venerdì 27 marzo 2009

Dedicato ad Eluana: il Senato approva il Testamento Biologico

Roma - Il Senato approva con 150 voti a favore 123 contrari e 3 astenuti il ddl sul testamento biologico. Ora passa alla Camera. Le dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) diventano non vincolanti ed avranno validità di 3 anni e non più 5. Le modifiche al testo, che hanno provocato dure reazioni da parte del Pd, sono state introdotte con due emendamenti a firma del senatore dell’Udc-Svi Fosson e del Pdl Bianconi, approvati dall’aula. I democratici e i dipietristi insorgono: "E' carta straccia". E si preparano a ricorrere al referendum.

Gasparri: "Dedicato a Eluana" "Il Senato ha scelto per la vita, contro il partito della morte e dell’eutanasia. Avremmo voluto fare prima una legge che impedisse eventi drammatici. Dedichiamo il voto di oggi a chi non c’è più. A chi ogni giorno assiste chi soffre, alle suore di Lecco in particolare. Siamo certi che il dibattito proseguirà con serietà e maturità. Noi abbiamo seguito la nostra coscienza. Coesi e sereni. Questa legge è un elemento identitario del Pdl che nasce. È stato un buon giorno per il Senato e per la Repubblica". Così il presidente del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, commenta il via libera del Senato al ddl sul testamento biologico.

I dissidenti I casi di coscienza, in qualche caso divenuti casi politici come per la senatrice Dorina Bianchi nel Pd, si sono contati alla fine sulle dita delle mani. Nel Pdl non ha partecipato al voto Laura Bianconi, ma hanno votato contro Marcello Pera, Antonio Paravia e Ferruccio Saro. Lucio Malan ha dato il voto di astensione. Nel Pd, invece, sono stati confermati i voti di dissenso dal gruppo, e dunque favorevoli al ddl, di Emanuela Baio e Cluadio Gustavino. Non ha partecipato al voto il senatore Luigi Lusi.

Il Dat non è vincolante L’emendamento è stato approvato con 136 voti favorevoli, 116 contrari ed 1 astenuto. Il comma 1 dell’art. 4 ("Forma e durata della Dichiarazione anticipata di trattamento"), nella versione originale del ddl Calabrò, recita: "Le Dat non sono obbligatorie ma sono vincolanti, fatte salve le previsioni dell’articolo 7, sono redatte in forma scritta con atto avente data certa e firma del soggetto interessato maggiorenne, in piena capacità di intendere e di volere dopo uan compiuta e puntuale informazione medico-clinica, e sono raccolte esclusivamente dal medico di medicina generale che le sottoscrive". L’emendamento Fosson sopprime le parole "ma sono vincolanti, fatte salve le previsioni dell’articolo 7" (l’articolo 7 riguarda il ruolo del medico, ndr). Con l’approvazione dell’emendamento Fosson, dunque, le dichiarazioni anticipate di trattamento del soggetto non hanno effetto vincolante. Prima della votazione, il senatore del Pd Ignazio Marino ha sottolineato come le dat "non vincolanti" siano a questo punto del tutto prive di senso. Il senatore Casson (Pd) ha inoltre ricordato come in commissione giustizia si fosse invece registrato un accordo unanime nel mantenere la versione originale del ddl e, dunque, il principio di vincolatività delle Dat.

I limiti del fiduciario Il Senato ha approvato l’articolo 6 del ddl sul testamento biologico che riguarda la figura del fiduciario. Nella versione approvata, la figura del fiduciario viene inserita all’interno di


limiti precis: dal testo di legge scompaiono, infatti, i riferimenti al ruolo del fiduciario nel promuovere e far rispettare le Dichiarazioni anticipate di trattamento da parte del soggetto. Con un emendamento, infatti, si elimina dal comma 2 il concetto che il fiduciario, agendo nell’esclusivo interesse del paziente, si impegna ad agire secondo le intenzioni esplicitate dal soggetto nelle Dat, "per farle conoscere e farne realizzare le volontà". Quest’ultima frase viene eliminata. Un altro emendamento sopprime invece il comma 3 dell’articolo 6 che recita: "Il fiduciario non può in alcun modo modificare la dichiarazione anticipata di trattamento e, in stretta collaborazione con il medico curante, si impegna a garantire che si tenga conto delle indicazioni sottoscritte dalla persona nella dichiarazione anticipata di trattamento". Duro il commento del senatore Francesco Pardi dell’Idv: "Il ruolo del fiduciario è stato svilito e ridotto a poco. Assistiamo ad un annichilimento del senso stesso della legge".

Cambia la durata di validità Le dichiarazioni anticipate di trattamento avranno, poi, validità per un periodo di tre anni e non più di cinque anni. È quanto prevede un emendamento al ddl sul testamento biologico a prima firma della senatrice Bianconi (Pdl), approvato oggi dell’Aula del Senato. Nella versione iniziale del ddl Calabrò, infatti, si prevedeva (art.4 comma 3) che la dat avrebbe avuto "validità per cinque anni, termine oltre il quale perde ogni efficacia". L’emendamento approvato riduce invece tale periodo di validità da cinque a tre anni.

Assistenza domiciliare agli stati vegetativi L’articolo 5 del ddl sul testamento biologico prevede, inoltre, che le Regioni dovranno assicurare assistenza domiciliare per i soggetti in stato vegetativo persistente. L’articolo, secondo una riformulazione proposta dal relatore del ddl Raffaele Calabrò, è stato approvato dall’Aula e recita: "Il ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali di intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, adotta le linee guida cui le regioni si conformano nell’assicurare l’assistenza domiciliare per i soggetti in stato vegetativo permanente".

Pd e Idv insorgono "C’è un limite oltre il quale la finzione non si può reggere, in questa Aula e anche davanti al Paese - ha commentato la capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro - mi chiedo di cosa stiamo discutendo in questa Aula". "Se qualcuno aveva ancora dei dubbi in merito - ha detto Finocchiaro intervenendo in Aula - ora se li tolga; questo testo andrà al giudice e alla Corte Costituzionale". Sulla stessa linea anche i senatori dell’Italia dei Valori che hanno inscenato una breve protesta nella sala lettura di Palazzo Madama . Il capogruppo Felice Belisario con i colleghi Stefano Pedica e Giuliana Carlino, si presenta davanti alle telecamere e insieme esibiscono cartelli con le scritte "Testamento ideologico", "Testamento bio-illogico", "Referendum". Belisario ha poi spiegato che "l’aula di Palazzo Madama sta approvando una bruttissima legge che imbroglia gli italiani. L’Idv proporrà ai cittadini di impugnare subito la legge con un referendum abrogativo riportando i cittadini al centro delle scelte. Lo Stato viene dopo la volontà dei cittadini".
Modifiche alla Camera "La legge approvata al Senato purtroppo non ha nulla a che vedere con il testamento biologico" dice in una nota il presidente dei Liberal Pd, Enzo Bianco. "La maggioranza lo ha persino peggiorato con protervia al testo della commissione. Non c’è alcuna considerazione del principio costituzionale dell’autodeterminazione, della facoltà che la Costituzione garantisce a ogni cittadino di scegliere a quale trattamento sanitario vuole essere sottoposto. Se la Camera dovesse perseverare in questo grave errore - ha concluso Bianco - non resta che una strada: aspettare le decisioni della Corte Costituzionale e intanto promuovere un referendum abrogativo".

mercoledì 25 marzo 2009

Il Papa non si irride, il Papa si ascolta con rispetto

In questi giorni il Papà è stato irriso ed offeso per il suo intervento in Africa a favore di una sessualità responsabile in relazione al problema dell’AIDS. Sostanzialmente il Papà ha detto che il preservativo non risolve il problema, solamente un rispetto maggiore di se stessi, l’amore vissuto come sentimento responsabile e il rispetto delle donne potranno migliorare la situazione.

Ebbene il Papa ha ragione, ma è “troppo difficile” impegnarsi per una educazione all’amore è molto più facile distribuire preservativi a persone che in questo modo, proprio in questo modo, vengono trattate come animali.

Io voglio bene a Benedetto XVI, è un grande Papa, una persona colta e con il coraggio del cambiamento e so che, come sempre, chi tenta di cambiare ciò che è consolidato va incontro ad una dura opposizione anche all’interno della Chiesa.

Non voglio fargli mancare il mio umile aiuto e dico con forza che io sto con lui, prego per Lui e per la missione difficile che deve compiere in questa nostra società che sembra aver perso ogni valore.

Molte volte rileggendo i suo libri ho trovato conforto e di questo gli sono grata, so che il suo cammino sarà difficile ma sono certa che i suoi passi saranno ben guidati e che Gesù non gli farà mancare il suo abbraccio.

sabato 21 marzo 2009

Questa brutta, brutta candidatura di De Magistris

Com’era prevedibile e soprattutto com’era nell’aria, Luigi De Magistris si candiderà alle Europee con Tonino Di Pietro. Il magistrato che inquisì, tra gli altri, Prodi e Mastella ora rischia di trovarsi come collega proprio l’ex Guardasigilli.

Siccome alcune recenti sentenze della magistratura vietano di parlare di giudici politicizzati, ci limitiamo a domandare se questa candidatura non sia quantomeno… affrettata. Su Why Not (inchiesta tolta a De Magistris da suoi colleghi, non da organi parlamentari) sono legate code velenose e aspetti da chiarire, uno su tutto il ricorso straordinario al consulente Genchi e – di conseguenza – lo spropositato uso delle intercettazioni telefoniche.

Il tentativo processual-mediatico con cui si è cercato di far fuori una classe politica o singoli politici si sta rivelando non più una suggestione ma una intenzione. Anche se solo di pochi.

Lo dico apertamente: la candidatura di De Magistris non mi piace e il fatto che avvenga nel partito di Tonino Di Pietro dimostra che in Italia il virus del giustizialismo ha ormai attecchito. La candidatura dell’ex pm di Catanzaro, timbrata di vittimismo, ne è una prova.
Gianlugi Paragone- Libero

giovedì 19 marzo 2009

Festa del Papà


Oggi è la "Festa del Papà" e il mio papà non è più accanto a me.

Non passa giorno che il mio pensiero non vada a lui e che i mille episodi vissuti insieme si riaffaccino alla mia memoria. So che lui non se ne è andato e che continua ad essermi accanto perchè a volte la sua presenza è palpabile, così reale da farmi percepire anche il suono della sua voce.

Oggi, purtroppo, mi è impossibile fargli un dono e, per circostanze avverse, mi è impossibile perfino portare un fiore dove riposa, ma non rinuncio a ricordarlo e all'uomo straordinario che era, dedico con tanto affetto l'ultimo brano del mio libro "Papà mi portava in bicicletta", è una testimonianza di tutto il bene che gli ho voluto e che continuo a volergli.


"Potrei raccontare molti altri episodi della mia vita con mio padre, ma mi fermo qui. Di lui mi restano ricordi bellissimi che condivido spesso con i miei figli e con mio marito e che suscitano in tutti noi tanta nostalgia ma anche tanta gioia.

Nell’ultimo periodo della sua vita ho scoperto un papà diverso da come lo avevo conosciuto, una persona fragile come un statuina di porcellana ma tanto preziosa per la tenerezza che è riuscita a suscitare in me. Non sapevo di poter amare questo “nuovo papà” così intensamente, non immaginavo che da questo “nuovo papà”, così provato fisicamente, avrei ricevuto un insegnamento che non potrò mai dimenticare: il valore e la dignità della vita umana, fino alla fine. Sempre."




