domenica 6 novembre 2011

"C'è un albero per ogni uomo che ha scelto il bene"

Il giardino dei Giusti a Milano


Il 24 gennaio 2003 è stato inaugurato a Milano uno spazio dedicato ai Giusti di tutto il mondo, nella grande area verde del "Monte Stella". Nel Giardino vengono piantati ogni anno nuovi alberi per onorare gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’Uomo contro ogni forma di annientamento della sua identità libera e consapevole, testimoniato a favore della verità contro i reiterati tentativi di negare i crimini perpetrati.

A ciascuno di loro è dedicato un pruno, messo a dimora durante una cerimonia in sua presenza o con la partecipazione dei suoi familiari, con un cippo in granito deposto nel prato sottostante. I primi alberi sono stati dedicati agli animatori dei primi "Giardini dei Giusti" proposti nel mondo, a Gerusalemme, Yerevan e Sarajevo: Moshe Bejski per i Giusti della Shoah, Pietro Kuciukian in onore dei Giusti per gli armeni, Svetlana Broz per i Giusti contro la pulizia etnica.

Dal 13 novembre 2008 la gestione del Giardino è affidata all'Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, fondata dal Comune di Milano, dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Comitato Foresta dei Giusti-Gariwo.

Il Giardino è nato grazie alla proposta di Gabriele Nissim, Presidente del Comitato Foresta dei Giusti, di riservare un luogo simbolico della città alla memoria delle figure esemplari di resistenza morale di ogni parte della Terra.

sabato 5 novembre 2011

Jerry ha conosciuto gli uomini: sepolto vivo per 2 giorni

Il fatto è accaduto a Desenzano del Garda. Un cane di nome Jerry è stato sottoposto ad un supplizio di un sadismo patologico da parte del suo padrone, è stato sepolto vivo sotto mezzo metro di detriti.
Il cagnolino è stato salvato dalla polizia locale dopo quasi due giorni di tortura. La segnalazione ai vigili è arrivata a mezzogiorno del primo novembre: un cittadino ha sentito dei lamenti provenire da un appezzamento di terreno in aperta campagna, era Jerry che chiedeva aiuto. Fortunatamente è stato salvato e il suo proprietario arrestato.

ecco Jerry appena liberato dai detriti che lo seppellivano


Che cosa si può dire di un uomo così crudele con il suo cane? Gli auguro di rimanere in carcere per lungo, lunghissimo  tempo anche se in Italia questo è quasi impossibile. Al piccolo Jerry invece auguro una famiglia che sappia fargli dimenticare la sua orribile esperienza.
Umani e cani.. un binomio che spesso è legato da  un affetto indissolubile. Chissà come mai a rompere il legame è sempre l'uomo!



Quelle come me....

manifesto per la giornata internazionale della donna del  1950

Quelle come me….
Quelle come me sono capaci di grandi amori e grandi collere, grandi litigi, grandi pianti e grandi perdoni.
Quelle come me non tradiscono mai.
Quelle come me hanno valori che sono incastrati nella testa come se fossero pezzi di un puzzle, dove ogni singolo pezzo ha il suo incastro e lì deve andare.
Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o scontato, non le amiche, non i figli, non la famiglia, non gli amori che hanno voluto, che hanno cercato, e difeso e sopportato.
Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive.
Quelle come me donano l'anima, perché un'anima da sola, è come una goccia d’acqua nel deserto
ALDA MERINI

Raramente mi sono trovata in sintonia con una poesia come con questa, bellissima, di Ada Merini. Me la sento addosso e ritrovo i suoi versi anche nel modo di essere di alcune mie amiche carissime e di molte donne italiane.
So per esperienza personale che ad essere "come me" si soffre, ma non potrei essere diversa. Io vivo la vita e dalla vita mi lascio coinvolgere fino in fondo!

venerdì 4 novembre 2011

Avrom Sutzkever, il grande poeta della Shoah

Avrom Sutzkever, nacque nel 1913 a Smorgon, un paesino vicino a Vilnius, la capitale della Lituania e morì in Israele nel gennaio del 2010. Fu forse il più grande poeta della Shoah e partecipò attivamente alla resistenza del Ghetto di Vilnius, nel 1943. Con gli altri suoi compagni era stato costretto dai nazisti a scavare la fossa in cui sarebbero caduti. Avrom Sutzkever sopravvisse alla fucilazione. Ferito, cadde nella fossa assieme ai suoi compagni morti e fu coperto di terra ma resistette. Resistette il suo amore per la vita e in quello trovò le energie necessarie per uscire dalla morte, vivere clandestinamente nel ghetto e organizzare una colonna di combattenti che, capeggiati dal poeta, iniziarono la resistenza armata nei paesi baltici. Nel 1943, Sutzkever ha trent’anni ed è un importante leader della resistenza antinazista. Il suo prestigio supera le frontiere, tanto che, dopo vari tentativi falliti, un aereo militare sovietico riesce ad atterrare oltre le linee tedesche e condurlo a Mosca. Gli intellettuali lo invitano a restare in Unione Sovietica ma Sutzkever rifiuta tutto e decide che il suo posto è nella resistenza. Terminata la guerra, il poeta fu un testimone chiave nel processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti. Poi, nel 1947, alla vigilia della nascita dello Stato di Israele, si recò in Palestina, assistette alla nascita dello Stato di Israele, dove visse fino al suo ultimo giorno.

SOTTO LE TUE BIANCHE STELLE 
Sotto le tue bianche stelle
tendimi la tua mano.
Le mie parole sono lacrime
e possano riposare nelle tua mano.
Vedi, il tuo fulgore si oscura
nel mio sguardo tenebroso
e non ho nessun posto
per restituirtelo.
Però voglio, mio amato Dio,
affidarti il mio patrimonio,
Poiché in me arde un fuoco
e, nel fuoco, i miei giorni.
Solo in cantina ed in buche
piange la calma assassina.
Io grido più su, sui tetti,
e cerco: Dove sei?
Strane scale, strani mucchi
mi danno la caccia.
Appendo una pagina strappata
e così ti canto:
Sotto le tue bianche stelle
tendimi la tua mano.
Le mie parole sono lacrime
e possano riposare nelle tua mano.

Questa poesia fu scritta da Sutzkever durante la resistenza del Ghetto di Vilnius.

Crisi, le verità che non vi dicono

Non capite cosa sta accadendo? Siete smarriti dai continui sbalzi dei mercati, che un giorno crollano del 5% e due giorni dopo crescono del 4%, per poi ricorllare e ricrescere? Limitandosi ad osservare non si capisce nulla, se però si conoscno alcuni retroscena il quadro appare meno confuso di quanto appaia.

1) Di ogni leader bisognerebbe leggere attentamente la biografia e dunque non dimenticarsi mai delle sue origini. Prendiamo il premier Papandreou. E’ greco? Senza dubbio, ma solo a metà. Sua madre è americana e in America ha studiato. Niente di male, anzi, però bisogna sapere che negli ultimi vent’anni ha stabilito eccellenti rapporti con un certo establishment finanziario anglosassone. Viste le sue strane peripezie con l’annuncio di misure lacrime e sangue, poi la negazione di quanto fatto finora con la proclamazione di un referendum annunciato e infine l’annullamento dello stesso, Papandreu sta facendo gli interessi del popolo greco o risponde ad altre logiche e ad altri interessi?

2) E prendiamo Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia, ma anche ex vicepresidente di Goldman Sachs e, soprattutto, stimatissimo presidente del Financial stability forum, che dalla scoppio della crisi del 2008, ha preservato gli interessi del mondo finanziario e in primis delle grandi banche che hanno provocato quella crisi e che sono state salvate. Domanda: rappresenta l’Italia, l’Europa o il mondo finanziario transnazionale? Ah saperlo…

3) E’ cosî scandaloso che un Paese, la Grecia, pensi di chiedere al popolo di decidere il proprio destino? Il referendum, a quanto pare, non ci sarà, ma avrebbe dovuto essere indetto tempo fa, mentre l’Europa viene costruita sempre sopra le teste dei cittadini e prelevando di volta in volta pezzi crescenti di sovranità, naturalmente senza mai dichiararlo apertamente ma dissimulando le proprie intenzioni. L’Europa dell’euro, di Shenghen, di Maastricht è un’Europa tendenzialmente non democratica e questo dovrebbe preoccupare tutti noi, ma siamo cosî ipnotizzati dall’andamento dei mercati da non accorgercene nemmeno. A furia di pensare solo all’andamento dei mercati, rischiamo di perdere anche quel poco che resta della nostra libertà e della nostra autonomia decisionale…

