martedì 29 aprile 2008

Roma liberata

Che grande soddisfazione la vittoria del centro destra a Roma! La nostra Italia sta cambiando, si sente finalmente aria di stabilità, di voglia di fare, di sicurezza per il futuro. Ieri i romani hanno festeggiato, perfino alcune chiese hanno suonato le campane e i tassisti con i loro claxon ci hanno dato dentro per salutare il nuovo sindaco. Per la sinistra è finita un'epoca, loro sono frastornati, non riescono a capire perchè a Roma (ma anche alle politiche) gli astenuti erano i loro, non riescono a capire quello che gli italiani, almeno la maggior parte di essi, ha capito benissimo, ossia che la pseudo cultura di sinistra non porta da nessuna parte, che la superficialità e il buonismo hanno devastato le città e che l'economia non si salva aumentando le tasse. Gli italiani questo lo hanno capito e hanno agito di conseguenza.

Riporto qui sotto l'articolo pubblicato sul Blog di Libero

La Capitale per la prima volta a destra
Berlusconi e Fini: giorno felice
La folla festeggia in piazza

Gianni Alemanno 53,6, Francesco Rutelli 46,3. Queste le percentuali di voto ottenute al ballottaggio dai due candidati sindaco.
"Con oggi - ha detto il neo sindaco Alemanno- crolla un sistema di potere e vince, invece, la città, ma queste sono cose che lascio agli analisti politici. Io sarò al lavoro da domani per Roma e per i romani. La prima azione da sindaco sarà quella di fare un provvedimento per ripristinare la sicurezza e il controllo della città". Unica nota polemica riservata all’avversario Francesco Rutelli, Alemanno la suona ringraziando il presidente di An, Gianfranco Fini e ricordando che "lui da Rutelli, nel 1993, fu sconfitto; con oggi la partita è chiusa". Alemanno ha infine voluto dedicare la vittoria di oggi a "Toni Augello, consigliere comunale che ha cominciato a costruire l’opposizione in consiglio comunale proprio dai tempi del Governo di Rutelli".
Fini: "Questa è una gioia enorme. E’ una delle pagine più belle in assoluto per il centro destra e per Alleanza Nazionale".
Berlusconi: "Sono l’uomo più felice d’Italia. Nessun Paese democratico in Europa ha nove punti di vantaggio. Ed ora Roma... E’ una vittoria bellissima, per noi tutti è una grande rivincita"
Gasparri: "Credo che per Rutelli e Veltroni questa sia la sconfitta storica che li archivia".
Piazza Venezia come nelle «Notti magiche» dell'Italia ai Mondiali. Clacson, traffico bloccato e cori «Alemanno Sindaco di Roma» come quelli cantati dai ragazzi di Azione Giovani arrivati in questo momento ai piedi del Campidoglio dove si sono sistemati intonando «Vogliamo la Garbatella». I simpatizzanti che hanno ormai riempito la piazza urlano «è il trionfo ci riprendiamo la nostra città» e cantano l'Inno d'Italia.

Il centrosinistra conferma la presidenza della provincia di Roma. Nicola Zingaretti, candidato di Pd, Sa, Idv, radicali, Ud e liste civiche, ha ottenuto al ballottaggio il 51,5% dei voti. A Vicenza, invece, vince il centrosinistra appoggiato dai no-Dal Molin: Variati (Pd) ottiene il 50,4%, Sartori (Pdl) si ferma al 49,5%.

Guarda il video di Vittorio Feltri www.libero-news.it

lunedì 28 aprile 2008

Noi "casta" dei giornalisti

Beppe Grillo ne ha fatte tante, ma questa proprio non gliela possiamo perdonare: ci costringe a scrivere in difesa della categoria dei giornalisti, della quale ben conosciamo i difetti e anche le miserie.
A pensarci bene già l’uso del termine «categoria» è improprio. Le «categorie» non esistono. Esistono gli individui, ciascuno con i propri vizi e le proprie virtù. «Categoria» è un termine appunto da Beppe Grillo, cioè da tribuno moralista che, avendo per missione il fomentare l’odio, ha bisogno di offrire ai fomentati un bersaglio certo. Ecco quindi prima il V-day contro i politici, e poi contro i giornalisti, l’altra presunta casta.
Intendiamoci. Grillo, nei suoi comizi sempre più poveri di vis comica e sempre più fegatosi e violenti, dice anche alcune (perfino molte) cose vere. Nelle sue requisitorie contro questo o quel centro di potere, mette spesso il dito in piaghe che sono davvero aperte e purulente. Ma questo non deve stupire. È una vecchia tecnica che prima di Grillo hanno sperimentato ben altri arruffapopolo: le verità contenute nei vari j’accuse sono necessarie per convincere chi ascolta dell’attendibilità di chi parla, e quindi per nascondere la menzogna complessiva.
La quale menzogna complessiva è appunto quella di dividere l’umanità in «categorie», nel generalizzare, nel compilare tabelle di buoni e cattivi. Per stare allo specifico, cioè a noi giornalisti, non c’è alcun dubbio che tra noi non manchino i «servi» (per usare il vocabolario grillesco) che fanno carriera con il bacio della pantofola; è vero anche che spesso siamo di parte, anzi faziosi. Ma la guerra santa di Grillo contro «la categoria dei giornalisti» è una colossale presa in giro. Primo, perché propone un referendum (sull’abolizione dell’Ordine) che non è fattibile; secondo, perché se non ci fosse un Ordine dei giornalisti saremmo tutti ancora più «dipendenti» da quegli editori che Grillo dipinge come i nostri burattinai; e terzo - cosa più importante - perché dell’Italia tutto si può dire tranne che non ci sia libertà di pubblicare giornali che spazino dall’estrema destra all’estrema sinistra.
Anche Grillo, per dire, ha un suo giornale. Eccome se ce l’ha.
Ma a pensarci bene è proprio questo - di Grillo come di tutti i moralisti - ciò che fa più orrore: il sostenere che se le cose non vanno la colpa è solo degli altri, illudendo se stessi (e i seguaci) di essere i migliori, i senza peccato.
da Il Giornale

venerdì 25 aprile 2008

LO “SCANDALO” DEL CORPO DI PADRE PIO…

Qua sotto vi dico cosa penso dell’esposizione del corpo di Padre Pio che tante polemiche ha suscitato. Ma prima vi lascio una perla del Padre: “Lo Spirito di Dio è spirito di pace… Egli ci fa sentire un dolore tranquillo, umile e fiducioso dovuto precisamente alla Sua Misericordia… Invece lo spirito del Male esaspera… e ci fa provare una specie di ira contro di noi: mentre proprio nei nostri confronti dovremmo esercitare la carità più grande”

C’è un “Claudio Magris” dentro ognuno di noi. Avverto anche io, istintivamente, la repulsione per la riesumazione del corpo di padre Pio e per la sua esposizione alla venerazione dei fedeli (dal 24 aprile) che stanno per arrivare a milioni a S. Giovanni Rotondo. La cosa ha indotto lo scrittore triestino a protestare sul Corriere della sera. Perché noi, come lui, siamo naturalmente “spiritualisti”, mentre il cristianesimo è scandalosamente “materialista”. Anzi, come hanno detto Giorgio la Pira e Romano Guardini, “i cristiani sono gli unici, veri materialisti”.

