terra. L’Italia con Berlusconi, Frattini e Tremonti è diventata partner ambito e rispettato dalle grandi potenze, cosa mai accaduta in passato, ed interagisce, in modo credibile e corretto, con tutti i Paesi del mondo, ricevendone, oltre al rispetto, anche i vantaggi di una rete di opportunità nella reciproca collaborazione commerciale.
L’economista avrebbe rilevato, invece, come negativo l’atteggiamento “sfascista” delle opposizioni che, a differenza di ciò che era accaduto negli altri paesi dove, per l’interesse comune, tutte le forze politiche di maggioranza e di minoranza si erano riunite attorno alle misure di contenimento e di cautela, in Italia si erano, al contrario, impegnate a seminare panico. La sfiducia e l’allarmismo, infatti, sono in assoluto i nemici peggiori da battere quando c’è recessione economica.
Fin qui l’osservatore, ma anche a noi è apparsa strana e anacronistica un’opposizione che si richiama ai valori del lavoro e degli impegni sociali e che è, invece, impegnata solo a ostacolare gli sforzi del Governo, anche a dispetto degli interessi di tutti, di ricchi e poveri, di giovani e anziani. In nessun paese democratico le opposizioni assumono atteggiamenti così sfascisti, mostrando così cinico disinteresse per le conseguenze sociali e per le ricadute sull’occupazione e sui giovani. Una follia della sinistra italiana, ma anche di altri nuovi avventurieri che, anch’essi privi di scrupoli, si sono aggiunti per strada.
Esistono, e sono legittime, le differenze politiche tra i modi di pensare allo sviluppo di un Paese. Ogni partito ha le sue strategie e i propri modelli da proporre. Noi pensiamo che alcuni siano farlocchi e che abbiano invece uno sguardo al presente e, in particolare, alle ambizioni dei loro protagonisti. Adattare le scelte politiche alle proprie ambizioni, però, non è un esempio di buon intuito politico, né di grande profilo etico: è un metodo da prima repubblica; un espediente da degenerazione partitocratica; un evidente sintomo di supponenza e di arroganza. Il tentativo di ribaltare le scelte degli elettori innesca una pericolosa deriva autoritaria ed è, allo stesso tempo, sintomo di scarso interesse per il Paese, soprattutto perché una crisi politica oggi è assolutamente da irresponsabili.
VITO SCHEPISI