4) Il destino dell’Italia è segnato perchè non controlliamo più il debito pubblico, come ho spiegato in questo post. E perché vogliono far cadere Berlusconi ad ogni costo, il quale ha agevolato i suoi nemici, che si annidano non tanto in casa ma nell’establishment europeo; dunque non ha saputo leggerne i disegni, decriptarne le intenzioni, non è stato capace di elaborare risposte convincenti e di mostrarsi pubblicamente all’altezza della situazione. E sotto l’impulso della crisi svuoteranno l’Italia lasciandole forse risanata ma esangue. E’ il destino di chi rinuncia alla propria sovranità…
Marcello Foa


giovedì 3 novembre 2011

La mattanza della politica

Stiamo assistendo in questi giorni ad una vera e propria mattanza della  politica di questo nostro Paese, hanno perso tutti la testa per una crisi che non sembra spaventare il Governatore della Banca d'Italia che  ieri ha affermato che i nostri conti potrebbero reggere benissimo anche se gli interessi sui titoli di stato  raggiungessero l'8%. Se non si preoccupa lui perchè tutti sembrano impazziti?  Sarebbe veramente folle se tutto questo avesse solo come  fine ultimo l'eliminazione dalla scena politica del Premier... si  dice che a parlar male si fa peccato ma quasi sempre ci si indovina  a allora  proviamo a ricostruire per sommi capi da dove è cominciato e da chi è cominciato il suo sputtanamento internazionale perchè di questo si tratta.
Qualche mese fa la magistratura di Milano imbastisce il processo contro di lui per favoreggiamento alla prostituzione e il suo "bunga bunga" fa il giro del mondo, sarebbe accaduto tutto questo in un altro Paese?  Kennedy, donnaiolo pure lui  fu sempre coperto dai suoi servizi segreti, come mai qui si  arriva a mettere  una nazione alla berlina senza alcuna remora per  una questione che tutto sommato pare montata ad arte e non è di natura politica. Berlusconi sarà un libertino, avrà certamente tenuto comportamenti poco consoni alla sua carica, ma era nel suo privato.
Per non parlare poi di tutto il resto.. delle risate di Sarkosy e della Merkel, delle pressioni della BCE sul nostro governo come fossimo sotto tutela quando il mago Tremonti aveva sempre ribadito che i nostri conti avrebbero tenuto. Lo stesso Tremonti va in Spagna e auspica elezioni anche per noi.... davvero una bella pensata  andare all'estero e mettere in mora il governo. L'opposizione in tutto questo tempo ripeteva ossessivamente che Berlusconi avrebbe dovuto lasciare, la stessa cosa facevano Fini e Casini... Insomma  nulla di nuovo sotto il sole. Come nuovo non era  il nostro debito pubblico, per altro sempre onorato.
A questo punto  un pensierino sui complotti di palazzo bisogna proprio farlo, peccato che chi ci rimette è l'Italia. Se fosse davvero l'odio per  un uomo a procurare questo disastro?
Nei prossimi giorni ne sapremo di più, si scopriranno le carte e la verità verrà a galla. Probabilmente ci troviamo alla vigilia delle Idi di marzo e ora come allora Cesare verrà ucciso da ventitre pugnalate e a infliggergliele potrebbe non essere l'opposizione.  Se posso permettermi un consiglio al Premier, ripeto quello che scrivevo qualche giorno fa: vada in aula, chieda la fiducia e parli chiaro agli italiani, non c'è via migliore per uscire di scena.

mercoledì 2 novembre 2011

Denis Avey, testimone oculare ad Auschwitz



È possibile immaginare che qualcuno si sia introdotto volontariamente ad Auschwitz? 
Eppure, nel 1944, un uomo è stato capace di farlo.
 Denis Avey è un prigioniero di guerra inglese, che durante il giorno è costretto ai lavori forzati insieme ai detenuti ebrei.....

Ricordo i miei cari Angeli

Oggi si ricordano i defunti, questa giornata è dedicata a loro, alle persone che abbiamo tanto amato e che ci hanno lasciato.
Proprio ieri, mentre attraversavamo il cimitero per raggiungere ogni loro sepoltura, mio marito ed io ci siamo resi conto che oramai sono tanti, davvero tanti i nostri cari che ci hanno lasciato.
Noi abbiamo una schiera di Angeli che sono con noi e che per quanto possono ci proteggono. A tutti abbiamo voluto bene e tutti sono sempre nei nostri pensieri con il ricordo di un aneddoto, di un loro modo di essere di un loro particolare sorriso.
Naturalmente il mio Angelo particolare riposa  qui con me, le ceneri del mio papà sono qui in casa mia e con lui il colloquio è quotidiano.
E così si va avanti…. con la certezza che quando saremo chiamati per il grande viaggio non saremo soli, qualcuno ci aspetta e sarà contento di riabbracciarci.

martedì 1 novembre 2011

La giovinezza del cuore

La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato d’animo che consiste in una certa forma della volontà, in una disposizione dell’immaginazione, in una forza emotiva; nel prevalere dell’audacia sulla timidezza e della sete dell’avventura sull’amore per le comodità.

Non si invecchia per il semplice fatto di aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandona il proprio ideale. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, la rinuncia all’entusiasmo li traccia sull’anima. La noia, il dubbio, la mancanza di sicurezza, il timore e la sfiducia sono lunghi anni che fanno chinare il capo e conducono lo spirito alla morte.

Essere giovani significa conservare a sessanta o settant’anni l’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e per i pensieri luminosi: la sfida intrepida lanciata agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo, il senso del lato piacevole dell’esistenza.


Voi siete giovani come la vostra fiducia, vecchi come la vostra sfiducia, giovani come la vostra sicurezza, vecchi come il vostro timore, giovani come la vostra speranza, vecchi come il vostro sconforto. Resterete giovani finché il vostro cuore saprà ricevere i messaggi di bellezza, di audacia, di coraggio, di grandezza e di forza che vi giungono dalla terra, da un uomo o dall’infinito.

Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate e su di esso si saranno accumulate le nevi del pessimismo e il ghiaccio del cinismo, è solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio aver pietà della vostra anima di vecchi.

Una riflessione sul senso della vita

Crisi Economica, le misure per evitare il fallimento

Questa volta l’Italia dovrà cambiare modello economico sul serio. Vediamo in dettaglio perché. 
Tremonti, qualche settimana fa, ha fatto un errore nel tentare di garantire il pareggio di bilancio entro il 2013 solo con tagli e aumenti di tasse. Il mercato ha subito calcolato che il rigore sarà a scapito della crescita. Ciò ridurrà il gettito e quindi renderà impossibile il pareggio o richiederà tasse crescenti per raggiungerlo, avviando una spirale depressiva che alla fine renderà insostenibile il debito.
Per tale motivo - combinato con la scelta della Germania di rendere parziali e non totali le eurogaranzie sugli eurodebiti - il mercato ha preteso un premio maggiore per comprare titoli italiani. Se il premio crescerà ancora l’Italia dovrà dichiarare l’insolvenza, pur in grado di gestire il debito entro costi normali. Per calmierare tale premio, cercando di mantenerlo sotto il 6% (e sotto il 4% il differenziale con i titoli tedeschi) la Bce è intervenuta negli ultimi tre mesi sul mercato secondario. Ma è una misura tampone che non può risolvere il problema. Per questo la Ue ha imposto all’Italia, con massima priorità, di cambiare modello in pochi mesi per invertire la profezia del mercato sull’Italia, cioè per convincerlo che la crescita futura renderà sostenibile e ripagabile il debito.

La Ue non ha esagerato. L’Italia è davvero il ventre molle dell’Eurozona a causa di un debito superiore alla capacità della crescita del Pil di sostenerlo e dell’intero eurosistema di garantirlo. Meglio è dire che lo potrebbe garantire facendo stampare moneta alla Bce. Ma la Germania lo vieta per il conseguente incremento dell’inflazione. Il problema è amplificato dal contesto globale. Il mercato teme l’insolvenza non solo degli eurodebiti, ma anche di quelli nipponico, mostruoso perché oltre il 200% del Pil, e statunitense, attorno al 120% del Pil, che vale circa 15 trilioni di dollari se calcolati anche i debiti pubblici locali. Cifre enormi. Una sola insolvenza non ben gestita sarebbe il segnale di fuga dai titoli di debito, molti Stati dovrebbero dichiarare bancarotta, il sistema bancario globale collasserebbe, l’euro forse si dissolverebbe, certamente America ed Europa cadrebbero in una depressione duratura che si estenderebbe alla Cina ed altri emergenti, oltre al Giappone, dipendenti dall’export. Tale rischio è reale, ma i modi per ridurlo ci sono. Tuttavia, questa volta tali modi non possono essere solo iniezioni di liquidità per salvataggio, ma comportano modifiche dei modelli economici delle nazioni fonti di contagio.