La nostra mentalità naturale – oggi dominante – è quella degli antichi gnostici: lo schifo della corporeità. Il terrore e la disperazione della morte. Abbiamo allestito una colossale macchina sociale per esorcizzare il corpo e i suoi processi biologici, perché mostrano il suo continuo disfacimento. Abbiamo orrore di tutti i segni della decadenza fisica, ci repellono gli umori e gli odori del corpo, l’imbiancarsi dei capelli, la loro caduta o le rughe perché questo inesorabile decadere della carne prefigura la morte. Il lento putrefarsi del corpo ha bisogno di continui lavori di restauro e manutenzione.

Non a caso il fatturato dell’industria cosmetica è in costante crescita. Un vero boom. L’uso di deodoranti, creme e altre diavolerie serve proprio a costruirci un corpo virtuale come quello che andiamo a modellarci con la “plastica” (facciale o meno) o in palestra o su “Second Life”.

Ciò che chiamiamo bello è in realtà una “immagine” che nasconde, perché è costruita per fermare l’istante ed esorcizzare la natura materiale delle cose che consuma e disfa. L’arte è nata così, anticamente, in Egitto e in Grecia. Oggi basta considerare il “culto della bellezza femminile” a cui si dedica una colossale industria mediatica maschile con cui – come scrive Camille Paglia – “l’uomo si è sforzato di fissare e stabilizzare il pauroso divenire naturale… La bellezza arresta e raggela il flusso turbolento della natura” perché ferma (almeno in apparenza, come immagine) lo sfacelo della materia.

Nella nostra epoca cancelliamo tutto ciò che ci ricorda la decadenza fisica e la malattia. “La vita moderna, con i suoi ospedali e i suoi articoli igienici”, scrive la Paglia “tiene a distanza e sterilizza questi primordiali misteri proprio come ha fatto con la morte, un tempo pietosa incombenza domestica”.

Un tempo, cioè quando si era cristiani. Il cristianesimo infatti è entrato in questa nostra mentalità naturale come un ciclone. La Chiesa ha letteralmente inventato gli ospedali e li ha costruiti al centro delle città, spesso davanti alle cattedrali, non ai margini dell’abitato come si usa fare oggi. Il malato che era schifato e abbandonato nell’antichità greca e romana, è diventato in tempi cristiani venerato “come Gesù crocifisso”, accudito, curato, amato pietosamente fin nelle sue piaghe che naturalmente ci repellono. Citavamo all’inizio La Pira e Guardini: in effetti “sono i cristiani i veri materialisti”. Non potrebbe essere altrimenti, perché sono gli unici a poter abbracciare tutta la realtà, anche la sua dolente carnalità, senza l’angoscia e la malinconia del disfacimento fisico e della morte.

Perché il cristianesimo è la notizia di Dio che “si è fatto carne”, uomo come noi. L’uomo-Dio si è piegato teneramente su tutte le ferite umane e le ha guarite, ha preso su di sé, sulla sua stessa carne, tutta la violenza e la sofferenza del mondo, facendosi macellare e morendo. Infine è risorto nella carne, mostrando, facendo toccare con mano il suo stesso corpo divinizzato come è destinato a diventare il nostro.

Ha rivelato agli esseri umani: “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati”. E così ha confessato il folle amore che l’Onnipotente ha per ogni sua creatura. La nostra mentalità pagana ha orrore del corpo, invece Dio lo ama, tanto più quando è ferito, sofferente e debole. Se Dio ha contato perfino i nostri capelli è perché ci guarda come un innamorato. Che vuole sottrarci alla morte.

Nessun amante di questo mondo ha mai potuto promettere alla sua amata che niente di lei, neanche un capello, sarebbe mai perito. Così invece ha fatto l’Uomo-Dio. E dunque, attraverso Gesù, tutto ci sarà restituito (per sempre) di noi e delle persone che amiamo. Dante, nella Divina Commedia, ha questa intuizione geniale: che le anime sono felicissime in Paradiso e non mancano di nulla, ma hanno “il disìo d’i corpi morti/ forse non pur per lor, ma per le mamme,/ per li padri e per li altri che fuor cari” (Par XIV, 63-65). E’ l’idea che la felicità sarà perfetta e totale in Paradiso non tanto per la resurrezione dei propri corpi, ma per la resurrezione delle persone che amammo. Ci sarà restituito tutto, perfino il loro sorriso perduto e il loro sguardo.

E trasfigurati in una eterna giovinezza come quella che è evidente in Maria quando appare ai veggenti (da Lourdes a Medjugorje) che, fra l’altro, la descrivono bellissima. La Madonna è infatti la prima dopo Gesù ad essere entrata nella gloria col suo stesso corpo. Il dogma dell’Assunzione ha questo significato: che tutto il nostro corpo è sacro. Ed è destinato all’eternità. Alla divinizzazione. I “gesti” con cui Gesù ci abbraccia, ci sostiene e ci trasfigura sulla terra – cioè i sacramenti – sono tutti legati a segni fisici. Trasformano anche il corpo. Niente come il cristianesimo esalta l’uomo, fin nella sua povera corporeità.

Con l’Eucaristia, fatta per struggersi in un cuore umano, entra nel cristiano la stessa Trinità: “per questo divino e ineffabile contatto”, dice il teologo, “l’anima e anche il corpo del cristiano diventano più sacri della pisside e delle stesse specie sacramentali” (Royo Marin).

Per questo non stupisce che la Chiesa, nella liturgia funebre, incensi il corpo dell’uomo che appartiene al corpo stesso di Cristo. E non stupisce che il corpo dei santi sia particolarmente venerato. Infatti in molti casi Dio si degna di fare miracoli proprio attraverso le reliquie dei santi. Padre Pio oltretutto portò nel suo stesso corpo i segni prodigiosi della crocifissione di Gesù, e per 50 anni, contro ogni legge naturale e biologica. La sua carne e il suo sangue emanavano il profumo di Cristo.

Così il corpo dei santi trasforma tutta la terra in altare e prepara la festa della resurrezione finale. Ricordate Alioscia Karamazov ? Rifiutando il padre biologico, descritto da Dostoevskij come fisicamente e moralmente brutto, il giovane scelse un padre spirituale dentro la vita monastica: lo starec Zosima. Ma fu sconvolgente per lui, alla morte del monaco, percepire, dopo poche ore, i segni della sua decomposizione fisica. Finché comprese, nel pianto, che quella era l’ultima lezione che gli dava lo starec. Capì che il corpo dei cristiani è il seme della prossima resurrezione e, disteso, abbracciò amorosamente la terra. Che “geme per le doglie del parto”. Finché vedremo la bellezza di “cieli nuovi e terra nuova” dove la giustizia ha stabile dimora e non c’è più il pianto.

E’ l’unica giustizia possibile. Il filosofo della Scuola di Francoforte, Theodor Adorno, pur marxista, osservò che una vera giustizia richiederebbe un mondo “in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma anche fosse revocato ciò che è irrevo cabilmente passato”. Concluse che dunque ci vorrebbe “la resurrezione della carne”.

E’ precisamente questa giustizia che la Chiesa annuncia, anche con la venerazione del corpo dei santi. Annuncia la risurrezione. Duemila anni fa gli intellettuali di Atene – dopo aver ascoltato con interesse Paolo – si misero di colpo a irriderlo appena annunciò la risurrezione dei morti. Come se fosse un ciarlatano o un matto. Il cristianesimo è questa rivoluzione (la sola!), una “notizia da pazzi”, non una minestrina di regole di buona educazione e di buoni sentimenti. Infatti si parlò di follia ieri sull’Areopago come oggi sulle colonne del Corriere della sera.