giovedì 2 dicembre 2010

I disastri del non amore verso i figli

La relazione del prof. Iannetti al recente convegno sulla Famiglia


Di tutti gli errori che i genitori possono commettere, il favoritismo e il rifiuto sono molto importanti sia per frequenza che per peso delle conseguenze. I genitori che privilegiano un figlio rispetto all’altro non ammettono mai il loro comportamento discriminatorio ma i fratelli che lo subiscono come uno schiaffo ingiustificato, ne vengono segnati profondamente. I risentimenti verso i genitori, l’avversione tra fratelli hanno spesso come causa atteggiamenti sistematici come rimproverare sempre e comunque il fratello maggiore o portare i regali più belli al piccolo. Quando uno dei figli viene favorito si fa un doppio danno: il favorito viene viziato, e lo sfavorito cresce insicuro e pieno di risentimento. Il rifiuto dei genitori nei confronti di un figlio è spesso motivato dalla gravidanza indesiderata o dalla delusione rispetto al sesso atteso. Il figlio è oggetto sistematico di atteggiamenti ostili, critiche malevole e disconferme continue. Le conseguenze per il bambino possono variare da timidezza, aggressività, disobbedienza, terrore notturno, enuresi, incontinenza fecale, tic, crudeltà verso gli animali, balbuzie, tiranneggiare, mentire, rubare. Non occorre intenzionalità malevola da parte dei genitori perché il bambino si senta rifiutato. Anche il bambino trascurato perché il papà e la mamma sono troppo impegnati col lavoro o peggio con il circolo del bridge, viene gravato da angosce che possono dare ugualmente pesanti manifestazioni.
Quello che saranno i nostri figli dipende in gran parte da quello che siamo noi genitori. Se un genitore è ansioso trasmetterà l’ansia anche al figlio. Ugualmente una depressione di un adulto, oltre a creare dinamiche familiari difficili, si tradurrà in sintomi per i componenti della famiglia. L’amore, la tolleranza, l’affetto, la pacatezza, il parlare con tono moderato, la comprensione fanno crescere i figli equilibrati. L’ira, l’insofferenza, l’irritabilità, il cattivo umore, la litigiosità, la gelosia, la drammatizzazione dei problemi, la vociosità, il turpiloquio non possono non procurare effetti negativi al bambino.
L’atteggiamento dei genitori è molto importante per lo sviluppo sessuale del figlio. La manipolazione dei genitali nel bambino è sempre normale e non va mai repressa. Le osservazioni del bambino circa le differenze anatomiche tra i due sessi non vanno mai mutate in barzelletta da raccontare. Se il bambino chiede bisogna rispondere semplicemente senza reticenze ma anche senza dilungarsi troppo. Nei giochi sessuali tra i bambini piccoli non bisogna interferire. Il naturismo adottato dalla famiglia, ossia stare nudi in casa, non deve mai ovviamente significare la possibilità dei bambini di assistere al rapporto sessuale dei genitori. La privacy va estesa anche all’uso del bagno che non deve mai essere collettivo. La naturalezza dei rapporti familiari non deve mai significare invasione degli spazi individuali. Il bambino e più tardi l’adolescente devono poter manipolare liberamente il proprio corpo, senza interferenza alcuna da parte dell’adulto, e per questo nella casa bisogna adottare il principio di territorialità. La separazione degli spazi di espressione sessuale degli adulti e di quelli dei bambini deve essere ferrea e rigorosa. Vanno abolite nei limiti del possibile situazioni di promiscuità nella famiglia. Il rischio teorico dell’incesto non va mai sottovalutato. E’ opportuno ugualmente guardare con un occhio di sana vigilanza ai parenti assidui della famiglia. Chi l’avrebbe mai detto che proprio lo zio così per bene, il nonno così tanto affettuoso avrebbero fatto quelle cose per cui la nipote ne porta un segno profondo per tutta la vita?
I bambini imparano il 99 per cento da quello che i genitori fanno, e l’uno per cento da quello che i genitori raccomandano. Un padre irascibile, volgare, violento perde ogni credibilità educativa agli occhi dei figli. Un figlio non può non essere disadattato se lo sono i suoi genitori. Gli attriti coniugali producono guasti enormi. La separazione e il divorzio oltre che essere una sciagura per gli innocenti suggeriscono una grande sfiducia sulla possibilità di costruire a loro volta una famiglia stabile. Un padre o una madre spesso ubriachi sconvolgono la  vita del figlio, al pari di un genitore cocainomane o schiavo del gioco. Un padre che sistematicamente a sera rientrando a casa scarica sulla famiglia attonita le proprie ansie di fallimento distillando angoscia nella mente di un figlio che divenuto adolescente potrebbe nella sua ansia di evadere trovare l’eroina, si sentirà mai una sorta di spacciatore? Sicuramente no. Eppure anche quel padre ha contribuito a spacciare la droga al figlio. Se i figli stanno male psicologicamente e se si comportano male vuol dire che anche i genitori hanno avuto problemi. Quindi nessuno è colpevole e c’è una sorta di catena deterministica che lega varie generazioni di genitori e di figli. Ma non è così. Il genitore che sbaglia potrà avere tutte le attenuanti del mondo, ma è sempre colpevole.


Domenico Iannetti

mercoledì 1 dicembre 2010

Gli "studenti invecchiati" che sognano un nuovo '68

Riporto un bellissimo pezzo di Pasolini, si riferisce alle violente prese di posizione degli studenti del '68. E' di straordinaria attualità.
Detesto questo "studenti invecchiati" che con l'Università e lo studio di oggi hanno ben poco a che vedere, sono i reduci del '68 e non sono ancora cresciuti, vivono di ricordi  sbiaditi  e amano solo il caos in nome e per conto di una rivoluzione (quella di quegli anni, appunto) che ha ridotto la scuola e la società al degrado che viviamo oggi.