Questa analisi serve a far capire perché tutto il mondo premerà sull’Italia affinché cambi modello economico. La buona notizia è che l’Italia può farlo in quanto la sua forza industriale è sufficiente per trasformare ogni riduzione di vincoli al mercato in maggiore crescita. E i vincoli da rimuovere devono essere quelli che più bloccano il sistema: rigidità del mercato del lavoro che limita gli investimenti nelle imprese, concorrenza insufficiente a causa delle troppe aree di mercato protetto, eccesso di burocrazia e terrorismo fiscale. Sindacati ed interessi colpiti faranno rumore. Invito governo e maggioranza a non spaventarsi, a cercare mediazioni intelligenti se possibile, ma se impossibile ad andare giù durissimi. Questo governo ha cambiato natura da qualche settimana: ha una missione in nome della Ue e del sistema globale per rimettere l’Italia a posto e per tale motivo sarà sostenuto dall’esterno per restare in carica fino a fine mandato. Lo capiscano opposizione e inquieti. Finisca entro la maggioranza qualsiasi polemica, tutti facciano il loro lavoro. Se così, ce la faremo.

di Carlo Pelanda
www.carlopelanda.com

giovedì 27 ottobre 2011

Ferdinando Valletti: il pudore di raccontare

E' uscito in questi giorni il mio nuovo libro "Deportato I 57633 voglia di non morire" La storia di Ferdinando Valletti, il deportato calciatore, si tratta in realtà di una riedizione che si è resa necessaria per il ritrovamento di molti appunti di mio padre  sulla sua permanenza a Gusen II e sulla sua deportazione in generale, confermati poi dall' ITS di Arolsen che mi ha inviato diversa documentazione.
Disfacendo la casa dei miei genitori dopo la morte di mia madre, mi sono trovata davanti ad un plico di carte ingiallite racchiuse in una scatola posta  sui ripiani alti di un armadio, su fogli a quadretti  mio padre aveva annotato con raccontato minuziosamente quanto gli era accaduto dal momento della sua cattura al momento della liberazione. Gli scritti sono datati 1950, dopo la prima visita di mio padre a Mauthausen-Gusen con una delegazione dell'Alfa Romeo, quando evidentemente la sua mente era più serena e i ricordi più chiari. 
Quei fogli raccontano un percorso di indicibile sofferenza con la descrizione di fatti accaduti nel lager, di angherie subite, di amici perduti  e anche di solidarietà, soprattutto a Gusen II.
Nessuno in famiglia aveva mai sentito mio padre  parlare di Gusen II, diceva di essere stato a Gusen  e basta e invece proprio in quel terribile sottocampo aveva trascorso il periodo più lungo e drammatico della sua deportazione.
Ho provato tanto dolore per quello che gli è realmente capitato, ma ho capito che nella sua grande dignità, aveva avuto il pudore di raccontare fino in fondo ciò che gli avevano fatto i nazisti, era una ferita troppo grande per un essere umano! Eppure, e lo scrive sempre nei suoi appunti, lui non poteva giudicare e tanto meno punire, lo avevano fatto altri a nome dell'umanità intera, lui invece aveva il compito di perdonare... e lo aveva fatto.
Questa scoperta dolorosa mi ha fatto conoscere meglio mio padre e, se possibile, me lo ha fatto amare ancora di più, ho compreso ora il motivo del suo diniego quando gli suggerivo di scrivere sulla sua deportazione, avrebbe dovuto scorrere quei fogli e lui non voleva farlo per nessuna ragione.
Dei suoi appunti troverete nota nel libro,  racconto della sua permanenza a  Gusen II e di alcuni amici che gli erano accanto, ma alcuni particolari, i più cruenti,  non mi sono sentita di riportarli, rispetto il suo volere e provo lo stesso suo pudore.

martedì 25 ottobre 2011

Il mio libro è fresco di stampa

"DEPORTATO I 57633 VOGLIA DI NON MORIRE" 
La storia di Ferdinando Valletti, il deportato calciatore 
Photocity Edizioni

pagine 203 - Euro 15,00
ISBN 978-88-6682-048-2




Il mio libro è fresco di stampa.
La storia è stata ampiamente arricchita e modificata nei contenuti grazie ai dettagliati appunti di mio padre sulla sua deportazione a GUSEN II reperiti  quando io e mia sorella  abbiamo smobilitato  la casa dei nostri  genitori, alla morte di mia madre; a questi preziosi appunti si sono aggiunti  i documenti che ho richiesto all'ITS di Arolsen.

Chi volesse acquistare il libro lo trova qui e tra qualche giorno in tutte le librerie on line.
Il libro potrà essere accompagnato a richiesta, dal bellissimo DVD ".. E come potevamo noi cantare" edito dall'ANED, tratta proprio della deportazione dei lavoratori milanesi nei lager nazisti tra il 1943 e il 1945. Libro e DVD abbinati possono essere richiesti  all'Associazione Culturale Ferdinando Valletti. 

Sono già molte le scuole che hanno aderito al progetto dell'Associazione Culturale Ferdinando Valletti per il mese di gennaio 2012 ricorrenza del GIORNO DELLA MEMORIA.
Chi volesse aggiungersi mi contatti personalmente via email:


Le pensioni e la crisi di governo

Voglio fare una considerazione sulla attuale situazione politica: ma è mai possibile che nessuno sia disposto PER IL BENE DEL PAESE a dare una mano al governo o a quello che resta di esso? Mi permetto di suggerire una via al Premier: porti in aula la riforma delle pensioni e la sottoponga al voto del Parlamento così vedremo in faccia chi ha il coraggio di votare contro sapendo quello che costerebbe al nostro Paese.
E' il momento di battere i pugni sul tavolo  caro Presidente e vedremo allora  se i soliti noti, quelli che si riempiono la bocca con la parola responsabilità, senso dello Stato, per il bene dell'Italia... voteranno la riforma o se, accampando mille scuse, tutte risibili, faranno cadere il Governo
Coraggio Presidente, imbocchi la via maestra che è sempre la migliore e poi lasci!

lunedì 24 ottobre 2011

Il laugh-in del Foglio

Il laugh-in del Foglio, domani tutti a ridere davanti all'ambasciata di Francia
L'appuntamento alle 17 a piazza Farnese. 
Ci saranno Antonio Martino e Giuliano Ferrara Domani martedì alle ore 17 in piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia, si terrà un “laugh-in”, cioè un sit-in scanzonato di allegra e serissima protesta contro la ridanciana pretesa di scaricare sull’Italia i guai di un governo direttoriale disastroso dell’area euro. Delle prodezze di Nicolas Sarkozy, alias Louis De Funès, parleranno con garbo e fermezza Antonio Martino e Giuliano Ferrara. La manifestazione è promossa dal quotidiano Il Foglio.


Angela Merkel e Nicolas Sarkozy meritano parole chiare e fredde. A nome dei loro paesi pretendono di guidare l’Unione europea e da due anni non sanno come fare. “Gestione disastrosa”, è il referto stilato dal capo dell’area euro Jean-Claude Juncker. La Germania è una grande economia motrice e la locomotiva ha sbuffato fino a ora, alla grande, con le esportazioni sulla sezione del mercato mondiale che tira. La Francia gode di infrastrutture ad alto livello e di un sistema decisionale gaullista. Ma Berlino da sola non ce la fa, e il suo sistema bancario è impaniato nella crisi del debito sovrano. Lo stesso vale per Parigi, che ha in più alle spalle una crescita patologica del debito pubblico ben oltre i parametri, goffi e cucitile su misura, di Maastricht, e nel presente soffre di un deficit troppo alto rispetto a quello dei partner e di una crisi finanziaria e bancaria di proporzioni più che rilevanti ( la fine ingloriosa di Dexia insegna, ma è solo un anticipo). Nessuno in Europa è in grado di dare lezioni ad alcuno dei Paesi fondatori. Secondo il grande economista liberal Paul Krugman, un ebreo americano di genio al quale per qualche ragione è stato perfino comminato un premio Nobel, alla radice della crisi da debito, dell’altalena di sfiducia e speculazione in cui si dondolano i mercati finanziari, c’è il moralismo punitivo a sfondo calvinista che ha fatto dell’euro l’unica moneta al mondo priva di una banca centrale capace strutturalmente, non episodicamente, di fare la funzione delle banche centrali: il prestatore di ultima istanza. Aggiungiamo l’eco culturale della Repubblica di Weimar, l’idea apocalittica che il mostro inflazionista sia sempre in agguato, sempre sbuffante, sempre scalpitante dietro ogni angolo della storia, e che i bravi, gli operosi, i capaci, i parsimoniosi alla fine sono destinati a condividere la miseria comune con le cicale. Balle. L’inflazione si sta rivelando al momento un pericolo remoto, malgrado i potenti stimoli iniettati dagli americani nel circuito della liquidità dopo la crisi dei derivati e dell’immobiliare al quale erano collegati. E il debito, checché ne pensino economisti di valore ma a volte poco fantasiosi, come Alessandro Penati di Repubblica, si cura con la sua diluizione in altro debito, specie in emergenza, con la riduzione dei gradi di patrimonializzazione dell’economia, senza nuove tasse depressive, e con l’impiego delle risorse nella crescita economica a colpi di decise riforme liberalizzatrici e privatizzatrici. Se questo è vero, e mi sembra difficile che una diagnosi convergente dei massimi economisti keynesiani e dei massimi economisti liberisti possa essere smentita da qualche improvvisato nuovo pensiero, Berlusconi è forse l’unico che possa dare, non dico lezioni, ma indicazioni puntute e responsabili ai suoi partner. Quale Berlusconi? Quello che non si lagna, che non si accoda, che non aspetta, che non scarica il barile, che non ha timidezze e complessi verso nessuno, il Berlusconi vero che non ha mai messo piede in Confindustria, che creava ricchezza e valore e mercato quando si accumulava il debito pubblico, e anche grazie al debito pubblico che ha reso ricco e forte (paradossalmente) questo Paese; quello che crede nella libertà delle aziende e delle persone e del lavoro, che ha promesso una storica rottura delle vecchie regole, sia quando è entrato in politica sia di recente, quando la crisi da debito prometteva sinistramente di diventare la boa intorno alla quale fare girare i soliti giochi di potere. Se Berlusconi capisse, e mi sembra che sia sulla buona strada, quanto rapidamente può girare la ruota dell’intelligenza degli italiani, ché quella della fortuna è più volatile, e quanto converrebbe a lui stesso ma soprattutto al Paese una svolta dura, radicale, scandalosa e preziosa nella direzione di un’economia della libertà, quelle parole chiare, fredde, incisive, al summit europeo, e poi sempre, sistematicamente, in tv e nel Paese e nel circuito internazionale, si deciderebbe a tirarle fuori. Le parole da sole non bastano. Il debito lo onoriamo e siamo in grado di ridurlo con l’avanzo primario da primi della classe e il pareggio di bilancio, le nostre banche soffrono le conseguenze della solidarietà con il circuito impazzito del credito mondiale ma stanno meglio di quelle francesi e inglesi, il nostro patrimonio è immenso anche per ragioni patologiche, perché sebbene cattolici e dissipatori in realtà risparmiamo come ossessi e gli imprenditori attribuiscono dividendi spesso rinunciando a investire in ricerca e innovazione (ne tengano conto i giovani caprini di Confindustria riuniti senza i politici a far chiacchiere nell’isola bella). Siamo in condizione di non subire alcun processo, come predicano per la gola i disfattisti troppo furbi alla Scalfari e alla De Benedetti, e possiamo dire la nostra a voce alta e con la testa all’in su. Basta che Berlusconi faccia il suo mestiere fino in fondo, sacrosante e serie riforme liberali, provvedimenti di finanza straordinaria capaci di foraggiare l’economia reale, insomma le cose stesse per cui fa politica da quasi vent’anni.