Antonio Socci

Da Libero

giovedì 24 aprile 2008

25 APRILE - UNA LEZIONE DAGLI AMICI DI ISRAELE

25 APRILE. DAVIDE ROMANO, SEGRETARIO AMICI DI ISRAELE: "CI SAREMO ANCHE QUEST'ANNO DIETRO ALLE INSEGNE DELLA BRIGATA EBRAICA. E INSIEME A NOI ANCHE L’ON. FIAMMA NIRENSTEIN DEL PDL E DOUNIA ETTAIB ( DONNE ARABE D’ITALIA). TUTTI SOTTO SCORTA, PROPRIO IL 25 APRILE"

Lo dichiara Davide Romano, segretario dell'associazione Amici Di Israele, che ogni anno partecipa al corteo del 25 aprile portando lo striscione della Brigata Ebraica


Anche quest'anno parteciperemo con orgoglio al corteo del 25 aprile. Sfileremo dietro allo striscione della Brigata Ebraica, il gruppo di 5000 sionisti che - inquadrati nell'esercito britannico - si offrirono volontari per combattere contro i nazi-fascisti. Per prendere parte al corteo della Liberazione insieme agli altri anche quest’anno - “grazie” agli autonomi - dovremo affidarci alla protezione delle forze dell’ordine cui va la nostra gratitudine.
Domani avremo l'onore di avere al nostro fianco delle donne coraggiose, che purtroppo sono sotto scorta non solo il 25 aprile, ma tutto l’anno.
Da un lato la giornalista - ora parlamentare del PDL - Fiamma Nirenstein. Una presenza simbolicamente importante soprattutto dal punto di vista politico. Perché il 25 aprile sia finalmente una festa di tutti, senza preclusioni per alcuno dei partiti politici, a parte quelli fascisti. Siamo certi che con la presenza della Brigata Ebraica, e di una coraggiosa esponente antifascista del PDL come Fiamma Nirenstein, il corteo del 25 aprile saprà meglio rappresentare quello che è stata la Liberazione: una storia di tanti (soldati Alleati appartenenti a di più di 30 nazioni, e partigiani italiani di tutti i colori politici), uniti nella lotta per la libertà dal nazi-fascismo. Ed è proprio nello spirito del recupero di quella pluralità e fratellanza dei combattenti contro il totalitarismo, che assieme a noi marcerà anche Dounia Ettaib (leader del DARI, Donne ARabe d’Italia). Anche lei, come Fiamma Nirenstein, costretta a vivere sotto scorta a causa delle continue minacce subite dai fanatici islamici.
Non possiamo quindi che ringraziare queste moderne “partigiane” della libertà di pensiero: per aver scelto di marciare con noi e per non aver ceduto al ricatto della paura nel giorno della Liberazione.

mercoledì 23 aprile 2008

Uno stipendio alle mamme?

Noi mariti e padri di famiglia ce ne rendiamo conto quando la signora, per qualche motivo, si assenta. Al momento del passaggio delle consegne ostentiamo sicurezza: ci penso io, non c’è bisogno di prendere appunti, ho tutto qui, diciamo appoggiando un dito a una tempia: il pane e il latte, il figlio x è da andare a prendere alle 12,40, il figlio y invece esce a metà pomeriggio e devo portarlo alla festa della sua compagna che compie gli anni, poi c’è la piscina mentre l’altro è a pallavolo, far fare i compiti, la lavastoviglie parte con due scatti a sinistra. È al ritorno della moglie che prendiamo atto della Caporetto: i letti non fatti, la spazzatura ancora da vuotare, i bambini si sono scannati fino a dieci minuti fa e noi siamo in uno stato pre-comatoso, meno male che domani si va a lavorare.
Basterebbe avere in mente tutto questo per approvare all’unanimità la proposta che un gruppo di studio vicino al partito conservatore inglese ha lanciato in questi giorni: dare uno stipendio alle mamme. Negli anni Settanta, alla prima alzata di scudi contro i mariti, le casalinghe presentarono una piattaforma in linea con la Triplice dei tempi d’oro. Abbiamo diritto ad almeno quattro stipendi, reclamavano: uno come baby sitter, uno come cuoca, uno come donna delle pulizie, uno come amministratrice. In Inghilterra ne propongono uno, pagato dallo Stato, e sarebbe già un eccellente passo avanti.
Lasciamo perdere il discorso su che cosa sia meglio per una donna, se fare la mamma o andare a lavorare. Perderemmo del tempo perché la proposta inglese riguarda solo le donne che - potendo scegliere - resterebbero a casa. Sono, tra l’altro, la maggioranza, come dimostra il sondaggio commissionato per l’occasione. E dunque. Il mestiere della mamma è duro, ed è anche un servizio alla società, perfino una fonte di risparmio per la collettività: meno asili, meno scuola al pomeriggio e così via. Perché non si dovrebbero sostenere le mamme?
Da parte nostra abbiamo qualche perplessità sulla formula inglese, cioè sullo stipendio di Stato. Ci pare che per aiutare le famiglie, per fare in modo che più donne possano permettersi (se vogliono) di restare a casa, ci sia una strada più immediata e più semplice: cambiare il sistema fiscale, a parità di reddito chi ha figli da mantenere deve pagare meno di chi non ne ha. È questa, tra l’altro, la proposta contenuta nella petizione organizzata dal Forum delle associazioni familiari. Ci sembra intelligente e più che equa: la giriamo a chi presto governerà e (si spera) riconoscerà finalmente il ruolo che la famiglia svolge in questo, come in ogni, Paese
da IL GIORNALE - M. Brambilla

martedì 22 aprile 2008

Una festa nazionale che non sia di sinistra o di destra

Ci avviciniamo al 25 Aprile e immagino che le piazze saranno riempite da cortei politicizzati che già invocano, a quindici giorni dalle elezioni che hanno decretato la vittoria del centro destra, la tutela dei valori della costituzione. Non mi risulta che nessuno abbia in mente di non rispettare la costituzione, ma l'equazione centro destra al governo=pericolo fascismo non muore mai, soprattutto ora che il comunismo è stato spazzato via dal Parlamento.
Vorrei che il 25 aprile non fosse la madre di tutte le rivendicazioni della sinistra, perchè di partigiani ce ne sono stati anche di altro colore, per esempio tra i cattolici democratici. Vorrei che si mettesse fine all'idolatria del partigiano perchè abbiamo saputo da Pansa che anche tra di loro si annidavano persone di ben pochi scrupoli.
L'Italia ha la necessità di non voltarsi più indietro, ha bisogno di una festa nazionale che sia la festa degli italiani, come il 14 luglio in USA, un giorno di festa in cui tutti possano riconoscersi per la loro appartenenza ad un popolo non ad una fazione politica.
Mio padre è stato deportato a Mauthausen perchè militanti del PCI di allora lo avevano coinvolto nello sciopero del 1944 all'Alfa Romeo, a 23 anni ci si lascia coinvolgere....gli stessi militanti hanno poi fatto il suo nome alla Muti per salvarsi la pelle e lui è finito in un lager. Questo è solo un esempio che la dice lunga su quello che accadde in quegli anni e che mi tocca da vicino. Non voglio polemizzare ma a me le bandiere rosse un po' di fastidio lo danno. Io non festeggerò il 25 aprile.

lunedì 21 aprile 2008

Per garantire la sicurezza occorre Tolleranza Zero

Lo aveva fatto Giuliani a New York e la criminalità in città era scesa vertiginosamente, quello era un modello di governo da esportare, ma all'ora solo sentire parlare di tolleranza zero scandalizzava la sinistra, sempre pronta a tendere una mano all'immigrazione per aumentare il proprio bacino di voti. Il buonismo di questi due anni, iniziato con lo stop alla legge Bossi-Fini sull'immigrazione e l'apertura delle frontiere verso la Romania, ci ha ridotto a non essere più sicuri in casa nostra e nelle nostre città.
In questi giorni il Centro Destra che si appresta a governare ha proposto la tolleranza zero in 4 punti che consentiranno di riprendere in mano il controllo del Paese, in sintesi sono questi:
A - controllo del territorio e dunque potenziamento dei mezzi e degli organici delle forze dell'ordine
B - certezza delle pene per chi delinque, che non è lo pseudogarantismo che aleggiava nell’esecutivo di centrosinistra che finiva per favorire più i criminali che le loro vittime.
C - incrementare la lotta alla droga perché chi la assume perde ogni remora morale ed è pronto ad uccidere anche per 50 euro.
D - procedere nella bonifica di città e quartieri da sbandati e immigrati clandestini giunti qui non per lavorare onestamente ma per delinquere».