"È triste. La polemica contro il PCI andava fatta nella prima metà del decennio passato. Siete in ritardo, figli. E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati... Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici. Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri: prerogative piccoloborghesi, amici. Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità. La madre incallita come un facchino, o tenera, per qualche malattia, come un uccellino; i tanti fratelli, la casupola tra gli orti con la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati); i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha uguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare). Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete! I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici."

lunedì 29 novembre 2010

Importanti novità per l'Associazione Culturale Ferdinando Valletti

Il mio libro Deportato I57633 Voglia di non morire e il documentario che ha lo stesso titolo  realizzato dal regista veronese  Mauro Vittorio Quattrina hanno trovato  una collocazione ufficiale sul sito dedicato ai lager nazisti.
Sono particolarmente lieta che ciò sia accaduto  perchè la recensione di Maurizio Agostinelli  è molto gratificante e tutto ciò contribuirà a far conoscere  il libro e il documentario in gennaio, il Mese della Memoria.
Ecco dove potrete leggere del mio libro

Alla figura di mio padre Ferdinando Valletti è stata dedicata la scultura di Angelo Melaranci  "Voglia di non Morire". Angelo mi ha fatto un regalo meraviglioso facendomi dono della sua opera.
La scultura sarà presentata ufficialmente a Milano al Circolo Ufficiali nella serata in cui sarà presentato il mio libro e il documentario di Quattrina nel prossimo mese di gennaio.

"Voglia di non morire"
di Angelo Melaranci





venerdì 26 novembre 2010

Lo sciopero contro l'Università

Ieri giornata di cortei studenteschi in diverse città italiane, giornata di una anacronistica arrampicata sui tetti dell'università di un Bersani con il fiatone che si diceva con gli studenti e di qualche finiano che intendeva solo dimostrare che il Fli è determinante per l'approvazione della riforma Gelmini.
In realtà forse i giovani manifestavano senza capire che la protesta inscenata era contro di loro, che quel testo tanto vituperato conteneva un attacco mortale ai baronati universitari e ottime soluzioni per tutti quei precari ormai quarantenni che attendono da anni  una sistemazione. Insomma la qualità della scuola in quel testo era al primo posto. Ideologicizzare una riforma che è a dire di molti esperti un'ottima riforma vuol dire non aver capito nulla di che cosa ha bisogno la scuola italiana per diventare competitiva in Europa.
Lo spettacolo offerto ieri dall'opposizione, con qualche eccezione, e dai Finiani che avevano in parte contribuito alla realizzazione del documento Gelmini, è stato penoso e deprimente.
Per una volta, in presenza di una riforma  pregevole per il Paese Italia e per l' Università Italiana in particolare si doveva e si poteva fare uno sforzo comune, non lo si è fatto.. ora forse il Ministro ritirerà la riforma e l'Università continuerà ad essere quella che è ormai da tanti anni, una fucina del niente a dispetto dei 324 indirizzi di studi che proclama.

mercoledì 24 novembre 2010

Grande successo del Seo Web Marketing Experience 2010

Il Corso di SEO WEB MARKETING EXPERIENCE 2010 si è tenuto a Roma ed è stato  un grande successo. Sono moltissimi i giovani e non più giovani che hanno partecipato e hanno potuto affinare le loro armi per lanciarsi nel web marketing sulla grande rete.
Ecco alcune foto dell'evento:


Se non avete potuto partecipare, nessun problema, potrete acquistare CLICCANDO QUI il video del corso e il materiale proposto.
Ricordo che ci sono altri corsi molto utili per riqualificare la propria personalità, li trovate qui sotto, basta cliccare sul corso che vi interessa e potrete avere tutte le informazioni necessarie.

venerdì 19 novembre 2010

Berlusconi: con un partito nuovo verso nuovi successi...