sabato 22 ottobre 2011

Elie Wiesel
















Elie Wiesel ]

Chi ascolta un superstite dell'Olocausto o della Shoah diventa a sua volta un testimone!

venerdì 21 ottobre 2011

Milano e le sue cascine, meraviglie da salvare

La Milano di una volta, ma anche la Milano meno conosciuta, quella delle periferie e dei parchi agricoli, è al centro di «Memoria Diffusa», festival della memoria partecipata, di scena dal 20 al 30 ottobre.

Tre le location per questa seconda edizione della rassegna, divisa tra il Circolo Filologico, l’Urban Center e i suggestivi spazi della Fonderia Napoleonica Eugenia, esempio di archeologia industriale nel cuore dell’Isola. 
Ed è proprio all’Isola che la manifestazione ideata dall’associazione Storie Digitali riserva un’iniziativa particolare: i possessori di foto e video amatoriali del quartiere risalenti al Novecento potranno, infatti, digitalizzare gratuitamente i loro materiali e creare così un archivio audiovisivo online a disposizione di tutti. 

Un altro momento sarà dedicato al progetto «Il patrimonio rurale immateriale delle cascine di Milano», raccolta di videointerviste ai gestori di antiche cascine - come la Linterno, la Battivacco e la Gaggioli - realizzate nel corso del 2011 con un obiettivo: conservare e condividere la memoria del territorio agricolo milanese. Per i più piccoli saranno proposte alcune favole, da «Cenerentola» a «La bella dai capelli d’oro»: le racconterà Silvio Oggioni in un’atmosfera fiabesca creata dalle lanterne magiche del collezionista Antonio Pignotti. 

Si parlerà anche del periodo di maggior fermento culturale e artistico per la città di Milano: gli anni Sessanta. Un tuffo in un passato glorioso, specie se paragonato al periodo di crisi che stiamo vivendo, attraverso la preview di un documentario girato durante un ciclo di incontri che nel 2010 mise a confronto, nella sede del Circolo Filologico, personaggi quali Bruno Bozzetto, Mario Capanna, Inge Feltrinelli, Bob Krieger e Gianni Rivera. La proiezione si terrà il 27 ottobre in concomitanza con la giornata Unesco del patrimonio audiovisivo, mentre in chiusura, il 30, si potranno ammirare alcuni filmati d’epoca girati per le strade di Milano, abbinati a brani jazz e swing composti a metà del secolo scorso da musicisti che con la nostra città hanno instaurato un legame forte.

giovedì 20 ottobre 2011

Come comportarsi in rete e sui Social Network

Vi invito a condividere questi suggerimenti che giungono da esperti dell'uso della rete e  possono essere molto utili.

"Misurate SEMPRE le parole PRIMA di pubblicarle sul social network. 
Se siete vittime di offese, diffamazioni o altro: - non replicate usando gli stessi mezzi o modi - raccogliete la documentazione (digitale e cartacea) necessaria - recatevi presso il più vicino posto di Polizia Giudiziaria (Commissariato o caserma dei Carabinieri). - informatevi sulle modalità di comportamento da adottare (sempre nell'ambito della legalità) e sulla reale efficacia dell'azione che state per intraprendere: in alcuni casi è indispensabile l'assistenza di un avvocato (valutate le possibili spese da anticipare). 
Un consiglio: visto che su FB è molto facile "far sparire" i contenuti, oltre alle foto dello schermo (http://www.facebook.com/note.php?note_id=434151589477) e i link di riferimento, raccogliete i nominativi di persone che hanno letto e che sono in grado di testimoniare l'illecito (sempre che siano disponibili a farlo, naturalmente): il Giudice (se si arriva in tribunale) può ritenere, infatti, prova non ammissibile la stampa dello schermo in quanto "di paternità incerta" (nel caso in cui venga cancellato il contenuto originale). 

Alcune delle Leggi interessate: 

Codice Penale - Art. 594 Ingiuria 
Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro cinquecento. Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa. La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro mille, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. Le pene sono aumentate qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone. 

Codice Penale - Art. 595 Diffamazione 
Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032 (lire due milioni). Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065 (lire quattro milioni). Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516 (lire un milione). Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate. Codice Penale - 

Art. 599 Ritorsione e provocazione 
Nei casi preveduti dall’articolo 594, se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori. Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 594 e 595 nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche all’offensore che non abbia proposto querela per le offese ricevute".  --

martedì 18 ottobre 2011

L' augurio di Max Ehrmann

Tra i moltissimi  graditissimi auguri che oggi hanno inondato la mia bacheca di FB ho scelto questo pensiero da condivedere con voi, è di Max Ehrmann e credo che racchiuda il segreto per essere felici. Lo auguro a tutti voi.
Grazie!


"Vai in pace in mezzo al rumore e alla confusione e ricorda quale pace può esserci nel silenzio. 
Per quanto possibile, ma senza resa, sii in buoni rapporti con tutte le persone,
dì tranquillamente e chiaramente la tua verità; e ascolta gli altri, perfino gli ottusi e gli ignoranti, anche essi hanno la loro storia. 
Evita le persone forti e aggressive, esse sono opprimenti per lo spirito. 
Se ti paragoni agli altri, potresti considerarti inutile e sgradevole, ma sempre ci saranno persone più grandi o meno di te stesso. 
Goditi i tuoi successi così come i tuoi progetti. 
Conserva l'interesse per la tua carriera per quanto modesta possa essere, è una realtà, che nel tempo, le fortune cambiano.
Opera con cautela nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di inganni ma non lasciare che questo ti renda cieco di fronte alle virtù esistenti; molte persone combattono per alti ideali, e dovunque, la vita, è piena di atti di eroismo. 
Sii te stesso. E, principalmente, non fingere nell'affetto, nessuno è cinico nei confronti dell'amore, perché a dispetto di aridità e disillusioni, esso è perenne come l'erba. 
Prendi con dolcezza l'esperienza degli anni, lasciando andare, garbatamente, le cose della giovinezza. 
Rafforza il tuo spirito per difenderti dalle sventure improvvise, ma non affliggerti con fantasie oscure, molte paure sono figlie della fatica e della solitudine. 
Al di là di una sana disciplina, sii gentile con te stesso. 
Tu sei figlio dell'universo, non meno degli alberi e delle stelle e hai il diritto di stare qui; e che ti sia chiaro o meno, non c'è dubbio che l'universo si stia dispiegando come dovrebbe. 
Perciò sii in pace con dio, comunque tu lo concepisca, e qualunque siano il tuo lavoro e le tue aspirazioni nella rumorosa confusione della vita, conserva la pace nella tua anima. 
Pur con tutte le sue illusioni, le miserie e i sogni infranti, è ancora un mondo meraviglioso. 
Sorridi. 
Cerca di essere felice.