Questa della sicurezza è ed è avvertita da tutti noi come una vera emergenza nazionale e quindi si trovino i denari per giungere appunto alla famosa e benemerita Tolleranza Zero di matrice Newyorkese.

domenica 20 aprile 2008

ANED:il mio libro sul sito

Mi ha fatto veramente piacere che l’ANED abbia apprezzato il mio lavoro e quindi abbia inserito la notizia dell’uscita del mio libro sul suo sito nel settore delle novità editoriali. In questo modo aumenteremo le vendite e i proventi saranno tutti per la loro associazione.

Dal sito dell’ANED:

La storia di Ferdinando Valletti, deportato a Mauthausen

Manuela Valletti Ghezzi
Deportato I 57633
Voglia di non morire
Editore Boopen, 2008

La storia di Ferdinando Valletti, tecnico dell’Alfa Romeo, deportato a Mauthausen e Gusen, scritta dalla figlia. Il libro, fresco di stampa in versione italiana (arriverà presto anche l’edizione inglese), è acquistabile online:

http://www.boopen.it/acquista/DettaglioOpera.aspx?param=6252

Il ricavato della sua vendita, per decisione dell’autrice, è destinato alla sezione milanese dell’ANED.

Comunismo:la morte di un'idea

Anche se Bertinotti si distingue per intelligenza e simpatia e su questa morte del comunismo ci ha messo la faccia, ieri sera da Vespa mi è parso veramente rétro quando cercava di spiegare questa sconfitta. Rétro e anche un po’ patetico così come erano stati via via, lungo tutto il pomeriggio, i Giordano e i Russo Spena, i Cento e i Turigliatto. Tutti lì a invocare cause contingenti: siamo partiti tardi nella costruzione del soggetto unico, ha detto Bertinotti, e poi Veltroni ci ha segato le gambe con i suoi ripetuti appelli al voto utile.La risposta è semplice: è che al mondo di oggi, e perfino alla sinistra di oggi, chi si richiama ancora al comunismo non ha più nulla da dire, non ha più alcun contributo utile da dare. Così come è fuori dal tempo e dalla storia un ambientalismo estremista che si distingue solo per il suo ostinato e pregiudiziale dir di no a qualsivoglia progresso. Non è stato Berlusconi, e non è stato neanche Veltroni a far sparire la falce e martello da Camera e Senato. È che ieri è suonata finalmente, anche in Italia, la campana della storia per un’ideologia che era già obsoleta e impresentabile quando Bertinotti, Cossutta, Diliberto e altri irriducibili si erano rifiutati di accettare la svolta del Pci, che il termine «comunista» lo aveva fatto sparire dal nome.
Il comunismo è nato con il nobile proposito di dare a ciascuno secondo il suo bisogno, e nell’Ottocento della Rivoluzione industriale prese le difese di chi in quel grande ma spietato processo di modernizzazione veniva usato come carne da macello. Ma la storia, la realtà, la prassi hanno poi mostrato che il comunismo - per usare le parole di Giovanni Paolo II - s’è rivelato una medicina peggiore del male che intendeva curare. Ovunque è salito al potere ha prodotto non solo repressione e terrore, lager e morti; ma anche un indicibile grigiore, un terrificante squallore intellettuale e morale. Il sistema politico che doveva dar vita all’«uomo nuovo» s’è dissolto lasciando dietro sé solo guerre, torture, disperazione, miseria. Non un’opera d’arte, non un poeta, non una scoperta scientifica degna di rilievo ci è stata consegnata da quel mondo.
I comunisti italiani e in genere occidentali si sono autoassolti attribuendo il fallimento a coloro che avrebbero, a loro dire, tradito l’idea. Ma con il trascorrere degli anni s’è visto che non v’era Paese in cui il comunismo non si trasformasse in tragedia: l’Urss, ma poi anche la Cina, il Vietnam, la Cambogia, Cuba. Ad uno ad uno, tutti i miti sono caduti. Perché il difetto non stava nell’errata applicazione dell’idea, ma nell’idea.
Lo stesso Bertinotti deve aver preso atto, qualche giorno fa, della non riproponibilità di un simile sistema di governo. È stato quando ha detto che il comunismo sopravviverà solo «come tendenza culturale». Ieri, da uomo d’onore, s’è dimesso. Ma lo sconfitto non è lui: è un’idea che non ha più nulla da dire all’uomo del terzo millennio

L'Italia si è rialzata: Berlusconi Premier

Ieri è stata una giornata convulsa, alle 13 SKY diffondeva dei sondaggi che davano una vittoria di misura al PdL , ma la cosa non mi quadrava per nulla. Alle 17 invece le proiezioni di voto riportavano la vittoria di Berlusconi nelle sue giuste proporzioni: ben 9 punti di distacco dall’antagonista Pd. Un segnale di cambiamento netto da parte degli italiani che auspicavo e il cambiamento non è stato solo questo, anche se questo è certo il più importante. I comunisti sono scomparsi dal Parlamento e sono fuori anche i Socialisti. Sono rammaricata solo per Bertinotti, del quale, pur non condividendo alcuna delle sue idee, apprezzo la corretteza, ma se penso al nuovo Parlamento con soli 3 partiti mi si apre il cuore. Le condizioni per cambiare musica ci sono tutte, la maggioranza del Pdl è consistente sia alla Camera che al Senato, il partito è perfettamente in sintonia con i bisogni della gente, non rimane altro da fare che cominciare a lavorare e se conosco bene Berlusconi, avrà già in tasca la lista dei Ministri e sarà pronto a muoversi. Sono molto soddisfatta di come sono andate le cose, auguro al Presidente del Consiglio, al suo schieramento e a tutto il Parlamento un sincero “BUON LAVORO” , l’Italia ne ha bisogno.