Berlusconi sarebbe tentato di «rottamare» il Popolo della libertà e dar vita a qualcosa di innovativo. Boatos di palazzo confermano che il Cavaliere avrebbe già incaricato una società di marketing di disegnare un nuovo logo e un nuovo nome per il sempre più probabile ex Pdl. In effetti ai suoi occhi ripresentarsi alle elezioni con lo stesso simbolo con cui ha stravinto nel 2008 assieme a «quello lì» - visto che in privato è raro che il Cavaliere pronunci il nome di Fini - non lo convince del tutto. L’idea sarebbe quella di cambiare, di dare una svolta anche d’immagine al partito e di recuperare lo spirito del 1994 quando, in pochi mesi, scese in campo con Forza Italia e sbaragliò la gioiosa macchina da guerra delle sinistre, guidate da Occhetto. Per il Cavaliere è un po’ come se Fini, col suo strappo, avesse ferito anche il partito nel quale ha militato - seppur obtorto collo - fino all’estate scorsa. Sulla questione ci starebbero ragionando in molti tra i quali il sottosegretario Santanchè e l’ex ministro Scajola.
Resta il mistero sul nome. Certo è che al premier «Popolo della libertà» non piace più. Lo trova poco diretto, poco efficace, poco immediato. Il Cavaliere vorrebbe trovare qualcosa di simile al ’94: rivoluzionario e d’impatto allo stesso tempo e non è del tutto escluso che la formula «Forza Italia» venga in qualche modo riesumata. Un nuovo nome e un nuovo logo anche per scongiurare pretese sul simbolo da parte dei finiani? Gli esperti giuridici del partito tendono ad escluderlo sebbene in più occasioni il colonnellissimo Bocchino abbia minacciato la guerriglia anche su questo fronte. Secondo il finiano servirebbe la firma di tutti i fondatori del partito affinché il proprietario lo possa utilizzare. Quindi anche quella di Fini. Secondo i berlusconiani, invece, la contestazione non sta in piedi né da un punto di vista tecnico, né giuridico, né elettorale. «Il nostro statuto parla chiaro - dice l’onorevole pidiellino Ignazio Abrignani - soltanto i tre coordinatori possono utilizzare il simbolo Pdl». Tuttavia, onde evitare di impelagarsi in una guerra di codici e codicilli con conseguenti estenuanti ricorsi al Tar, meglio sarebbe tagliare la testa al toro e creare una nuova «cosa». Qualcuno frena il premier sostenendo che, in così poco tempo, sarebbe difficile far conoscere a tutti un logo nuovo di zecca. Ma le mission impossibile al Cavaliere sono sempre piaciute. Altro vestito ma anche altro corpo al partito di centrodestra. Non è un mistero che al leader piaccia l’idea di rilanciare il movimentismo sotto varie forme. A Roma, per esempio, chi sta lavorando sodo per trovare sinergie con i circoli dei tea party è il senatore Stefano De Lillo. Assieme ad altri parlamentari pidiellini sta mettendo benzina della società civile nel motore del partito. 
Ad ogni modo l’input arrivato a diversi parlamentari è quello di tenersi pronti a tutti, anche ad una nuova avventura elettorale. Parole d’ordine: meno Stato, meno sprechi, meno spesa pubblica, meno tasse, avanti col federalismo e basta con la politica politicante della Prima Repubblica. 
(da Il Giornale)