lunedì 17 ottobre 2011

Differenza tra Olocausto e Shoah

Quale è la differenza tra Olocausto e Shoah? In quali contesti storiografici si usano? Col termine Olocausto viene attualmente designato il genocidio o sterminio di una considerevole componente degli ebrei d’Europa. Assieme agli ebrei altri gruppi finirono nel programma di sterminio dei regimi nazi-fascisti, anche se l’ostilità antiebraica – nella sua nuova veste di moderno antisemitismo razziale – fu fin dall’inizio parte integrante della ideologia del Nazismo tedesco. Il termine olocausto, che deriva dal greco e successivamente dal latino, traduce anche un termine biblico legato alla sfera dei sacrifici cruenti e animali. Con tale termine si traduce in lingua greca il sacrificio ebraico detto ‘olah, ossia innalzamento, un sacrificio che viene “tutto bruciato”. Il fumo che sale “è odore gradito al Signore”. Il termine utilizzato per descrivere la lo sterminio degli ebrei d’Europa si è mantenuto nella lingua inglese (Holocaust). Che esso provenga da ambienti cristiani di età medievale, che indichi un lemma proveniente dal mondo pagano, che abbia un significato troppo religioso, come spesso si afferma, è tutto sommato irrilevante. Certo ci può essere una sorta di assonanza tra il fumo dei campi di sterminio e quello della vittima sacrificale, ma si tratta di assonanza superficiale e deviante, poiché l’immagine biblica indica ben altro gesto culturale. Cosa si voleva intendere quando si associo’ lo sterminio degli ebrei all’offerta sacrificale del mondo antico? Un “sacrificio” dei nazisti al “dio della Razza”? O una autoconcezione del sé ebraico come vittima sacrificale simile alle concezioni del sacrificio cristiano? L’ambiguità del significato di questo termine è ovvia, provoca di certo disagio. Da qualche decennio – per lo più nei paesi di tradizione non anglosassone – è invalso l’uso di utilizzare un termine ebraico, ritenuto più pertinente. Nel lessico biblico, il termine Shoah – שואה – veicola diversi significati legati all’idea di distruzione. Esso è certamente più neutro, meno connotato in senso religioso, anche se a dire il vero, il lemma ricorre frequentemente nel libro di Giobbe, nella lingua del profeta Isaia e in alcuni salmi, ed essendo in qualche senso legato alla sfera del religioso, non è così determinato dalle azioni di carattere cultuali. Cristiana Facchini

Immagine di Edel Rodriguez : Gusen

mercoledì 12 ottobre 2011

Villa Triste a Milano





Nel 1944 Villa Triste a Milano fu requisita dalla Banda Koch che qui praticò torture anche mortali. La Banda Koch operò principalmente a Roma e in seguito, brevemente, anche a Milano, macchiandosi di numerosi crimini. 

venerdì 7 ottobre 2011

A Milano la mostra 'Anna Frank, una storia attuale

La Provincia di Milano, in collaborazione con il Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi di Milano, e la 'Anne Frank House' di Amsterdam, nell’ambito dell’iniziativa 'I viaggi della memoria', ospiterà a Palazzo Isimbardi la mostra 'Anna Frank, una storia attuale'. L’esposizione verrà inaugurata alle 12,30 del 9 ottobre (Cortile d’Onore, ingresso da corso Monforte 35) dal presidente dell’Ente, On. Guido Podestà, e dal vicepresidente e assessore alla Cultura, Novo Umberto Maerna.
La mostra, a ingresso libero, rimarrà aperta fino al 20 ottobre (dal lunedì al venerdì, orari 9-13/14-18). Interverranno all’evento, inoltre, Wim Kok, presidente della Fondazione Anne Frank, già ministro delle Finanze e Premier (1994-2002), insignito nel 2003 del titolo di ministro di Stato, massima onorificenza paragonabile alla carica di senatore a vita; Nico Kamp, console onorario del Regno dei Paesi Bassi a Firenze, che ha intimamente vissuto il dramma dei campi di sterminio avendo avuto entrambi i genitori deportati ad Auschwitz sullo stesso treno, peraltro, della famiglia Frank; Ronald Leopold, direttore della 'Anne Frank House'.

Il titolo dell’esposizione ci introduce a una rilettura della Shoah inquadrata in un’ottica biografica grazie al supporto di un ricco apparato iconografico, riproduzioni documentarie e citazioni tratte dal diario personale della Frank. Si tratta, insomma, di un vero e proprio viaggio virtuale nella vita di Anne e dei suoi cari in cui viene esplicitata la condizione di una famiglia ebrea durante il periodo nazista. La rassegna fotografica si sviluppa attorno a 34 pannelli in polipropilene a colori (dimensioni cm. 100x200) con testo e riproduzioni fotografiche.

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs dies at 56: a man of contradiction and genius

Steve Jobs, billionaire co-founder of Apple and the mastermind behind an empire of products that revolutionised computing, telephony and the music industry, has died in California at the age of 56.

Jobs stepped down in August as chief executive of the company he helped set up in 1976, citing illness. He had been battling an unusual form of pancreatic cancer, and had received a liver transplant in 2009.

Jobs wrote in his letter of resignation: "I have always said if there ever came a day when I could no longer meet my duties and expectations as Apple's CEO, I would be the first to let you know. Unfortunately, that day has come."

Apple released a statement paying tribute: "Steve's brilliance, passion and energy were the source of countless innovations that enrich and improve all of our lives … The world is immeasurably better because of Steve."

Bill Gates, the former chief executive of Microsoft, said in a statement that he was "truly saddened to learn of Steve Jobs's death". He added: "The world rarely sees someone who has had the profound impact Steve has had, the effects of which will be felt for many generations to come.

"For those of us lucky enough to get to work with him, it's been an insanely great honour. I will miss Steve immensely."

He is survived by his wife, Laurene, and four children. In a statement his family said Jobs "died peacefully today surrounded by his family … We know many of you will mourn with us, and we ask that you respect our privacy during our time of grief".

Jobs was one of the pioneers of Silicon Valley and helped establish the region's claim as the global centre of technology. He founded Apple with his childhood friend Steve Wozniak, and the two marketed what was considered the world's first personal computer, the Apple II.

He was ousted in a bitter boardroom battle in 1985, a move that he later claimed was the best thing that could have happened to him. Jobs went on to buy Pixar, the company behind some of the biggest animated hits in cinema history including Toy Story, Cars and Finding Nemo.

He returned to Apple 11 years later when it was being written off by rivals. What followed was one of the most remarkable comebacks in business history.

Apple was briefly the most valuable company in the world earlier this year, knocking oil giant Exxon Mobil off the top spot. The company produces $65.2bn a year in revenue compared with $7.1bn in its business year ending September 1997.

Starting with his brightly coloured iMacs, Jobs went on to launch hit after hit transformed personal computing.

Then came the success of the iPod, which revolutionised the music industry, leading to a collapse in CD sales and making Jobs one of the most powerful voices in an industry he loved.

His firm was named in homage to the Beatles' record label, Apple. But the borrowing was permitted on the basis that the computing firm would stay out of music. After the success of the iPod the two Apples became engaged in a lengthy legal battle which finally ended last year when the Beatles allowed iTunes to start selling their back catalogue.

Jobs's remarkable capacity to spot what people wanted next came without the aid of market research or focus groups.

"For something this complicated, it's really hard to design products by focus groups," he once said. "A lot of times, people don't know what they want until you show it to them."

Jobs initially hid his illness but his startling weight loss started to unnerve his investors. He took a six-month medical leave of absence in 2009, during which he received a liver transplant, and another medical leave of absence in mid-January before stepping down as chief executive in August.

Jobs leaves an estimated $8.3bn, but he often dismissed others' interest in his wealth. "Being the richest man in the cemetery doesn't matter to me … Going to bed at night saying we've done something wonderful … that's what matters to me."

Intercettazioni: è tutto sbagliato

Ho letto alcuni passaggi del DDL sulle intercettazioni che è approdato in Parlamento e francamente stento a capire e non condivido assolutamente che i soli penalizzati pesantemente (addirittura il carcere) debbano essere  i giornalisti "che pubblicano" ciò che fuoriesce dalle Procure.
Penso che come in altri Paesi, ad esempio negli Stati Uniti, i PM dovrebbero essere assolutamente responsabili del materiale che si procurano per le loro indagini ( quindi anche le intercettazioni) e se questo materiale viene divulgato saranno loro e solo loro a doverne rispondere.
Che cosa c'entrano i giornalisti? E' noto che il giornalista che riceve una notizia la  verifica e la pubblica e ha il diritto per legge di proteggere la sua fonte, allora non giochiamo a scarica barile e per una volta il Parlamento si dimostri serio e all'altezza e legiferi con cognizione di causa. Francamente mettere in carcere un giornalista perchè pubblica ciò che ha reperito o che gli è stato passato è una azione infame e veramente lesiva della libertà di stampa.
Se vogliamo poi discutere nel merito, sulla riduzione delle intercettazioni, sulla loro necessità per arrivare a risolvere un caso, direi che c'è caso e caso e che occorre autorizzarle con molta prudenza e ove veramente indispensabili visto che le pagano sempre i cittadini.

domenica 2 ottobre 2011

L'uomo che per primo scoprì l'Olocausto

Si chiamava Jan Karski Fu il primo a portare al mondo le prove dell´esistenza dei Lager Non lo ascoltarono E solo ora il suo “Rapporto” viene pubblicato in Germania.
Travestito da guardia nel Lager di Belzec. Fu così che nel 1942 il partigiano polacco Jan Karski riuscì a scoprire la Shoah E a documentarla per primo. Ma invano. “Le cose che ho visto resteranno per sempre dentro di me. Vorrei poterle cancellare dalla memoria Ma ancora di più vorrei che ciò che ho visto non fosse mai accaduto Questo peccato perseguiterà l´umanità fino alla fine dei suoi giorni”. Arrestato e torturato dalla Gestapo nel ´44 riuscì a fuggire negli Stati Uniti dove scrisse e pubblicò “Il mio rapporto al mondo” Supplicò Roosvelt: “Vi prego, fermate la barbarie”