Ciao Papà!

mercoledì 18 marzo 2009

Una notte bianca dedicata alla lettura

Milano inventa la notte bianca della lettura. Più che una festa del libro, un’autentica festa dei lettori, come tiene a sottolineare l’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory. Le biblioteche rimarranno aperte anche di sera per radunare gli appassionati di romanzi e di narrativa in gruppi di lettura ad alta voce. Si leggerà ovunque: testi futuristi a bordo dei tram, poesie alle fermate del metrò. Ogni lettura ha il suo luogo giusto: per questo nella sede del tribunale ci si troverà per ripassare la Costituzione. Si comincia venerdì e si prosegue per tutto il fine settimana. In base a un sondaggio condotto da Demoskopea, i milanesi sono un popolo di lettori: risultano in media 16 i libri letti in media in un anno. Il 73 per cento dei mille intervistati dichiara di leggere per più volte in una settimana, soprattutto prima di dormire.
Sono piacevolmente colpita da questa iniziativa, i libri sono amici preziosi che non tradiscono. Quante volte ci capita di riprendere in mano un libro giù letto e di riscoprire le stesse emozioni che ce lo avevano fatto amare molti anni prima?
Confermo che gli acquisti di libri sono in aumento, io stessa, che nell'ultimo anno ne ho scritti quattro, sono rimasta stupita dal numero di copie che il mio editore ha venduto.

Ecco il mio indice di gradimento....



Chi volesse leggerli li può acquistare on line, trova il link e la descrizione del libro nella colonna di destra del blog.





lunedì 16 marzo 2009

L’odio contro il Papa e il «fumo di Satana»

Non c'è neanche la possibilità dell'errore di traduzione, perché Benedetto XVI ha scritto di suo pugno la lettera ai vescovi in due versioni: italiano e tedesco. E quindi la parola usata è proprio quella: «Odio». Papa Ratzinger sente che si è diffuso, tra i membri stessi della Chiesa, questo forte sentimento di rabbiosa avversione e di profondo risentimento proprio nei suoi confronti, nei confronti del vicario di Cristo e successore dell'apostolo Pietro. Venisse da fuori, da coloro che sono extra ecclesiam, quest'odio non desterebbe scandalo e il pontefice non si sentirebbe tenuto a rispondere con una inconsueta lettera ufficiale. No. L'odio - dice Benedetto - viene da dentro, dalle membra del corpo, che si ribellano alla volontà del capo e covano dentro di sé cupi disegni di rivalsa e di vendetta.

Tornano alla mente le parole dell'allora cardinal Ratzinger alla Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!». Oggi è lo stesso Ratzinger ad annunciare che la sporcizia ha mutato forma ed è degradata in odio. Per essere chiaro e non prestarsi ad equivoci interpretativi, il Papa ricorre a un'immagine usata da San Paolo nella lettera ai Galati: quella del «mordersi e divorarsi» a vicenda come belve feroci. Benedetto afferma che sono state proprio le presenti circostanze a fargli comprendere meglio questo passaggio del testo paolino, da lui finora ritenuto una delle «esagerazioni retoriche» dell'apostolo delle genti. Scrive il Papa: «Purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata».

E il risultato di questo mordersi e divorarsi - ammonisce San Paolo e ricorda Benedetto XVI - è la distruzione. Ergo: l'odio delle membra contro il capo può portare alla consunzione del corpo. E l'odio di vescovi, preti e teologi contro il Papa può portare alla disgregazione della Chiesa. Alla fine è questo ciò che è in ballo in questi mesi e in questi giorni, e forse potremmo dire in questi anni di pontificato ratzingeriano, in ciò paragonabile al drammatico papato di Paolo VI, anch'egli fortemente contestato (e, guarda caso, accusato come Benedetto XVI di «conservatorismo») da ampia parte degli episcopati e dalla casta teologica dominante dopo il Concilio Vaticano II.

E allora torniamo per un attimo proprio a Papa Montini e a quelle parole del novembre 1972 spesso citate, ma che oggi, alla luce della lettera di Papa Ratzinger ai vescovi e alla denuncia in essa contenuta di un odio nei confronti del pontefice radicato e diffuso nella Chiesa stessa, assumono ancor di più un profilo di profetica verità: «Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio... Nella Chiesa regna questo stato d'incertezza; si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E' venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio». Queste parole non furono pronunciate da qualche lefebvriano smanioso di gettare fango sul Vaticano II, ma da colui che del Concilio fu uno dei maggiori e più convinti sostenitori (anche qui, come l'allora teologo Ratzinger): per questo sono ancor più autorevoli. E la prova della consapevolezza interiore con cui furono dette è nel dolore, nella sofferenza, nel dramma che consumarono la persona di Papa Montini negli ultimi anni della sua permanenza sul soglio di Pietro, quando egli dovette assistere alla ribellione di vescovi e teologi agli atti papali, allo svuotamento dei seminari, all'indebolirsi della presenza cattolica nella società.

Il riferimento a Satana fatto da Paolo VI è ancora più significativo oggi, nel momento in cui Benedetto XVI subisce una diffusa e pesante contestazione da parte di molti episcopati ed esponenti dell'intellighenzia cattolica, avente ad oggetto ancora una volta, in sostanza, il Concilio Vaticano II, e vede dietro tale contestazione il seme e il movente dell'odio. E l'odio, nei Vangeli, è il sentimento proprio del Maligno. E' la caratteristica del Demonio, la cui opera nella storia punta a dividere il corpo di Cristo, e quindi a distruggerlo per frantumazione. Più nella Chiesa ci si «morde e divora», più il «fumo di Satana» ha campo libero per entrare nel tempio. Per questo la denuncia dell'odio fatta da Papa Ratzinger nella sua lettera ai vescovi, più che lo sfogo personale del pontefice romano, deve essere considerata come un richiamo del vicario di Cristo a non lasciare che le tenebre, la tempesta e il buio spengano la luce della Verità. Quella Verità affidata a colui al quale duemila anni fa venne detto: «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».

Nota a margine
L'odio verso il Pontefice è preoccupante perchè l'odio distrugge, è fonte di disgregazione sia nella Chiesa che fuori e poi il Papa non si discute, il papà si ascolta e si segue, è la presenza di Cristo su questa terra e attaccando lui si mina il cattolicesimo alle sue radici!

mercoledì 11 marzo 2009

Quei grattacieli verdi della Milano "sostenibile"

La Triennale di Milano, in occasione dell'uscita del volume di Chiara Baglione, «Casabella 1928-2008». offre questa sera un incontro-dibattito sul tema «Casabella. Una rivista, molte storie» di particolare interesse per tutto il mondo che ruota attorno all'architettura, al costruire e al design. La famosa pubblicazione, dalla vita travagliata come si addice ad una vera protagonista dell'arte, venne fondata a Milano nel 1928 da Guido Marangoni con il curioso titolo «La casa bella, rivista per gli amatori della casa bella», aveva cinquanta pagine e costava otto lire. Nel '40 il nome diventa Costruzioni-Casabella, direttore era Giuseppe Pagano e la testata affronta i temi dell'architettura razionalista. Nel '43 Pagano è arrestato e deportato a Mathausen e il Ministero della cultura popolare sospende le pubblicazioni. Dal '55 si susseguono nomi famosi alla sua direzione: Nathan Rogers, Gian Antonio Bernasconi, Alessandro Mendini, Bruno Alfieri, Tòmas Maldonado, Vittorio Gregotti, fino all'attuale Francesco Dal Co. Considerata la maggiore e la più importante rivista italiana di architettura nei suoi ottanta anni di vita, «Casabella», edita oggi da Arnoldo Mondadori Editore, ha rappresentato davvero lo strumento fondamentale non solo di aggiornamento di una classe professionale, ma anche di divulgazione di un sapere scientifico e di una critica operativa, che di volta in volta ha dialogato con la cultura architettonica internazionale. Percorrendone l'affascinante storia, il volume della Baglione, che è redattrice della rivista stessa e che insegna Storia dell'architettura presso la facoltà di Architettura civile del Politecnico di Milano e presso l'università Kore di Enna, offre un omaggio alla pluriennale vicenda della pubblicazione, attraverso la riproposizione di un centinaio di articoli chiave presentati nella loro veste grafica originale. Ecco allora come l'appuntamento in Triennale si rivela un'occasione di confronto tra punti di vista culturali e critici differenti, confronto che apre interessanti e utili prospettive di dibattito sul presente, in un momento in cui la problematica definizione di un equilibrio tra funzione informativa e ruolo critico, che ha segnato in modi diversi l'intera storia della rivista, mai come ora, si pone come una questione essenziale. Si incontrano per mettere a confronto le proprie esperienze nella ideazione e nella produzione della rivista e discutere sul suo ruolo storico, Vittorio Gregotti, Tomás Maldonado e Alessandro Mendini.
fonte: il giornale

domenica 8 marzo 2009

Non festeggiamo la giornata della donna

Care amiche donne, oggi che cosa c'è da festeggiare? Le donne sono meno discriminate che in passato ma lo sono ancora, molte volte percepiscono stipendi inferiori degli uomini a parità di lavoro, subiscono violenze verbali e fisiche tutti i giorni in tutte le parti del mondo... e allora la festa della donna suona come una presa in giro, la vera scelta da fare è quella di farci apprezzare come persone e non di farci rabbonire da un rametto di mimosa. Essere donna è bellissimo ma non dobbiamo farci apprezzare per questo, ma perchè siamo persone in gamba diventa una scelta culturale che risulterà alla lunga vincente, perchè, care amiche lo sapete anche voi che noi siamo molto meglio degli uomini, rispetto a loro abbiamo più intuito, più cuore, più intransigenza, più spirito di abnegazione... non voglio parlare di intelligenza, ma dico che a parità di intelligenza siamo meglio noi.
Mi sento dire che per noi ci sono meno opportunità e io vi dico creiamole.. ad esempio, non aspettiamo le quote rosa per entrare nelle istituzioni, creiamo consenso intorno a noi e poi candidiamoci, vinceremo! Lo stesso discorso vale per tutte le professioni.
Una sola raccomandazione a quelle più giovani, finitela di fare del vostro corpo un biglietto da visita, non buttatevi via o rischierete di rimanere anonime quando la bellezza se ne andrà, e credetemi, accadrà prima che ve ne rendiate conto.
E allora, oggi 8 marzo, niente mimosa ma una stretta di mano e via .. verso nuovi successi.
Manuela Valletti

venerdì 6 marzo 2009

Englaro da Rotteredam

Solo per dire che Giuseppe Englaro io spero straparli sinché gli pare, perché ne abbiamo tutti un dannato bisogno. Piacerebbe a troppi che non fosse mai esistito, che questo Paese tornasse a quella cappa narcotica che ha sempre circondato le cose che si fanno ma non si dicono: se gli italiani ora hanno consapevolezza di un problema, ditemi, a chi lo dobbiamo? E se la vostra opinione fosse anche diametralmente opposta a quella di Englaro, suvvia, a chi dovete la vostra presa di coscienza? A Englaro o a una classe politica che pochi mesi fa non voleva neppure sentir parlare di una legge?

Sempre avanti, loro: nel Natale 2006 la Commissione affari sociali respinse la proposta d’istituire un’indagine conoscitiva sui decessi preceduti da una decisione medica, ipotesi balenata solo perché intanto c’era stato quell’altro pazzo di un Giorgio Welby: niente, non se ne doveva parlare, si trattava solo di aspettare che morisse. Di pazzi, abbiamo bisogno: di un Pannella per togliere il divorzio e l’aborto dalla clandestinità, di un Tortora per accorgerci che la giustizia fa schifo, di un Berlusconi per portare la tv privata in Italia, di un Craxi per modernizzare il Paese, uno sbirro molisano per fermare un finanziamento illecito che rasentava il racket. Pazzi: per compensare il perenne ritardo della politica nei confronti di quella società che siamo noi.

da IL GIORNALE - Filippo Facci

lunedì 2 marzo 2009

LA SCUOLA TORNA SEVERA. E NOI?