domenica 7 novembre 2010

L’etica criminale della famiglia italiana

Un grande sociologo americano, Edward Banfield, nel 1958 pubblicò in inglese un saggio fondamentale intitolato “Le basi morali di una società arretrata” in cui vennero descritte, dopo una ricerca sul campo realizzata in Lucania, le realtà che egli stesso definì la base del “familismo amorale”. Il paese della ricerca venne convenzionalmente chiamatoMontegrano e i suoi abitanti i montegranesi. C’è chi dice che si trattasse del borgo di Chiaromonte, ma questo dettaglio non fu mai chiarito fino in fondo. Il paradigma fondamentale del familismo amorale si basa sull’ipotesi che si debba massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve tempo della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo. Le conseguenze pratiche sulla società e sull’etica pubblica e privata sono evidenti. Nessuno persegue la verità nell’interesse comune salvo quando ne tragga un vantaggio proprio o familiare. Chiunque, persona o istituzione, affermi di agire nell’interesse pubblico sarà ritenuto un imbroglione. Solo gli ufficiali pubblici si occupano di affari pubblici perché pagati per farlo, mentre i cittadini se lo facessero sarebbero mal visti dalla collettività, e soprattutto la legge sarà trasgredita ogni qual volta sembrerà possibile evitarne le conseguenze, soprattutto se le vive per l’interesse del nucleo familiare. Si tratta, insomma, della base antropologica di molti dei fenomeni che sono stati descritti come “humus” per micro o macro devianze, fino a quelle che fanno da coltura per la criminalità organizzata mafiosa o camorristica. Anche nei micro sistemi come Avetrana, gli automatismi possono raggiungere la soglia del paradosso. Di fronte ad una figlia che ha fatto (forse) un reato orrendo, anziché ricercare la verità e accettarne le conseguenze anche punitive e dolorose, papà e mamma reagiscono ognuno a proprio modo e come possono. Il padre faticatore e un po’ subalterno nel sistema si assume tutte le colpe e responsabilità, fino a scegliere di apparire un orrido mostro “tanatofilo” e stupratore di cadaveri. Pur di apparire efficacemente l’unico capro espiatorio mentre la sagace ragazzona (forse) colpevole è impegnata venti ore al giorno in interviste, talk show e dirette televisive. La madre, silenziosa come una sfinge, e monumentale come una “mater mediterranea”si preoccupa di fare muro con un silenzio bronzeo e dignitoso, salvo nascondere nel bagagliaio dell’auto la corda (forse) servita a finire il collo, già strizzato con le mani da Sabrina, della piccola Sarah. L’importante è che la famiglia, anzi, la diretta discendenza esclusiva, perfino al di fuori dei legami di parentela più allargata venga difesa e presidiata ad ogni costo. Il familismo amorale ha molte cause, probabilmente legate ad un’antica società contadina in cui era frequente che i genitori, fonte di reddito, potessero morire precocemente lasciando discendenti in condizione di grave e non dignitosa indigenza. Di qui la necessità di sacrificare a questo bene supremo qualsiasi valore, qualsiasi morale, qualsiasi legge e qualsiasi bene interiore. Come ben si vede si tratta di un meccanismoche, se le cose stanno come pare, ha toccato nel caso di Avetrana le sue massimeedestreme conseguenze. Ma anche in altri cattivi esempi il “tengo famiglia” ad ogni costo ha effetti devastanti sull’educazione pubblica e civile. Come quando ad esempio, di fronte ad una nota di demerito a scuola, a rischiare un ceffone educativo non è il pupo o la pupa ma l’insegnante che non è stato capace di comprendere i bisogni e le fragilità del pargolo, magari molto cresciuto. Sabrina pare che fosse ben più che «arguta e sagace» come è stata definita nella sentenza del gip. Probabilmente come accade in molte famiglie purtroppo, anche in condizioni per fortuna meno drammatiche, era lei a dettare tempi, regole e metodi, dell’assetto familiare. Anche nel Mediterraneo non più quindi “padri padroni”né “madri dei Gracchi”, bensì figlie e figli narcisisti, viziati e improvvisamente arroganti o perfino violenti. Spenti i riflettori sulla tragedia e il grand guignol di stupri e cadaveri saponificati nei pozzi, rimarrà l’amara constatazione di un mix in cui il peggio dell’antico e del moderno, anzi postmoderno, è riuscito a miscelarsi in un’alchimia velenosa. Il familismo amorale è quindi un veleno verso il quale produrre anticorpi perché la famiglia, che dovrebbe servire a proteggere il bene degli individui anche da sé stessi, oltre che dall’arro – ganza o dalla violenza della collettività e della società, non diventi un nido di uova tossiche come quello di certi piccoli serpenti velenosi delle pietraie assolate e ad un tempo buie in cui in un pomeriggio di agosto un rancore, magari a lungo covato per una gelosia tutta femminile, è diventato furia improvvisa. E di fronte alle conseguenze irreparabili il fragile papino era pronto all’olocausto di sé e la vigorosa madre a presidiare un cesto di panni sporchi e insanguinati che avrebbero dovuto comunque essere lavati sempre e soltanto tra impenetrabili pareti domestiche.
Da Libero