L´infiltrato nell´orrore di ANDREA TARQUINI da La Repubblica del 10 luglio 2011

Fu il più importante e coraggioso agente segreto della Seconda guerra mondiale, ma nel dopoguerra visse da esule. Fu lui, infiltrandosi nel Lager di Belzec travestito da guardia ucraina collaborazionista, a scoprire l´Olocausto e a fornirne le prove: grazie alla sua missione impossibile e al suo Rapporto il mondo seppe, già verso la fine del 1942, che la “Soluzione finale”, il genocidio del popolo ebraico da parte della Germania nazista, era in atto. Con un´audacia incredibile, rischiando la vita, si infiltrò a Belzec. Insieme a Sobibor e Treblinka fu il primo campo di sterminio costruito dai nazisti nella Polonia da loro occupata, prima ancora che il più tristemente famoso Auschwitz-Birkenau diventasse operativo. Ma nessuno volle ascoltare il suo grido d´aiuto. Jan Karski era un ufficiale polacco e un cattolico praticante. Raccolse le prime voci sullo sterminio nel Ghetto di Varsavia, e poi trovò le prove nei Lager nazisti e le consegnò agli Alleati. Il suo terribile racconto di quegli anni – che uscì già nel 1944 negli Stati Uniti – è stato appena pubblicato per la prima volta in Germania. Una memoria diretta, una testimonianza unica, la smentita più cocente per i negazionisti e per chiunque voglia cancellare il ricordo della Shoah e riscrivere la Storia sotto il segno dell´oblio.
Mein Bericht an die Welt-Geschichte eines Staates im Untergrund, Il mio rapporto al mondo. Storia di uno Stato nella clandestinità, s´intitola, nell´edizione tedesca il volume che Karski scrisse a New York, dettando a braccio alla sua segretaria, Krystyna Sokolowska, i ricordi ancora freschissimi della sua missione segreta. Sono pagine che ancora oggi scuotono la coscienza, fanno rabbrividire.
Fu Elie Wiesel, nell´ottobre 1981, a far riemergere Karski dal dimenticatoio. Organizzò con l´Holocaust Memorial una conferenza sulla liberazione di Auschwitz, e invitò quell´anziano soldato e professore di Georgetown a parlare. «Alla fine della guerra – Karski scandì, calmo e implacabile – mi dissero che né i governi né i politici d´alto rango, né gli scienziati né gli scrittori avevano saputo del destino degli ebrei. Erano sorpresi. Lo sterminio di sei milioni d´innocenti era rimasto un segreto, “un orribile segreto”, come scrisse Walter Laqueur. Allora mi sentii ebreo. Un ebreo, come i parenti di mia moglie, qui presenti. Ma sono un ebreo cristiano, cattolico praticante. Non sono un eretico, ma credo profondamente che l´umanità abbia commesso un secondo peccato capitale: obbedendo a ordini o per assenza di sentimenti, per egoismo o ipocrisia o persino per freddo calcolo, questo peccato perseguiterà l´umanità fino alla fine del mondo, questo peccato mi perseguita, e io voglio che sia così».
Sapeva di cosa stava parlando, il vecchio soldato. Patriota convinto, nato come Jan Kozielewski, sognava la carriera diplomatica ma si era arruolato volontario nell´artiglieria a cavallo. Quando nazisti e sovietici aggredirono la Polonia, fu catturato dall´Armata Rossa e dopo sei settimane consegnato ai tedeschi. Riuscì a fuggire, si unì alla Resistenza. Fu subito scoperto come talento temerario, e convocato dal governo in esilio prima in Francia, poi a Londra. Il premier, generale Sikorski, accettò la sua richiesta di diventare Kurier tajni, “corriere” (ovvero agente) segreto. Sotto il falso nome di “Tenente Witold”, Karski s´infiltrò nella Polonia occupata. Per conto del governo in esilio, coordinò e organizzò lo Stato clandestino. La Polonia resa ricca e vivace negli anni Venti e Trenta anche dalla numerosissima, colta e prospera comunità ebraica, fu sottoposta dai nazisti a un´occupazione di una brutalità senza precedenti e non espresse né un Petain né un Quisling: al contrario che in Francia o in Norvegia, a Varsavia il Terzo Reich non riuscì mai a reclutare marionette per un governo collaborazionista e i polacchi (tra soldati del generale Anders, piloti nella Royal Air Force, partigiani) schierarono con gli Alleati più soldati e mezzi di de Gaulle.
Venne la missione più pericolosa: «Witold» prima s´infiltrò nel Ghetto di Varsavia, e qui ascoltò i racconti delle deportazioni. Poi fu arrestato dalla Gestapo in Slovacchia. Torturato selvaggiamente, riuscì nuovamente a fuggire. Raggiunse di nuovo l´Armia Krajowa, l´esercito partigiano nazionale.
Il destino degli ebrei era ormai nel suo cuore, e col suo gruppo organizzò l´impossibile. Riuscirono a corrompere un trawniki, una guardia delle forze ucraine collaborazioniste che prestavano servizio nei Lager. Quello gli procurò un´uniforme ucraina, e lo aiutò a infiltrarsi nel Lager di Belzec. Karski fece violenza su se stesso per celare ogni emozione e non cadere in preda all´orrore, registrò nella memoria tutto quel che vide: la fame e le violenze, le malattie e le torture, donne, vecchi e bambini ammassati sui vagoni merci e spruzzati di calce. Il genocidio.
Ma l´avventura non era finita. Jan Karski raggiunse rocambolescamente Londra, fece rapporto al legittimo governo polacco in esilio. Prima il ministro degli Esteri britannico, Anthony Eden, poi a Washington Roosevelt in persona, vollero riceverlo e ascoltarlo, e studiare i suoi microfilm trafugati nel Ghetto. Che il mondo si muova, che fermi la barbarie, supplicò invano Karski. Non fu ascoltato: gli alleati abbandonarono subito l´idea di bombardare i campi per fermare lo sterminio.
Karski visse una vita nel rimorso, schiacciato dall´idea di non aver fatto abbastanza. Nel dopoguerra, il regime comunista lo considerò un traditore al servizio degli americani. Fino a quando la giunta Jaruzelski autorizzò l´indimenticabile Shoah, il film che Claude Lantzmann girò grazie anche ai ricordi di Karski. Nominato “Giusto tra i popoli” in Israele, come il tedesco Oskar Schindler, decorato poi da Walesa presidente dopo la rivoluzione democratica del 1989, l´agente speciale Jan Karski morì nel 2000, portandosi nell´animo, primo testimone, il peso della grande colpa dell´umanità.

I sampietrini della memoria

L'Associazione culturale Ferdinando Valletti, grazie alla collaborazione di un amico del gruppo di FB "Binario 21 Deportati nei Lager Nazisti" ha potuto segnalare al sindaco di Milano questa bellissima iniziativa con l'auspicio che possa essere realizzata anche a Milano.

"Inciampare sull’arte che diventa memoria di un evento catastrofico, con sbadataggine rendersi conto che il tessuto urbano nasconde e insieme restituisce la testimonianza di una vita: questo lo scopo e l’impresa dello scultore tedesco Gunter Demnig, che dal 1993 realizza piccole targhe d’ottone della dimensione di un sampietrino per ricordare tutti i deportati, razziali, politici e militari. L’artista decide di dedicare il suo tempo e il suo impegno alla memoria dei deportati di guerra con gli stolpersteine, le “pietre d’inciampo“, sulle quali sono incisi il nome, l’anno di nascita, la data e il luogo di deportazione, la data della morte della persona perseguitata. La pietra, piccola lapide di ottone collocata dall’artista nelle prossimità della casa in cui abitò il deportato, non è solo impronta di un’esistenza devastata, ma va a configurare con le altre una mappa, un tracciato che oggi conta più di 22.000 pietre in tutta Europa. L’operazione dell’artista è infatti un progetto globale e sovranazionale che attualmente coinvolge Germania, Austria, Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, Polonia, Paesi Bassi e dal 28 gennaio 2010 anche l’Italia con l’apposizione a Roma di 30 targhe della memoria. A distanza di un anno l’artista tedesco torna a contestualizzare cinquantaquattro nuovi sampietrini lucenti in 5 municipi della Capitale: il I Municipio (Centro Storico); il II Municipio (Flaminio, Parioli, Pinciano, Salario, Trieste); il III Municipio (Castro Pretorio, Nomentano, Tiburtino), l’XI Municipio (Appio, Ostiense, Ardeatino); il XVII Municipio, (Borgo, Prati, Balduina). Così la seconda edizione di Memorie d’inciampo a Roma progetto artistico animato da ragioni etiche, storiche e politiche curato da Adachiara Zevi e dal Comitato scientifico composto dagli storici Anna Maria Casavola, Annabella Gioia, Antonio Parisella, Liliana Picciotto, Micaela Procaccia e Michele Sarfatti, intende sensibilizzare l’opinione pubblica in maniera discreta e non retorica, popolando i quartieri di micro architetture, non-monumenti funerari moderni, che intendono stabilire un contatto tra presente e passato, tra sfera privata e pubblica, tra individuo e collettività. Memorie d’inciampo a Roma coinvolge direttamente i cittadini dando loro la possibilità di acquistare le pietre, il cui costo è di 100 euro, presso la Casa della Memoria e della Storia. Accolti da Stefano Gambari, quanti lo volessero, potranno contribuire attivamente e ricordare familiari o amici deportati attraverso l’acquisto e la collocazione di uno stolpersteine davanti alla loro abitazione. Posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, e promossa da ANED (Associazione Nazionale ex Deportati), ANEI (Associazione Nazionale ex Internati), dal CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dalla Federazione delle Amicizie Ebraico Cristiane Italiane, dal Museo Storico della Liberazione, dalla FNISM (Federazione Nazionale Insegnanti) – Sezione Roma e Regione Lazio, dall’Irsifar (Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza) e organizzata da Incontri Internazionali d’Arte, l’iniziativa è inoltre supportata e affiancata da un progetto didattico che seleziona alcune scuole romane affidando loro il compito di una ricerca storica sui deportati del proprio Municipio. Gli stolpersteine, strumento artistico politico e sociale contro l’oblio e il revisionismo storico, ricordano le ceneri del muro di Berlino che si infiltrano tanto capillarmente nella città quanto casualmente sotto le suole o alle spalle degli abitanti. Per approfondire le motivazioni sottese a questa iniziativa abbiamo intervistato Adachiara Zevi, curatrice della seconda stagione di queste “pietre d’inciampo” a Roma.