Pare che finalmente la scuola italiana, conosciuta come la più permissiva del globo terracqueo, si sia decisa a dare un giro di vite. Gli ultimi scrutini hanno fatto registrare un aumento delle insufficienze e una pioggia di 5 in condotta, sembra incredibile ma tirare un righello in testa a un professore non è più consentito.
La scuola dunque ha deciso di fare la sua parte. Bene. Ma ora tocca a noi.
Per «noi» intendo noi genitori della sciagurata generazione cresciuta con lo slogan sessantottino «vietato vietare» e con l'incubo del giudizio del dottor Spock: il piccolo andava nutrito non quando aveva fame ma rispettando gli orari di una tabella prestabilita, una sculacciata ci faceva precipitare in angosciosi sensi di colpa, alla prima insubordinazione dovevamo abbozzare senza reagire perché il pargolo stava semplicemente separando il proprio sé dal nostro noi.
Siamo una generazione traumatizzata dalla paura di traumatizzare i figli. Qualunque cambiamento era percepito come un attentato all'integrità psicologica dell'erede: la nascita del fratellino, l'inizio dell'asilo, la scoperta dell'inesistenza di Babbo Natale.
Naturalmente anche il brutto voto a scuola richiedeva uno psychiatric help di quelli appresi leggendo Charlie Brown. Dimentichi dei ceffoni e dei sequestri di bicicletta subiti nella nostra infanzia ad ogni cinque e mezzo, non appena i nostri figli prendevano un quattro andavamo un po' seccati a chiedere spiegazioni al prof: ma come si permette. Una pagella così-così comporta ormai, di routine, il cambio di scuola; una bocciatura un ricorso al Tar.
Ma è nei giorni di pioggia che noi genitori diamo il peggio. Non appena cadono due gocce, il traffico cittadino si blocca improvvisamente per la concentrazione di migliaia di automobili che convergono verso asili, scuole, licei, istituti tecnici per trarre in salvo i nostri figli. I più previdenti partono a metà mattina per trovare posto sul marciapiedi subito accanto al portone, chissà mai che il ragazzo sia costretto a camminare qualche metro sotto l'acqua. È in quei giorni che ci si accorge che il drammatico problema strutturale delle nostre scuole non è la mancanza di aule ma la mancanza di parcheggi.
Questa ossessione di non traumatizzare i figli, dicevo, i traumi li ha provocati a noi. Ad esempio al maledetto giorno del quattordicesimo compleanno. Si è cominciato negli anni Settanta, quelli delle grandi rivendicazioni sindacali: compiuti i 14 anni, si apriva la vertenza per il 50 cc. Cominciava una trattativa, la promozione era una conditio sine qua non, intanto incombeva l'incubo dell'incidente, molti genitori arrivavano ad augurarsi la bocciatura per rinviare l'acquisto. Oggi il trauma per noi non è più solo la paura dell'incidente, ma anche quella della situazione di emarginazione che il ragazzo potrebbe patire se fosse l'unico, nel branco, a non essere motorizzato.
Il nostro lassismo non ha condizionato solo il mondo della scuola, ma quello dell'intera società, pure del mondo del lavoro. Licenziare un fannullone o anche un ladro è diventato un attentato alla Costituzione, tenere in galera un rapinatore o uno stupratore è un intollerabile ritorno al Codice Rocco (del resto anche noi giornalisti siamo rimasti condizionati, non appena qualcuno viene ammazzato, mettiamo il microfono sotto il naso dei familiari della vittima e chiediamo: vero che ha perdonato?). Il buonismo e il perdonismo, ecco i pilastri sui quali abbiamo costruito la nostra società. Così abbiamo allevato una generazione con gli attributi che abbiamo mostrato noi: inconsistenti. Uno dei pochi primati che l'Italia detiene attualmente è quello dei bamboccioni: da noi i ragazzi di età compresa fra i diciotto e i trentaquattro anni che stanno ancora in famiglia sono il 59 per cento, nel resto d'Europa il 29. Si dice che uno dei motivi sia la difficoltà a trovare un posto di lavoro: ma ieri il Sole 24 Ore - come riporta oggi in questo giornale anche Claudio Borghi - ha spiegato che metà delle offerte di lavoro ai giovani rimangono inevase perché si tratta di contratti a tempo determinato, oppure perché c'è da spostarsi da casa anche di pochi chilometri.
Ben venga l'inversione di tendenza nella scuola, dunque. Per una volta, si dimostra più avanti del resto del Paese.

giovedì 26 febbraio 2009

Serenità


Oggi mi sento serena, avverto quella sensazione di immenso piacere che mi proviene da dentro, quella voglia di vivere, sorridere, capire chi mi è accanto e mi vuole bene: oggi ho ritrovato le mille sfumature e i milioni di colori della vita e io voglio goderne completamente, oggi riesco finalmente a guardare al passato con distacco, con occhi diversi e a raccontarlo con leggerezza. Ci sono cose che non dimenticherò mai, sofferenze che hanno lasciato cicatrici profonde, ma oggi fa tutto meno male, oggi posso andare avanti con passo spedito verso nuovi traguardi.

Forse vi domanderete che cosa sia successo oggi di così importante, fra qualche giorno lo saprete. Per ora gioite con me.



mercoledì 25 febbraio 2009

Essere onesti

Perchè dobbiamo essere onesti, leali, mantenere la parola data, non fare minacce e ricatti quando sappiamo benissimo che molti, usando mezzi illeciti si sono arricchiti, sono diventati potenti e vengono ammirati ed elogiati? Se molte fortune sono nate dalla genialità degli imprenditori, altre sono il frutto di furfanterie. Gli americani chiamano Robber Barons alcuni loro famosi magnati.
Se la disonestà paga, perchè tante persone continuano ad essere oneste, integre, corrette? Alcuni rispondono che lo fanno per timore della legge. Ma davvero credete che gli onesti siano onesti per timore del magistrato? No. Le leggi sono indispensabili, ma noi non siamo gentili con nostro marito o nostra moglie, non ci prendiamo cura dei nostri figli, non facciamo il nostro lavoro quotidiano, non aiutiamo gli altri per timore della legge. La società è fondata sui costumi, regole morali, valori, legami affettivi e solo quando questi fattori cessano di funzionare deve intervenire la legge. E non sempre con molto successo, come dimostrano le aree di mafia e di camorra. Il rigore morale è qualcosa che incominciamo a formarci da bambini attraverso l'esempio dei genitori, degli insegnanti, degli amici. E’ una bussola interna che rafforziamo da adolescenti, da adulti, nelle prove della vita.E’ un costrutto personale, il prodotto di una volontà, di una autodisciplina come ogni altra virtù, ogni altra abilità. Il bravo pianista, il bravo calciatore devono incominciare presto, ma poi continuare a coltivare la propria capacità. Chi non si è costruito questa bussola considererà normale ingannare, rubare, tradire. E lo farà sempre.
Ora domandiamoci: gli onesti, coloro che hanno la bussola della integrità, come possono operare in un mondo dove ci sono tanti potenti corrotti e tanti spregiudicati? Non verranno sempre sconfitti? Non è detto. Perchè chi ha scelto la rettitudine ed ha rinunciato ad imbrogliare, è portato a sviluppare altre capacità. Un pò come il cieco che, non vedendo, acquista una straordinaria capacità uditiva tattile e cenestesica. L'onesto sviluppa molto di più l'intelligenza, la creatività, l'efficienza. Inventa, organizza, costruisce, ispira fiducia, ottiene credito. Quando devi fidarti veramente di qualcuno, vedere le cose fatte bene, sei costretto a rivolgerti a lui. Nessuno, nemmeno il politico più spregiudicato, può farne completamente a meno. Questa è la sua forza e per questo, alla fine, si afferma e rende vivibile la nostra società.
Francesco Alberoni

Per salvarci dobbiamo ricominciare a pensare

Per tutto il secolo scorso abbiamo continuato a credere che la mente potesse comprendere la psiche, dominarne la complessità, darle ordine, curarla, guidarla sulla giusta via. È il presupposto della psicoanalisi, della psicoterapia, della medicina psicosomatica. Oggi stiamo rinunciando all'idea che l'esperienza umana sia dotata di senso e che il pensiero possa governarla. Le gente sente sempre meno il bisogno di studiare se stessa, analizzare la propria esperienza, confrontarla con quella degli altri, arrivare ad una visione d'insieme per poi agire. Non vuol fare sforzi, vuole un manuale che in poche parole le dica cosa fare.
Perciò non vuol più saperne della riflessione psicologica, filosofica. Preferisce la narrativa, il cinema, la fiction, i cartoni animati, i videogiochi e la musica. Perchè ti fanno fare delle esperienze, ti fanno vivere altre vite senza richiederti di riflettere e cercare di trovargli un ordine. O i talk show televisivi in cui tutte le opinioni hanno lo stesso valore e non si arriva mai ad una conclusione. Ma, persa la fiducia nella propria mente, per guarire, per eliminare il dolore, per star bene psicologicamente, gli uomini hanno incominciato a guardare al cervello e alla possibilità di risolvere i problemi agendo su di esso.
In caso di nevrosi, di incertezza è inutile andare alle ricerca di un senso. Basta prendere un farmaco. Se sei giù di morale un antidepressivo; se sei eccitato un betabloccante; se sei ansioso un ansiolitico. Ci sono poi la mariuhana e la cocaina. Che però fanno male. Ma domani, ci assicurano gli scienziati, avremo delle meraviglie: chi proverà un grande dolore, per esempio per la morte di un figlio, potrà annullarlo cancellandone il ricordo conservato nei neuroni. E l'innamorato basterà che ingoi una pillola per dimenticare chi lo fa soffrire. Tanto l'innamoramento non è altro che un fatto chimico, prodotto da serotonina, ossitocina e ferormoni. Agendo sul cervello staremo come vorremo!,
Ma è una speranza o un incubo? Amare, sperare, sognare, aver fede, cancellare il ricordo dei dolori e le esperienze sgradevoli a comando, con la chimica, seguendo l'impulso immediato distrugge la nostra persone reale, la nostra identità No. La chimica non basta. Non possiamo rinunciare ad essere noi stessi, coscienti di cosa siamo, di cosa è bene e cosa è male, di avere un criterio per decidere dove andare. No la chimica non basta. Dobbiamo ricominciare a pensare.

I distruttori

Nel corso della storia vi sono sempre stati i costruttori ed i distruttori. I primi hanno coltivato la terra, edificato le città, sviluppato le scienze. Gli altri, in genere pastori incolti ma ottimi guerrieri, hanno saccheggiato e distrutto quello che avevano costruito i primi. I grandi costruttori, gli egiziani, i greci, i romani ci hanno lasciato un immenso patrimonio materiale costituito da edifici, città, templi, strade e poi scienza, filosofia, letteratura, teatro. I distruttori invece, pensiamo ai goti, ai vandali, agli unni ci hanno lasciato solo rovine e il ricordo del terrore che incutevano.
Nel campo politico - e talvolta anche nelle imprese - si ripete un pò quello che accade nelle guerre di conquista. Vi sono politici che cercano il potere per realizzare un loro programma. Allora demoliscono ciò che ritengono sbagliato per far posto al nuovo. Inseriscono dirigenti e collaboratori fedeli ma, se trovano della gente di valore, la fanno lavorare al loro progetto. Ma vi sono anche quei politici che, invece, cercano la carica per se stessa, non hanno nessun sogno, nessun progetto da realizzare. Arrivati al potere la loro prima preoccupazione è distruggere ciò che ha realizzato il loro predecessore anche se è ottimo, per emergere loro.
Teniamo presente che tutto quello che facciamo, sia esso la nostra casa, oppure un libro, una canzone, una scuola, è una oggettivazione di noi stessi. Vi trasferiamo ciò che abbiamo di meglio, ciò vogliano donare agli altri, ciò che vogliamo che sopravviva. Chi distrugge, che frena gli altri lo fa perchè non ha nulla da dare e può solo provare invidia. Invece chi crea, realizza edifica, anche quando è ambizioso, anche quando è autoritario nel profondo ha un animo generoso, e si realizza nel fare cose che servono agli altri. Ho conosciuto persone che, senza guadagnarci nulla, hanno edificato scuole, università, ospedali, comunità per il recupero dei drogati in tutte le parti del mondo. E sempre, senza eccezione sono stati attaccati frenati dai distruttori.
Come hanno fatto a difendersene, a vincere? Inventando continuamente sempre nuove cose. Se i distruttori gli bloccavano un progetto, loro ne mettevano in piedi altri dieci. Se li fermavano in un posto, ricominciavano in un altro. E trovavamo sempre qualcuno interessato, qualcuno che li aiutava. I distruttori sono rigidi, non hanno fantasia. E la fantasia, la creatività vincono sempre.
Francesco Alberoni

mercoledì 18 febbraio 2009

Il Cavallo candidato....