Esposizione anni 50

Ci furono aziende automobilistiche che, nel primo Dopoguerra, preferirono costruire cucine piuttosto che macchine. Lo fece, per un breve periodo, anche l’Alfa Romeo e oggi le sue cucine economiche anni Quaranta sono pezzi praticamente introvabili sul mercato del modernariato. In quegli anni la radio che svettava in tinello era l’elettrodomestico più ambito di casa e quando fu soppiantata dalla televisione la Phonola ne costruì un modello che chiamò - non a caso - «Marziano». Vennero poi le lavatrici, i motorini, la macchina. Oggetti nuovi che si presentavano agli italiani con vezzeggiativi assurti a simbolo della felice stagione creativa degli anni Cinquanta: la lavatrice Candy, la Giulietta dell’Alfa Romeo, la Bianchina dell’Autobianchi, la mitica Lambretta. La mostra «Dopoguerra a Milano. La ripresa della creatività» porta nelle sale di Villa Visconti Borromeo Litta tutto questo e altro ancora (a Lainate, fino all’11 maggio, ingresso libero, tel. 02/93598266).
In una esposizione già presentata con successo a Lione e curata da esperti come Silvana Annichiarico, direttrice del Museo del Design alla Triennale, la mostra permette al visitatore di compiere un balzo indietro nel tempo. «In un periodo non tanto lontano ma passato quanto basta per essere dimenticato - afferma Cristina Renzo, ideatrice del progetto -. Abbiamo dato spazio allo spirito creativo che negli anni successivi alla guerra si respirava nei laboratori milanesi, vera fucina di idee per le grandi industrie: sono esposti motorini, auto, biciclette, ma anche oggetti di arredamento e di design oltre a dipinti che fotografano la Milano degli anni Cinquanta come quelli di Renato Guttuso. Sono stati la volontà di ripresa e l’entusiasmo dopo la sofferenza a generare un fermento creativo che coniugava l’utile al bello». Il pensiero corre alla Giulietta, ora in mostra nelle sale affrescate di Villa Litta mentre nell’ala del palazzo riservata alle scuderie e fresca di restauro sono ospitate le altre sezioni della mostra che si è avvalsa di prestiti dalla Triennale di Milano, dal Museo della Radio di Verona e da collezionisti privati.
L’omaggio agli anni Cinquanta (quelli sì, davvero formidabili) si chiude con i paraventi laccati di Pietro Fornasetti, le creazioni di Franco Albini e quelle di Erberto Carboni dimostrando come a Milano la spinta propulsiva dell’industria fece nascere, dalle ceneri della guerra, ciò che negli anni a venire tutti chiameranno made in Italy.

Mio padre mi direbbe....

Il mio Paese è nel caos, non riesco più a trovare qualche cosa di normale. La campagna elettorale entra nella sua ultima settimana e abbiamo anche corso il rischio che il voto venisse rinviato, non se ne può più di sentire i politici che dicono tutti le stesse cose, ognuno di noi sa perfettamente a chi credere e voterà di conseguenza, anche se credere a qualcuno o in qualche cosa ai giorni nostri è una parola grossa. La speranza c’è, la speranza che l’Italia torni ad essere una nazione normale deve esserci, altrimenti andiamocene da qui, ci sono molti altri luoghi dove si può vivere sentendosi cittadini e non sudditi, dove la politica è un po’ meno casta e dove ai giovani è consentito studiare, lavorare e farsi una famiglia senza difficoltà insormontabili. Mio padre se ne è andato lo scorso anno e proprio oggi avrebbe compiuto 87 anni, era un inguaribile ottimista ma lo era perchè era stato abituato a lottare per raggiungere il suo fine e non smetteva di lottare fino a che non lo aveva raggiunto. Alle precedenti elezioni, quelle del 2006, non aveva potuto votare, non era in grado di farlo. Per non umiliarlo avevamo fatto passare sotto silenzio il problema elezioni. Se oggi fosse qui, davanti a questo sfascio mi direbbe di non mollare, di andare a votare, di non lasciare ad altri decisioni che ogni cittadino deve prendere perchè da questo voto dipende il futuro dell’Italia. Andrò a votare, in famiglia lo faremo tutti. Spero che lo facciano anche i miei concittadini.

Ha vinto Milano

La città italiana ha battuto Smirne: 86 a 65.

PARIGI - Milano ha ottenuto la designazione a ospitare l’edizione 2015 dell’Expo mondiale con 86 voti, contro i 65 andati a Smirne. La prima votazione non era stata valida: numerosi delegati hanno avuto difficoltà con la pulsantiera. Alla seconda votazione hanno risposto all’appello 151 delegati. Nel caos seguito alla prima votazione i giornalisti turchi hanno esultato in seguito alla notizia non confermata della vittoria di Smirne.

L’Expo a Milano sarà una fortuna per tutta l’Italia

Vinceremo l’Expo 2015? Sperèm. Dovrebbero dirlo nei rispettivi dialetti e magari in latino tutti i famosi cento campanili della Penisola isole comprese. C’entriamo tutti quanti. I 154 Stati voteranno lunedì sera a Parigi decidendo tra Milano e Smirne. Vale più di un’Olimpia e di un Mondiale di calcio. C’è di mezzo qualcosa assai più prezioso di un prestigio di tolla: ci giochiamo noi stessi, fatturato e qualità della vita, e qualcosa di impalpabile e decisivo che è la tensione di crescere. Credere nel futuro. Sarebbe l’occasione storica per manifestare la voglia di rialzarsi, di non rassegnarsi alla mediocrità, al sentimento di decadenza che attraversa un’Europa fiacca. Ed invece provare a diventare nuovi fiammanti, noi e Milano, lucidando le insegne, trasformando le strade come pavimenti di casa che quasi si metterebbe la cera; anche dando nerbo al desiderio di gustare le cose della vita, il mettere mondo figli, tirar su case, chiese e stadi e monumenti: e di lavorare. Speriamo dunque che questa opportunità ci sia data e aspettiamo lunedì prossimo e poi, se andrà bene, tutti in piazza a festeggiare.

Il coraggio di una scelta

Le vacanze di Pasqua hanno distolto l’attenzione di molti da ciò che è accaduto in S.Pietro durante la Veglia Pasquale: Magdi Allam, prestigiosa firma del giornalismo italiano e di credo mussulmano, ha ricevuto il Battesimo dalle mani di Benedetto XVI, ed ha quindi abbracciato la religione cattolica. Chi seguiva l’evento in televisione ha così assistito in diretta anche al compiersi della straordinaria e coraggiosa scelta di un uomo, una persona di grande spessore civile e morale. Ho poi soputo che da quasi cinque anni Magdi Cristiano Allam aveva intrapreso un cammino di ricerca della verità che passasse dal rispetto della libertà dell’uomo e della vita, il fatto quindi che sia approdato al Cristianesimo non è stato casuale e merita grande rispetto. Vorrei anche sottolineare che questo giornalista coraggioso viveva blindato da molti anni perchè minacciato di morte da chi, fino a pochi giorni or sono, condivideva con lui il credo mussulmano. Indubbiamente questo deve far riflettere e deve porre l’accento sul fatto che la scelta che ha compiuto ora metterà ancora più a repentaglio la sua vita.

Deportato I 57633 voglia di non morire

Non è facile scrivere un libro sulla deportazione nei lager nazisti, non lo è soprattutto quando la persona di cui devi raccontare le sofferenze è tuo padre. Ho passato giorni interi a documentarmi sulla rete e sui molti libri che trattano di questo argomento per fare in modo che il racconto che il mio papà mi aveva fatto tante volte e che tante volte avevo scritto per lui, avesse fondamenti storici certi. Sorprendentemente ho trovato date, foto, liste di deportati che includevano il suo nome e sono riuscita a riscrivere con dovizia di particolari tutto quanto gli era accaduto a partire dalla sua cattura, avvenuta nel marzo del 1944 a Milano, al suo arrivo e alla sua permanenza a Mauthausen e Gusen, fino al suo ritorno a casa, nell’agosto del 1945. Mi sono lasciata spesso travolgere dalla commozione, dal dolore e dall’indignazione per la ferocia dei suoi carnefici, ma alla fine ce l’ho fatta. Il libro è stato pubblicato questa mattina e i proventi della sua vendita saranno devoluti interamente all’Associazione Nazionale Deportati.