Memorie d’inciampo a Roma è un progetto in cui l’arte contemporanea si pone in relazione con il territorio, si insedia nel tessuto urbano, interviene su questioni sociali e politiche di grande rilevanza come la deportazione, la privazione, la memoria. Quale è stato il percorso e quali le motivazioni che hanno condotto ad organizzare a Roma un evento così significativo?
Le ragioni sono le stesse che hanno portato a realizzare questo progetto nelle altre città d’Europa. L’Italia, al pari degli altri paesi europei, è stata colpita sia dal fascismo sia dal nazismo, al momento dell’occupazione tedesca. Proprio in questo momento sto camminando in Via dei Giubbonari, ho inciampato in due pietre che abbiamo messo l’altro giorno. L’importanza del progetto è proprio questa: camminando distrattamente, pensando ai fatti propri, ci s’imbatte in queste pietre, si vede il luccichio e ci si ferma a leggere. Si conosce una cosa che è successa e non si dimenticherà ciò che è stato letto. Anche l’Italia con il carico di deportati che ha avuto (pensi solamente a Roma, il giorno del 16 ottobre del 1943, con la deportazione di militari e politici) ha pagato un tributo altissimo durante la seconda guerra mondiale. E’ giusto come in altri paesi ricordare questi deportati con una pietra davanti la loro abitazione.

Importante per il progetto è la sensibilizzazione nei confronti dei cittadini. Alla sua seconda edizione come è stato accolto e supportato dai cittadini dei municipi coinvolti?
La manifestazione quest’anno ha avuto ancora più presa non solo sulla stampa e nelle televisioni, ma soprattutto sui cittadini. Abbiamo toccato 25 strade e 5 municipi per un totale di 54 sampietrini. Non sapevamo con precisione quale potesse essere il numero della strada e la casa in cui bisognava istallare il sampietrino. Ce ne accorgevamo dalla quantità di gente che si era assemblata: non solo i familiari, che hanno ricordato la storia che questo sampietrino vuole ricordare, ma intere famiglie si sono ritrovate dopo tantissimo tempo e poi i cittadini che si fermavano curiosi. In ognuno di questi posti c’è stato l’intervento dei responsabili del municipio, io stessa ho fatto un intervento per illustrare il progetto, che poi è un progetto artistico, ma anche un evento di grande partecipazione e commozione. Solamente se i progetti hanno una continuità nel tempo riescono a dimostrare la loro qualità.

Memorie d’inciampo non è un evento one shot, ma progetto in progress, di lunghissima durata. Quali saranno gli sviluppi futuri?
Memorie d’inciampo è un progetto di durata infinita. Ogni anno nuove famiglie chiederanno di posizionare i sampietrini a nome dei genitori e dei parenti. Questa mappa della memoria crescerà fino ad arrivare, secondo un limite irraggiungibile, al numero totale dei deportati in Italia e in Europa. L’opera di Gunter Demnig tende a quel limite, vuole riuscire a ridare memoria e dignità a tutti coloro che sono stati ridotti a numeri nei campi di sterminio, sepolti nelle fosse comuni; intende restituire loro una dignità di persona attraverso l’iscrizione sul sampietrino posto in un luogo dove i familiari e i cittadini possano ricordare questa persona. Quindi è un progetto straordinario che non si risolve in una giornata, in un anno, in 2 o 3 anni, ma potenzialmente ha una durata infinita.

Come certa arte concettuale gli stolperstein di Gunter Demnig sparsi nella mitteleuropa rappresentano una catalogazione, una registrazione documentaria dei deportati di guerra. L’idea dell’artista tedesco va a segnare un percorso della memoria all’insegna della discrezione, della non invasività. Perché questa componente anti-monumentale è così importante?
Questi sampietrini sono dedicati a tutti i deportati politici, razziali, militari, rom, omosessuali, a tutte le vittime della discriminazione e dell’intolleranza. La discrezione è molto importante e la
dimensione concettuale c’è perché l’ingombro è minimo, anzi praticamente non c’è. Questi sampietrini sono al livello della strada, visivamente discreti, ma allo stesso tempo radicati nel territorio. La storia di questi sampietrini è dunque parte integrante di questa città e come tale non può essere rimossa."

sabato 1 ottobre 2011

La protesta di Della Valle

L'imprenditore Diego della Valle ha acquistato una pagina su alcuni quotidiani nazionali per rivolgere la reprimenda che trovate qui sotto  ai politici di ogni schieramento. Parole sacrosante, ma c'è un ma...
Lo scritto è tropp qualunquista, sono frasi che molti di noi hanno rivolto spesso dalle pagine dei giornali o dai blog alla classe politica, definiamolo uno sfogo, ma certo non è fine a se stesso. La verità vera è che gli Italiani hanno i politici che si meritano, che hanno eletto sia nella maggioranza, che nell'opposizione.
Forse Della Valle avrebbe fatto meglio a dire che ha deciso di occuparsi di politica direttamente o che caldeggia la candidatura di Montezemolo.
Mi permetto un appello: "Caro Della Valle, dopo questo appello/accusa ai politici, non faccia gli stessi errori, parta con il piede giusto e non meni il can per l'aia.. ma forse la faccenda si chiarirà nei prossimi giorni.
MVG

mercoledì 28 settembre 2011

Un progetto per la celebrazione della Giornata della Memoria

Ho presentato  ai Presidenti dei Distretti Scolastici della città e della Provincia il progetto promosso dalla Associazione Culturale Ferdinando Valletti per le celebrazioni della Giornata della Memoria  2012.
Il progetto prevede il coinvolgimento delle scuole superiori nell'interpretazione assolutamente libera e creativa delle emozioni e dei sentimenti suscitati  dalla lettura del libro "Deportato I57633 Voglia di non morire" (nuova edizione)  che racconta la deportazione in campo di sterminio di mio padre Ferdinando Valletti.
Il progetto che ha il supporto del Ministero della Pubblica Istruzione verrà illustrato alle scuole che si dimostreranno interessate ed aderiranno all'iniziativa a cura dell'Associazione e dei delegati dei distretti sul territorio.
Sempre a cura dei distretti scolastici e dell'Associazione verrà insediata una commissione che esaminerà i lavori prodotti e che stabilirà poi l'Istituto Superiore che si sarà aggiudicato il premio in denaro messo a disposizione dall'Associazione a dai diversi sponsor sensibili alle iniziative che promuovono il ricordo della Shoah.
L'iniziativa è stata accolta con molto entusiasmo e di questo sono veramente molto contenta.

La mancanza di regole non aiuta a crescere

Sono sul bus che porta alla Stazione Centrale ed è, come sempre, affollato. Alcune persone anziane sono in piedi, si reggono a malapena e stanno in equilibrio con in mano sacchetti traboccanti di spesa, in fondo all'autobus una bambina di sei o sette anni è seduta in modo scomposto e occupa da sola due posti. Anzi, tre, perché ha i piedi sul sedile di fronte. La madre, non solo non dice nulla, ma la guarda estasiata. Nessuno le fa notare il comportamento ineducato della figlia. Mi sto avvicinando per intervenire ed ecco che un uomo di mezza età finalmente osa protestare, due signore lo assalgono, dicendo che: «È solo una bambina». A quel punto intervengo anch'io e parlo alla bimba, le spiego che le persone anziane non ce la fanno a rimanere in piedi, lei capisce, si alza e cede il posto sotto lo sguardo allibito della mamma. Forse alla bimba bisognava solo spiegarglielo prima, anzi certamente è così, una volta i nostri nonni era una delle prime cose che ci insegnavano quella di cedere il posto a sedere alle persone anziane. L’episodio mette in luce almeno due cose che caratterizzano la nostra epoca: l'assoluta mancanza di attenzione verso il prossimo e di conseguenza una educazione sbagliata che viene trasmessa ai più giovani. La permissività, il consenso sempre e comunque verso le loro richieste fanno dei piccoli cittadini dei pessimi cittadini e delle persone con grossi limiti umani. In una società in cui la convivenza è necessaria occorre sottostare a delle regole. NON PORRE REGOLE impedisce al piccolo di interiorizzare i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, alimentando la maleducazione e un illusorio senso di onnipotenza. E allora a che età cominciare? Dai Primi anni di vita, tenendo conto dei limiti dell'età certamente, ma non sottraendosi mai alla fermezza.