"Berlusconi può anche candidare il suo cavallo, come fece Catilina". Parola del vicedirettore de La Repubblica, Massimo Giannini, prima pagina di oggi. Berlusconi sarà pure come Catilina, e avrà candidato un cavallo, ma Giannini è un asino. Catilina ha tentato di fare fuori Cesare, era un politico, sì, ma mai imperatore. Quello che candidò il suo cavallo era Caligola, terzo imperatore romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia e regnò dal 37 al 41. Giannini invece è quel giornalista che già un anno fa prese una bella cantonata: disse che Smirne, l'avversaria di Milano per l'Expo, era una "piccola città marinara, perla dell'Egeo, avamposto di una Grecia in crescita...". Gliel'avevamo fatta passare. Catilina però no: sui forum dei quotiidani on line i lettori si stanno scatenando: Willow su Panorama: "Un errore può capitare a tutti, ma se chi lo compie fa parte di quella genia che ad ogni piè sospinto ti fa notare quanto è colto, erudito, bravo, rispetto ad un pezzente come te che vota a destra, beh, allora l'effetto comico è garantito..."; Nonsosescendo sul suo blog: "Certi errori che al liceo sarebbero costati un bel 4 non li dovrebbe fare, ecco!"; "Giannini che lapsus! Anche Er Patata sa la storia Caligola, (ndDago sul sito Adusbef). Vabbè, risparmiamo il resto al vicedirettore. Resta una banale domanda: i lapsus si possono fare, ma i vecchi cari correttori di bozze li dovevamo proprio tagliare?
da Libero

Le ronde? Tutti le vogliono (ma non si può dire)

Siccome le ronde sono considerate una cosa «di destra», mi permetto di dare alla destra un piccolo suggerimento: impari dalla sinistra, o meglio da uno di quei prodotti del progressismo internazionale che è il cosiddetto politically correct. Impari dunque dal politically correct, e faccia un'operazione molto semplice: cambi nome. Invece di chiamarle «ronde», le chiami in un altro modo. Con un termine più soft, più rassicurante.
Il termine «ronda», benché di destra, suona infatti un po' sinistro. Lo Zingarelli così lo definisce: «Servizio armato svolto da più militari al comando di un graduato, a scopo di vigilanza mobile, spec. notturna». Il vocabolario on line di Sapere.it non dà una definizione molto diversa: «Servizio d'ispezione al quale sono comandati due soldati di truppa e un graduato, armati di pistola, per il controllo dei militari in libera uscita».
È vero che il vocabolo può essere utilizzato anche per altri significati. Sempre lo Zingarelli, infatti, considera pure la un po' meno militaresca interpretazione di «fare la ronda a un luogo», che sta per «sorvegliarlo». E addirittura contempla questa possibilità d'uso: «Fare la ronda a una donna: corteggiarla». Però adesso stiamo parlando di ronde anti-criminalità, anti-spacciatori, anti-stupri, insomma un qualcosa che ha a che fare con l'ordine pubblico, ecco perché l'ipotesi di una ronda organizzata dai cittadini inquieta: si pensa subito a tabaccai, gioiellieri, inquilini di villette a schiera che girano «armati di pistola» come dice il vocabolario, e se poi il «graduato» ha la faccia di Calderoli, ecco che si grida subito al rischio-razzismo.
È curioso che in una società in cui si è ormai da tempo esorcizzato ogni male, ogni pericolo e in genere ogni cosa sgradevole con neologismi o addirittura con sigle che attenuano o nascondono il vero significato, non si sia ancora trovato un morbido sinonimo di «ronda». Sono anni che non muore più nessuno (ci si spegne; ci si congeda; si dà l'addio) e anche che nessuno soffre più di gravi handicap (succede invece di essere diversamente abili); sono scomparsi i moribondi, sostituiti dai «malati terminali», e perfino i ciccioni, ora «persone di taglia importante»; in guerra le vittime sono «effetti collaterali»; le aziende non licenziano più ma «mettono in mobilità», la galera è una «custodia cautelare», l'aborto una «ivg», la fecondazione artificiale una «fivet».
L'inglesorum tanto in voga presso noi italiani ha dato una mano considerevole: le angherie del capoufficio sono diventate «mobbing», i corteggiamenti ossessivi e molesti «stalking». C'è perfino il «bossing» (ammetto di averlo scoperto solo ieri): è una sorta di «mobbing strategico», lo attua il datore di lavoro per indurre un dipendente a dimettersi.
Eppure, in questa gattopardesca società che nel linguaggio ha cambiato tutto affinché tutto restasse come prima, non s'è ancora trovato un termine che riesca a far digerire le ronde. Credo che, una volta trovata la parola magica, anche la sinistra e gli intellettuali perbene non muoveranno più obiezioni. Ormai anche il mondo progressista ha capito che il problema della sicurezza non può essere non dico risolto, ma neppure affrontato senza la collaborazione dei cittadini. Ieri, saputo dei vari progetti sulle ronde all'esame del governo, l'opposizione ha detto: basta con gli spot, ci vogliono più uomini e mezzi. Ma i politici sono sempre indietro di un giro. È chiaro a chiunque che il vero spot è quello con cui si invoca un aumento di uomini e mezzi per le forze dell'ordine. Primo perché le risorse sono quelle che sono. Secondo perché anche potendo spendere miliardi di euro, è impensabile che polizia e carabinieri possano presidiare notte e giorno strade e viuzze di città e di paesi.
I politici sono indietro di un giro, dicevo: ieri perfino Michele Serra, su Repubblica, ha scritto che è ora di capire che una «partecipazione popolare» può e anzi deve essere determinante contro la criminalità. Molti Comuni anche di sinistra hanno addestrato e arruolato cittadini che non hanno alcun prurito alle mani, né aspirazioni da Rambo dei poveri: ma che, spesso da bravi volontari, presidiano le scuole o i giardinetti dove girano mamme con le carrozzine. È un esempio da seguire. Basta solo che il governo trovi un nome perbene, tipo «ausiliari dei diversamente regolari», e passeranno perfino le ronde anti-clandestini.

Michele Brambilla- IL GIORNALE

domenica 15 febbraio 2009

Ciao Elu, morta per troppo amore!

Diceva Jean Cocteau che il verbo amare è uno dei più difficili da coniugare: il suo passato non è semplice, il suo presente non è indicativo e il suo futuro non è che condizionale. Poche figlie sono state più amate di Eluana Englaro, nata a Lecco il 25 novembre 1970 e morta per fame e per sete a Udine il 9 febbraio 2009. L’ha amata disperatamente sua madre, al punto da voler scomparire con lei dalla scena pubblica ben prima che questa catastrofe collettiva avesse un prologo e un epilogo. L’ha amata suo padre, tanto da pretendere per lei la morte pur di sottrarla alla cosiddetta «non vita». L’hanno amata suor Albina e le suore misericordine di Lecco, che l’hanno accudita con eroica abnegazione per 17 anni e se la sono vista portar via con la forza, avendo solo il tempo d’inviarle un’ultima carezza via etere, dal Tg1: «Eluana, non avere paura di quello che ti succederà». L’hanno amata i medici, che si sono prodigati prima per restituirla alla sua gioventù, poi per alleviarne le sofferenze e infine per «liberarla» dal suo corpo trasformatosi in gabbia. L’hanno amata i magistrati, che hanno decretato che cosa fosse buono e giusto per lei. L’hanno amata gli amici, che si sono presentati puntualmente nelle corti di giustizia per parlare a suo nome, per testimoniare che Eluana aveva detto così, che Eluana avrebbe voluto cosà. L’ha amata il signor presidente della Repubblica, che con accenti dolentissimi s’è preoccupato acciocché la sostanza non avesse a prevalere sulla forma. L’hanno amata gli eletti dal popolo, anche se non fino al punto di rinunciare al loro week-end. L’hanno amata i giornali, che si sono industriati per spiegare ai lettori argomenti per lo più oscuri alla maggioranza di coloro che vi lavorano. L’abbiamo amata noi, gli italiani, equamente divisi fra quelli che fino all’ultimo non si sono rassegnati a vederla condannata al più atroce dei supplizi e quelli che hanno ostinatamente cercato in tutti i modi di farla ammazzare per il suo bene. Povera Eluana, uccisa dall’eccesso di amore! Accadde la stessa cosa ad Alessandro Magno, di cui i libri di storia ancor oggi narrano che morì grazie all’aiuto di troppi medici. Proprio come te. L’evidenza, sotto gli occhi di tutti, è che gli italiani non sanno più coniugare il verbo amare. Né al passato, né al presente, né al futuro. Dovrebbero andare a ripetizione. Già, ma da chi? Io un’idea, politicamente scorretta ai limiti dell’osceno, mi permetto di suggerirla: da Dio. Sì dall’Onnipotente, un tempo Onnipresente, che invece è divenuto il Grande Assente in questa nostra società, e non certo per Sua volontà. Ma poiché il signor Beppino Englaro ha spiegato che nessuno gli può imporre i valori della trascendenza, mi fermo sull’uscio del suo cuore, da ieri sera più vuoto che mai. Se solo questo padre sventurato ce l’avesse consentito, se solo avesse lasciato che sua figlia continuasse a sperimentare lo scandalo di mani pietose che per anni l’hanno lavata, pettinata, nutrita, vestita, girata nel letto, portata a spasso in giardino, oggi avrei provato a consolarlo, pur reputandolo il primo responsabile di questa tragedia, con le parole di don Primo Mazzolari, un parroco di campagna col quale si sarebbe inteso al primo sguardo: «Due mani che mi prendono quando più nessuna mano mi tiene: ecco Dio». Può non crederci, ma dalle 20.10 di ieri sera Eluana è in mani sicure. E anche con le parole di un Papa che passava per buono e che un giorno confortò così i malati radunati davanti al santuario della Madonna di Loreto: «La vita è un pellegrinaggio. Siamo fatti di cielo: ci soffermiamo un po’ su questa terra per poi riprendere il nostro cammino». Può non crederci, ma sua figlia era fatta più di cielo che di materia. Purtroppo gli uomini del terzo millennio ormai bastano a loro stessi. Hanno la Costituzione, il Parlamento, le Leggi, la Società Civile, la Laicità, le Opinioni, la Libertà di Coscienza e insomma un po’ tutto quel che gli serve per essere felici su questa Terra. Non hanno più bisogno di Dio. Per questo Dio è stato abrogato. Allora ascoltino almeno le parole di uno psicoanalista, Carl Gustav Jung. Così saggio da ricordare a se stesso e ai suoi pazienti che «il timor di Dio è l’inizio della sapienza». Così lungimirante da far scolpire sei parole nella pietra sulla porta della propria casa: «Vocatus atque non vocatus, Deus aderit». Invocato o non invocato, Dio verrà. Giorno d’ira, sarà quel giorno.