Il libro è corredato da foto dell’epoca, molte delle quali inedite e di sicuro interesse storico e si prefrigge di ricordare la figura di mio padre, Ferdinando Valletti, e di dar seguito al suo impegno verso gli studenti per far loro conoscere le atrocità del nazismo.

Chi volesse comperare la versione italiana on line clicchi qui

Nascita e morte, la vita è sempre da tutelare

ACCANTO AL MALATO INGUARIBILE E AL MORENTE: ORIENTAMENTI ETICI ED OPERATIVI“
25.02.2008

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

con viva gioia porgo il mio saluto a voi tutti che partecipate al Congresso indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi“. Il Congresso si svolge in connessione con la XIV Assemblea Generale dell’Accademia, i cui membri sono pure presenti a questa Udienza. Ringrazio anzitutto il Presidente Mons. Sgreccia per le sue cortesi parole di saluto; con lui ringrazio la Presidenza tutta, il Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia, tutti i collaboratori e i membri ordinari, onorari e corrispondenti. Un saluto cordiale e riconoscente voglio poi rivolgere ai relatori di questo importante Congresso, così come a tutti i partecipanti provenienti da diversi Paesi del mondo. Carissimi, il vostro generoso impegno e la vostra testimonianza sono veramente meritevoli di encomio.

Già semplicemente considerando i titoli delle relazioni congressuali, si può percepire il vasto panorama delle vostre riflessioni e l’interesse che esse rivestono per il tempo presente, in special modo nel mondo secolarizzato di oggi. Voi cercate di dare risposte ai tanti problemi posti ogni giorno dall’incessante progresso delle scienze mediche, le cui attività risultano sempre più sostenute da strumenti tecnologici di elevato livello. Di fronte a tutto questo, emerge l’urgente sfida per tutti, e in special modo per la Chiesa, vivificata dal Signore risorto, di portare nel vasto orizzonte della vita umana lo splendore della verità rivelata e il sostegno della speranza.

Quando si spegne una vita in età avanzata, o invece all’alba dell’esistenza terrena, o nel pieno fiorire dell’età per cause impreviste, non si deve vedere in ciò soltanto un fatto biologico che si esaurisce, o una biografia che si chiude, bensì una nuova nascita e un’esistenza rinnovata, offerta dal Risorto a chi non si è volutamente opposto al suo Amore. Con la morte si conclude l’esperienza terrena, ma attraverso la morte si apre anche, per ciascuno di noi, al di là del tempo, la vita piena e definitiva. Il Signore della vita è presente accanto al malato come Colui che vive e dona la vita, Colui che ha detto: “Sono venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza” (Gv 10,10), “Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore vivrà, (Gv 10,25) e “Io lo resusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). In quel momento solenne e sacro, tutti gli sforzi compiuti nella speranza cristiana per migliorare noi stessi e il mondo che ci è affidato, purificati dalla Grazia, trovano il loro senso e si impreziosiscono grazie all’amore di Dio Creatore e Padre. Quando, al momento della morte, la relazione con Dio si realizza pienamente nell’incontro con “Colui che non muore, che è la vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita; allora viviamo” (Benedetto XVI, Spe salvi, 27). Per la comunità dei credenti, questo incontro del morente con la Sorgente della Vita e dell’Amore rappresenta un dono che ha valore per tutti, che arricchisce la comunione di tutti i fedeli. Come tale, esso deve raccogliere l’attenzione e la partecipazione della comunità, non soltanto della famiglia dei parenti stretti, ma, nei limiti e nelle forme possibili, di tutta la comunità che è stata legata alla persona che muore. Nessun credente dovrebbe morire nella solitudine e nell’abbandono. Madre Teresa di Calcutta aveva una particolare premura di raccogliere i poveri e i derelitti, perché almeno nel momento della morte potessero sperimentare, nell’abbraccio delle sorelle e dei fratelli, il calore del Padre.

Ma non è soltanto la comunità cristiana che, per i suoi particolari vincoli di comunione soprannaturale, è impegnata ad accompagnare e celebrare nei suoi membri il mistero del dolore e della morte e l’alba della nuova vita. In realtà, tutta la società mediante le sue istituzioni sanitarie e civili è chiamata a rispettare la vita e la dignità del malato grave e del morente. Pur nella consapevolezza del fatto che “non è la scienza che redime gli uomini” (Benedetto XVI, Spe salvi, 26), la società intera e in particolare i settori legati alla scienza medica sono tenuti ad esprimere la solidarietà dell’amore, la salvaguardia e il rispetto della vita umana in ogni momento del suo sviluppo terreno, soprattutto quando essa patisce una condizione di malattia o è nella sua fase terminale. Più in concreto, si tratta di assicurare ad ogni persona che ne avesse bisogno il sostegno necessario attraverso terapie e interventi medici adeguati, individuati e gestiti secondo i criteri della proporzionalità medica, sempre tenendo conto del dovere morale di somministrare (da parte del medico) e di accogliere (da parte del paziente) quei mezzi di preservazione della vita che, nella situazione concreta, risultino “ordinari”. Per quanto riguarda, invece, le terapie significativamente rischiose o che fossero prudentemente da giudicare “straordinarie”, il ricorso ad esse sarà da considerare moralmente lecito ma facoltativo. Inoltre, occorrerà sempre assicurare ad ogni persona le cure necessarie e dovute, nonché il sostegno alle famiglie più provate dalla malattia di uno dei loro componenti, soprattutto se grave e prolungata. Anche sul versante della regolamentazione del lavoro, solitamente si riconoscono dei diritti specifici ai familiari al momento di una nascita; in maniera analoga, e specialmente in certe circostanze, diritti simili dovrebbero essere riconosciuti ai parenti stretti al momento della malattia terminale di un loro congiunto. Una società solidale ed umanitaria non può non tener conto delle difficili condizioni delle famiglie che, talora per lunghi periodi, devono portare il peso della gestione domiciliare di malati gravi non autosufficienti. Un più grande rispetto della vita umana individuale passa inevitabilmente attraverso la solidarietà concreta di tutti e di ciascuno, costituendo una delle sfide più urgenti del nostro tempo.

Come ho ricordato nell’Enciclica Spe salvi, “la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana” (n. 38). In una società complessa, fortemente influenzata dalle dinamiche della produttività e dalle esigenze dell’economia, le persone fragili e le famiglie più povere rischiano, nei momenti di difficoltà economica e/o di malattia, di essere travolte. Sempre più si trovano nelle grandi città persone anziane e sole, anche nei momenti di malattia grave e in prossimità della morte. In tali situazioni, le spinte eutanasiche diventano pressanti, soprattutto quando si insinui una visione utilitaristica nei confronti della persona. A questo proposito, colgo l’occasione per ribadire, ancora una volta, la ferma e costante condanna etica di ogni forma di eutanasia diretta, secondo il plurisecolare insegnamento della Chiesa.