sabato 6 novembre 2010

Quando le menzogne sono un peso troppo grande

Da qualche ora sappiamo che Sarah Scazzi, la ragazza di Avetrana, sarebbe stata uccisa dalla cugina Sabrina. Lo zio Michele si era addossato la colpa di tutto per salvare la figlia ma, evidentemente, non ha potuto reggere al peso della verità che nascondeva o era stato obbligato a nascondere.
Dalla morte di Sarah, Michele ha perso 12 kg di peso, segno che le menzogne non fanno bene alla salute. Aveva cominciato con il far ritrovare il cellulare della ragazza dopo circa  un mese dalla sua scomparsa, forse pensava di distogliere definitivamente l'attenzione dalla figlia Sabrina, poi si è addossato completamente la responsabilità dell'omicidio e ha fatto ritrovare il corpo di Sarah, piano piano la sua verità ha cominciato a vacillare e non ha potuto fare a meno di chiamare in causa Sabrina per poi arrivare ad assegnarle il ruolo definitivo  di assassina della cuginetta.
Michele Misseri è un pover'uomo che è diventato il capro espiatorio della sua famiglia e dalla sua famiglia è stato abbandonato, a lui non è stato procurato un legale, la moglie non lo è mai andato a trovare in carcere e le figlie urlano che è un pazzo e che deve pagare fino in fondo.... ma che cosa deve pagare? Forse solo il fatto di non essere riuscito a sostenere il loro castello di bugie
La settimana a venire ci darà altre notizie su questo terribile delitto, forse il panorama si farà più chiaro e allora anche la mamma di Sarah potrà finalmente sapere che cosa è accaduto alla figlia e per mano di chi, se di una nipote e di una sorella e allora la verità potrebbe davvero distruggerla.. 

venerdì 5 novembre 2010

ECCO I CORSI CHE VI FARANNO CRESCERE PROFESSIONALMENTE

Mai come in questo periodo è necessario "rifarsi" una professionalità adeguandosi alle esigenze in continuo cambiamento del mercato del lavoro. Se siete in difficoltà con il vostro lavoro, se desiderate cimentarvi in altri ambiti lavorativi non esitate ad iscrivervi ad uno di questi corsi. Molte persone lo hanno fatto, molte aziende hanno indirizzato i propri dipendenti verso questi corsi. Che aspettate!

lunedì 1 novembre 2010

Anche la morte è degna di essere vissuta

Domani si ricordano i defunti, vorrei farlo anch'io e in modo diverso dal solito. Riprendo il bellissimo articolo di Marcello Veneziani apparso oggi su Il Giornale perchè parla di una certezza, quella di ritrovare le persone che ci hanno lasciato.
So che è così, l'ho sempre saputo.  Ho la certezza di ritrovare il mio papà al quale voglio un mondo di bene, le mie care nonne e anche la mia Rhoda, la cagnolona che ho perso cinque anni fa. Mio padre mi diceva sempre che quando aveva perso la sua mamma aveva provato un senso di grande solitudine e si era sentito il prossimo della lista... anch'io ho provato la stessa cosa quando lui se ne è andato. So che la sua mamma lo è venuto a prendere quando è stato il suo momento e sono certa che quando sarà il mio momento lui mi tenderà la mano per fare il grande passo. E' una questione d' amore, un amore grande che ci lega oltre la vita.
La morte non mi fa paura, ha la stessa valenza della vita, è una porta verso un mondo migliore.
Manuela Valletti Ghezzi