Stefano Lorenzetto

giovedì 12 febbraio 2009

Il perdono cristiano

Il Vaticano ha scritto una nota sulla morte di Eluana invocando il perdono di Dio per chi ne ha procurato la morte (le responsabilità sono molteplici) con la formula "perchè non sanno quello che fanno". Mi domando fino a che punto ci sia stata inconsapevolezza nell'esito delle azioni che sono state poste in atto . Privare una persona di cibo ed acqua equivale a farla morire e questo era il fine che i responsabili della morte di Eluana si proponevano in modo molto consapevole. Moltissime persone a tutti i livelli sociali e politici hanno provato a dire a chi aveva in mano la sorte di questa povera ragazza la gravità di ciò che si accingevano a fare, ma come spesso accade chi ha intrapreso una via non si ferma e più cerchi di farlo ragionare e più lui prosegue nel suo tragico percorso.
Perdonare non è facile e forse non è di questo mondo quando si tratta della vita di una persona visto che esiste anche il comandamento "Non uccidere" . Trovo più giusto rimettere tutto nelle mani di Dio con la certezza che la Sua giustizia esiste, una giustizia che non ha i tempi di quella terrena ma che, contrariamente ad essa, non ammette appelli.

martedì 10 febbraio 2009

E ora a chi tocchera?

La drammatica vicenda di Eluana Englaro mi lascia sgomenta. Da ieri sera nella nostra nazione è possibile che qualcuno venga condannato a morte e che la sentenza venga scientemente eseguita. In questo momento non esiste ancora una legge che tuteli le persone che per vivere devono ricorrere agli altri, che hanno la necessità di essere nutrite e dissetate da mani compassionevoli in casa o in qualsiasi ricovero o ospedale, penso ai malati di Alzheimer, ai bimbi celebrolesi, ai malati di tumore.
Paradossalmente le prossime vittime potrebbero essere loro se a qualche affezionato parente, troppo gravato dal peso della loro stato, venisse in mente di andare da un giudice a dire: "Mio padre/madre è un povero demente, non ci riconosce e soffre per piaghe da decubito, chiedo che gli venga sospesa l'alimentazione e l'idratazione in modo che possa morire in pace...."
Pensate che non esistano persone di questo tipo? Vi sbagliate, basta visitare un ricovero per anziani per rendersene conto.
Il caso di Eluana sarà ricordato nella storia di questo Paese come la prima morte data per sentenza, una sentenza emessa in assenza di una legge, forse servirà a scuotere le coscienze. Se accadrà questo almeno Eluana non sarà morta invano.

COMPLIMENTI NAPOLITANO

È morta all’improvviso, è morta da sola. È morta mentre il Parlamento discuteva e i soliti noti, da Dario Fo a Umberto Eco, firmatari di ogni sciagurato appello di questo Paese, si apprestavano a scendere in piazza per un girotondo. È morta, e se non altro la sua vita non ha dovuto subire anche l’ultima offesa di Oscar Luigi Scalfaro sul palco mentre lei moriva. È morta e suo padre era lontano. È morta di fame e di sete, con il respiro ridotto a un rantolo e il corpo disidratato che cercava acqua dentro gli organi vitali.

È morta in fretta, troppo in fretta per non generare sospetti. E intanto suona tragicamente beffardo leggere adesso, a tarda sera, le parole del suo medico curante che di prima mattina assicurava: «Lo stato fisico è ottimo, Eluana è una donna sana, pochi rischi fino a giovedì». Evidentemente la conosceva poco. Troppo poco. E forse per questo ha potuto toglierle la vita. È arrivata la morte, e la morte non è presunta. La volontà di morire di Eluana sì, invece, quella era e resta presunta: l’ha decisa un tribunale, sulla base di una ricostruzione incerta e zoppicante, con una selezione innaturale di testimonianze. Tre amiche (solo tre, le altre no), la determinazione del padre, un po’ di azzeccagarbugli: tanto è bastato per decidere di ucciderla nel modo più atroce.

Ricordiamolo: nessuna proposta di legge di quelle presentate in Parlamento, neppure quelle più favorevoli all’eutanasia, prevede la possibilità di una morte così. Eluana è stata la prima esecuzione di questo genere nella storia della Repubblica. E sarà l’ultima. Forse. Arriverà la legge, e non sarà presunta. Arriverà la legge e impedirà questo scempio. Ma oggi l’affannarsi di parlamentari alla Camera e al Senato, quel rincorrersi di cavilli e regolamenti, quelle riunioni di capigruppo, l’alternarsi di dichiarazioni e di emendamenti, appare soltanto quel che in realtà è: il nulla. Nulla di nulla. Un nulla che fa venire le lacrime agli occhi, però. La corsa contro il tempo, la convocazione notturna, i calcoli sui minuti: tutto inutile. Eluana è stata uccisa. Eluana era viva e adesso non c’è più. E allora, mentre molti chiedono il silenzio solo per nascondere le loro vergogne, non può non venire voglia di urlare le responsabilità che ricadranno su chi non ha fatto niente per impedire questo orrore.

In primo luogo i medici che non hanno accettato di ridare acqua e cibo a Eluana in attesa dell’approvazione della legge, nonostante i numerosi appelli. Poi Procura di Udine e Regione Friuli che hanno giocato per due giorni a scaricabarile.

E infine, sia consentito, anche il capo dello Stato che non ha firmato il decreto legge: in questa vicenda il Quirinale ha anteposto le ragioni di palazzo alla salvezza di una ragazza, ha preferito la cultura della morte al valore della vita. Siamo sicuri che se una responsabilità del genere se la fosse assunta il presidente del Consiglio, qualcuno della sinistra in questi minuti già chiederebbe le sue dimissioni. Ora, invece, vogliono che si taccia. D’accordo, ora taceremo. Non abbiamo nemmeno più voglia di parlare. Ma prima lasciateci dire un’ultima cosa. Prima lasciateci dire: complimenti, presidente Napolitano.

Mario Giordano

IL GIORNALE

mercoledì 4 febbraio 2009

A proposito dell'amore e della qualità della vita

Nel precedete post ho accennato alla mia vicenda personale, ora mi giunge questa testimonianza che voglio condividere con voi:

"Era una mattinata movimentata, quando un anziano gentiluomo di un'ottantina di anni arrivó per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice.
Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9:00.
Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un'ora prima che qualcuno potesse vederlo.
Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita.
Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita.
Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta.
L'anziano signore mi rispose che doveva andare a casa per far colazione con sua moglie.
Mi informai della sua salute e lui mi raccontó che era affetta da tempo dall'Alzheimer.
Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po' tardi.
Lui mi rispose che lei non lo riconosceva giá da 5 anni.
Ne fui sorpreso, e gli chiesi. 'E si preoccupa di fare colazione con lei anche se sua moglie non la riconosce"?
L'uomo sorrise e mi batté la mano sulla spalla dicendo: ''Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente chi é lei"
Dovetti trattenere le lacrime...Avevo la pelle d'oca e pensai:
"Questo é il genere di amore che voglio nella mia vita".
Il vero amore non é né fisico né romantico. Il vero amore é l'accettazione di tutto ció che é, é stato, sará e non sará.
Le persone piú felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ció che hanno.
La vita non é una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia."

Credo che questo racconto sia bellissimo e illuminante .

E' solo una questione d'amore...

Ieri sera ho seguito Porta a Porta sul caso Eluana Englaro e le mie convinzioni si sono rafforzate.
Mi preme solo dire che se Eluana avesse scelto di morire non l'avrebbe certo fatto chiedendo di essere privata di cibo e di acqua, altri prima di lei hanno scelto una anestesia e una puntura, lo si fa anche quando si deve praticare l'eutanasia al proprio cane e anche questa è una esperienza che ti segna: si sta con lui (nel mio caso con lei), le si parla, la si accarezza e si sente il suo cuore generoso che rallenta i battiti e poi si ferma. A quel punto è tutto finito, ti dici che l'hai fatto per evitare al cane delle sofferenze, ed è vero, il cane non sa, non può scegliere e tu hai il dovere di aiutarlo con una morte dolce. Vi assicuro che se ne esce a pezzi, che trovarsi per strada con il solo guinzaglio in mano è straziante.
Ma ritornando ad Eluana io vorrei parlare da mamma e vi dico che io non chiederei mai la morte per uno dei miei figli,qualsiasi fosse la qualità della sua vita, mi metterei accanto a lui, le parlerei, lo imboccherei, le terrei la mano, le darei la mia vita anno dopo anno fino alla fine. Moltissimi genitori lo fanno, moltissimi figli lo fanno con i genitori, io con il mio papà malato di Alzheimer l'ho fatto e questa esperienza mi ha cambiato la vita. Molte volte ho invocato per lui, divenuto oramai una persona fragile, immobile e sofferente, la morte per porre fine alle sue sofferenze, poi lo guardavo, lui mi sorrideva e mi chiamava a se con la mano, probabilmente senza sapere che ero sua figlia, si lasciava accarezzare la testa e chiudeva gli occhi... bastava questo per farmi capire che lui voleva vivere e che l'egoista ero io, ero io che non volevo più soffrire, bastava questo per farmi capire che anche in quelle condizioni era in grado di darmi affetto e tenerezza. Quando se ne è andato mi è mancato tanto e mi manca anche ora, moltissimo.
Forse è solo una questione d'amore, è l'amore che fa la differenza. Volevo dirvi solo questo.

martedì 3 febbraio 2009

Eutanasia per Eluana Englaro


"Bisogna avere il coraggio di dire con chiarezza che l'eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell'uomo.La vera risposta non può essere infatti dare la morte, per quanto "dolce", ma testimoniare l'amore che aiuta ad affrontare il dolore e l'agonia in modo umano. Siamone certi: nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio»

Benedetto XVI - Angelus 1 febbraio 2oo9 - In occasione della Giornata per la Vita.

lunedì 2 febbraio 2009

L'orrore della violenza in una società malata

E' un'epoca cattiva la nostra . Stiamo assistendo sempre più frequentemente ad episodi di violenza che hanno per bersaglio donne, membri della stessa familgia,extracomunitari, barboni e animali indifesi. Tutte violenze orribili che lasciano segni fisici e psichici in chi li subisce. La punizione per tutti questi reati è lasciata ad una legge probabilmente inadeguata per quanto riguarda la pena da infliggere e ad una giustizia che spesso interpreta questa legge nel modo meno severo possibile.
Certo tutti invochiamo leggi severe, pene certe e processi per direttissima per questi reati che sono davvero orribili, ma per tentare una qualche prevenzione è indispensabile che vengano individuate le cause di tanta violenza gratuita: in alcuni casi è l'immigrazione non controllata, in altri è l' incapacità del soggetto alla sopportazione di una qualsiasi contrarietà che la vita gli mette davanti, in altri ancora è l'assoluta mancanza di valori di giovani che hanno come massimo divertimento lo sballo in discoteca, il diventare veline o calciatori.. insomma il far denaro facilmente, l'avere e non l'essere.
Per quanto riguarda i giovani naturalmente le responsabilità non mancano e vanno ricercate in primo luogo nella famiglia e poi nella scuola. Entrambe queste agenzie educative sono in crisi, la prima travolta da una società che ha fatto del relativismo il suo credo, che consente l'eutanasia e non ha rispetto per la vita umana dal suo nascere al suo morire e la seconda che è assolutamene inadeguata ad un insegnamento che oltre ad essere nozionistico sia anche formativo.
Abbiamo davanti a noi una crisi economica molto pesante che metterà alla prova la tenuta di molte famiglie e in situazioni come questa non è affatto improbabile che quelle più sane si rinsaldino e riscoprano valori dimenticati. E' poi in divenire la riforma della scuola e dell'università.. dopo tante inutili proteste si scopre ora che la riforma ci vuole e non è poi tanto male.
Sembra paradossale riporre in una crisi economica un barlume di speranza per il miglioramento della nostra società, ma a volte quando si è in procinto di perdere il proprio status sociale, ci si aggrappa alle cose che contano veramente e se sarà così ne verremo fuori.