Lo sforzo sinergico della società civile e della comunità dei credenti deve mirare a far sì che tutti possano non solo vivere dignitosamente e responsabilmente, ma anche attraversare il momento della prova e della morte nella migliore condizione di fraternità e di solidarietà, anche là dove la morte avviene in una famiglia povera o nel letto di un ospedale. La Chiesa, con le sue istituzioni già operanti e con nuove iniziative, è chiamata ad offrire la testimonianza della carità operosa, specialmente verso le situazioni critiche di persone non autosufficienti e prive di sostegni familiari, e verso i malati gravi bisognosi di terapie palliative, oltre che di appropriata assistenza religiosa. Da una parte, la mobilitazione spirituale delle comunità parrocchiali e diocesane e, dall’altra, la creazione o qualificazione delle strutture dipendenti dalla Chiesa, potranno animare e sensibilizzare tutto l’ambiente sociale, perché ad ogni uomo che soffre e in particolare a chi si avvicina al momento della morte, siano offerte e testimoniate la solidarietà e la carità. La società, per parte sua, non può mancare di assicurare il debito sostegno alle famiglie che intendono impegnarsi ad accudire in casa, per periodi talora lunghi, malati afflitti da patologie degenerative (tumorali, neurodegenerative, ecc.) o bisognosi di un’assistenza particolarmente impegnativa. In modo speciale, si richiede il concorso di tutte le forze vive e responsabili della società per quelle istituzioni di assistenza specifica che assorbono personale numeroso e specializzato e attrezzature di particolare costo. E’ soprattutto in questi campi che la sinergia tra la Chiesa e le Istituzioni può rivelarsi singolarmente preziosa per assicurare l’aiuto necessario alla vita umana nel momento della fragilità.

Mentre auspico che in questo Congresso Internazionale, celebrato in connessione con il Giubileo delle apparizioni di Lourdes, si possano individuare nuove proposte per alleviare la situazione di quanti sono alle prese con le forme terminali della malattia, vi esorto a proseguire nel vostro benemerito impegno di servizio alla vita in ogni sua fase. Con questi sentimenti, vi assicuro la mia preghiera a sostegno del vostro lavoro e vi accompagno con una speciale Benedizione Apostolica.

Le contraddizioni del PD

Quella che sembrava una linea di condotta ferma e non negoziabile è stata bruscamente interrotta dall’accordo fatto dal PD con i Radicali e con l’IDV di Di Pietro. Purtroppo la presenza di queste due forze nella coalizione di centro sinistra sarà elemento di destabilizzazione. I Radicali, ad esempio, hanno posizioni assolutamente irrinunciabili sull’aborto, sulla genetica e sui diritti dei gay e la loro linea si scontrerà con quella dei Teo Dom della Margherita, partito che è confluito nel PD. I temi sono etici e non è pensabile che i cattolici abbozzino. Di Pietro invece non ha perso la sua caratteristica di giustizialista e come tale male si concilierà con il permissivismo spinto dei DS. Insomma ci stanno per presentare la stessa minestra di due anni fa, c’è qualche ritocco di facciata, ma la sostanza è quella. La sola cosa che posso augurare al mio Paese è che vinca il Pdl, anche se io avrei inserito un apparentamento con la lista Pro Life di Ferrara. La governabilità sta di casa nel centro destra, they WILL.

Battersi per affermare la dignità della vita

Giuliano Ferrara, direttore de “Il Foglio” e ottimo giornalista, sta creando una sua lista per la tutela della vita umana. Il suo obiettivo non è la ricerca del potere per se stesso, ma quello di portare in Parlamento un certo numero di persone, molte delle quali donne, che sui temi dell’aborto, della fecondazione assistita, dell’eutanasia, siano in grado di scuotere le coscienze. Ieri sera l’ho ascoltato con molto interesse a Matrix, Ferrara non è un bigotto o un fanatico, la sua battaglia non è ideologia, è umana. Nei giorni scorsi mi ero fatta un’idea sbagliata del suo impegno, pensavo che sarebbe stata una impresa vana, una “perdita di voti” per i due partiti maggiori, perchè credo che sui temi etici ci sia attenzione in entrambi gli schieramenti, ieri sera ho capito che in un mondo dove tutti i valori sono andati a farsi benedire, è estremamente importante dare attenzione ad una persona che ci costringe a discuterne. E’ indubbio che l’aborto sia un errore, che lo sia anche la manipolazione genetica e infine anche l’eutanasia, e sono certa che nessun essere umano vorrebbe attuare queste soluzioni estreme nella sua vita. Allora il problema non sono le attuali leggi in vigore o non ancora in vigore - vedi legge 194 - ma impostare il problema in altri termini: per evitare che una mamma scelga di uccidere il proprio bimbo occorre mettere quella mamma nelle condizioni di non farlo, aiutandola in tutti i modi, economicamente e psicologicamente, creando per lei le condizioni per continuare serenamente la gravidanza e per ocuparsi poi del suo bambino dopo il parto. Lo stesso discorso vale per l’eutanasia, se i malati terminali e senza speranza saranno messi in condizioni di non sofferenza, saranno accuditi nelle loro case da personale idoneo, attenderanno serenamente di lasciare questo mondo con dignità. Per la manipolazione genetica occorre aprire un altro capitolo, dovremmo chiederci che diritto abbiamo noi di decidere della vita di un altro essere umano, anche se potenzialmente handicappato. Ci sono genitori di bimbi down che ringraziano il Signore di averli avuti per la ricchezza che hanno portato nella loro esistenza. Certo anche qui sarà necessario un supporto per le famiglie e una garanzia per il futuro di queste creature indifese.

Insomma la battaglia di Giuliano Ferrara vuole affermare la dignità dell’uomo in ogni momento della sua esistenza, lo vuole fare in modo concreto e c’è un gran bisogno che in questa società così superficiale, che mette ai margini i malati, gli anziani, gli handicappati solo perchè ”rovinano” il mondo di celluloide in cui i più vorrebbero vivere o che non esita ad uccidere un bimbo nel grembo materno per non avere problemi, benvenga una iniziativa come questa, una iniziativa che merita il rispetto di tutti e che non deve essere strumentalizzata, anche se capisco che scuota le coscienze e per questo possa far paura. Ognuno poi voti secondo coscienza.

Venditori di Fuffa

“Fuffa” in dialetto milanese significa roba che appare bella ma che in realtà bella non è, è appunto “fuffa”. Mi da l’impressione che in questa campagna elettorale di fuffa ce ne sia in giro parecchia. Ho seguito ieri sera il dibattito su “Porta a Porta”, protagonisti Casini e Fassino “il Birmano” e di panzane ne ho sentite parecchie. Casini giocava a fare il “nuovo che avanza”, quello che lotterà perchè la politica faccia un passo indietro e Fassino invece sosteneva che far raggiungere i 1000 euro al mese ai precari con integrazione dello Stato era una cosa da fare assolutamente. Non è serio e nemmeno morale propinare agli italiani promesse di questo tipo. Da notizie pubblicate sulla stampa nei giorni scorsi si è saputo che Casini avrebbe deciso di correre da solo perchè la sua richiesta di 10, dico 10, poltrone in senato non era stata accolta dal Pdl e Fassino forse è stato troppo in Birmania e non sa che il governo di cui faceva parte in modo determinante il Pd aveva promesso soldi a tutti, ai nuovi nati, ai pensionati, alle donne … e poi non ha dato niente a nessuno, anzi ha fatto prelievi fiscali tali da mettere in ginocchio l’economia della nazione e prosciugare le tasche degli italiani. Certo ai precari il Governo Prodi non aveva dato ancora niente, ecco che allora il leader del Pd, novello Obama solo perchè ha tradotto il motto “We can” in un romanesco “Se po’ fa…”, prende la palla al balzo e invece di prospettare un calmiere per i prezzi e misure per l’aumento di salari e pensioni, propone che il Governo (ovvero noi) dia a pioggia ai precari una quota integrativa per far loro raggiungere i 1000 sospirati euro. E i soldi dove li troverà? Sembra non esserci alcun problema, diminuirà la spesa pubblica e avrà i denari necessari. Quali fondi vuole tagliare? Quelli per la sanità o quelli per la scuola? Oppurre ridurrà le entrare ai Comuni? Insomma la verità è che la coperta è corta e non può più essere tirata da nessuna parte. La verità è che i partiti dovrebbero aver capito che i cittadini meritano più rispetto e che ne hanno le tasche piene della “fuffa” che elargiscono loro a piene mani, questa volta potrebbe andare veramente tutto a catafascio.