"Vengono a prenderci i nostri cari quando è l’ora di morire.
Scusate l’irruzione violenta di un tabù, anzi del Tabù, in un luogo improprio. Ma vorrei parlarvi di un tema proibito e indecente che non si addice a un articolo di quotidiano, anche se in America Clint Eastwood ne ha fatto ora un film, Aldilà (Hereafter). Quel tema è il massimo dell’attualità, anche perché oggi è la vigilia del giorno dei morti, ed è il massimo dell’inattualità, perché non narra di bunga bunga o Pm, ma di qualcosa che ci tocca in modo essenziale.
Dunque, dicevo, vengono a prenderci i nostri cari quando è l’ora di morire. La solitudine del morente è solo apparente e riguarda il mondo dei viventi. Quando la vita sta per abbandonarci, il più caro tra i nostri cari scomparsi viene a prelevarci per il passaggio all’altra riva, come succedeva da bambini quando uscivamo da scuola. Ci aspetta sulla soglia, nella luce, invitante nello sguardo, a volte tende la mano e il morente lo chiama stupito ad alta voce, ha desiderio di combaciare all’invito, qualcosa lo trattiene al di qua della soglia, fino a che si libera e procede verso il suo accompagnatore definitivo. Tanti lo sanno, attraverso l’esperienza indiretta dei loro cari, ma raramente questa strana incursione finale si affaccia nei pubblici discorsi. Il pudore che avevamo sul sesso si è trasferito sulla morte, abbiamo vergogna a denudare queste conoscenze e le esperienze del dolore; abbiamo vergogna della morte. E temiamo di passare per superstiziosi primitivi, in cerca di consolazioni puerili; piccole stregonerie kitsch che non si addicono alla ragione civile e moderna. Eppure è un pensiero dolce e assai confortante che promette un ritorno, una ricongiunzione nella luce. Le rare esperienze di passaggio a cui ho assistito e le altre che mi sono state riferite confermano tutte questo percorso: quando il morente è alla fine, la persona più amata che ha perso in vita - solitamente il padre, la madre, la moglie - gli riappare e lo conduce oltre. Anche persone che ignoravano la ricorrenza di questa visione finale la riferiscono con disarmante puntualità ma spesso con disattenzione, come un marginale dettaglio. E invece quella testimonianza è importante per noi perché ci dice una cosa straordinaria. Non si muore soli, al buio, nella cecità estrema della vita, ma mediante una visione, una fonte di luce e si va via in compagnia.
Quell’esperienza elementare, così diffusa e così vera perché non si ha voglia di fingere in punto di morte, racconta il destino della nostra vita più di teorie scientifiche, mediche o psicofisiche. La spiegazione scientifica di quella visione è che il pathos delirante dell’agonia porta all’allucinazione; la concentrazione sulla vita che se ne va, evoca il trauma di quando morì la persona più cara e risveglia il suo ricordo onirico in uno stato di semilucidità che ha le sembianze della veggenza. Ma è una spiegazione che nulla spiega, o comunque spiega in modo insufficiente i moti dell’anima, le visioni della mente e la meticolosa ricorrenza di questi incontri finali.
La prima osservazione che si può fare riguarda la curvatura del tempo, ovvero la riemersione del passato insieme al futuro. Il tempo si curva e ciò che fu, ritorna; la sequenza lineare del tempo profano si sfalda nella pienezza assoluta di un istante apicale, ove tutto è presente. Al morente è data in extremis questa veggenza profetica della vita e questa visione sferica del tempo, preludio di uno stato ultraterreno o combustione finale del tempo al momento del congedo.La seconda, promettente osservazione è che chi è scomparso non è inghiottito nel nulla e nel buco senza fondo del tempo passato, ma vive come un’idea (l’eidos di Origene); è presente alla vita dei suoi cari ed è vicino nei loro passaggi cruciali. Qualcosa sopravvive alla vita, e chi ama porta dentro di sé la presenza dell'amato: l’amore è il suo respiro, amare è come dire tu vivi anche se non sei più qui, nel corpo e sulla terra.
La terza implicazione discende dalla precedente: la trasmissione di padre in figlio, il seme della tradizione, non è un’ideologia o un’illusione, ma è un evento reale e simbolico al tempo stesso, naturale e soprannaturale. C’è un passaggio di consegne, una catena che si rinnova, un procedere mano nella mano oltre la vita e tramite il corso delle generazioni. L’amore non è un modo di dire che accompagna alcuni momenti della vita, ma è il filo conduttore tenace e sommerso che guida la vita e non ne permette la dispersione. Dovremmo invertire i saluti, dirci addio quando ci allontaniamo provvisoriamente e arrivederci quando ci allontaniamo definitivamente. Di più non sappiamo dire; però davanti alla disperata euforia dei nostri giorni, dove l’essere sparisce nel nulla ma si gode la vita al consumo, una strana allegria ci prende nel sapere che la morte restituisce la vita attraverso l’amore. C’è qualcosa, c’è qualcuno che rende non solo la vita degna di essere vissuta ma perfino la morte. Come l’estate di san Martino, c’è pure l’estrema allegria del 2 novembre."
Marcello Veneziani, IL GIORNALE