martedì 27 gennaio 2009

UN GRANDE RISULTATO IL RICORDO SU FACE BOOK


La GIORNATA DELLA MEMORIA celebrata on line su FACE BOOK è stato un evento molto partecipato, il risultato è stato ottimo, fino ad ora - a circa 3 ore dal termine - le presenze registrate sono state quasi 21.000.
I contributi lasciati dai visitatori sono stati moltissimi: poesie, dediche, racconti, filmati, brani musicali e disegni tutti dedicati a ricordare gli orrori dei lager nazisti.
Questa mattina poi ho avuto la bella sorpresa di trovare l'iniziativa citata dal Corriere della Sera e la cosa mi ha fatto molto piacere. Si tratta probabilmente del primo evento di questa importanza celebrato on line.
Ecco un modo intelligente per usare un social network .
Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato anche partendo da questo blog.
Grazie di cuore!


domenica 25 gennaio 2009

Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi.- John Fitzgerald Kennedy

In relazione alla GIORNATA DELLA MEMORIA e alle innumerevoli vittime dei lager nazisti penso a mio padre che, deportato per 15 mesi a Mauthausen-Gusen a causa del tradimento di alcuni "compagni" dell'Alfa Romeo che lui conosceva benissimo e tornato in cattive condizioni di salute dal lager, ha avuto la forza interiore e il coraggio di perdonare i suoi aguzzini.
Non ho mai sentito dalla sua bocca parole di odio verso chi gli aveva procurato tanto dolore fisico e psichico, certo non ha mai dimenticato, come potrebbe averlo fatto? Ciò che gli è accaduto ha segnato la sua vita e probabilmente ne ha condizionato il corso. Credo che abbia deciso di donare il suo perdono per non accrescere il dolore che aveva dentro, per buttarsi tutto alle spalle e continuare la sua vita e credo anche che non sia stato facile.
Solo una persona eccezionale riesce a perdonare chi in fondo non gli ha mai fatto sapere di essersi pentito di quello che aveva fatto; una popolo intero si è poi vergognato dell'accaduto e con loro si è vergognata una umanità silente, ma a Ferdinando Valletti deportato I57633, mio padre, "le scuse" dei tedeschi sono arrivate negli ultimi anni della sua vita sottoforma di risarcimento per il lavoro forzato.
Anche per questo mio padre era un grand'uomo.

giovedì 22 gennaio 2009

27 gennaio 2009 GIORNATA DELLA MEMORIA

Il 27 gennaio è la "Giornata della Memoria". In questo giorno in molti paesi del mondo e anche in Italia si ricordano con celebrazioni di vario genere le persecuzioni, le uccisioni ed i massacri perpetrati dalla brutale ideologia nazista nei confronti di ebrei, oppositori politici, minoranze religiose e "diversi" tra cui omosessuali e zingari.
Per questo giorno il mio gruppo su Face Book " BINARIO 21 UN DOLORE DA CONDIVIDERE" ha invitato tutti a ricordare aderendo simbolicamente ad un evento on line chi ha sofferto ed è morto nei campi di sterminio nazisti perchè tanto orrore non abbia a ripetersi mai più.

Nel corso della Seconda guerra mondiale circa 44.000 italiani furono deportati nei Lager allestiti dai nazisti in tutta Europa. Dei deportati italiani, quasi 9.000 furono gli ebrei e circa 30.000 i partigiani, gli antifascisti e i lavoratori (questi ultimi arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo 1944), a cui si aggiungono circa 5.000 IMI o carcerati militari o ufficiali antifascisti. Circa il 90% di loro persero la vita nei campi. Si stima che siano morti nei campi di sterminio circa 7.125.000 persone.

L'adesione all'evento ha dell'incredibile: fino a questo momento i partecimanti superano le 11.000 persone, quasi tutti hanno arricchito la bacheca con foto, filmati, poesie, immagini di opere d'arte, concerti, trailer di film, libri e molto altro. E' stata e continua ad essere una esperienza esaltante, credo che il successo derivi dal fatto che non è nulla di istituzionale, è un'iniziativa che supera tutti gli steccati ideologici in nome di un ricordo da condividere.
Invito anche voi che state leggendo queste pagine ad aderire cliccando qui: 27 GENNAIO - GIORNATA DELLA MEMORIA e vi regalo una splendida poesia di Primo Levi.


SE QUESTO E' UN UOMO

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no

Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno:

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.
Primo Levi

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Dicono che sia inutile
Dicono che sia solo retorica
Dicono
Io dico che ricordare è importante
E che ricordare che ciò è stato è necessario.

Dedicato al mio papà, Ferdinando Valletti, deportato dal marzo 1944 al maggio 1945 nei campi di Mauthausen e Gusen.

mercoledì 21 gennaio 2009

Dove erano i GOSPEL SINGERS?

Ieri sera il discorso di Barack Obama mi ha ricordato il sermone del solito predicatore nero, quel tipo di predicatore che di solito fa il suo intervento nel mezzo di un concerto Gospel e mi sono chiesta come mai invece tutti i media in quel discorso hanno intravisto segnali di cambiamento per il futuro americano e per tutto il mondo. Ad ascoltarlo bene era un discorso di intenti che prometteva agli americani lacrime e sangue per uscire dalla crisi e che tendeva la mano al resto del mondo purchè questa mano la si voglia, che celebrava l'America e condannava il terrorismo ....insomma dov'è la novità?

Se un simile discorso l'avesse fatto il casereccio Veltroni probabilmente sarebbe stato fischiato per eccesso di retorica.

Questa mattina i media sono tutti per Obama, l'enfasi con cui raccontano l'evento è senza dubbio sopra le righe, celebrano un Re e non un uomo che ha studiato ad Harward e che, nonostante ciò che voglio far credere, è di famiglia abbiente. Ieri quest'uomo è diventato Presidente degli Stati Uniti con una cerimonia che è costata al suo Paese miliodi di dollari ed ha continuato a parlare di sogni e di chimere come faceva in campagna elettorale. Solo IL GIORNALE ha visto quello che ho visto io e allora eccovi l'articolo di Mario Giordano.

Manuela Valletti

CARO BARACK, È TUTTO QUI? Scusate, ma non ce la faccio. Non riesco ad emozionarmi. Ce l'ho messa tutta, ve lo giuro. Niente da fare. Vedo intorno a me gente che va in sollucchero, fiumi di entusiasmo, commozione e fan scatenati. Sento parlare di «svolta globale», «evento epocale», «parole storiche» che «hanno segnato una nuova speranza per il mondo». Assisto a un'euforia contagiosa che attraversa tutti, dai ministri alle passerelle di moda, dai sindacalisti alle showgirl. E, purtroppo, non riesco a esserne parte.
Dico purtroppo perché mi dispiace. Un po' di euforia fa sempre bene, soprattutto di questi tempi. Perciò sinceramente invidio chi riesce a intravedere nel discorso che ha fatto Obama ieri la «speranza di un mondo migliore». Io ci intravedo, al massimo, un po' di onesta retorica, qualche sprazzo di vigore e una manciata di buoni sentimenti. We can e volemose bene, una strizzata d'occhio al bushismo e una scivolata verso lidi che sembrano quasi veltroniani. Fra Condoleezza Rice e Concita De Gregorio, insomma. Ma dov'è la svolta globale?
Ripeto, probabilmente è una mancanza mia. Vi chiedo scusa in anticipo. Se tutto il mondo suona le fanfare di fronte a queste parole storiche, probabilmente le parole saranno davvero storiche. Io, purtroppo, temo che domani me le sarò già dimenticate. E pensare che le ho lette e rilette per cercare di trovare lo slogan vincente, la frase tagliente, una formula di quelle che passa direttamente dal comizio all'enciclopedia, genere «nuove frontiere» o «I have a dream». O, se non altro, «dove c'è Barilla c'è casa», che non finisce nell'enciclopedia ma almeno si fa ricordare. Non sono riuscito a trovarla. L'amnesia incombe.
Ho cercato allora almeno un'idea nuova nei contenuti, una proposta forte, una soluzione innovativa. Se Obama è la nuova speranza planetaria, mi dicevo, magari tira fuori dal cilindro qualcosa di sorprendente, di quelle che le senti e dici: «Accipicchia, io non ci sarei arrivato, vedi perché lui è presidente degli Stati Uniti?». Scusatemi, ma non ho trovato nemmeno quello. Le tradizioni dei Padri, la grandezza della nazione, la fiducia da restituire. Le sfide («serie e molte», si capisce) da affrontare. «Sappi questo America: le risolveremo». Benissimo: e perché ne sei così sicuro? «Perché abbiamo scelto la speranza invece della paura, l'unità d'intenti invece della discordia». Grazie, tante: fin lì ci arrivavamo anche a Trastevere. We can e volemose bene, appunto.
Per quello che ne ho capito (ma lo ripeto: evidentemente dev'essermi sfuggito qualcosa) la parte migliore del discorso di Obama ricalca la parte migliore di Bush. Un po' di orgoglio, un po' di vigore, un messaggio chiaro ai terroristi: la guerra contro di voi continua. Ottimo, ma allora la svolta storica dov'è? Nel messaggio ai musulmani? Quel «mano tesa all'Islam» che sembra una predica di monsignor Tettamanzi? E poi che razza di novità è questa? Ma vi pare possibile? Tutto questo po' po' di evento globale per dire che ci vuole più «dialogo»?
No, per favore no: il dialogo no, almeno nel giorno in cui inizia una nuova era. C'è un po' di differenza tra la Casa Bianca e il Mulino Bianco: questo il nuovo presidente lo sa benissimo e infatti, alla faccia di tutti gli obamaniaci d'Europa, alla fine probabilmente sarà anche lui un comandante in capo, fermo e deciso a difendere l'America e il mondo, come il suo predecessore. Molto lontano dal pupazzetto simil-veltroniano che ci stanno propinando qui da noi. Ma allora, scusate, com'è che inizia la nuova era? Dov'è il cambiamento epocale? Con i suoi primi passi, cioè con la scelta degli uomini, Obama ha premiato il vecchio establishment. Il discorso d'investitura non apre nuovi orizzonti, a parte, appunto, il dialogo. Scusate, mi spiegate come posso fare, allora, per emozionarmi anch'io? Ve l'ho detto, io non ci riesco proprio. Sarò l'unico, ma non ce la faccio. Per la verità, proprio l'unico no: ho notato che anche Wall Street ieri non ha provato brividi d'entusiasmo dinanzi al momento storico. Al contrario, dopo l'intervento del presidente ha toccato i minimi. Evidentemente a chi lavora con i dané sonanti il dialogo e l'«unità d'intenti» non bastano. Ci vuole qualcosa di più, ci voleva qualcosa di più. L'altro giorno in riunione di redazione mi hanno raccontato che il giovane genio incaricato di scrivere il discorso di Obama ha avuto un mancamento per lo stress e lo sforzo compiuto nella stesura. Be', dopo aver letto il prodotto di tanto sforzo ho pensato che se avesse preso una camomilla magari si stressava meno e gli veniva meglio. L'ottimo Tg1 delle 20 ieri sera apriva con un titolone per dire che «il mondo spera». Certo: il mondo spera. E, sinceramente, sperava anche qualcosa di più. Per essere un giorno epocale, invece, l'unico commento che viene spontaneo è: tutto qui?

di mario giordano - il giornale

lunedì 19 gennaio 2009

L'eterna SAMARCANDA di Santoro

Ho assistito all'ultima puntata di Anno Zero e mentre la nausea per la faziosità della trasmissione saliva ad un pericoloso livello di guardia, è accaduto l'effetto Annunziata..... era ora. La visione lampante delle contraddizioni presenti nella sinistra italiana ha tenuto banco per pochi minuti, ma vedere Santoro in completo marasma, sbraitare parole sconnesse è bastato per rasserenarmi. Poi ho cambiato canale.
Non ho volgia di scrivere la storia Santoro, ma visto che occorre farlo ecco un articolo sulla vicenda pubblicato da IL GIORNALE.