Piccoli partiti e grandi ambizioni

Finalmente il partito di Casini si è collocato fuori dal PdL, il tira e molla era durato davvero troppo. La mia impressione è che in realtà il Popolo della Libertà non lo volesse per nulla e ha finito per porgli delle condizioni sulle quali non era possibile mediare. Insomma un prendere o lasciare che non lasciava alternative a Casini che non è certamente una persona disposta a sacrificare la sua persona per la “causa”. Bene ora si corre da soli con la Lega. Anche dall’altra parte i piccoli partiti si dovranno rassegnare, il PD sembra intenzionato a non mollare nei confronti dei Socialisti di Boselli e dei Radicali… ma attendiamo prima di darlo per certo. Ieri Veltroni ha paventato un avanzamento elettorale grandioso, ne dubito fortemente, soprattutto se continuerà a presentarsi con accanto Prodi, l’abbraccio mortale del Premier uscente gli sarà fatale. E allora che inizino le danze e che vinca il migliore. La campanga elettorale è lunga e il fairplay iniziale tra poco andrà a farsi benedire, aspettiamoci di tutto, tranne che una campagna elettorale corretta e stile inglese. Ne vedremo delle belle

Verso il voto

Oggi ho ascoltato il discorso programmatico di Walter Veltroni ed ho pensato che probabilmente avrà disorientato il popolo DS. Era molto più di destra di quelli che di solito sento fare ai leader del Popolo della Libertà. I partiti piccoli hanno deciso di andare da soli, ne sono felicissima. Se Veltroni ha un merito è quello di aver dato il via a questa importante rivoluzione politica. Finalmente sono finiti i ricatti di chi con pochi consensi vuole contare molto e decidere per tutti.
Mi auguro che si volti veramente pagina, certo non voterò per il PD, ma riconosco che il fatto che ci sia è importante. Quando arriveremo a poter scegliere non ideologicamente ma solo in base a quello che il partito che ha governato ha fatto o non ha fatto, avremo raggiunto un importante risultato per la nostra democrazia.

Papà mi portava in bicicletta, il mio libro

E’ stato pubblicato in questi giorni il mio secondo libro. Per ora lo trovate in vendita solo on line, ma tra breve verrà presentato nelle librerie.

“Papà mi portava in bicicletta” è la storia dei quattro anni che hanno cambiato la mia vita. Una storia piena di emozioni, di dolore ma anche di infinita tenerezza per un papà amatissimo che si era smarrito nel tempo. Potete acquistare questo libro on line cliccando qui . Parte dei proventi della vendita saranno devoluti alla Federazione Italiana Alzheimer.

Alzheimer, è il momento di agire

Il dramma dei malati di Alzheimer e delle loro famiglie deve scuotere le coscienze. Gli interventi che sono necessari per aiutare chi è colpito da questa terribile malattia sono molteplici e vanno dal rispetto per la persona malata, all’informazione della famiglia, all’assistenza domiciliare qualificata, allo studio delle terapie più idonee per controllare la malattia senza annientare il malato, al supporto psicologico per il care giver e per tutto il nucleo famigliare.
Sono molte le malattie degenerative che ogni anno colpiscono giovani e anziani, ma l’aumento esponenziale dei casi di demenza, probabilmente legati all’aumento delle aspettative di vita degli anziani, impongono che la società e le istituzioni si pongano il problema. Questa malattia è devastante, l’impatto con questa malattia è devastante. Molte famiglie davanti a tutto questo dolore si sfasciano, solitamente quelle che non sono in grado di mettere da parte le difficoltà materiali per investire sull’amore incondizionato per i propri familiari.
Ho ricevuto recentemente in associazione una lettera che desidero pubblicare perchè può essere spunto di riflessione e perchè le esperienze visute sono sempre le più pregnanti:

MIO DOLCISSIMO PAPA’

Papà si è ammalato giovane, appena dopo i 70 anni. Sempre stato di intelligenza vivacissima, gli occhi attenti, vigili, l’eloquio brillante. Sembrava essere solo depressione all’inizio, invece era Alzheimer.
Mi ricordo il giorno prima della diagnosi, era nascosto nel giardino di casa, lo trovai vicino ad un siepe a piangere. Lo rassicurai, e lui mi chiese di stargli vicino il giorno seguente, perché aveva già intuito cosa gli avrebbero detto i medici. Decorso lento ci avevano detto, ma lento non è stato. In pochissimi anni papà ha smesso di guidare, poi di dipingere, infine di comunicare.
Non riusciamo quasi più a capire quello che dice, ed è la cosa più frustrante, vederlo quasi rannicchiato su se stesso, le rare parole intelleggibili, spesso solo in inglese. Riesce ancora a leggere, ma capisce? Non lo so, so solo che non sa chi sono, solo gli scendono le lacrime quando mi vede.
Questa malattia ha devastato la mia famiglia, ha aperto voragini dentro di noi, ha fatto scatenare liti a non finire. Io e mia sorella avremmo voluto che lui passasse questi anni a casa, accudito, ma mia madre non se l’è sentita, nemmeno con l’aiuto di una badante 24 ore al giorno.
Lontano da casa, perché sporca, perché da fastidio, perché è malato e deve stare fra gli ammalati. Ora è rinchiuso in una struttura protetta, un posto decoroso, dove però lui non ha più punti di riferimento, ricordi, il conforto ed il calore della casa nella quale è sempre vissuto. Vederlo così, spiegare ai miei figli ciò che sta accadendo al nonno è un dolore senza fine.
Spero di riuscire a trovare sempre la forza per accompagnarlo in questo suo straziante percorso.
Mio dolcissimo papà, ti amo tanto e mi manchi tanto Barbara
Andremo a votare in aprile e questa volta per me, per la mia associazione, per tutte le associazioni che si occupano di questo problema: sarà degna del nostro voto solo la coalizione politica o il partito che si farà carico di affrontare il problema che poniamo. Chiederemo che le nostre porposte vengano valutate, chiederemo un programma concreto e degli impegni precisi. Il nostro sforzo sarà grande ma vogliamo portare a casa il risultato.

Dal sito al Blog

Ho trasformato il mio vecchio sito in un blog, così mi risulta più semplice comunicare e stabilire un contatto con voi. Un sito tradizionale richiede molto tempo per gli aggiornamenti e il mio non era più aggiornato da tempo, molti link erano obsoleti, non li controllavo da almeno un anno, mi limitavo a cambiare la homepage di tanto in tanto. Per decretare il successo di una presenza su internet occorre ben altro, occorre un lavoro quotidiano costante di inserimento di notizie in tutti i settori e io non avevo il tempo per farlo, per questo il vecchio sito non era mai decollato e se nessuno ti legge non ha senso scrivere. Se avrete pazienza, nel giro di qualche giorno avrà trasferito quello che veramente ritengo importante riproporre e allora potremo conoscerci meglio.