lunedì 26 settembre 2011

Le interviste raccolte dalla Shoah Foundation ON LINE

Da Martedì 27 settembre, le copie delle 433 interviste audiovisive in italiano raccolte dalla Shoah Foundation, fra i sopravvissuti o gli scampati ai Lager nazisti, sono consultabili on line sul sito dell'Archivio centrale dello Stato. Fanno parte dell’enorme corpus di circa 52 mila videoregistrazioni effettuate in 70 Paesi e 37 lingue fra testimoni - ebrei, sinti e rom. politici, sacerdoti, omosessuali - della Shoah, che la fondazione creata nel 1994 da Steven Spielberg, sull'onda del successo, anche economica di Schlinder's List, ha realizzato per non disperdere la memoria del genocidio. Digitando www.archiviocentraledellostato.beniculturali.it si potrà accedere a un archivio audiovisivo di circa 1600 ore, indicizzato: vuol dire che ogni intervista, lunga mediamente trenta minuti. è scomposta in segmenti di un minuto. Scegliendo, per esempio, nell'infinito elenco di parole chiave (a partire dai nomi di persone e di luoghi) il termine fame, tristemente frequente nei ricordi dei testimoni, si otterrà la lista di tutte le interviste in cui se ne parla, ma verrà anche segnalato ogni minuto dell'intervista prescelta in cui la fame viene nominata.

domenica 25 settembre 2011

Right or wrong, my country

Fascisti non sempre, almeno non necessariamente, disposti a sanguinare, ad aver fame a rischiar di finir male invece sì, quasi in ogni circostanza. È questa la descrizione, sommaria, di quei soldati italiani che ci regala M. Sacchi e che durante la Seconda guerra mondiale, essendo prigionieri di inglesi e americani, si rifiutarono di collaborare con i vincitori. Una resistenza passiva, apertamente sancita e garantita dalla convenzione di Ginevra, che molti portarono avanti anche dopo l’otto settembre, quando divenne molto meno chiaro decidere da che parte stare, a quale brandello di Patria lontana aggrapparsi. E, nonostante il fatto che in tale situazione di dubbio disperante si trovarono quasi un milione e mezzo di soldati presi prigionieri durante le molte disfatte del Regio esercito (seicentomila quelli nelle mani di Gran Bretagna e Usa), la storiografia italiana sull’argomento è sempre stata un po’ latitante. Figurarsi poi su quelli che fecero la scelta sbagliata e, rinchiusi in campi speciali, tornarono a casa per ultimi. Essi subirono la damnatio memoriae: un Paese che aveva fatto di tutto per essere considerato cobelligerante e che viveva di piano Marshall non aveva alcuna voglia di ricordare coloro che a quella scelta si erano opposti sino all’ultimo. Ecco che allora la ricostruzione fatta da Arrigo Petacco in Quelli che dissero no. Otto settembre 1943 la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani (Mondadori, pagg. 170, euro 19, in uscita martedì prossimo) arriva a colmare un vuoto. Lo fa in maniera non accademica, il racconto di Petacco ha ovviamente piglio giornalistico, e senza pretese di esaustività: gli italiani vennero sparpagliati in territori lontanissimi e subirono trattamenti molto diversificati. Il quadro che ne esce evidenzia però delle caratteristiche comuni. Da un lato la sbrigatività degli alleati che classificarono tutti coloro che rifiutarono di cooperare come fascisti: toccò anche al socialista Gaetano Tumiati (poi giornalista di vaglia e vincitore di un Premio Campiello) rinchiuso nel campo di prigionia di Hereford in Texas. E questa sbrigatività si trasformava rapidamente in sospensione delle garanzie previste per i militari. A Hereford i renitenti alla collaborazione venivano affamati e picchiati a colpi di mazza da baseball, in India ci furono ufficiali falciati a colpi di mitra solo per aver intonato inni fascisti. Dall’altro la scarsissima attenzione dei comandi italiani per le proprie truppe imprigionate o in generale per le condizioni dei propri concittadini (ammettendo di non voler considerare i militi della Rsi come militari). Al momento dell’armistizio dell’otto settembre Badoglio e lo stato maggiore non negoziarono alcuna clausola relativa ai prigionieri. Non bastasse, anche in seguito, secondo Petacco, si guardarono bene dall’emanare ordini e disposizioni chiare. Schiacciati tra questi due diversi ingranaggi restarono moltissimi prigionieri italiani. Dovettero scegliere da soli, con le poche, frammentarie e spesso false informazioni che avevano. I più decisero di diventare «Coman» collaboratori, spesso creando situazioni al limite del ridicolo. Nel campo kenyota di Nanyuki il colonnello Lo Bello che stava invitando tutti i soldati a giurare fedeltà al Re e a rinnegare Mussolini gridò con entusiasmo «Viva il Re» ma nella foga del momento lo fece a braccio teso, con stentoreo saluto romano. 
La minoranza scelse la condizione di «no-coman». Tra questi vi furono fascisti indiavolati e vendicativi che redigevano liste nere per farla pagare a chi aveva accettato l’ineluttabilità della sconfitta; persone come lo scrittore Giuseppe Berto o lo scultore Alberto Burri, che non volevano barattare la libertà con l’incoerenza; militari che credevano nel detto molto anglosassone «Right or wrong, my country». Pagarono cara quella decisione, le atrocità peggiori le subirono a colpi di scudiscio - maneggiato da altri italiani - i prigionieri del campo kenyota di Burguret. Pagarono per la dimostrazione di carattere più che per l’ideologia. Perché in fondo tutto si può riassumere nel giudizio, sbagliato secondo gli storici ma personale e sentitissimo, di un sommergibilista che venne colto dall’otto settembre in pieno oceano Pacifico e decise poi di continuare a combattere con i giapponesi: «Combattevo da due anni a fianco dei tedeschi... Poi dopo 56 giorni per mare arrivo in Giappone e mi dicono: “È tutto cambiato, ora sono i tedeschi i nostri nemici e anche i giapponesi...”. No, no. Io non ho mai tradito nessuno! Sono loro che hanno tradito me!».

sabato 24 settembre 2011

Un ponte per la Brigata Ebraica

Con questa motivazione è stato intitolato all'inizio di settembre un ponte sul fiume Foglia  alla Brigata Ebraica in quel di Pesaro:


“Per Brigata Ebraica si intende la First Camouflage Coy Royal Engineers (una delle unità ebraiche aggregate all’VIII Armata Britannica) composta di artisti e genieri ebrei di Palestina che nell’autunno del 1944, subito dopo la Liberazione di Pesaro, ricostruì il ponte distrutto dalle truppe naziste in ritirata. A perenne ricordo collocarono sulla chiave di volta ai due lati del ponte lo stemma della Compagnia. A loro la città di Pesaro intitola il ponte in memoria e a riconoscenza del contributo ebraico alla Liberazione d’Italia dal giogo nazifascista.
A coloro che seppero resistere alla barbarie e ricostruire ponti e nazioni libere."

Dopo un’escursus storico di Romano Rossi, presidente dell’associazione nazionale reduci della Friuli, sulla situazione mediorientale dell’epoca, ha preso la parola Renzo Gattegna che con un discorso breve ma estremamete puntuale e significativo, ha ricordato il sacrificio dei giovani della Brigata e il loro contributo alla lotta per la realizzazione di un mondo migliore. A Rav Luciano Caro il compito di chiudere, in un’atmosfera via via sempre più densa di emozione, l’incontro: dopo aver sottolineato che l’impegno della Brigata Ebraica non si è esaurito con la fine della guerra, ma che anzi ha moltiplicato i suoi sforzi per la ricostruzione e il sostegno delle Comunità ebraiche in Italia e in Europa, ha letto una benedizione per quei ragazzi e per tutte le vittime dei conflitti.

Il consigliere comunale Dario Andreoli, che il 1° dicembre 2010 aveva presentato la mozione, poi votata all’unanimità, del recupero e intitolazione del ponte, sottolinea che “questa parentesi di storia ci dà l’opportunità di guardare il passato da un’angolazione diversa: il popolo ebraico, a cui abbiamo sempre comprensibilmente associato il solo ruolo di vittima della Shoah e delle infami leggi razziali, è stato in realtà protagonista attivo nella lotta di liberazione, contribuendo a riconquistare gran parte del territorio dell’Emilia Romagna a seguito di sanguinosi combattimenti”.

Alla cerimonia, presentata da Aldo Amati, capo gabinetto del sindaco, hanno preso parte Ilaro Barbanti, presidente del Consiglio comunale e il vicesindaco Giuseppina Catalano. Tra gli invitati l’addetto alla Difesa dell’ambasciata di Israele Col Yehu e la segretaria, Silvia Ajò; il presidente delle comunità ebraiche in Italia, Renzo Gattegna; i vicepresidente delle comunità ebraiche di Roma, Giacomo Moscati e di Ferrara, Cartoon Elien; la delegata della sezione di Urbino della comunità ebraica di Ancona, Maria Luisa Moscati; il rabbino di Ferrara, Luciano Caro. Presenti inoltre l’Arcivescovo di Pesaro Mons. Piero Coccia, la cittadina onoraria Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e Ivo Andreucci, che appena diciassettenne prestò la sua opera in qualità di muratore. Toccante il suo ricordo.

Riporto la notizia che ho ricevuto dal Centro Documentazione Ebraica di Milano, è per me un piacere ricordare la storica Brigata!