Michele Santoro è di una sinistra esistenziale e ideologica, e per capirlo non c’è bisogno di rispolverare il fatto che scrisse su Servire il popolo: Michele Santoro è quello che ha fatto Samarcanda e che 21 anni dopo continua a farla. È quello che prepara agguati, coadiuvato da una regia che è parte essenziale dell’offensiva, quello che d’un tratto alza la temperatura e richiama le piazze di Ruotolo, i servizi di Iacona, e le grida, gli applausi, il semplicismo studentesco, il vittimismo parentale, lo Stato che ci ha lasciati soli, e gli eroi e i corrotti, il Rosso e il Nero, il Nord e il Sud. Santoro ha cresciuto eccellenti autori di reportage, potrebbe rimanere una risorsa nel piattume generale: ma appena si accorge che va tutto bene, eccolo rialzare il tiro e scatenare un bordello. Se quattro ospiti su cinque sono di parte, se i servizi lo appaiono a loro volta, se il suo sermonista senza contraddittorio se la canta da solo, Santoro non pretenda che non accada nulla: desidera ardentemente che accada tutto.
Samarcanda era la grande creatura di Telekabul, della Raitre di Guglielmi, un talkshow in diretta sull’attualità più tumultuosa: un periodo caotico e rivoluzionario fece il resto. Crebbero gli ascolti e le polemiche, il Pentapartito venne squartato e venduto a tranci, uno come Leoluca Orlando poteva accusare Giovanni Falcone d’imboscarsi le inchieste nei cassetti: ma si poteva intervistare. Poco prima che fosse freddato dalla mafia, anche uno come Libero Grassi. Poi Santoro si fece furbo e divenne autore di se stesso: e scrisse il libro «Oltre Samarcanda» nella consapevolezza che oltre Samarcanda non c’era niente. Il successivo Il rosso e il nero fu la trasmissione del massimo fulgore, la vera consacrazione, spettatori a medie da sei milioni: la politica scompariva, massacrata anche da se stessa, e sul proscenio salivano i giornalisti che avrebbero dovuto raccontarla. Persino Umberto Bossi, nel 1994, dirà che «senza le trasmissioni di Santoro l’Italia non avrebbe preso coscienza degli sprechi di denaro pubblico e del disastro sociale del Sud». Santoro oltretutto sdoganò l’esistenza politica di Gianfranco Fini (parlò, per primo, di un sondaggio che lo accreditava come oppositore del candidato sindaco Rutelli), ma poi la discesa in campo di Berlusconi spaccò ogni fronte per sempre. Ecco le prediche di Celentano, David Sassoli schierato come non potete ricordarvelo, botte da orbi tra Giuliano Ferrara e Giampaolo Pansa, la liquidazione fallimentare del craxismo, l’università dell’antiberlusconismo: e poi, nel 1994, Temporeale, ultimo grande ruggito di una stagione di sangue. Ecco Mani pulite agli sgoccioli, il caso Di Pietro, le telefonate di Berlusconi in diretta, Santoro che cominciava a farsi caricatura, ecco quella «Rai dei professori» che fu la peggiore di ogni tempo. Ma ecco, anche, l’uomo che di lì in poi sviluppava una volta per sempre quel certo giornalismo autoriflesso che è il suo, vittimista, proteso al martirio, spesso intriso di negatività disperante. Fu lì, probabilmente, che maturò la convinzione che una moltitudine, là fuori, agognasse un suo ritorno in video quale diritto naturale inalienabile. Parliamo dell’uomo che nel suo libro successivo, «Michele chi?», riuscì a mettere in copertina il suo nome, la sua foto, e poi ancora il suo nome. Ormai era Santoro, figura passata in giudicato, marchio definitivo su ciò che da un certo programma tv era lecito attendersi.
Vennero, però, tempi duri. L’operazione Moby Dick portò Santoro a Mediaset e dimostrò come il pensoso conduttore potesse piegarsi per non spezzarsi. Non andò benissimo, soprattutto per gli ascolti: ma prese dei bei soldi, e in ogni caso era solo tempo di aspettare che in Rai cambiasse l’aria. Rieccolo allora nel 1999, smarrito in trasmissioni di cui si fatica a ricordare il nome: Circus, Sciuscià. Sino all’elaborare un nuovo tipo di trasmissione da cui ricominciare tutto: Samarcanda, non altro. La chiamò Il raggio verde, riflesso dei tempi d’oro, benché in climi più freddi e presto berlusconiani: l’ideale. Le accuse di partigianeria si fecero più pressanti e l’Authority fu costretta a spiegare che «Il raggio verde non è un programma di comunicazione politica o una tribuna elettorale, ma una trasmissione di informazione e approfondimento che deve seguire l’attualità, le notizie». Santoro ebbe l’ordine di presentare una puntata riparatoria a favore di Marcello Dell’Utri, ma la toppa si rivelò peggiore del buco. Berlusconi intervenne telefonicamente e accusò il programma di essere un processo in diretta, e finì a maleparole. Ne seguì un altro esposto e stavolta la multa, dapprima rifiutata con sdegno dal presidente Roberto Zaccaria, salì a 200 milioni di lire. Forza Italia presentò addirittura due esposti per far chiudere il programma, ma furono respinti. Al sopravvalutatissimo e infelice «editto bulgaro» mancava pochissimo. Epilogo: dopo l’accoglimento dell’ennesimo esposto all’Authority, Santoro venne allontanato dalla Rai e però le fece causa.
Iniziava la fase più penosa, per quanto potesse essere penoso il candidarsi al Parlamento europeo, con Prodi, prendendo 730mila preferenze. Cominciava una sfiancante e ronzante campagna per la libertà d’informazione (con Lilli Gruber, un’altra che presto si sarebbe stufata), ma dopo venti minuti Santoro non ne poteva già più. Fu una fortuna, nel 2005, che un giudice del lavoro condannò la Rai a risarcirlo con un milione e 400mila euro, nonché a reinserirlo nel suo posto di lavoro in prima serata: dettando, di fatto, i palinsesti della Rai. E così, dopo altri rinvii, ecco finalmente Samarcanda, pardon Annozero: il nuovo missile decollò il 17 settembre 2006 con a bordo il vignettista Vauro, il fido Ruotolo e una ciurma da urlo: Marco Travaglio, il monologante, più le bellezze Rula Jebreal e Beatrice Borromeo. Si ricominciava. Puntate chiassose ma inevitabili (quella sulla Sicilia di Totò Cuffaro) più altre scomode ma giornalisticamente lecite (il reportage della Bbc sui preti pedofili), sino alla tentazione di farla subito fuori dal palinsesto: era arrivata l’antipolitica.
E lì, forse, c’era un’occasione da cogliere. Aveva preso tante di quelle sberle anche dalla sinistra, Santoro, che fare giornalismo è ciò che gli rimaneva solamente da fare. Dopo che Clemente Mastella aveva abbandonato in diretta lo studio, per via di critiche giudicate scortesi, Santoro disse così: «L’arroganza della politica sta diventando insopportabile, devono abituarsi di nuovo a discutere, a parlare con chi li critica». E aveva ragione. S’avanzava una certa puzza di conformismo in una stagione dove la classe politica stava cominciando a credere, forse, che le buone trasmissioni dovessero essere tutte come Ballarò. E così cominciarono a disertare Annozero. Per migliorare la situazione, Santoro, tipicamente, la peggiorò una volta per tutte: e riecco Samarcanda, il ridicolo caso De Magistris, riecco certa piagneria meridionale, la Forleo che sbroccava in diretta. La solita storia. Michele Santoro ricominciava a fare quello che deve farsi cacciare per forza, quello che resiste stoicamente al ritorno del regime. Perciò, oggi come ieri, alza il carico non appena gli gira: comunque vada, sarà un eroe. Solo una persona, oggi come ieri, può veramente cacciarlo: Michele la osserva nello specchio ogni mattina.
di Filippo Facci- IL GIORNALE

giovedì 15 gennaio 2009

CHIESI A DIO...

Chiesi a Dio di essere forte
Per eseguire progetti grandiosi:
Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute
Per realizzare grandi imprese:
Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.
Gli domandai la ricchezza per possedere tutto:
Mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere
Perchè gli uomini avessero bisogno di me:
Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro.
Domandai a Dio tutto per godere la vita:
Mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo,
ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno
e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato: o mio Signore, fra tutti gli uomini
Nessuno possiede quello che ho io!”

Kirk Kilgour

C'è chi smarrisce il senso della propria vita, chi si lamenta delle inezie che turbano il suo quotidiano e chi è costretto a combattere una guerra per salvare delle vite e per far questo deve uccidere...Diceva Golda Meir " .....vi possiamo perdonare di aver ucciso i nostri figli, ma non potremo mai perdonarvi di averci costretto ad uccidere i vostri.."

mercoledì 14 gennaio 2009

Il conflitto che nessuno potrà mai vincere

Nessuna nazione può accettare senza reagire che parte del suo territorio, varie sue città, frazioni del suo popolo siano bombardate, a riprova - sebbene le perdite siano limitate - che si vuole distruggerla. È dunque legittimo che Israele voglia finirla con tale situazione. E Hamas, autore dei bombardamenti, non ha mai riconosciuto Israele. Ma nessun popolo - e i palestinesi sono uno Stato e una nazione in formazione - può accettare senza ribellarsi che non gli sia data nessuna uscita, che mura e sbarramenti impediscano la libera circolazione dei suoi cittadini, che un blocco di fatto la rinchiuda nella carestia e nella disperazione, e che una colonizzazione ne eroda il territorio. Andrebbe esaminata tutta la storia del fronteggiarsi fra israeliani e palestinesi da oltre mezzo secolo per cogliere responsabilità e occasioni d'intesa mancate dal 1948.

Scrive il romanziere israeliano Avraham Yehoshua: «L'ostinazione, la stupidità, l'integralismo, la malafede, l'odio, la disperazione e i fantasmi regnano nei due campi, sì, nei due campi» . In realtà, e più crudelmente, diciamo che israeliani e palestinesi credono che l'Altro, il nemico, voglia la loro morte; la folle logica di questa certezza si riassume così: «Uccidere l'Altro prima che ci uccida!». E chi non la pensa così è un «traditore» in ogni campo. Ad assassinare il premier Rabin, eroe nazionale delle precedenti guerre, è stato un israeliano; e i militanti di Hamas giudicano meritevoli di morte quelli di Al Fatah. In Palestina una larvata guerra civile oppone fra loro i palestinesi. In Israele, Stato democratico, le tensioni sono meno forti, eppure Rabin è stato assassinato.

Che fare? La situazione è tanto più inestricabile perché le passioni religiose, il peso della storia - il ricordo della Shoah - rendono più difficile ogni abbozzo di soluzione. Ma la situazione non può risolversi militarmente. Guerra e violenza sono vicoli ciechi.

La superiorità militare consente a Israele vittorie parziali, ma le sconfitte palestinesi originano rabbie e attentati suicidi. Morire diventa una via d'uscita; uccidere, una soluzione! Così finisce il tempo del «politico». Ci si vuole vendicare: è la risposta immediata. Combattere fino alla morte apre le porte della Salvezza. Non potendo vivere, diventiamo martiri per andare in paradiso. Contesi fra il «presente» e l'«eternità», si abbandona la politica, che è discussione, negoziato, compromesso.

È la Tragedia! L'Europa rischia di esservi coinvolta. Le esplosioni di laggiù echeggiano nelle nostre nazioni. Le comunità religiose si riuniscono e manifestano in piazza del Duomo. Che fare? Sperare che l'Onu, l'Ue, gli Usa di Obama influiscano sui due campi per una soluzione ragionevole. Due Stati che s'accettino l'un l'altro. Utopia? Altre possibilità? La guerra regionale? L'Iran, presto potenza nucleare, schierato con Hamas a sud d'Israele e gli hezbollah libanesi a nord? E l'antisemitismo e gli attentati? Dopo Madrid e Londra, quali altre capitali? Fra crisi finanziarie ed economiche, le passioni accecano e il fuoco divampa subito.
( Traduzione di Maurizio Cabona )

di Max Gallo Il giornale

giovedì 8 gennaio 2009

Il mitico "Tenente Colombo" ha l'alzheimer

«Eccomi qui, a parlare con alcune delle persone più intelligenti del mondo e nemmeno me n’ero accorto», aveva sorriso il tenente Colombo in un episodio della leggendaria serie prodotta negli Usa a cavallo tra il 1968 e il 2003. Svampito e curioso come un bambino, per trent’anni Peter Falk ha incantato il pubblico con il suo personaggio strambo e geniale. Il suo era un personaggio vecchia maniera, che amava la musica e si fermava a osservare i fiori: l’America l’aveva amato, gli aveva regalato un Emmy e due nomine agli Oscar, era corsa ad ammirarlo sui palcoscenici di Broadway. Ma adesso, a 81 anni, quella battuta porta con sé una devastante realtà: come Ronald Reagan, come Rita Hayworth, come migliaia di altri anziani anche Peter Falk soffre di Alzheimer.

Lo scorso aprile i paparazzi l’hanno fotografato per le strade di Beverly Hills, sporco e coi capelli spettinati, che urlava bestemmie in faccia ai passanti a pochi isolati dalla sua villa. Le foto avevano fatto il giro del mondo, un rotocalco aveva scritto che ormai l’attore trascorreva le giornate a rivedere decine di episodi di Colombo nel salotto di casa e i fan avevano cominciato a disperarsi. Possibile che, stavolta, davvero non fingesse di essere confuso, anomalo, perso nei suoi pensieri? Possibile che il loro amato detective fosse veramente destinato alla demenza senile? Adesso sua figlia Catherine è decisa a sbattere la malattia del padre in prima pagina: ha accusato la seconda moglie dell’attore, Shera - sposata con Falk da più di trent’anni - di non volerlo curare, di nasconderlo agli amici e al mondo per questioni di eredità. «Papà non riesce più a vestirsi, si sbrodola, non riconosce le persone e si perde per strada - ha raccontato - e sua moglie mi impedisce di vederlo dall’estate scorsa. Devo assolutamente aiutarlo».

Il tribunale di Los Angeles ascolterà la sua richiesta a fine gennaio, ma nel frattempo le vendite dei dvd di Colombo sono salite alle stelle.

da Il Giornale


Purtroppo il Morbo di Alzheimer è una patologia in costante aumento, si annovera tra i diversi tipi di demenza le cui le cause devono ricercarsi anche nelle vasculopatie e certamente nel deterioramento del cervello umano dovuto al prolungamento della vita. Per questi malati si fa poco, vengono considerati dementi e invece dementi non sono, sono portatori fino all'ultimo istante della loro vita, di tanto affetto anche se spesso non espresso compiutamente. La loro primaria necessità è la vicinanza con le persone che li amano e che rappresentano l'unica certezza della loro vita parziale. Molto occorre fare perchè a queste persone venga garantita la propria dignità in tutti gli stadi della malattia e perchè le loro famiglie non li abbandonino al loro destino per inadeguatezza, per egoismo e per paura di un futuro difficile accanto a loro.

Segnalo l'Associazione IL CICLAMINO operante a Milano e il gruppo su FACEBOOK in sostegno dei malati di alzheimer e delle loro famiglie.

lunedì 5 gennaio 2009

Io sto con Israele e contro Hamas

Non è possibile banalizzare ciò che è accaduto a Milano durante il corteo contro la guerra in Medio Oriente, sono state bruciate delle bandiere israeliane e la reazione della politica è stata inesistente, il gesto vergognoso è stato fatto passare per quello di una italietta idiota, io non ne sono convinta e aspetto di vedere concretamente le prese di distanza di TUTTA la società civile per poter dire che sia davvero così.
Altrimenti diventa una etichetta facile per evitare di prendere posizione reale e forte su una condotta grave ed inaccettabile da parte di un settore intero del mondo politico, e allora non si può più parlare di "italietta", ma bisogna parlare di corresponsabilità morale di alcuni con un poco più di coraggio di quanto non si ebbe, ad esempio, all'epoca delle BR.
E' ovvio che la risposta a questa guerra è il dialogo.
E' anche chiaro tuttavia che deve essere un dialogo "istituzionale", io non penso come Vattimo, che Habermas sia un ottimista e, ma che la strada sia quella che traccia Habermas, anche se con questi interlocutori non ve ne sono le condizioni, come dirò più oltre.
Non condivido Vattimo quando dice "la pacificazione è diversa dalla pace, la pace è "lasciatemi in pace!" la pacificazione è anche certe volte rispondere con un ceffone a chi viene in casa a disturbarmi."
Dicevo io preferisco Habermas quando dice che "Alla civilizzazione mondiale che sta nascendo ogni singola cultura potrà portare il suo contributo solo a patto di venire rispettata nelle sue caratteristiche specifiche. La tensione dev'essere stabilizzata - non dissolta - se vogliamo che non si laceri la rete del discorso interculturale.
Ed è però qui che il discorso diviene impraticabile con Hamas.
Hamas non è disponibile ad un discorso di confronto interculturale, ma si limita a "odiare" Israele e volerlo distruggere.
Ed è a questo punto che il Vattimo del "ceffone", quello che liquida Haberams come "troppo ottimista" nei confronti dell'ONU trova uno spazio che non vorrei che trovasse.
Ed è per questo che ritengo ragionevole lo schierarsi con Israele.
E' ragionevole per il fatto che non stiamo discutendo di popolo palestinese, ma di Hamas, una organizzazione terroristica votata alla distruzione tramite il genocidio di un altro popolo.
Non è questione di scegliere, perché scelta non c'é.
Perché Hamas non può servire una causa del dialogo.
Poi fanno impressione anche a me le foto con i morti.
Io odio la violenza, mi fa profondamente orrore.
Ma se Hamas amasse il suo popolo non lo obbligherebbe a restare vicino alle postazioni militari.
E non è un tema di rapporti di forza.
Per usare una metafora semplice se uno con una panda continua a tagliarmi la strada e io guido un autoarticolato, quando ci si scontra i danni sono diseguali. E' nelle cose, uno lo sa anche prima di accendere la panda.
Il fatto è che al terrorismo non interessa. Non interessa chi muore.
Il fatto è che all'integralismo non interessa.
E' per questo che certo la soluzione è nel dialogo.
Del resto la guerra è il fallimento della politica (von Clausewitz per la verità diceva -la prosecuzione della politica con altri mezzi-, ma diceva anche che scopo della guerra è la distruzione del nemico).
Ma il dialogo deve essere possibile.
Deve essere possibile una "stabilizzazione" e non si serve la causa palestinese dando voce ad Hamas.
E il punto in fondo è questo, Hamas non è il popolo palestinese, non serve la causa della Palestina, serve la propria missione di distruzione terroristica.
Certo decidere di affermare che in un confronto qualcuno ha ragione (o se preferisci un poco più di ragione) richiede delle prese di posizione che nel nostro Paese amiamo poco.
Qui si gioca il gioco del Dodo di Alice nel paese delle meraviglie.
Alla fine devono vincere tutti.
Quelli che portano in giro la stella di David con la svastica sono "italietta"
I terroristi e gli stati sovrani in fondo sono quasi la stessa cosa.
Fissare i paletti prima di alcune decisioni, se fatto su basi concrete, non è supportare l'una o l'altra parte acriticamente. E' parte indispensabile per la costruzione di un percorso di costruzione di una pace possibile.
La condanna ferma di Hamas in questo caso è l'unica via possibile per l'avvio di una "stabilizzazione della tensione".

sabato 3 gennaio 2009

Ricordate la Baby pensioni agli statali? Ora i nodi vengono al pettine

Anche i nodi dell’Inpdap stanno arrivandoal pettine: l’ente previdenziale del pubblico impiego - appesantito oltre misura da decenni di generosissimi baby pensionamenti - è in piena emergenza finanziaria.Nel 2009 il disavanzo dell’istituto potrebbe toccare i 13 miliardi di euro, dei quali soltanto 5 coperti con le riserve interne. In pratica, il «buco» sarebbe pari a 8 miliardi di euro.

Le cifre, che sono emerse nel bilancio preventivo dell’ente guidato dal commissario Paolo Crescimbeni, sono già state comunicate al ministro di riferimento, il titolare del Welfare Maurizio Sacconi. L’anno appena incominciato si prospetta problematico per l’Inpdap: un esercito di 125mila travet del pubblico impiego è pronto a lasciare gli uffici nel corso del 2009, cifra che potrebbe salire a 160-170 mila se dovesse concretizzarsi l’aumento dell’età pensionabile per le dipendenti, a causa della sentenza della Corte di giustizia europea.

È infatti probabile, secondo le stime dello stesso ente, che molte lavoratrici lascerebbero velocemente l’impiego pubblico pur di evitare l’allungamento delle scadenze per il pensionamento. Sommando la spesa di Inpdap e Inps, a fine anno la spesa pensionistica complessiva potrebbe toccare - se, come sembra, il prodotto interno lordo sarà negativo - l’11% del Pil. Come spesso accade in simili circostanze, alle cause strutturali di debolezza si aggiunge una causa occasionale: nel caso del bilancio Inpdap 2009, ci sono le norme del decreto 112 (la manovra estiva) che incentivano l’esodo in pensione dei dipendenti pubblici prossimi al compimento dei limiti d’età, e hanno abolito il divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro.

Complessivamente, secondo le cifre emerse in un articolo del quotidiano Italia Oggi, l’Inpdap calcola di dover far fronte a circa 28mila pensionamenti pubblici aggiuntivi, non stimati in precedenza. In sostanza, quel che lo Stato risparmia in stipendi, mandando inpensioneagevolata decine di migliaia di pubblici dipendenti, potrebbe dover spendere - almeno in parte - per ripianare il buco dell’istituto previdenziale.

Fonti dell’Inpdap confermano al Giornale che la questione è seria, e si trova all’attenzione del ministro Sacconi. Le stesse fonti spiegano che, oltre al pensionamento, l’istituto si trova a dover corrispondere migliaia e migliaia di buonuscite (l’equivalente pubblico del Tfr) non previste. E, aggiungono, nonci sono nuove entrate contributive che possano far fronte alle maggiori uscite. L’ampiezza del fenomeno si conoscerà con precisione soltanto nei prossimi mesi: molti dipendenti pubblici hanno richiesto il pensionamento al31dicembre2008,moltialtri aspetteranno febbraio per godere dell’ultimo contratto del pubblico impiego, e dunque un quadro completo si avrà verso giugno. In quel momento, l’Inpdap avrà probabilmente bisogno di un’iniezione cash.

Ma la causa occasionale non deve far dimenticare che il vero peso sui bilanci dell’ente previdenziale pubblico è rappresentato dalla montagna di baby pensioni concesse generosamente ai dipendenti pubblici nel corso degli anni. Oltre il 20% degli statali (e degli altri comparti pubblici, enti locali in testa) a riposo - secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato pubblicati nel 2005 - ha meno di sessant’anni. Circa 80mila hanno meno di cinquant’anni, e sono più donne che uomini: la sentenza della Corte di giustizia europea potrebbe influire non poco su questo stato di cose.